SALVATORE FARINA

VOLUME I

MILANO
E. TREVES & C. EDITORI

1869

Tip. Internazionale.

ALL'AUTORE

Voi mi chiedeste alcuni anni or sono il permesso di far pubblica per le stampe, in forma di romanzo, la narrazione che io vi ho fatto al focolare della vostra casa natale. Un riguardo ad una persona vivente, mi ha obbligato a rispondervi negativamente.

Quella persona è spirata un mese fa tra le mie braccia, dopo quaranta anni che era morta alla speranza ed all'amore.

Sento che i momenti che rimangono a me non saranno molti, nè amari.

Voi, giovine e vigoroso, rammentando talvolta il vostro vecchio amico, serbate gelosamente il consiglio che vi dà la vecchiezza: amate e benedite.

GIORGIO.

I.

Ritorno col pensiero ad un tempo molto lontano, io non aveva compiuto ancora i tredici anni, e le camerate del collegio di B** m'avevano accolto da pochi giorni in mezzo ad una nidiata di vispi fanciulletti. Ve n'erano di grandicelli, ma la più parte erano più piccini di me; così che nel primo giorno che io vi era entrato, la mia comparsa era stata causa di molte gare fra i miei nuovi compagni. E l'uno cercava guadagnarsi la mia amicizia facendo pompa del suo coraggio, e l'altro coll'astuzia delle sue gherminelle. Solo i più maturi se ne stavano ritrosi, temendo in me un rivale pericoloso.

Il collegio è un'immagine viva della società--volgo di plaudenti e d'ammiratori da un lato; e un branco di autocrati, sempre rissosi fra di loro, che si contendono le bricciole dell'adulazione. Se non che là dove nella vita delle grandi città veggiamo l'astuzia e la fortuna in trionfo, e la povertà e la virtù divorare nel segreto le loro lagrime, nei collegi invece si bada agli anni. Così la gerarchia è stabilita sulle sicure basi dell'eguaglianza; però che ognuno sa che alla sua volta sarà anch'egli il despota, e che non gli sarà frodata la sua parte di regno.

E so d'aver provato più volte io stesso questo sentimento di compiacenza, e d'essermi domandato più tardi senza frutto la ragione di quell'intenso desiderio di crescere che ci fa precorrere nei primi anni la tribolata carriera della vita.

Fu in quel luogo che io conobbi Raimondo.

Da principio la sua mestizia, e l'abituale suo starsene solo e taciturno erami sembrato indizio d'alterigia; e poi che io non voleva essere il primo ad accostarmi a lui, sebbene una irresistibile attrazione mi spingesse a farlo, stetti gran tempo senza rivolgergli la parola. Ma in segreto io mi struggeva di diventargli amico, e cercava ogni modo per essergli vicino, per vederlo, per essere da lui veduto.

Il suo contegno aveagli procurato molti odii--a quell'età si odia, si sa odiare--però i più robusti dei suoi compagni lo temevano, non ch'egli fosse dotato di maggior forza, ma per quella natura ferma ed impassibile che faceva paurosi i più gagliardi.

Avevamo nella nostra camerata una specie di sorvegliante, un pretocolo sui 28 anni, il quale aveva preso a trattare bruscamente Raimondo; nè mai avvenne che questi se ne lamentasse. A poco a poco anche Don Giuseppe (così veniva chiamato il sorvegliante) avea subito il predominio della energica fermezza di Raimondo; e se ne inviperiva ogni dì più; così colla stizza crescevano i rimbrotti, le querele e le punizioni. Raimondo soffriva senza fiatare.

Nessuno di noi amava certamente Don Giuseppe; ma a me venne in tanta ripugnanza, che la sua voce mi faceva male. Cercai da principio di dissimulare; ma non andò guari che egli se n'accorse, e prese a vendicarsene. In breve Raimondo ed io fummo accomunati nelle persecuzioni; questo vincolo dovea stringere la nostra amicizia.

