V. Qui il tiranno è costretto a far colazione.

Il sonno, che Corrado aveva respinto come un importuno, lo prese a tradimento, e quando dopo il mezzodì un sole allegro infilò un raggio fra i nugoli e lo spinse sui tetti a scherzare colla neve intatta e coi diacciuoli delle gronde, la festa di luce, che rianimava l’ampia camera, non bastò a far schiudere le palpebre al dormente. Ci volle proprio che il vecchio servitore entrasse sulla punta dei piedi, e chiudesse le imposte nè troppo nè poco, e se n’andasse facendo il possibile per sopprimere il proprio peso specifico: ci volle tutto questo perchè Corrado si dibattesse sulla poltroncina come un ribelle. Antonio, il quale stava afferrando la maniglia dell’uscio colle arti d’un borsaiuolo, colto sull’atto, si fermò di botto, trattenne il respiro... invano... dalla poltroncina sepolta nell’ombra partì un oh! che gli mise i brividi. Ahi! povero Antonio! è proprio vero: i padroni fanno come vogliono, padrone e tiranno sono sinonimi.... anche quando dormono!

Corrado si scosse, allungò le braccia al soffitto con un atto energico, sprigionò uno sbadiglio sonoro e balzò in piedi.

«Buon segno» pensò il servitore, e un po’ di mala voglia mosse verso la finestra per lasciar entrare il sole. Ma una domanda lo trattenne a mezza via:

— Quante ore sono?

— È presto; il mezzodì è suonato da poco.... il suo letto è ancora caldo.

— E tu hai dormito, Antonio?

— Sissignore.... ma lei....

— Ho dormito anch’io.

— Male....

— T’inganni.

— Non dico di no. Devo aprir le finestre?

— Apri.

Entrò il sole.

— Che festa! disse Corrado, che festa, Antonio!

— Sissignore.

— Senti; dirai a Proto che prepari i rasoi, mi raderà.

— Or ora?

— Or ora.

— Sissignore.

E Antonio si tenne impettito, dandosi l’aria di una vittima che sopporti nobilmente la sua sciagura.

— A letto non ci va proprio? domandò facendosi un gran coraggio.

— No, vecchio mio, non ci vado, non ho sonno.

«Vecchio mio» era un appellativo irresistibile; vano il tentare di ribellarvisi. Il disgraziato sentiva un tuffo inesplicabile dentro di sè, come se il cuore affogasse in un’onda di tenerezza; gli veniva una gran voglia di scavalcare il decoro, il rispetto, le convenienze, il resto e di tirarsi fra le braccia il suo padrone legittimo, il figlio legittimo del suo generale; ma in buon punto ricordava il suo grado di caporale, gli pareva d’aver ancora i galloni cuciti alle braccia e le braccia cucite ai fianchi.... s’impalava duro più del solito.

Corrado prese a misurare la camera a gran passi, ed Antonio, stando fermo nel mezzo, mandava lo sguardo su e giù per accompagnarlo.

All’improvviso, il giovane s’arrestò, stette un istante in pensiero, e via per l’uscio socchiuso. Il vecchio dietro.... Aveva fiutato un pericolo.

Un quarto d’ora dopo, il padrone stava per indossare il pastrano, quando il servitore entrò e disse colla solennità d’un trionfatore modesto:

— La colazione è pronta.

Corrado guardò la faccia seria del vecchio, ebbe pietà della sua canizie e si arrese.

— Vecchio mio, è impossibile fartela!... Berrò un brodo.

Buttò sopra una seggiola il pastrano e venne nella sala da pranzo, dove la mensa era imbandita.

Proto, un giovinetto smilzo e dinoccolato, con un sorriso perpetuo fra le grosse labbra, entrava portando una zuppierina fumante.

Ma la vittoria del vecchio servitore non potè vantare trofei di sorta, oltre una ciotola di brodo caldo; bevuta la quale, Corrado si levò di tavola ed andò difilato nelle sue camere. Il vecchio dietro.

— I rasoi sono pronti, disse.

— Non mi faccio radere.... ho fretta.... via non farmi il broncio, sono di buon umore stamane.... te ne sei accorto?

— Sissignore.

— Non sai dirmi altro? Hai torto.

— Sissignore.

Già Corrado aveva infilato il pastrano e stava per uscire; entrò Proto coi rasoi e coll’acqua calda.

— Non serve, gridò Antonio, e siccome l’altro voltava le spalle per andarsene, lo richiamò.

— Non vedi che il signore esce?

Proto sbarrò tanto d’occhi, stette coscienziosamente a guardare il padrone, brandendo la cogoma d’acqua calda che gli fumava sotto il naso. Quello spettacolo, quel fumo, quel tepore e la solennità del servitore canuto, il quale passando gli avventava un piccolo fulmine collo sguardo, sembravano dare un bagliore insolito alla perenne luminaria della sua faccia.

