VIII. Qui si incontrano molti portinai ed una bionda.

Da mezz’ora almeno Corrado ascoltava ogni rumore di carrozza, quando finalmente udì, al fischio di Proto, aprirsi la cancellata del portone, i vetri tremare. Il primo suo istinto fu di muovere incontro al servitore, di tempestarlo di domande; ma seppe esser forte, non si mosse, stette ad aspettarlo sopra una poltroncina e quando il vecchio fu dinanzi all’uscio: «Sei qui?» gli disse. Non altro.

— Sissignore; rispose Antonio.

Non altro.

— Perchè non parli?

— Aspettavo che me l’ordinasse.

Nei modi e nell’accento del vecchio era qualche cosa di quella passività asciutta con cui i caporali rispondono al sergente, quando il buon senso dà torto al sergente e la disciplina darebbe torto al caporale.

— Si va prima in via del Conservatorio, N. 16. Proto rimane a cassetta — io scendo. — La signora Felicita Garulli sta qua? — Morta! risponde una voce di dietro un paravento; appare una donna. — Morta! dico io. — Morta! dice lei, da più d’un mese, d’un mal di costa. — I suoi parenti sono rimasti qui? — No, hanno sloggiato; sua sorella è andata a stare in Corso Garibaldi, N. 4 — Non ha figli? — Sì, ne ha uno. — Ad ogni risposta la portinaia diventa sempre più asciutta, l’ultima non l’accompagna nemmeno con un gesto. È proprio come dirmi «non mi seccate.» Non so come fare ad insistere.... Insisto.

— Bravo!

— Sarà inconsolabile il figlio? Che fa? — La portinaia non sa se sia inconsolabile, sa che fa il bersagliere ed è di guarnigione a Lucca. Vengo via per non perder tempo.

— Bravo.

— Si va in via Fiori Chiari, N. 8. Sta qui la signora Valeria Nobili? — No, risponde un gobbetto nano che qualcuno ha messo sopra una sedia altissima, dinanzi ad una tavola, a lavorar di cucito, no, sta fuori mura, tra porta Garibaldi e porta Tenaglia.... Capisco, ma fingo di non capire. — Dice lui: eh! lo sapete meglio di me che è in cimitero; siete il quarto che viene ad informarsi della morta per sapere dove sta di casa la viva; datevi la pena di guardare sul quadro, v’è un indirizzo: «Via dell’Orso, N. 5. — Siccome non mi muovo, il gobbetto si volta, mi guarda e mi dice: «Sareste proprio venuto per la madre voi? uhm! siete vecchio, vi si può credere — scusate, ma tutti vengono per la biondina.» Balbetto qualche parola: «Già la povera signora è morta di mal sottile — potete dire a chi vi manda che non ha più bisogno di nulla.» Volta le spalle, le volto anch’io, salgo a cassetta, sono qui.

Era impossibile non vedere che Antonio faceva il broncio. Corrado, rimasto un istante in pensiero, rialzò il capo e leggendo sotto i mustacchi dell’ex-caporale, fu costretto a chiedergli:

«Che hai?

— Se me l’ordina, lo dico: ho che non ho fatto una gran bella figura; quella biondina è una delle tante biondine con cui gli ex-caporali canuti non hanno più nulla da fare.

— Ti lagni?

— Non mi lagno, obbedisco.

Corrado non gli badava più; poco stante prese il cappello ed il pastrano e sul punto d’uscire:

«Via dell’Orso hai detto?

— Già, numero 5. Ci va?

— Ci vado.

E via. Affrettando il passo, pensava alle parole d’Antonio; non vi poteva credere. Oibò! la malignità d’un nano non poteva arrivare fino ad una creatura celeste. Ed era poi veramente lei?.... Oh! sì era lei....! Che ronzassero i mosconi intorno ad una biondina e seccassero la pazienza d’un portinaio gobbo, si capiva; ma Grazietta era onesta, era pura, la più onesta e la più pura di tutte le biondine. Nessun’altra avrebbe mai fatto quello che aveva voluto far lei; se si rassegnava a spogliarsi dell’unico ornamento del suo visino da madonna, era segno che aveva fatto proposito di far perdere il tempo ai farfalloni e di serbare il proprio profumo virginale. Ma era veramente lei? Perchè non aveva egli detto il nome ad Antonio?.... lo aveva trattenuto una vergogna.... Stupida vergogna! Non si trattava forse di fare un po’ di bene? Vergogna stupida! Ed ora?.... Oh! ma era lei la biondina! Qual’altra poteva essere? Il signor Garulli, bersagliere, no, per esempio! Sicuramente era lei!