Don Giuseppe era ghiotto dei zuccherini. Un giorno un grosso cartoccio ch'egli nascondeva in un antico forziere che era nella camerata, cadde nelle mani dei nostri compagni. I zuccherini furono spartiti e divorati in un istante. Non s'avea ancora avuto tempo di far sparire l'involto di carta azzurra che li conteneva, che Don Giuseppe capitò fra noi, e dal turbamento cagionato dalla sua presenza e dalla vista della carta azzurra fu avvertito della nostra colpa. Aprì il forziere e conobbe la verità dei suoi sospetti.

Parve per un momento furibondo, e ci aspettavamo che si scagliasse contro di noi; ma con nostra sorpresa lo vedemmo allontanarsi senza dir motto. Nessuno seppe immaginare che cosa si passasse in quell'anima rabbiosa, ma io non andava errato pensando che Raimondo ed io avremmo scontato la pena per tutti.

Venne il mattino successivo. Don Giuseppe chiamò a sè Raimondo. Egli vi andò coll'abituale sua calma; poco stante fui chiamato anch'io, e vi andai trepidante, ma pur deciso a non tradire la mia debolezza.

Raimondo era in un canto col capo chino, e mi guardava con curiosità. Don Giuseppe era seduto; mi fece accostare a lui e m'interrogò in tuono burbero s'io sapessi chi per il primo avesse frugato nel forziere della camerata; minacciavami il digiuno e la chiusura se non lo palesassi.

Compresi che la stessa domanda era stata fatta a Raimondo, e involontariamente mi rivolsi a lui. Incontrai i suoi sguardi fissi nei miei, e parvemi di scorgervi il timore che io avrei palesato per sfuggire al castigo. Ma ciò non era nel mio cuore, e se pure vi fosse stato, quello sguardo mi avrebbe dato forza per vincere la codardia.

Risposi essermi trovato anch'io nella camerata; avere per conseguenza cognizione del fatto e del suo autore; ma non volere per nissun conto denunziare chicchessia.

Gli occhi di Don Giuseppe schizzarono fiamme; Raimondo li teneva come prima abbassati al suolo.

Se non che all'improvviso Eugenio S... entrò in quella camera. Era egli uno scapestratello, sempre allegro, sempre pronto ai colpi di mano, ai chiassi; e perciò Raimondo ed io avevamo avuto poco a fare con lui.

Don Giuseppe gli domandò imperiosamente che cosa venisse a fare senza essere chiamato. Rispose con accento fermo essere venuto ad indicare il nome di colui che aveva commesso il furto del giorno antecedente.

Raimondo ed io ci guardammo sorpresi. Sapevamo entrambi che egli stesso n'era stato l'autore, e stentavamo a dar fede a tanta codardia.

Nessuno di noi aveva in pratica il cuore d'Eugenio S...; però temevamo ch'egli venisse per riversare sovr'altri la propria colpa, non potendo immaginare che avesse intenzione di abbandonarsi all'ira di Don Giuseppe.

Ma il nostro stupore fu tanto più grande, quando udimmo quel giovinetto palesare coll'impudenza della sua età la sua colpa, ed implorare con aria di canzonatura il perdono del sorvegliante.

Quell'atto lo riabilitò ai nostri occhi. Compresi che Raimondo aveva concepito per lui in quell'istante una grandissima stima--nè io ne fui geloso, lusingandomi di poterla dividere.

Fummo posti tutti tre nel camerino di riflessione; e per tre giorni tenuti al semplice regime di pane ed acqua.

Non appena ci trovammo soli, l'irresistibile tendenza d'espansione che la natura ha chiuso nel petto degli uomini ruppe la giovane barriera che la chiudeva.

E ci vennero sulle labbra i nostri sentimenti, le nostre idee, i nostri propositi.

A quell'età non si hanno segreti; si recita la parte colla maschera nelle mani; si mostra il viso aperto, e nel viso l'anima.