Quando Corrado se ne fu andato, Antonio tornò frettoloso verso Proto, il quale gli mandò incontro il suo più amabile sorriso.

— Proto, disse il vecchio sollevando una mano con solennità, Proto son io che te lo dico, tu non farai mai nulla di buono; tu metti il piede in fallo dal principio della tua carriera; tu parti col piede destro invece che col piede sinistro; pensaci bene.

Proto sorrideva sempre.

— Pensaci bene e cambia mestiere; a fare il servitore non ci hai vocazione; se non hai un po’ di soldato nel sangue, sei un servitore da riformare; se, vedendo da lontano il tuo padrone, non senti dentro di te qualche cosa, come la voce del caporale, che ti grida guard’avoi, sei un servitore che si mangia la pagnotta a tradimento.

Proto si provò a protestare tra il serio ed il faceto, ma il vecchio lo fece ammutolire con queste parole memorande:

— Proto, tu sei nato per fare il milionario.

Dopo di che, gli volse le spalle in atto di suprema commiserazione.

VI. Come si chiama nell’esercizio delle proprie funzioni.

Camminava spedito, colla fronte alta, accompagnato da uno stormo di pensieri alati, che gli facevano intorno un turbinio di festa. Se un solo istante fermava la mente in un’idea, se ne affacciavano dieci, e dietro a quelle altre dieci, altre cento; allora scrollava la testa per gettarvi uno scompiglio delizioso, per stordirsi, per dimenticarsi, udiva dietro di sè mille vocette tentatrici che lo chiamavano a nome: «Corrado! Corrado!» — ma faceva il sordo e camminava spedito, colla fronte alta, gigante in mezzo alla folla nana.

Nel tumulto del suo cuore era entrato un sentimento generoso, che consigliava la pace. Quale? Ancora egli stesso non lo sapeva comprendere, ma se lo sentiva giganteggiare ad ogni istante. Era certo un sentimento, che non assomigliava agli altri, che nulla aveva del passato; non febbre di senso, non spasimo di noia e nemmeno amoroso delirio; nulla era ed era tutto. Ogni tanto, gettava uno sguardo sulla folla nana e qualcuno gli diceva: «non bisogna perder tempo; si tratta di fare il bene.»

Quando fu presso alla bottega del parrucchiere famoso, rallentò la foga, cercando di rivestire la spigliatezza d’ogni giorno, e passò dinanzi alla nota vetrina senza degnare d’uno sguardo i capelli appesi in fila secondo una savia gradazione di tinte. Duro, impettito, si trattenne un momento sulla soglia fingendo di guardare o guardando davvero una bella ragazza che passava, poi spinse l’uscio vetrato e barattò un «buon giorno» che non valeva un quattrino col «buon giorno» di prima qualità del parrucchiere venutogli incontro sorridente. Si spogliò del pastrano, che buttò sulle braccia di non so chi, e sedette in una poltrona dinanzi allo specchio.

Alla muta, con una solennità sacerdotale, il famoso Come si chiama in persona spruzzò sulle mani e sulla faccia del suo avventore un’essenza odorosa, poi gli cacciò sotto il mento un panno di bucato e disse:

— La barba?

— La barba.

Quel laconismo era bugiardo, come al solito, perchè si leggeva in faccia a tutti e due la voglia d’appiccare discorso.

Dopo un istante di silenzio, il barbiere pigliò delicatamente per il naso il suo muto interlocutore e gli fece notare che non bisognava fidarsi a quel raggio di sole, e che il tempo pessimo minacciava di durare. Pagato questo tributo alla metereologia, ogni conversazione fra due galantuomini si può dire avviata.

«Sissignori, il tempo pessimo minaccia di prolungarsi, è caduta tanta neve sugli Apennini, che il corriere è in ritardo — e si è curiosi di leggere la discussione della Camera sulla questione religiosa. — Come si chiama, liberale fino all’eresia, fa la sua professione di fede. — Oh! la questione religiosa, non ci è che Bismark che la intenda come va; che ometto Bismark! Ma guai a fidarcisi.... Sta per l’alleanza italo-germanica il signor Corrado? Ah! voleva ben dire! l’alleanza italo-tedesca, ci inimicherà la Francia. Parlategli d’un patto fra le razze latine a Come si chiama e vi intenderete; il suo giornale dice questo e dice quest’altro; ha ragione fin qui, al di là ha torto.... La Francia è la nostra amica migliore ed ha ancora un grande avvenire; la Francia è la regina del buon gusto e della moda — essa è che ci manda la tournure e lo chignon — che farebbero i parrucchieri senza la Francia?... Che farebbero? dica lei signor Corrado.»

Il signor Corrado, il quale non sapeva come mettere il piede in quel territorio, fu felice d’esservi arrivato quando meno se l’aspettava, e convenne di buon grado che minacciare lo chignon era tutt’uno come minacciare l’avvenire dei parrucchieri d’Italia e del mondo. Ma chi lo minacciava? una moda tanto comoda! — E pure ogni tanto ci si fa la burletta d’annunziare che la famosa principessa Ipsilonne o la duchessa Ighisse si sono messe a far la guerra ai capelli finti; per fortuna, la maggioranza è calva!

