III.
Tutto il rimanente di quel giorno Giusto non fece altro se non pensare alla sua fidanzata, ed ebbe solo un po' di requie quando con poche pennellate di biacca, di cinabro e di cromo si fu messo dinanzi la faccia gentilina e i capelli d'oro che gli trottavano nella fantasia. Ogni giorno avrebbe aggiunto qualche cosuccia alla tela, pur che ogni giorno trovasse modo di vedere Cristina, in casa, o alla finestra, o alla passeggiata. Uscirono da quel cervellaccio di grande artista tutte le melanconie della tassa di ricchezza mobile, dimenticò perfino l'esistenza d'un agente delle imposte e gli parve di vivere in una Italia nuova, fatta allora allora per lui e per Cristina, in un'Italia dove si fosse perduta la mala semente dell'esattore e non si conoscesse nemmeno la necessità di rifare il Cenacolo quattro volte l'anno per campare la vita.
Camminando per le vie, a testa alta, con gli occhi fissi in Cristina sua, respirando Cristina sua nell'aria di quel mattino di maggio, il faro della pittura lombarda si dimenticò perfino di essere un faro, di aver trentasei anni sonati bene bene, per ridiventare un fanciullone.
Pensava: «Di che mai espedienti si serve il cielo misericordioso (perchè ora tornava a credere nel cielo e nella sua misericordia) per avvicinare due cuori che si vogliono amare! Chi potrebbe far credere all'agente delle imposte che egli, minacciando una tassa che forse non riscoterà mai, mi abbia riunito a Cristina mia per tutta la vita?
«Per tutta la vita? Sì, per tutta. Ormai Cristina è legata a me; nessun tribunale, con nissun atto di usciere potrebbe mai impedire a due cuori di amarsi tanto. Il cugino Ippolito, dopo avermi detto no alla prima, mi dirà sì alla seconda; e a me, fra quindici giorni, non mancherà il coraggio di andarlo a trovare in tribunale, e magari al suo letto se avrà fatto un'altra indigestione.»
Fortunatamente, della seconda causa che lo aveva spinto in casa dell'ufficiale giudiziario, egli non aveva fiatato, perchè sapere bisognoso d'una somma relativamente tenue, il faro della pittura lombarda, non gli aggiunge luce nè decoro; Giusto accomoderebbe forse il proprio negozio con l'altro parente macellaio, e non riuscendo nemmanco con lui piglierebbe la risoluzione di trasportare in Svizzera il Cenacolo incominciato e gli altri bozzetti, accomiatandosi con una bella lettera dall'agente delle imposte.
—Dunque si va a far visita al macellaio?
Giusto si propose il quesito parecchie volte in quella giornata memoranda, e lo lasciò sempre in sospeso per causa di Cristina bella, che lo chiamava a lei in silenzio.
All'ultimo rispose melanconicamente di sì, e si avviò al macello con l'aria d'una buona bestia segnata e rassegnata.
La casa dello zio Bortolo era fuori di porta; d'un piano solo ma bellina assai, tutta tinta di sangue sieroso, ma con le persiane di un rosso vivo, che pareva sangue arterioso; vi abitava la famiglia del macellaio soltanto e perciò, non vi essendo portinaio, per farsi aprire, bisognava toccare il bottone del campanello.
Giusto, dando un'occhiata alla finestra sanguigna, si sentì venire un po' di baldanza accettando questo presentimento bugiardo:
«Mi pare che dove meno me l'aspettava, troverò il fatto mio; qui dentro stanno di sicuro molte migliaia di lire inoperose; sta a vedere che una se ne viene alla chetichella nel mio portamonete.»
Mentre egli toccava coraggiosamente il bottone del campanello, un'altra voce, vera e sacrosanta, mormorava a canto a lui, strascicando le parole, tanto era dimessa: «vedrai che Bortolo farà come gli altri, non ti darà un soldo.»
La porta di strada si aprì, e subito una voce gridò dall'alto:
—Chi è?
—Sono io, rispose il gran maestro, infilando le scale.
Al secondo pianerottolo una vecchia lo squadrò da capo a piedi, ripetendogli:
—Chi è?
—Sono io; il nipote di zio Bortolo; mio zio è in casa? come sta? riceve a quest'ora?
Il macellaio stava benone e non gli sarebbe sembrato vero di poter ricevere nel salotto, in fondo a un corridoio, dove la vecchia accompagnò il visitatore, ancor che fosse nipote del padrone, a contemplare un uscio chiuso. La chiave era nella toppa, ma non girava bene, e dopo inutili sforzi della fantesca si provò Giusto con miglior resultato.
La fantesca spalancò la finestra sanguinosa e alla luce Giusto ammirò il buon gusto di suo zio.