Un'ora dopo noi eravamo vecchi amici. Ciascuno di noi conosceva il passato dell'altro. Quale passato, mio Dio? Una breve ora di vita volata fra i turbini del desiderio--un petalo di rosa che la nostra mano avea strappato e che il vento recava sulle sue ali.--Nessuno di noi si sarebbe certamente arrestato nel suo cammino per rivolgersi un istante a contemplarne la fuga, se il timore che alcuna parte di noi rimanesse celata ai nuovi amici non ci avesse spinto a farlo in quel giorno; perocchè non si pensa allora che verrà tempo in cui si tenterà a gran fatica ricostruire tutta la tela della nostra vita, e che quegli anni infantili così rapidamente fuggiti saranno i soli su cui vorremo arrestarci con compiacenza.

Il dolore e la colpa fanno la giornata dell'uomo, e il rimorso ne accompagna il tramonto; la vita ha un solo raggio di luce che le passioni non han deturpato--l'infanzia.

Raimondo per lo addietro così taciturno ci avea rivelato una folla di progetti; pareva ch'egli uscisse con voluttà da quella sua abituale riservatezza.

Eugenio teneva pronte le sue celie per ogni cosa. Era riuscito a trafugare alcune nocciuole prevedendo che gli sarebbe toccato il pane ed acqua, e rovesciò le tasche sul nostro desco.

Così fra i motteggi e le confidenze passarono quei tre giorni.

D'allora in poi fummo indivisibili.

II.

Dodici anni appresso io mi trovava a Milano. Il collegiale s'era fatto uomo; e tuttavia io ripensava con mestizia a quei giorni di delirio. Da gran tempo non aveva saputo più novelle di Raimondo. Egli era partito per un lungo viaggio otto anni prima, quando, rimasto solo per la morte d'un vecchio zio che avealo educato, eragli nata vaghezza di veder cose nuove. L'ultima sua lettera recava l'impronta d'una melanconia profonda, inguaribile. Dicevami come egli viaggiasse in compagnia d'un indiano e come andasse mendicando la pace di borgo in borgo, e non sapesse risolversi a far ritorno in Europa.

Trovavasi allora a San Cosmo, borgata del Paraguay, e colà avrei io voluto rispondergli e pagargli tributo di conforti, se la sua vita nomade non m'avesse tolto ogni speranza di fargli pervenire la mia lettera.

Così erano passati due anni. Un mattino del 18.... udii picchiare all'uscio della mia cameretta in un modo noto.

--Venite innanzi, Simplicio, gridai dal mio letto appuntando i gomiti sul guanciale.

Il vecchio portinajo entrò e mi porse una lettera; il cuore mi battè frequente; io aveva riconosciuto i caratteri di Raimondo.

Dicevami un mondo di cose--tutte meste; ma ciò che mi riconfortava era la promessa del suo ritorno in Italia. Sarebbe partito da Maldonado a bordo del bastimento francese La vitesse, contando di toccare Livorno due mesi dopo.

Immaginate la mia gioja. A calcoli fatti egli non doveva trovarsi a gran distanza da me, e al più tardi fra otto giorni io sperava di riabbraciare l'ottimo amico dell'infanzia.

Le mie speranze non andarono fallite; cinque giorni dopo io riceveva da Livorno avviso del suo arrivo; e il domani egli era meco.

III.

Egli era meco. Ma posso io dire che egli fosse ancora quel Raimondo d'una volta, il collegiale taciturno e severo, ma ad ora ad ora confidente ed entusiasta? Io cercavo indarno sotto la sua nera barba le note linee di quel volto pallido ed affilato--il suo sguardo era sempre mesto, ma avea perduto quel fuoco che irraggiava a sprazzi vivissimi di luce la sua testa. Ov'erano quelle espansioni ingenue d'una volta, e quel tenero e soave raccoglimento alle speranze?

--Quanto siamo mutati! mi disse egli un giorno fissandomi in volto impensierito.

--Tu più di me, gli risposi.

