XVI.

Risultato ultimo d'una discussione filosofica.

Da molti giorni Ernesta non era uscita di casa.

—Ti ammalerai—aveva detto il cieco,—perderai il roseo delle guancie, ed io non potrò nemmeno accorgermene per dirti: «cattivella, vedi!»

Quel pomeriggio l'infermiera si arrese, accettò di scendere in giardino a fare una passeggiata, a patto che il dottor Agenore rimanesse a tener allegro l'ammalato.

Dalla finestra dischiusa si scorgeva la bella donna che passava nei viali, salutata dai passeri e preceduta di albero in albero dall'usignuolo, ed Ernesta anch'essa poteva vedere i volti ravvicinati del marito e del dottore.

Un pezzo i due amici stettero senza parlare; Leonardo pensava, e lo stesso Agenore, seguendo cogli occhi la bella, si distraeva imperdonabilmente, considerate le funzioni ciarliere che egli aveva accettate.

—Dove è ora Ernesta?—domandò il cieco.

—Fa il giro dell'ippocastano… si mette in un viale… si allontana…

—Le farà bene un po' di moto.

—Le farà bene…

—Tanto più se vi era avvezza, perchè doveva passeggiare molto in campagna… non è vero?

—Credo di sì…

—Non fosti mai a trovarla?

—Parecchie volte.—

Leonardo stette zitto aspettando che l'altro dicesse di più, e finalmente osservò:

—Doveva annoiarsi in campagna!—

Il dottore zitto.

—Dov'è ora Ernesta?

—Sotto il padiglione.—

Nuovo silenzio.

—Senti,—uscì a dire il cieco improvvisamente,—poichè abbiamo tempo, voglio parlarti d'una cosa. Ti ricordi quando, dopo avermi spiegato il tuo sistema filosofico… la materia cosmica eterna, le forze, la materia organica, i vasi, le fibre, i tessuti, che so io, mi domandavi se mi avevi convinto, ed io ti rispondeva che era inutile, tenessi tu le tue idee, terrei io le mie…

—Sì,—proseguì il dottore,—e le tue idee erano di non averne alcuna, di lasciar che le fibre e i vasi compissero le loro funzioni senza dartene pensiero.

—Te ne ricordi?… Ti dicevo: Se ci è qualcosa dopo di noi, lo vedremo, se non c'è nulla, buona notte; e quanto alla materia cosmica non sono io che le impedirò di godersi in pace la sua eternità. La vuoi eterna?… te la do eterna, a patto che lasci in pace la mia materia organica che non è eterna… Te ne ricordi?

—Altro!

—E dicevi, tirando mia moglie a far la trinità: «noi tre rappresentiamo le tre scuole filosofiche del secolo: il materialismo che combatte—io—lo spiritualismo che sogna—lei—l'indifferentismo che vegeta—tu.—»

—Testuale.

—Ebbene, allora non ci volevo pensare… da due mesi ci penso—e vuoi che ti dica la mia opinione sulle tue opinioni?

—Dilla.

—La tua materia cosmica eterna mi pare sorella del caos dei credenti; il tuo ignoto di genere femminino, che chiami forza, mi pare parente prossimo dell'ignoto, di genere mascolino, che mia moglie chiama Dio, Quanto ai nervi, alle fibre, ai vasi, ho paura che tu confonda la vita, gli affetti, i pensieri cogli stromenti dei pensieri, degli affetti, della vita.

—Sono le solite risposte degli spiritualisti; non hai trovato nulla di nuovo.

—Se le ho trovate alla prima, appena mi sono fermato a pensare, non hanno da essere rare nè curiose; ma l'averle trovate alla prima non significa forse che sono vere?

—No, significa solo che sono volgari.

—Senti, Agenore mio, tu non sai che cosa sia vivere due lunghi mesi nel buio, nel vuoto, tu non sai quanto si acuiscano i sensi, e che parole si odano nel silenzio, e che immagini si disegnino nel fondo nero. Non lo senti tu mai, nel mezzo della notte, quando tutto tace, quando nulla ti distrae nell'insonnia, un bisbiglio sommesso, un linguaggio che non è della vita e che pure tu comprendi? Non vedi fisonomie note e non prima vedute, manine che si allungano nel vuoto a carezzarti? Sei là, piccolo, debole, nell'immenso vuoto, nell'immenso buio, e non hai paura… qualche cosa di te si allontana nello spazio, non si perde, ritornerà per dove è partita, nel raggio d'una stella, come in un sentiero tracciato… Tutto questo, Agenore mio…

—Tutto questo, Leonardo mio, è buon indizio; prova la sensibilità della tua retina, la forza del tuo nervo ottico; tu continui a guardare ed a vedere senza servirti della pupilla oscurata; ecco il mistero.—

Il cieco sorrise.

—Dov'è ora Ernesta?—domandò poco dopo.

—Si è curvata a guardare una pianta… pare che non la conosca… perchè continua a guardarla.

—Che pianta è?

—Una ferraria… «Una ferraria!»—gridò poi affacciandosi alla finestra.

Si udì la voce argentina di Ernesta che rispose:
«Grazie;» poi tutto tornò nel silenzio.

—Non è mai venuta a Milano quando ero assente?

—Chi?

—Ernesta.

—Sì, una volta.—

Era inconcepibile per Leonardo come l'amico dottore stentava a mettere fuori le parole. Mutò discorso.

—Sai tu perchè il mondo è pieno di cattivi?

—Ma è proprio pieno di cattivi?—domandò il dottore;—io non me ne sono mai accorto.

