XVI. Il signor conte di buon umore.

Quando Antonio venne a bussare all’uscio due colpi discreti, e ad avvertire che il desinare del signor conte era servito, da un buon quarto d’ora il signor conte andava su e giù per la camera inseguendo un’idea importuna che non gli riusciva d’afferrare.

«Vengo,» disse, e continuò a fare altri due giri, crollò il capo ed uscì.

A tavola fu di facile contentatura; la minestra era eccellente, il pollo cotto a puntino, i piselli primaticci squisiti, il valpolicella delizioso. Antonio, stando impalato dinanzi alla credenza per ricevere i piatti caldi dalla cucina e servirli al padrone, si affacciava ogni tanto allo sportello per ringraziare il cuoco con un sorriso o con una parola sommessa d’incoraggiamento. Quel desinare fu l’ideale dei desinari, incominciato e finito colla regolarità d’un orologio, senza un intoppo, senza un ritardo, senza una smorfia, e con appetito. Alle frutta Corrado divenne verboso; volle che Antonio bevesse con lui, e Antonio stette sul diniego una volta, due, poi accettò per obbedienza, non senza prima aver chiuso lo sportello perchè gli occhi curiosi del cuoco, fatto ardito dal suo trionfo caldo caldo, non fossero testimoni di una dimestichezza fatale alla disciplina. Davvero il valpolicella era delizioso, aveva sette anni a dir poco, era entrato nell’età del giudizio, e perciò doveva tanto più facilmente farlo perdere alla gente.

Strana cosa! il vecchio servitore fece questa osservazione senza chiederne il permesso, dopo aver vuotato il suo bicchiere d’un fiato, secondo stabiliva il rispetto.

— Bevi, vecchio mio, disse Corrado versandogli altro vino nel bicchiere, bevi....

— Oh!... oh!... grazie.... basta! basta!...

— Bevi, insistè il padrone, oggi non è un giorno come gli altri per me....

— Si vede....

— No, non si vede.

— Cioè non si vede veramente.... ma si capisce....

— Nemmeno....

— Nemmeno....

— Bevi, Antonio, bevi, e poi sappimi dire che cosa capisci nel mio volto.... Come credi che abbia occupato il mio tempo prima di desinare?... Non lo indovini? Lo credo io!... A piangere.

— Che!

— Proprio; tu dirai: «Alla sua età!»

— Non dico questo....

— Lo pensi, non lo negare.

Prima di rispondere, Antonio vuotò il bicchiere per farsi forza:

— Non lo nego, poichè me l’ordina; ma se non me l’ordinasse, lo negherei, sissignore lo negherei.... Alla sua età io era un ragazzo.... e non piangevo. Alla sua età.... Vediamo, che età è la sua?... Lei è nato....

— Lascia stare; non importa; hai ragione tu, sono un ragazzo, ed ho pianto perchè ero troppo felice.... Sicuro.... le grandi gioie hanno bisogno di lagrime; quando ho letto questa idea la prima volta, l’ho creduta una corbelleria.... ora mi pare un articolo di fede.

— Scusi, ma è un articolo bugiardo, si affrettò a dire Antonio; mi lasci dire, è un articolo bugiardo; io mi ricordo quando mi furono appiccicati, dinanzi alla compagnia, i galloni di caporale.... nel campo.... in faccia ad una batteria.... era una gran gioia, le pare?... Ma non ho pianto.... e che figura avrei fatto a piangere?

Corrado rise forte, si alzò da tavola e battè sull’omero del vecchio....

«Hai ragione,» gli disse.

«Ha torto, disse quando fu solo; non ho io morsicato il guanciale, non ho bagnato una pezzuola di lagrime, e non sono forse straordinariamente felice? Dunque ha torto. Sì, le grandi gioie hanno bisogno di lagrime. Vi è qualche cosa che fa nodo qui, qualche cosa che si scioglie qua, così nei dolori come nel piacere, quando soverchiano la fibra; la natura si comporta allo stesso modo.... deve essere così.... è così certo.

Corrado parlava forte, come ad un invisibile interlocutore, ed alle parole aggiungeva il gesto.

Finalmente si fermò dinanzi allo specchio, e levando in alto l’indice:

«Corrado! Corrado!» disse; poi rise, poi si fè serio, ed aggiunse con una singolare gravità d’accento: «Il valpolicella proprio quando si deve supporre che abbia fatto giudizio, lo fa perdere agli altri.»

Si tolse di botto la veste da camera, indossò altri abiti, e fuggì di casa come uno scolaro.

«Glie l’ho fatta, disse scendendo le scale; ora Antonio va nella mia camera per portarmi il caffè, non mi trova, domanda a quel melenso di Proto se mi ha visto.... non mi ha visto.... gliel’ho fatta.»