Quella sala era tutta lucente, e i mobili di noce di stile modernissimo, anzi senza stile, acquistati in Santa Marta, erano massicci; avendo una passione per il marmo che gli ricordava le belle memorie del macello, lo zio Bortolo, oltre averne messo in abbondanza sopra due mensole che si facevano riscontro guardandosi con l'occhio enorme di due specchi, aveva aggiunto in una parete un canterano; negli angoli della stanza due tavolini da notte tondi, pronti a ricevere vasi di qualunque genere o puttini di terra cotta… erano già forniti di marmo. Di quadri nemmeno l'ombra, e pareva a Giusto che nelle pareti starebbero benone almeno due paesaggi; già gli sembrava di averli fatti; uno di natura viva, riprodurrebbe i buoi condotti al macello; l'altro di natura morta, molta carne macellata. Il grande artista farebbe la tela in due settimane se Bortolo gli pagasse le mille miserabili lire.
Dopo molto aspettare, la mole enorme di Bortolo, piegandosi un tantino, passò la porta spalancata.
Anche egli, come il prete, domandò quale vento gli avesse portato a casa suo cugino.
Il faro della pittura lombarda si spiegò subito; non era stato un vento, ma bensì l'agente delle imposte, perchè egli, lui, per lui, per ciò… intendeva bene il macellaio?
Il macellaio intendeva benone; ma dalla sua mole uscirono subito certi lamenti tenui, frammezzati di piccioli gridi da far pietà a una belva. Oh! Dio, aver pensato a lui in una congiuntura simile, mentre chiunque, fuori che lui, avrebbe potuto far meglio. Ma, celeste misericordia! Bortolo, poveraccio, non macellava più, non sapeva più come fossero fatti i marenghini con cui una volta pagava i buoi; non era oggi il regno della carta straccia? e dunque? se Giusto gli volesse credere… Bortolo non aveva visto da un poco una moneta d'oro.
Il faro della pittura lombarda a questo punto era già un faro spento, ma volle mandare un ultimo guizzo dicendo allegramente a suo cugino che egli si sarebbe contentato di mille lire in carta, anche stracciata o rappezzata, pur che vi si leggesse chiaramente l'uso che doveva fare.
—Ma io, volle conchiudere Bortolo, cominciando a entrare in collera.
—Ma tu, interruppe Giusto, tu non me li puoi dare, non è così?
Era proprio così.
—Allora ti saluto.
—Te ne vai? Mi dispiace tanto, ma io non posso far nulla; non è una settimana che ho dovuto pagare un debito di quattrocento lire che mio figlio, quello scapestrato di mio figlio Gerolamo, mi ha fatto a Pavia. Io non avrei pagato, te lo giuro, perchè un mese prima l'altro mio figlio, Giuseppe, quello che mi minaccia da dieci anni di non pigliar la laurea di ingegnere, mi aveva salassato di cinquecento lire; ma Gerolamo, che studia la legge da sette anni, mi assicurò che bisognava pagare, perchè egli aveva imitato la mia firma in una cambiale protestata. Vedi dunque se un cristiano battezzato può aiutare un cugino quando ha la disgrazia di due figliuoli come i miei. Ti dico io, è impossibile, e quando te lo dico puoi credere…. Ma se ti fermi un momentino posso farti assaggiare un dito di barolo vecchio come il peccato mortale.
—Davvero?
—Sì, proprio.
L'idea di bere il vino del parente che gli negava mille lire in prestito, sorrise in un cantuccio del cervello a Giusto; bevve allegramente, riconobbe che il barolo vecchio come il peccato mortale era saporito come il peccato veniale, e se ne andò con molta disinvoltura, ringraziando lo stesso.
Non sembrando vero al macellaio d'essersi sbarazzato con così poco, volle almeno dare un buon consiglio al suo giovine parente.
—Va a trovare tuo cugino, l'usciere, gli gridò dal pianerottolo, egli forse accomoderà il fatto tuo.
—Grazie, rispose il faro della pittura lombarda, dall'ultima scala.
Uscendo al sole era spento più d'un fanale.
Cristina gli rientrò subito nel cervello, cacciando ogni altra melanconia.
E allora chi pagherà l'agente delle imposte? Se è destino che qualcuno paghi, qualcuno pagherà; ma mi pare che non sia destino, signor agente.
Gli trottavano per il capo due forme di lettere all'agente delle imposte. In una era il commiato semplice e garbato, in un'altra più tentatrice la garbatezza era ironia, la semplicità si perdeva assolutamente di vista.
Prima di tornare a casa non aveva ancora fatto la scelta, e quando si fu messo davanti al cavalletto a carezzare col pennello la sua Cristina, l'agente delle imposte potè credersi dimenticato.