«La signorina Grazietta Nobili sta qua?» La portinaia di via dell’Orso, N. 5 — un donnone tanto fatto, rispose con voce di toro. «Nossignore» e stette impalata a guardare con un sorriso malizioso.

— Come! non è venuta a star qui da poco più d’un mese una giovinetta?

— Bionda?

— Bionda.

— Bella?

Corrado volle provarsi a ridere, ma gli parve una vigliaccheria. Si trattenne.

— Sì, è venuta, è stata qui otto giorni e se n’è andata.... ha pagato tutto il mese, cioè non è stata lei a pagare.... ma un signore vecchiotto....

Corrado era morso dal dispetto, dall’impazienza, dal dolore.

«Poi sono venuti a prender la roba.... poca roba, poca.... la corsa d’un facchino è bastata, come può immaginare.... — Vi peserà quel cassone? domando — Oibò, è quasi vuoto.... e non è distante.... — Dov’è?.... Via Solferino, N. 9.

— E la signorina Grazietta?

— Aveva nome Grazietta? Io non lo so; la chiamavano la Biondina.... non riceveva lettere.... ah! aspetti.... sì.... no.... mi pare che la chiamassero anche Agnese, non ne sono sicura; la sua padrona di casa deve saperlo.... Vuole che vada a domandarle?

— No, grazie.

Corrado pagò la mancia e via di corsa fino alla cantonata. Colà si fermò.

Era sbigottito, come se gli fosse toccata una sciagura. Gli passavano innanzi alla mente mille mozziconi d’idee.

«Via Solferino, N. 9. Ci devo andare? Agnese! dunque non è lei. — È bionda, è bella, le è morta la madre in quel giorno; è lei! — Grazietta era una menzogna, oppure Agnese è un nome di guerra — Peccato!»

Dietro a questo accento di rammarico, veniva una visione: Grazietta in abiti succinti, coi capelli biondi e sciolti, da cui la faccia pallida e gentile si stacca come un visino di Madonna dal fondo dorato di un tritico; la luce d’una lampada, che la copre d’uno scintillio di fuoco e l’albore scialbo d’un mattino d’inverno che si affaccia dai vetri.

«Ah! gli gridava una voce; troppo hai tardato! Che poteva far essa, abbandonata, sola in un mondo in cui mille lacci insidiano i diciotto anni d’una bella fanciulla? ah! troppo hai tardato!

Poi ripigliava amaramente:

«Via Solferino, N. 9. Ci vai, la vedi, ti lasci amare, la fai tua. Tanto meglio. Il suo mazzolino di viole non è una memoria, un saluto, un augurio gentile — è un invito; tanto meglio.

Agitò la testa per allontanare un pensiero importuno, si mosse a gran passi coll’audacia della spensieratezza, giunse alla casa indicata, entrò.

— La signora Agnese?

— Al secondo piano, a dritta; la porta in faccia.

Sali le scale, suonò il campanello: e allora solo stupì della propria audacia.

Fu aperta la porta, apparve una ragazza giovane, non bella.

— La signora Agnese? domandò Corrado.

— La signora non riceve, si è alzata appena.

— Provate a dirle che vengo da parte della signorina Grazietta.

La cameriera diè un’occhiata curiosa al visitatore e sparve dicendo: «proverò, si accomodi.»

Tornò quasi subito e fece un cenno a Corrado. Costui, non ancora rinvenuto dallo stupore della propria condotta, la seguì. Il cuore gli batteva concitato.

Giunto nel mezzo d’un ricco salotto, coperto di tappeti, di gran quadri ad olio, di mobili di valore, si fermò, volse uno sguardo sbadato tutt’intorno, poi fissò gli occhi in un uscio a stipiti dorati: una bella cornice che aspettava una tela più bella.

L’uscio si aprì: una leggiadrissima donna si trattenne un breve istante nel vano. La copriva interamente una ricca veste da camera di lana azzurra; i capelli lunghi le cadevano inanellati sulle spalle; era bionda, diafana, splendida come una visione.

Mosse un passo....

Corrado, che guardava attonito, non potè trattenere un’esclamazione di stupore e di piacere....

Non era Grazietta!