«Ah!» esclamò forte, giunto sulla via, e siccome qualcuno si voltava, proseguì abbassando la voce:

«La tua buona azione ce l’hai, nessuno te la toglie, ora puoi ridere delle tue ubbie; peccato che non nevichi per beffarti anche della nevicata! Hai avuto il capriccio di un’opera santa, non ti manca più nulla; spero bene, Corrado mio, che in avvenire farai senno e non seccherai gli amici e non sbadiglierai baciando un calice colmo di sciampagna od una guancia tinta.... Bella sera! a quest’ora Grazietta guarda le stelle dalla finestra o fa la lezione al suo canarino. Lasciamo Grazietta; che fa a quest’ora la vezzosa Agnese?... perchè è proprio vezzosa Agnese; ha due labbra, che sembrano di corallo, e due guancie fresche e morbide come velluto.... non se le tinge.... me ne sarei accorto baciandola.... e non si sarebbe fatta rossa.... Perchè si è fatta rossa?... basta, è proprio bella Agnese.... Lasciamo stare Agnese.... Al Circolo ci saranno tutti: Filiberto, Domenico, Felice; è un pezzetto che non mi vedono; mi assedieranno di che, di come.... mi par di sentirli.... ed io muto come una sfinge, beffardo come una maschera. Aniceto è capace di dirmi che a lui l’essere stato otto giorni senza lasciarmi vedere sembra la cosa più naturale del mondo, perchè, avendo perduto il cor, devo essere diventato rado.... Ne è capace; ha avuto una settimana per pensarci....

Due passanti, vedendo un uomo elegante che borbottava fra sè e sè, lo guardarono fisso; Corrado ammutolì affrettando il passo; un momento dopo ripigliò:

«Sì, sono contento, sono felice; ho fatto una cosa che nessuno dei miei amici ha saputo fare, una cosa che a me stesso non era mai riuscita prima d’ora.... È bello poter dire: «siamo scioperati alla superficie, sotto siamo filantropi;» è bello pensare che mentre beviamo lo sciampagna, qualcuno ci benedice.... sì, è bello. Non bisogna però dirlo a Filiberto ed a Felicino; essi sono nell’età in cui dinanzi al bicchiere colmo un po’ di cinismo fa buona figura, portano seco l’avvenire, lo scialacquano.... ma è una miniera. Noi siamo i viaggiatori svaligiati, e ci tocca far le spese del buon umore se non vogliamo farci scorgere.... Oggi sono in vena, li farò ridere.... li ho seccati tanto l’altra volta!...

Giunse al Circolo, si guardò in uno specchio dell’anticamera, ed attraversò le note sale; l’ultima, dove la comitiva soleva raccogliersi, era ancora deserta. Aveva preparato le parole, il contegno, e non si aspettava questo contrasto; aspettò; pareva fatto apposta, nessuno veniva. Corrado contò coll’occhio gli scacchi del tappeto dalla sua poltroncina fino alla parete: tredici.... tenne gli occhi fissi nella parete, il pensiero nel numero. Un orologio, che prima era stato zitto, ora incominciava a battere i secondi, ed il suo accento monotono pareva nel silenzio acquistar forza sempre nuova; da lontano giungeva ogni tanto il rumore delle palle del bigliardo. Suonarono le 8; Corrado rialzò il capo, tese l’orecchio.... nessuno. Passò un’altra mezz’ora, poi si udì nella vicina sala un rumore di voci. Il conte fu in piedi d’un balzo.

«Finalmente!» disse. Ma Aniceto e Filiberto si erano arrestati dinanzi all’uscio e sembravano discutere.... E Corrado, mutando improvvisamente proposito, si guardò intorno, aprì un usciolino in fondo alla camera e scese le scale. Sulla via respirò libero.

«Meglio così, disse, non ero in vena di ciancie. Non so che m’abbia oggi, qualche cosa mi manca, ci è un vuoto qua dentro.... E poi bisogna pur rispondere a chi domanda: «che hai fatto in questi giorni? — Mi sono fatto una nuova innamorata!» così bisogna rispondere.... E dove la piglio io l’innamorata?...

Corrado dirigeva i passi verso la via Solferino: giunto al numero 9, quasi quasi infilava il portone sbadatamente. Si fermò in tempo, e facendosi addosso al muro dirimpetto, guardò alle finestre illuminate del secondo piano.

«Rapirla a quel vecchio avaro non deve essere difficile; io non sono vecchio..., nè avaro!»

Se ne andò a passo lento; alla svolta della via, fermandosi, diede un ultimo sguardo alle finestre e disse come in risposta ad una domanda segreta:

«Agnese è più seducente, più leggiadra, più bella.... sì, più bella!»