—Tanto meglio per te… tu sei buono… ma io intendo cattivi tanto coloro che insidiano l'onore, le sostanze, gli affetti del prossimo, quanto quegli altri che non si fanno scrupolo d'offendere un amico, per la vanità di dire una scioccheria spiritosa; ebbene, sai tu perchè ci sono tanti cattivi al mondo?

—La frenologia ha provato…

—Perchè ci sono troppi spensierati; perchè le piazze, i caffè, i circoli, i palchetti dei teatri formicolano di gente che teme di servirsi del proprio cervello. Un uomo che pensa finisce con accorgersi della sua e dell'altrui miseria; dà l'importanza che meritano alle cose che lo circondano; scende i gradini di quella piramide che è l'egoismo e si mescola alla folla, non se ne sta immobile sul vertice a credere il mondo creato per sè solo; ai sofismi del proprio interesse, delle proprie passioni, sa contrapporre i sofismi degli interessi e delle passioni contrarie, e dal cozzo cava la scintilla del vero… Ah! il pensiero è una forza!

—Verissimo, il pensiero è una forza, e gli spensierati non hanno mai fatto male a nessuno, perchè sono inermi e deboli; Tizio obbedisce all'istinto, e, senza pensarci quasi, ti accompagna per servirsi della tua carrozza e del tuo palco; digli che pensi molto, ed il pensiero gli darà la corazza dello strozzino. Sempronio ha la vanità di sapersi fare il più bel nodo della cravatta del mondo incivilito; digli che pensi molto e vorrà i giavellotti di deputato o lo spadone a due tagli di Ministro di grazia e giustizia; gli Ercoli dell'egoismo e dell'ambizione sono gente che ha pensato molto. Credi a me: l'organismo oscilla, ma non si muta; chi ha la cattiveria nel sangue la conserva, finchè dura la circolazione; vuoi guarirlo, svenalo.

—Sì, l'organismo non si muta; nè gl'istinti si mutano; sono con te; ma io, irascibile, diventerò padrone di me stesso, imparando a conoscermi col pensiero, e le ire e le collere del mio istinto serberò contro gli uomini cattivi e le cose cattive. Ambizioso d'onori, diventerò ambizioso di bene; cattivo marito, apprenderò a rispettare il culto della famiglia, e vorrò esserne il sacerdote…—

Il sospiro di Leonardo, dopo queste parole, s'incontrò e si confuse con un sospiro del dottore. Dopo di aver sospirato all'unisono, entrambi stettero zitti, poi il cieco disse sorridendo:

—E se non il sacerdote… il predicatore; dillo pure, lo hai sulle labbra… ma già è così: sono molto mutato e non ne ho colpa o merito, come ti piace; la mia maestra è la sventura… Dimmi, si è fermata molto in Milano?

—Chi?

—Mia moglie.

—Un paio di settimane.

—E tu la vedevi spesso?

—No… cioè… così.

—Ci veniva altri a vederla?

—La cugina, gli zii…

—Nessun altro?

—Credo di no; ma perchè mi fai queste domande?

—Perchè vorrei sapere se Ernesta, nell'abbandono… È bella Ernesta…. avrà avuto intorno qualche vagheggino?—

Il dottore non fiatava; ed il cieco con voce sommessa e carezzevole:

—Agenore, non mettermi alla tortura; ho ancora delle debolezze, mi vergogno, ho paura di farti ridere… dovresti indovinare tu…—

L'amico sprigionò un sospiro lungo lungo, poi disse:

—Non ci vuol molto ad indovinare… sei innamorato di tua moglie…

—È vero,—disse Leonardo facendosi rosso in viso;—ma chi sa se ella potrà amarmi ancora….

—Io non lo so…

—Sapesse almeno che sono mutato, che cambierò vita!…—

Il sangue, i nervi, le fibre, i tessuti, gli umori di quell'organismo saldo che si chiama il dottor Agenore, entrarono a tumulto; un momento di lotta acre e rabbiosa, poi tornò l'equilibrio; il sagrifizio era consumato: Agenore rinunciava ad Ernesta.

Ridano gli sfaccendati del caffè e del circolo, io giuro a chi legge che in quel solenne momento il dottore Agenore era bello. E non si sono udite mai parole più generose di queste che egli pronunciò forte, stringendo vigorosamente la mano del cieco, per farsi cuore:

—Glielo dirò io!

—Oh! grazie… quando?

—Subito, se vuoi, corro in giardino, me le getto ai piedi come tuo rappresentante, e le faccio la mia, cioè la tua dichiarazione in regola.

—No, aspetta… che fa ora Ernesta?—

Agenore, non vedendo la bella dove l'aveva lasciata poc'anzi, si affacciò alla finestra per cercarla; in quel mentre si udì un passo leggiero ed un fruscio d'abiti.

—Eccola,—disse Leonardo, ed aggiunse con accento di preghiera: «non ora, non ora.»—

E il dottore, che già si era mosso per andare in salotto, si fermò dinanzi all'uscio.

Entrò Ernesta e sorrise; entrò la signora Virginia
Rinucci e chinò gli occhi a terra.

Agenore si credette in dovere di fare un saluto; ma la vergine arrossì. E per un quarticino d'ora, ad ogni volta che al dottore senza avvedersene accadeva di guardare la signorina o di rivolgerle la parola, la signorina arrossiva e chinava gli occhi a terra.

Agenore trovò quel quarticino d'ora eterno, sebbene lo spendesse a studiare coscienziosamente l'organismo del pudore, e finì ad andarsene dicendo che con un organismo simile era un peccato che la signorina Rinucci rimanesse zitella, e che il mondo le doveva un marito…

E in così dire rideva, il disgraziato!…