--Lo credi. Ma provati a rimontare la corrente degli anni e non t'incresca di rovistare nelle ceneri di quello che fu già di te medesimo.

--Ho paura di farlo.

--Hai ragione, le sono ubbie. Il tempo fa il suo mestiere. Oggi abbiamo i peli sul mento; fra una ventina d'anni saremo canuti--ed ecco la vita.

--L'anima sola non muta, aggiunsi tocco melanconicamente dalle sue parole.

--L'anima!.... ripetè distratto. Tu ci credi....

Fui atterrito da questo dubbio.

--Ma che cosa dunque è avvenuto dentro di te? Qual terribile urto ha spezzato la tua fede così salda?

--La mia fede! So d'averne avuto una. V'è un'età nella vita in cui si è fanciulli; allora è un bisogno; si guarda il cielo, si vedono le stelle, si respira il profumo dei fiori, si è ignari del resto, e si crede.

Quel giorno non parlammo più oltre.

Quando fui solo, ricordando Raimondo e i nostri anni di collegio, fui tratto a pensare ad Eugenio. Egli si era recato da qualche anno a Roma per perfezionarsi nell'arte del disegno, e vi aveva fama di buon pittore. Gli scrissi una lunga lettera e gli palesai, come la fantasia me lo raffigurava, lo stato dell'anima di Raimondo, i suoi dubbii, le sue ansie. Ma non osai dirgli come io lo credessi tanto mutato da essere fatto insensibile all'affetto; non osai dirgli, e non osavo dirlo a me stesso, come io riputassi affievolita d'assai nel suo cuore quell'amicizia che già ne aveva uniti così teneramente.

Quand'ebbi chiuso quel foglio, lo rimirai buona pezza in silenzio. E in un momento di terribile scetticismo temetti anche d'Eugenio.

Che importa egli mai l'aversi ricambiato un saluto ogni mese, se due cuori han cessato di battere vicini da gran tempo? Ahimè! cotesto è il destino delle amicizie strette nell'infanzia. Ci separiamo fra le lagrime, e portiamo scolpita nel petto l'immagine diletta; il tempo ci trasforma e ci guasta, ma quell'immagine non ci abbandona giammai. Di tal guisa noi viviamo in qualche parte la vita d'allora, e alimentiamo col pensiero il nostro affetto. Ma nissuno di noi pensa che l'oggetto del nostro amore non è più; e che la pallida larva che avanza è menzognera. Però se egli avviene che i cadaveri si scontrino per via, e non si riconoscano, e ricordino appena d'essersi amati molto, allora essi scuotono il capo sfiduciati e si chiamano ingrati a vicenda.

IV.

Il giorno successivo, appena fu l'alba, mi recai all'abitazione di Raimondo.

Era la prima volta che io vi andava; nè sapevo dire perchè vi andassi, e quale fosse l'animo mio. Ma so che così facendo io rispondeva ad una imperiosa esigenza del mio cuore.

Ho veduto degli uomini arrestarsi impensieriti dinanzi alle rovine di Pompei, e trepidare per un frammento di capitello novellamente scavato, come se egli ridestasse in loro i teneri ricordi d'un'età passata.

Quanto più a ragione non dovremmo noi commuoverci d'un sentimento severo di mestizia, accostandoci alle rovine di un cuore che ha sofferto ed amato, se quelle doglie e quell'amore ci hanno appartenuto in qualche guisa?

Era forse questo sentimento dissimulato che mi guidava in quell'ora mattutina al fianco di Raimondo.

Come io fui giunto al quartiere remoto che egli abitava, mi arrestai dubitoso; e parvemi imprudente il visitarlo a quell'ora. Ma poi che io mi ostinava a voler cancellato col pensiero il tempo che ci aveva tenuto divisi, conchiusi che il mio Raimondo di collegio non si sarebbe offeso di questa licenza, e in due salti fui ai terzo piano.