Corrado zitto; teneva gli occhi fissi nella vetrina, e l’altro pronto:

«Veda un po’, la mia vetrina è delle meglio fornite; la può cercare in tutta Milano senza trovar la compagna — abbiamo le tinte più rare, andiamo dal nero carbone al bianco di neve, passando per tutte le gradazioni del castano (che è una degenerazione del nero), del rosso (che deriva dal castano), del biondo (che è una degenerazione del rosso)...

Corrado lo fermò: non gli pareva che il biondo fosse una degenerazione. Come si chiama non la pretendeva a scienziato, anzi svelò al signor Corrado ch’egli era un ignorante... «questione d’opinioni; del resto si sa, vi sono dei biondi... dei biondi....»

Corrado aveva un giornale a tiro ed allungò la mano per pigliarlo.

«Ma non è questo che voleva dire Come si chiama» — e Corrado lasciò il giornale dov’era.

Come si chiama voleva dire come qualmente la propria vetrina, che era la vetrina dell’abbondanza per tutti, per lui solo rappresentasse la carestia dell’articolo — «E quante fatiche a trovar capelli che valgano la spesa di poche lire! Dalla massima parte delle teste femminine non si saprebbe proprio che cosa tagliare; non hanno il tanto da dare due colpi di forbice... Ma sa come è raro il caso che si presenti una giovinetta con una capigliatura....?»

Corrado aveva ripreso il giornale, e Come si chiama, temendo d’essere indiscreto, pregò il suo avventore d’alzare la testa per lasciarsi radere la barba sotto il collo.

«Ecco fatto.»

«To’! il sole è scomparso! Lo dicevo io? il brutto tempo non è finito.»

Non è finito — e il monologo del parrucchiere, appena interrotto o ravviato ogni tanto dall’avventore, ricomincia con nuova foga durante il lavorìo dei pettini e delle spazzole; ci passano mille cose: il veglione d’ieri, il carnevalone ed il suo comitato, i coriandoli, le orgie, e per amore di antitesi le miserie di tanta povera gente, che soffre, che ha molto freddo e poco pane e niente companatico.... Se il signor Corrado sapesse! ne capitano di quelle! ma già anche il signor Corrado sa....

Corrado credette giunta l’ora di pigliare una determinazione eroica; afferrò una terza volta il giornale, ed alla sbadataggine dell’atto unì l’indifferenza dell’accento per dire:

«Ah! mi viene in mente! Che ne è stato di quella signorina?

— Della signorina Grazietta? della bionda, di quella bionda? si affrettò a dire il parrucchiere per parare ogni possibile equivoco.

— Appunto. Le era poi morta la madre?

— Sissignore.... il giorno successivo.... a quel giorno, cioè a quel mattino.

Come si chiama smozzicava la frase, trascinava le parole, evidentemente non pensava a quel che diceva.

— Ed è.....? ed è?....

Ci era nel giornale qualche cosa di molto attraente, che venne proprio allora sotto gli occhi di Corrado, il quale parve distrarsi. Finalmente rialzò il capo e ripetè:

«Ed è....? ed è rimasta sola quella povera ragazza?

Come si chiama non sapeva nulla.

— E chi sa come vive?

Chi lo sa? Come si chiama no certo.

— Sarebbe un peccato che la miseria portasse quel tributo al vizio.

Sicuro che sarebbe un peccato.

Insomma, il parrucchiere, oltre che non era informato di nulla, stentava a cavarsi di bocca le parole.

Finalmente, Corrado interrogò:

«Dove è andata a stare la signorina Grazietta?

— Non gliel’ho chiesto.

— L’avete vista?....

— Sì.... ma lei non l’ha più vista?

— Io no.

— È curioso!

— Che c’è di curioso?

— Ci è che ieri la signorina Grazietta è venuta in bottega a chiedere dove stava lei, e mi sono stupito che non lo sapesse già, e mi stupisco....

— Non sapete nemmeno dove stava prima che morisse la mamma?

— Nemmeno.

Dopo questa parola, Corrado cominciò a trovare che il via vai dei pettini sulla sua testa si prolungava troppo, accettò per degnazione un po’ di pomata, non volle cosmetico ai baffi; la poltroncina di velluto gli pareva divenuta uno strumento di tortura.

Il parrucchiere, dopo aver risposto a tante interrogazioni, avrebbe avuto caro di farne un paio alla sua volta. Non ci fu verso, e checchè gli costasse, dovette pur dirla la frase sacramentale:

«Il signore è servito.»

Il sole era scomparso, e anche la gioia di Corrado; ritto sulla cantonata, egli guardava di qua e di là, senza pensiero; poi fissava l’occhio nel cielo bigio, dove a poco a poco sfumavano i contorni d’una cara visione.