E veramente Giusto se ne dimenticò tutto un mese per amor di Cristina, fin che l'agente delle imposte gli rinfrescò la memoria per mezzo dell'esattore. Il termine dei reclami essendo scaduto, l'agente se n'era lavato le mani, incaricando il suo sozio di riscuotere lire 811 entro otto giorni dal giorno tale, minacciando la multa per ogni giorno di ritardo, e se fosse proprio necessario, il pignoramento dei mobili.
Allora a un altro fuor che a Giusto non rimaneva se non pagare; invece il faro della pittura lombarda aveva ancora lo scampo di imballare alla chetichella i pochi mobili, oppure vendere tutto il vendibile, e piantare in asso esattore ed agente con due palmi di naso.
Ma sì, ora l'idea di andarsene non gli sorrideva più come la prima volta, perchè Cristina gli era entrata troppo nel cuore, e la tela incominciata, ancor che l'avesse portata seco, non lo poteva compensare di tutto quanto perdeva. E avrebbe perduto tutta quanta la felicità, che non era poi gran cosa; giacchè non avendo potuto trovare verun pretesto giusto di tornare in casa dell'usciere, egli non aveva potuto avvicinare la sua innamorata. Pure l'aveva vista di buon'ora alla finestra di strada, rischiando il torcicollo ogni mattina per guardare al quarto piano; più tardi, all'ora del desinare, e più tardi ancora, prima di notte, si era fatto una festa di andare nella strada del suo paradiso, a indovinare da lontano il visino dell'angelo suo, quando non gli capitava la disgrazia di trovare la finestra chiusa; ma allora era segno che l'angelo era uscito con la fantesca, e aspettando di piè fermo sulla cantonata, mettendo gli occhi inquieti un po' per tutto, era quasi sicuro di incontrarla sulla via e di dirle alla muta tutto l'amor suo sconfinato.
Quando fosse andato a Lugano o altrove, chi gli renderebbe questa felicità perduta?
Giusto vide bene che non gliela renderebbe nessuno, nemmeno l'eterno padre a cui non credeva molto, ma che pure invocava qualche volta per abitudine.—Dio grande, gli diceva a voce alta, se è vero che tu puoi tutto, fa una bella cosa per me: dammi l'angelo mio, io me lo sposo, e ce ne andremo insieme a Lugano; l'esattore non esigerà da me nemmeno un centesimo, noi saremo felici e diremo il Padre Nostro sera e mattina.—
Ma l'invocazione peccava da un lato. Se egli potesse sposarsi subito a
Cristina, l'usciere, divenuto suocero, lo pregherebbe di fermarsi in
Milano, salvando in qualche modo i suoi cenacoli dalle unghie ladre
dell'agente delle imposte.
E come sposare Cristina prima che avesse l'età maggiore?
Cominciò allora a germinare nel cervello del grande artista un'idea audace; trovarsi con Cristina una domenica all'uscita dalla chiesa chiesa di Sant'Alessandro, spingersi innanzi la fantesca in qualunque modo, con una mancia, con un'astuzia, con un calcio, se fosse proprio indispensabile; e invitar Cristina a venirsene con lui… in cima a un monte inaccessibile per altri, in Australia, al Polo, nel deserto di Sahara, e intanto a Lugano.
Per campare fin che il cugino suocero fosse placato, il faro della pittura lombarda venderebbe un cenacolo per due tozzi di pane, farebbe la concorrenza alla fotografia, riproducendo in effigie tutta la popolazione maschia di Lugano, e se Cristina non vi trovasse nulla a ridire, anche il bel sesso. Un giorno poi l'usciere, mansuefatto, darebbe il consenso alle nozze, e la felicità, entrando finalmente nella casa del grande artista, vi splenderebbe davvero come un faro.
Ma questa idea era appena un germe, quando accadde una cosa straordinaria: il cugino Ippolito in persona venne a fargli visita.
Entrando nello studio del grande artista, l'usciere aveva una solennità straordinaria; senza nemmeno annunziarsi, fece fermare un suo compagno della bassa curia e si avanzò incontro al cugino.
—Oh! Dio! tu qui! esclamò Giusto; e subito gli vennero in mente tutte le cose impossibili: che Cristina, non ne potendo più, avesse svelato la propria passione al babbo; che il genitore, non resistendo alla disperazione di sua figlia, del suo sangue, fosse venuto a chieder scusa del rifiuto, a pregare il grande artista di non lasciargli morir d'affanno la figliuola.