Fu ad accogliermi una specie di negro, di cui non era facile a primo aspetto indicare la razza. Vestiva all'europea, ma i suoi capelli abbandonati sulle spalle ondeggiavano in nerissimi anella. Di corpo era snello e di statura men che mezzano; ma a traverso la sua giubba di lana, e i suoi larghi calzoni di tela, si poteva indovinare la meravigliosa proporzione delle sue membra.

Mi salutò con un cenno del capo, come uomo che non è troppo avvezzo agli omaggi; e come ebbi posto piede nell'anticamera, mi rivolse la parola con accento gutturale in un linguaggio tra lo spagnuolo e l'italiano.

--Sia il benvenuto nella casa del mio signore il visitatore del mattino.

Poi senza dir altro mi accennò una sedia e si allontanò.

Sorpreso di questo strano servitore, io non aveva avuto tempo di dirgli il mio nome perchè Raimondo fosse prevenuto. Se non che il negro fu di ritorno in un baleno, ed accostatosi a me mi disse a voce bassissima:

--Il signore mio padrone dorme--il signore che ha visitato la casa del mio padrone può aspettare ch'ei si svegli.

Compresi ben tosto come con costui mi sarebbe tornata inutile ogni insistenza; d'altra parte il timore di riuscire importuno, e una certa curiosità d'esaminare alcun tempo quel personaggio misterioso mi consigliarono d'aspettare.

--Attenderò, dissi al negro.

--Il mio signore vuole che gli amici suoi sieno ricevuti come il signore medesimo. Il visitatore è egli l'amico del mio signore?

--Lo sono.

--La parola dell'amico del mio signore è buona; l'amico del mio signore comandi, e sarà obbedito.

--Il vostro nome?

--Charruà, della tribù dei Charruà, nato sulle rive dell'Uruguay.

--Voi siete dunque indiano? Ed abbandonaste il vostro paese?

--Lo Charruà ama il suo benefattore, e lo segue. Le sue braccia e la sua vita gli sono dovute.

Così dicendo egli levava in alto le braccia nude, facendone spiccare i muscoli poderosi.

--Ma non lasciaste voi parenti colaggiù e come abbandonaste la tenda del padre vostro in riva all'Uruguay?

--La tenda del padre mio, le sue armi, e il suo poncho [1] sono state seppellite con lui nel monte--lo Charruà che mi ha svegliato nel mondo si è addormentato per sempre. Io mi sono nascosto per due giorni nella capanna; poi venne a me un compagno, mi pizzicò le carni delle braccia e vi confisse le scheggie della canna. Poi andai nel bosco; l'yaguarstè e le altre bestie feroci ebbero paura del buon figlio e fuggirono. Allora io ritornai nella capanna, levai le scheggie dalle braccia, e non mi cibai per due giorni. Così il buon Charruà saluta l'ultimo sonno del padre.

[Nota 1:][ (ritorno) ] Il Poncho è una stoffa grossolana, intessuta di lane, che ha un buco nel mezzo del quale si fa passare la testa.

Così dicendo s'accendeva in volto, e muoveva gli occhi nerissimi con vivacità. Poi mi mostrava le braccia con fare orgoglioso, perché osservassi le larghe cicatrici che il suo lutto vi aveva lasciato.

Incominciavo a prendere interessamento per quest'uomo, che al selvaggio e virile ardimento della sua razza univa una tinta vaga di dolcezza e di bontà, dote assai rara fra le tribù indiane.

Ma in questa si udì un tintinnio di campanello.

--Quando il suo signore lo chiama, lo Charruà si fa più leggiero del serpente boi-hoby. Che cosa deve dire il vostro servitore al suo signore?

--Mi chiamo Giorgio.

--Dirò dunque al mio signore che il suo amico Giorgio gli fa la visita del mattino.

V.

Poco dopo ritornò a me e mi pregò che lo seguissi.

Attraversai una lunga fila di camere. Da per tutto io vedeva con sorpresa l'impronta della ricchezza; poiché sebbene sapessi Raimondo unico rampollo d'una casa distinta, egli non mi aveva fatto alcun cenno della sua fortuna.

