XXXIII. In cui si apprende che cosa avesse Agnese.
Non aveva aperto bocca; solamente lo guardava con quella espressione indefinibile di tenerezza paurosa, di desiderio e d’affanno, che si era già tante volte proposta a Corrado come un enigma.
Ella non si mosse; egli le venne presso, quasi riluttante, le sedette vicino, e dopo aver cercato qualche cosa da dire, chinò il capo sul petto mormorando: «Grazietta! Grazietta!».
Ma il suo pensiero era lontano dalla povera morta. Dov’era? Non lo sapeva egli medesimo. Aveva paura — di che?
A un tratto due braccia gli avvinghiarono il collo, e una bocca ardente cercò la sua bocca per imprimervi un lungo bacio. A quella stretta, al fuoco di quelle labbra, Corrado tremò tutto.
— Che hai? balbettò, cercando di sprigionarsi dolcemente.
— Nulla, lasciami stare, voglio sentire come ti batte il cuore, sta zitto.
E abbassando il capo per appoggiarlo al petto del conte, scivolò ginocchioni a terra. Corrado provò a rialzarla.
— Lasciami, lasciami, ripetè Agnese.
Stette così a lungo senza mostrare il volto; nel profondo silenzio, si udivano le sue lagrime cadere ad una ad una sul mosaico del pavimento. Alla fine rizzò il capo: «Ho pianto, disse, mi ha fatto bene.»
— Povera Grazietta! mormorò Corrado, non sapendo che dire — e aveva l’occhio sbarrato, il cuore stretto da uno strano sgomento.
— È morta! disse Agnese rialzandosi bruscamente; lo sai? è morta, proprio morta e sepolta, non soffre più. Io vivo e t’amo.
Quest’ultima parola scoccò come una minaccia, e Corrado l’udì come un’ingiuria; si fece pallido.
— Sì, t’amo, rispose Agnese con voce aspra; non te ne sei accorto? A me stessa pareva impossibile, e pure è così; sono ben sveglia, e proprio io ti parlo, e non è delirio il mio — t’amo! Questo amore ha poco più di due mesi, non ne ha ancora tre, ma si è fatto già grande, e lo sento crescere ogni giorno. Chi m’avrebbe detto quando facevo la vanerella per ridere, quando ti tormentavo per compiacermi della tua debolezza, e quando mi davo a te con indifferenza, chi mi avrebbe detto che dietro a tanti giorni di beffa, di trastullo, di dispetto, uno dovesse venirne per incominciare ad amarti tanto? Potevo mai credere quando t’incoraggiavo a sposar Grazietta, che dopo essermi sentita spezzare il cuore alla sua agonia, dopo aver seppellito con lei una parte di me stessa, dovessi rallegrarmene quasi? Sì, perchè vedi.... se ora Grazietta tornasse in vita, io, che avrei accettato la morte in vece sua, sento che ne sarei gelosa, che non potrei darle un affetto puro.... È odioso, mi faccio orrore io medesima; ma che ne posso io se t’amo tanto?
— Che significa questo? interruppe Corrado; e provò a rialzarsi, ma quelle braccia d’alabastro, che gli facevano un laccio intorno al collo, avevano ora nervi d’acciaio.
— Oh! non mi parlare così, disse la bella, pigliando l’accento soave dell’adorazione, non essere duro con me. Corrado mio! Se sapessi! ho tanto sofferto, soffro ancora tanto! E tu pure soffri! un gran dolore è lì, in faccia a noi, per ripigliarci appena usciti dall’ebbrezza del nostro amore.... Ma io posso darti una gran gioia, una gioia immensa; via, guardami in faccia.... così; non leggi nulla? Ascolta come batte a me il cuore.... non senti nulla? Sei cieco e sordo, povero amor mio! indovina dunque, indovina!....
Corrado riuscì a rizzarsi in piedi, e scostando la seggiola con una mano, disse freddo:
«Il momento è scelto male per una commedia; che significa questo?
— Significa — balbettò Agnese con un filo di voce, guardandolo paurosamente negli occhi — significa che io sono la madre di tuo figlio.
Al suono di quelle parole Corrado stette inebetito, poi, come se tardi gli si rivelasse il significato, diè un grido di belva ferita:
— Pazza! pazza! pazza!
Volle dir altro, non seppe; riuscì a vincersi, sorrise del proprio terrore medesimo, ed accostandosi ad Agnese, la quale continuava a guardarlo con occhi spalancati:
«Pazza! ripetè, ma con voce raddolcita, quasi carezzevole; — è uno scherzo, non è vero? Hai tanto sofferto in questi giorni, povera Agnese!