—Sì, sono io, rispose gravemente l'uffiziale giudiziario; e non mi spiace d'essere io, perchè un altro non potrebbe far meglio di me; devo pignorare i tuoi quadri, i tuoi mobili, lasciandoti i pennelli e la tavolozza, gli strumenti professionali; sono stato a casa tua, ma il portinaio mi ha detto che eri uscito e mi ha anche confessato che tu appigioni due stanze mobiliate; se appena appena pignoravo un tavolino il padrone faceva opposizione e il governo ci rimetteva le spese. Ma come è stato? Sicuramente una distrazione; benedetti artisti! voi altri non vi ricordate mai di nulla, e il povero esattore ha da vivere anche lui e dar da mangiare al governo… Sicuramente… è l'esattore che mi manda. Hai lasciato trascorrere tutti i termini di legge, non hai pagato mai… e ha mandato me del terzo mandamento perchè la fatalità ha voluto che i due uscieri del secondo siano ammalati entrambi: noi del terzo ne facciamo le veci per turno.
—Ah! sei qui per il pignoramento? balbettò il gran maestro; credo che non troverai gran cosa…
—Ma dunque devo fare davvero? Per ottocento miserabili lire tutte queste tele andranno all'asta, tutti questi bei mobili…
Così dicendo si guardava intorno, e non potendo rimangiarsi le parole, ammutolì, perchè le tele erano poche e nessuna finita, e tutti quei mobili erano seggioloni tarlati o divani antichi da far magnifico effetto dipinti, ma nessuna buona figura a una subasta pubblica.
—È dunque un puntiglio? aggiunse a bassa voce.
—No; confermò Giusto senza arroganza, ma con accento deliberato, il puntiglio è dell'agente delle imposte, il quale si è messo in testa di essere pagato; ma che colpa ho io se non ho avuto mai ottocento lire tutte in una volta? Dillo tu. Anzi…. si fermò un momentino all'idea di buttare dalla finestra tutta la sua felicità con due parole, ma tanto era avvilito, che gli scapparono…. anzi, quando veniva a chiederti la mano di tua figlia che avrei fatto felice, te lo giuro, perchè l'avrei adorata come una santa, ero tentato di chiederti un prestito di ottocento lire e le avrei rese presto. Tu mi hai detto no alla prima domanda, e allora mi è mancato il cuore di fare la seconda. E poi, perduta Cristina, non m'importava più di nulla; mi aspettavo questo giorno; ora pignorami; sono curioso di vedere come fai, e, se permetti, rimango.
—Anzi è quasi il tuo dovere, e se vuoi ti nomino custode degli oggetti pignorati; aggiunse Ippolito con accento dimesso mandando in giro un'occhiata melanconica; ma se si potesse risparmiare quest'atto crudele… crudele specialmente per me che ti son parente…. vediamo, non potresti tu fare uno sforzo per contentare l'esattore?
Giusto fece deliberatamente di no col capo.
—No? Pensaci… se rimettessimo le cose a domani, forse si potrebbe tentare qualche rimedio….
Giusto ripetè il rifiuto con un cenno del capo.
—Capisco che tu mi vorresti venire in aiuto, ma io ho mutato idea; me ne andrò all'estero a dipingere i miei quadri; l'esattore si pigli pure tutto… fa il piacere di pignorarmi subito… Però ti ringrazio.
L'usciere, rimasto perplesso tra l'accettare il ringraziamento e dire il vero, rispose:
—Non mi ringraziare, perchè io non avevo intenzione di darti nemmeno un centesimo; ma sono tuo parente e mi pare che qualche cosa potrei fare per te, se non mi costasse nulla.
Continuava a guardare intorno e finalmente concluse.
—Per esempio, potrei fare un verbale, dichiarando di non aver trovato nel tuo studio tanta roba da pagarmi l'accesso giudiziario e la carta bollata…
Proseguì a bassa voce:
—Fammi il piacere di nascondere quella pipa di schiuma e quell'orologio d'oro…
Giusto nascose i due oggetti in tasca, per contentarlo, ma in buona coscienza credette in obbligo di dire sottovoce:
—L'orologio non è d'oro.
Allora l'usciere fece venire innanzi il suo sozio, e fra tutti e due, in fondo a una carta bollata, uno scrisse e l'altro attestò con la sua firma che nello studio di Giusto pittore non si era trovato nulla di buono da meritare il pignoramento.
Dopo di che, il sozio se ne tornò in pretura, e l'usciere volle tenergli dietro; ma il gran maestro lo trattenne per dirgli una parolina.
—Cristina… volle dire.
Ma l'usciere, rialzandosi quattro buoni pollici, assicurò bruscamente che era inutile parlare di sua figlia in quel momento.
—Ne convengo, disse umilmente l'innamorato, ma domani, doman l'altro; dimmi tu il giorno.
—Giammai, disse, e parve che la parola inesorabile fosse scritta in carta bollata.