La camera in cui si trovava Raimondo era addobbata con squisita eleganza. Il suolo interamente coperto di tappeti e di pelli di tigre; le pareti tappezzate a drappi azzurri.

Raimondo mi aspettava con desiderio; e s'era rizzato per metà sui guanciali. Mi porse la mano affettuoso, e mi fe' sedere accanto a lui con compiacenza.

--Ti avrei fatto avvisare; mi disse quando ebbe congedato d'un cenno l'indiano; avevo tanto bisogno di vederti, di abbracciarti.

V'era tanta mestizia, e così dolce, nelle sue parole, che ne fui sorpreso, e non seppi rispondere nulla. Ma all'improvviso m'accorsi che il suo volto era pallido più del consueto, che il suo respiro era affrettato, e che grosse gocce di sudore gli bagnavano la fronte.

--Che hai tu dunque? gli domandai spaventato.

Sorrise.

--Nulla. Un po' di febbre. Me l'aspettavo; colaggiù era malato di nostalgia, ed ora... Gli è il mutamento di clima; io mi era abituato a quel cielo di fuoco.

Poi proseguì lentamente.--V'hanno ben altre doglie che serrano ben altrimenti il cuore e intisichiscono l'anima. Che avrai tu pensato di me dopo il mio linguaggio di jeri.

--Pensai che la tua anima è malata; che tu hai d'uopo d'un buon medico.

Raimondo mi porse un'altra volta la destra.

--Ahimè! dissemi; io dispero d'incontrarne uno. Vi sono veleni che non hanno antidoto--gl'Indiani lo sanno assai benevisono piaghe che consumano ed uccidono, e contro le quali nulla potrebbero il ferro ed il fuoco. Hai tu mai dubitato?

--Di che?

--Di tutto: di Dio, dell'uomo, della donna, dell'amore di noi stessi...

--E dell'amicizia, aggiunsi con amarezza.

--Sì; anche dell'amicizia. Or bene se tu l'hai provato cotesto supplizio, sai tu che vi esista un rimedio?

--Ve n'ha uno.

--Quale?

--Amare; gettarsi nel mondo, respirarne le colpe, e raccoglierne con ogni cura le poche virtù, udire la bestemmia dei mille e l'umile preghiera dell'innocente; soffrire l'indifferenza e l'odio fin che non s'incontri un uomo che ci faccia credere all'amicizia, una donna che ci faccia credere all'amore, e qualche raro esempio che ci faccia credere alla virtù. Amicizia, amore, virtù--questa triade benefica sarà la nostra rivelazione; allora leveremo gli occhi al cielo e troveremo il nostro Dio.

Per alcun tempo Raimondo non rispose, e parve meditare sulle mie parole.

--Sarà forse come tu pensi; prese a dire poi con abbandono; la mia anima lotta ancora per crederlo. Ma credi tu che io non abbia pensato a codesto, che io non abbia sospirato di desiderio, che io non abbia pianto di sconforto? Amare, aspettare; ma per tutto ciò conviene vivere, soffrire. Incontrerai una donna che ti amerà, un esempio dì virtù che mitigherà lo spasimo del tuo cuore--ma quale cammino per arrivare a questa meta? Noi siamo viaggiatori che ci avventuriamo nel deserto senza averne misurato l'estensione. E chi ne assicura che l'oasi che vagheggiamo lontana non sia l'effetto del miraggio--che le sabbie ardenti non si perpetuino senza fine, finché ci toccherà cadere sfiniti al suolo ad aspettarvi la morte? Ricercare smaniando! Ma a che giova? ed è egli possibile rassegnarsi a questo strazio, quando si è incerti dell'esito, quando s'ignora perfino l'esistenza dì ciò che si vagheggia? Che diresti d'un pazzo che corresse dietro alla sua ombra? E che altro sono essi gli uomini colle loro eterne chimere dì virtù e d'amore! Dove son esse cotali fantasime se non nella loro mente? E quale mai può vantarsi d'averle vedute?

