XXXV. Seconda lettera di Agnese al signor conte.

«Ti ho aspettato — ora ho risoluto e parto: andrò lontano....

(Il signor conte lasciò cadere la lettera, e disse con beffardo accento: «Non si muoverà da Milano.» Fece alcuni passi per la camera, ed arrestandosi dinanzi alla lettera e guardatala un istante, la raccolse e lesse:)

«Ti ho aspettato — ora ho risoluto e parto: andrò lontano. Dove? il luogo non importa — camminerò fino a stancare ogni compagno del mio passato, fino a giungere sola in qualche luogo remoto, in cui la cortigiana possa essere madre senza arrossire.

«Ho pensato molto al tuo destino, al mio, a quello di tuo figlio. Hai ragione: non ho diritto ad essere creduta. E poi, anche volendo, non potresti mai ingannare te medesimo interamente; un velenoso dubbio ti morderebbe il cuore ad ogni istante. Meglio dunque il tuo egoismo della tua pietà.

«Ti lascio senza rancore, perchè ti ho letto nel pensiero, perchè ti guardo nell’anima buona — e poi il cielo mi ha dato un gran conforto, la certezza di poter ridonare un giorno il padre alla mia creatura. Vivi dunque felice ed aspetta; non è lontana l’ora in cui il tuo cuore si aprirà all’immensa gioia che rende indulgente il mio. Tu non hai perduto tuo figlio — sono io, sua madre, che te lo prometto innanzi al cielo — aspettalo.

«Ho nominato due volte il cielo; non ridere di me, povero Corrado; Grazietta ci ha lasciati e penso che verrà un giorno in cui lascieremo nostro figlio — ecco perchè cerco un mondo che non assomigli a questo, dove la bellezza non sia tanto vicina alla vergogna, e la virtù tanto cara alla morte. Di me non ti curare; sono rassegnata nel dolore, tranquilla nell’abbandono; porto meco tutto il mio avvenire, la miglior parte di me, quella che rimarrà in terra quando io avrò raggiunto Grazietta.

«Ho venduto le mie vesti ed i miei gioielli; potrò vivere onesta alcuni mesi — basta.

«Ieri ho fatto un furto nel tuo salotto — ti ho preso un ritratto, che ti fa più brutto, ma che mi guarda coi tuoi occhi buoni di una volta.

«Se tornerai sulla tomba di Grazietta, dille che la sua disgraziata sorella.... No, non le dir nulla — essa non è più là sotto; ve l’avevo lasciata un istante; ora sa tutto e mi vien dietro, mi consola, mi fa guardare in alto. Vivi felice: è tuo figlio che te ne scongiura.

«Agnese.»