X.
La notaia aveva un mucchio di ragioni, e se Giusto avesse scommesso qualche cosa, certo qualche cosa avrebbe perduto.
In fatti la domenica successiva, mentre il grande artista lavorava alla tela di prete Barnaba, la Madonna dei sette dolori abbozzata appena fece un miracolo. Entrò dunque il cugino Ippolito chiedendo permesso al manichino vestito di bianco, e senza aspettar risposta e senza perdere tempo in ismanie inutili, disse al pittore che egli non voleva saper altro, dopo tutto quello che i maligni gli erano venuti a dire.
«Chiedimi la mano di Cristina, e io te la do subito.»
Giusto balzò da sedere, e non abbracciò il parente misericordioso perchè aveva la tavolozza in una mano, nell'altra il pennello.
Ma anche perchè durava ancora nel suo cervello leale il vecchio scrupolo. Sì, non ostante Nina e Cristina, non ostante tutto, quell'artista ingenuo odiava l'inganno almeno almeno quanto amava la celia. E per spiegare e scusare il consiglio delle due fanciulle che egli metteva sopra tutte le donne dell'altro sesso, aveva già detto a sè stesso che in fatto d'amore le donne hanno un criterio speciale, e una lealtà sospetta.
Invece di ringraziare Ippolito con le parole che prime gli si offrirono, depose tavolozza e pennello sul trespolo, e fece ridere suo cugino.
Egli stando in piedi interrogò con calma.
—Dunque i maligni ti hanno detto….. che cosa ti hanno detto i maligni?…
—Mi hanno detto nient'altro che tu sei un… scusami se ripeto le loro parole…. che tu sei un morto di fame.
—Questo non è vero, disse Giusto malinconicamente, ho fatto colazione un'ora fa, e alle sei in punto andrò a desinare, se Dio mi dà vita.
—Mi hanno anche detto… via, ci possiamo parlar chiaro, non è così? hanno detto che il testamento tuo è stato una celia.
—Hanno detto il vero… se te lo ricordi, l'ho dichiarato anch'io in questo medesimo luogo, mi par di vederti…. tu eri là; prete Barnaba là; e io qui…
—Mi hanno detto anche che la celia aveva un secondo fine.
—Quale?
—Corbellare i tuoi parenti; farti dare da tuo cugino prete l'ordinazione della Madonna che stai dipingendo, un po' di danaro da tuo cugino Venanzio e dal macellaio; da me nient'altro che mia figlia Cristina e la sua dote.
—Ma…
—Ma la celia ben fatta piace anche a me, e deve essere premiata.
Cristina è tua, se ancora la vuoi.
—La voglio; anzi ti dirò che se non me la davi, me la pigliavo lo stesso; però rinunzio alla dote, e pretendo che ti persuada, ma ti persuada proprio, che i maligni… tu non mi vuoi dire chi sono? no? meglio; voglio farti persuaso che ho testato per burlarmi di tutti voi, e che ora sono pentito e oggi stesso pregherò il notaio Cipolla di darmi il testamento per stracciarlo alla presenza dei legatarii. Volete?
No. L'usciere non voleva questo. Gli altri cugini erano padroni di pensare a loro modo: quanto a lui, non voleva proprio nulla. Ma se piacesse a Giusto recarsi con lui dal notaio Cipolla, senza dargli l'afflizione di lacerare nessuna carta bollata, gli si potrebbe far stendere il contratto dotale…
—Io non voglio la tua dote; sposerò tua figlia, affermò Giusto, perchè è il mio destino, non ho bisogno del tuo danaro.
L'ufficiale giudiziario era entrato così bene nella celia del pittore che a ogni sua opposizione rideva fino alle lagrime.
Si fece serio un momentino per interrogare.
—Ma dunque tu hai molto danaro?… No? E se non hai danaro, come conti di mantenere tua moglie, rinunziando alla dote?
—Col mio pennello, affermò malinconicamente il pittore; fin che
Cristo cenerà con gli apostoli, il nostro pranzo è quasi sicuro.
Senza nemmeno intendere bene il senso della risposta, l'usciere ripigliò a ridere.
* * *
Dunque Cristina e Giusto si sposarono prima in municipio, poi in chiesa; e così confortati dall'assessore e dal sacerdote se n'andarono per il mondo circostante a guardarsi negli occhi, a Firenze e a Roma. Per l'occasione fausta il faro della pittura lombarda si mangiò quasi tutto un Cenacolo, e tornato a casa, più innamorato che mai, cominciò in fretta e furia un altro che fosse pronto per il primo Russo arrivato, che fu poi un Belga. In seguito Giusto, avendo sotto mano la modella dei suoi sogni, condusse a termine il gran quadro dell'Orgia e licenziò Cleopatra. La quale riuscì proprio quello che Giusto aveva voluto, il suo capolavoro; ma non potendo come tanti grandi pittori forastieri arricchiti dal proprio pennello, tenersi in casa la tela meglio riuscita, la lasciò andare in Brianza, nella villa d'un filatore tedesco, riservandosi il diritto d'andarla a vedere due volte l'anno. Anche cento! aveva detto il tedesco. No, due mi basteranno, aveva risposto Giusto.
Invece non andò mai in Brianza, perchè gli venne in mente di rifare una Cleopatra tutta nuda, caduta dal lettuccio a terra, già morsa dall'aspide velenoso, e sfinita dal veleno. E Giusto e Cristina fecero così bene che fu un altro capolavoro.
Intanto la Madonna dei sette dolori formava la delizia di tutti i devoti, e perfino prete Barnaba, sospirando bensì un poco, se ne dichiarava soddisfatto.
E ancor oggi dall'altare, quando prete Barnaba dice la messa ogni mattina, quella Madonna addolorata sembra sorridere un sorriso strano, più umano che divino per verità, come fa Nina nel suo seggiolone attraverso i vetri.
I cugini rimasti a terra, per non invidiare l'uomo accorto a cui la curia aveva insegnato tante cose, vollero consolarsi pensando che Giusto avesse proprio fatto una corbellatura magnifica; ma non riuscirono bene. Bastava che Giusto dichiarasse ridendo d'averli voluti corbellare, perchè si risvegliasse più acuto il dolore della eredità perduta.
La cosa non riuscì meglio con Ippolito.
L'ufficiale giudiziario, nella qualità di suocero, si permise una volta sola di consigliare a suo genero di concorrere a una subasta, dichiarando che, secondo lui, il danaro lasciato al tre per cento alla Banca è un peccato mortale, e anche il Debito Pubblico frutta poco.
«Ma io non ho danari alla Banca, te lo giuro,» aveva risposto Giusto.
E l'altro aveva consigliato gravemente:
—Non giurare.
Pensando alla strana avarizia di quel grande artista, di quel faro, l'usciere si propose di non gli parlar più di toccare i fondi così bene affidati alla Banca.
A qual Banca?
Anche questo non sapeva; e perciò quando si parlò della moratoria del Credito mobiliare, il bravo suocero si pose una mano sulla coscienza e ruppe il silenzio un'altra volta.
—Hai sentito, Giusto; hai sentito che ci capita? Il Credito mobiliare ha chiesto la moratoria…
Il faro della pittura lombarda non battè ciglio, e domandò semplicemente:
—Che cosa me ne importa?
L'usciere respirò; la notizia che suo genero non fosse impegnato col
Credito mobiliare, gli diede una consolazione infinita.