--Ed ecco il tuo errore, ripresi con dolcezza. Ti sei fitto in mente che tutti gli uomini vedano attraverso la nebbia che oscura il tuo orizzonte. Ma oramai conviene che tu non dissimuli nulla a te stesso. Io non ti domando una confessione, perchè forse tu stesso non sapresti farmela; ma esigo dalla tua amicizia che tu getti uno sguardo scrutatore nell'anima tua. Molto spesso conoscere il male è guarirlo. Ora io ti domando: che hai tu fatto della tua vita? A diciotto anni ti colse desiderio dì viaggiare. Avresti potuto recarti nelle città popolose; la società ti sarebbe apparsa gigante in mezzo alle sue turpitudini; avresti contato le lagrime della miseria e le carrozze stemmate dell'ozio, e ti saresti sentito serrare il petto dallo sconforto. Ma dal turbine delle oscenità da trivio e degli amorazzi di gran dama, avresti forse sceverato una fanciulla modesta e povera, e l'affannoso lavoro di un operajo indigente. Increscioso del mondo in cui non avevi ancora vissuto, misantropo senza aver conosciuto gli uomini, senza ancora essere uomo tu stesso, hai visitato invece l'America meridionale e gli sbandati avanzi delle sue tribù di selvaggi. Così hai passato i più begli anni della tua vita respirando un'aria che non era la tua, ascoltando un linguaggio che tu comprendevi a stento, avvicinando uomini i quali per diversa cultura di spirito, per diversa eredità di genio, per costumi e bisogni diversi, non potevano migliorare od accrescere in alcun modo il patrimonio delle tue idee, dei tuoi sentimenti. Ritornasti al tuo paese stanco della vita, odiando vieppiù gli uomini, mentre degli uomini e della vita non hai formato un giusto concetto. La più gran parte di coloro che non devono pagare col lavoro il loro pane sono ammalati del tuo male, la noja. Se non che, mentre altri ricerca nell'ebbrezza e nel delirio dei sensi la dimenticanza, tu con più falsa logica domandi la pace alla solitudine, e frugando nel tuo cuore malato vorresti rinvenire in esso il farmaco del tuo male. Quando si è giovani, come tu sei, credilo, mio caro Raimondo, la solitudine è una compagna assai triste. Convien dare allo spirito le sue battaglie, i suoi battiti al cuore.

La franchezza del mio linguaggio sorprese Raimondo. Parvemi allora d'essermi spinto troppo oltre nel mio dire, e temetti che egli se ne fosse offeso. Lo osservai con inquietudine; era calmo. Poco dopo si scosse, e in un balzo discese dal suo letto.

--Che fai? gli domandai meravigliato.

--Voglio esser teco: pranzeremo insieme, andremo ai teatri, ai caffè....

--Ma tu sei malato. Poc'anzi avevi la febbre.

--È un nonnulla. Quel che più importa è di uscire da questa inerzia, quel che più importa è di vivere.

Così dicendo, Raimondo si vestiva; compresi come il tentare di distoglierlo dal suo proposito sarebbe stato in quel momento opera vana; e però mi tacqui.

In pochi istanti egli ebbe posto termine al suo abbigliamento; mi porse il braccio ed uscimmo dalla sua camera. Giammai erami sembrato così allegro come in quel punto; nell'attraversare il suo appartamento si arrestò innanzi ad un cassetto come colto da un'improvvisa idea; e trattine due pezzi d'osso che si configgevano l'uno nell'altro, mo li porse sorridendo perchè io li esaminassi.

--A che serve questo arnese?