Costei, ingannata da quell’accento, spianò la fronte e sorrise melanconicamente.
«Corrado mio!» disse.
Non altro. Egli le prese la mano, aspettava che parlasse; impazientito, l’abbandonò; ma l’altra gli afferrò i polsi e li tenne stretti.
«Lascia che ti guardi bene — voglio che ti somigli, che sia il tuo ritratto.... Ma perchè non mi dici nulla? Come mai non mi guardi? Perchè non mi chiedi di lui? Vuoi che ti narri tutto quanto mi ha fatto soffrire, che ti dica i suoi capricci, le sue impazienze? Qualche volta non mi dice nulla, e allora mi pare di averlo perduto.... come te; poi si adira e lo ritrovo, e mi fa soffrire nelle sue collere amorose.... come te....
Un riso sguaiato, un riso atroce svegliò la povera madre dal suo sogno.
— Vediamo, disse Corrado; tu sei madre, è cosa intesa.... e che devo io fare?
— Sono venuta a chiederti il diritto di vivere onesta fino....
— Fino a quel giorno, e poi, e sempre — è cosa intesa; pagherò — ora lasciami.
— Mi mandi via, gridò Agnese, mandi via la madre della tua creatura!
— Taci sciagurata! disse il conte avvicinandosi, qualcuno ti potrebbe udire.
— Che importa? Non lo nascondo, mi odano pure tutti!
Una fitta dolorosa le mozzò la frase con un gemito; Corrado le stringeva i polsi.
Scioltasi da quel laccio, la poveretta, come istupidita, guardò le lividure delle braccia senza piangere.
— Pazza! disse Corrado con voce sorda.
— Sì, pazza, rispose la povera donna, pazza perchè ti disprezzo e non so cessare d’amarti.
Succedette un silenzio straziante.
Agnese aveva nascosto la faccia fra le mani per non vedere l’amaro riso del conte.
Finalmente costui le si fece presso, le toccò un braccio; la povera donna fu in piedi di scatto.
— Sono stato duro.... le disse Corrado; sì, hai ragione, sono stato crudele; che vuoi farci? non ho più cuore; me l’hanno lacerato e rapito e sepolto. Quando ti accusavo di fare una parte di commedia, ero ingiusto; perdonami. Sei invece un’illusa, una povera illusa, null’altro.... perchè, via.... pensaci, tu madre di mio figlio! non è vero che è impossibile? Il destino non può volere una cosa simile!....
— Il destino l’ha voluta, rispose Agnese melanconicamente; ma tu hai ragione, non ci pensavo.... è per te orribile questo che a me è tanto caro!.... Bisognerà rimediare.... me n’andrò lontano, e ti darò tuo figlio, per morire poi se vorrai; vivrò in qualche solitudine ignota agli uomini, se mi dirai di vivere.... il mondo è grande, cercheremo un nascondiglio in cui io possa celare il mio amore di madre.... purchè egli sia felice con te.
Corrado ascoltava come chi creda di udire gli accenti del delirio, crollando il capo ad ogni frase, ma senza dispetto.
— E chi ti assicura?..... disse, ma si trattenne.
— Chi me l’assicura?.... E puoi credere che una madre s’inganni? Ho tanto sofferto, soffro tanto, ed è lui che mi fa soffrire!
— Chi ti assicura, riprese Corrado con riluttanza, chi ti assicura che sia mio figlio?
Ad una ad una, lente, inesorabili, caddero le parole spietate sopra la povera donna, la quale barcollò e venne meno sopra una seggiola. Un istante il conte, cedendo ad un improvviso orrore di sè medesimo, volle buttarsele alle ginocchia, ma corresse subito quell’impeto generoso, rimase immobile a contemplarla.
Provò la tapina a rizzarsi in piedi, e ricadde sulla seggiola; provò ancora, radunando tutte le sue forze, e quando si sentì salda:
«Una volta non ero così debole, disse; è per causa di lui.... Addio Corrado....
Costui non fece un passo per trattenerla, e la disgraziata attraversò la sala barcollando; sulla soglia si fermò, si volse, tenne a lungo gli occhi stanchi sopra il suo amante, che chinava la testa come un colpevole.
«Mi fai pietà! disse con voce sorda — e sparve.
Il conte ascoltò i passi che si allontanavano, e quando più nulla si udì, venne alla finestra per vederla ancora.
La vide — vestita a bruno, pallida, patita e bionda.... come Grazietta!