--Domandalo a Charrnà; e ti saprà dire con quanto sagrifìzio egli si sia deciso a privarsi per amor mio dell'ornamento del suo labbro. Gli indiani lo chiamano il barbotto; appena nati lo fanno passare attraverso il labbro superiore e non lo depongono più nella vita. È il distintivo del loro sesso, perocchè essi non hanno barba nè diversità di vestimenta. Comprenderai come sia facile contrarre l'abitudine di tenere il broncio, quando si porta questo giocattolo sul labbro; aggiunse scherzosamente; e come il riso diventi una cosa difficile. Ho conosciuto fra le altre la razza dei Minuani, gente severa, e melanconica come i deserti che la chiudono nel suo territorio--un buon minuano non ride mai nella sua vita; ecco gli uomini coi quali ho creduto di vivere fin ora.

VI.

Nonostante la cura che Raimondo poneva per nasconderlo ai miei occhi, io compresi dopo alcuni giorni come il nuovo genere di vita a cui si era dato non riuscisse tuttavia a riempiere il vuoto profondo del suo cuore. Nei primi giorni egli prese parte ai nuovi piaceri con avidità; lo condussi ai teatri, alle adunanze chiassose di scapoli che da gran tempo avevo abbandonato anch'io, da per tutto ove si ride, si folleggia e si dimentica. Ma in ciò fare comprendevo io stesso l'insufficienza del mio rimedio; però pensai che il tempo avrebbe compito meglio di me l'opera che io aveva intrapreso. Stimai dunque miglior partito introdurlo in quelle poche famiglie che io conosceva e abbandonarlo poscia a sè stesso. Così feci. Ma ben tosto mi persuasi che ogni mio studio per ridonargli la sua pace era riuscito a vuoto. Quando Raimondo non ebbe più il mio eccitamento, trascurò le nuove conoscenze, e talvolta si tenne qualche giorno lontano da me senza avvisarmene secondo il consueto per mezzo di Charruà.

Evidentemente egli temeva i miei rimproveri; ma, forse per non mostrarsi ingrato, continuava a mostrar desiderio di vedermi, e per non peccare d'inciviltà si recava di tempo in tempo presso quelle famiglie che lo avevano accolto cortesemente nelle loro sale.

Fra le altre la contessa B. che aveva anch'essa passato parte della sua vita nell'America del Sud, s'era mostrata assai desiderosa di Raimondo. Egli vi si recava più volentieri, attratto dalla cortesia e dallo spirito della padrona di casa; ma si mostrava indifferente e freddo verso la folla di signore eleganti e d'artisti, da cui erano frequentati quei convegni notturni.

La contessa B. era una donna sui cinquant'anni; di modi affabilissimi, e di cuore ancor giovane. A poco a poco avea posto un grande affetto a Raimondo, e se avveniva che rimanesse alcun tempo senza vederlo, ne domandava a me con molta premura.

Naturalmente Raimondo si accorse di questo suo desiderio; e siccome egli era modesto e riconoscente a quel po' d'affetto che gli si offriva, fu tratto man mano a rendere più frequenti le sue visite. Così avvenne che capo qualche tempo le sue abitudini n'andarono affatto mutate.

Una sera, mentre Raimondo ed io discorrevamo in un canto della sala colla contessa, vedemmo venire incontro a noi un vecchio alto della persona ed una giovinetta sui diciotto anni. La contessa corse loro incontro, strinse la mano al vecchio, e baciò sulla bocca la fanciulla. Poco stante ci presentò il generale R. e la signorina Clelia.

Il generale era un uomo alla buona, di modi franchi e assai parco di parole. Se non avea toccato i settant'anni, certo era giù di lì; ma si conservava tuttavìa abbastanza in forze, sebbene la sua alta statura lo obbligasse a tenere il capo alquanto incurvato.

La signorina Clelia era una personcina dilicata, piuttosto pallida, con due occhioni neri e con lunghe treccie di capelli castani che lasciava scendere sulle spalle. Nell'insieme una creatura come se ne vedono tante; non affatto bella, e tuttavia ricca di doti fisiche; e se le falliva quella consapevolezza dei proprii meriti che è sì presso alla civetteria e che molti ricercano nella donna, spirava in compenso dai suoi occhi una candida espressione di ingenuità, e dall'abbandono delle sue membra e dalle sue movenze, una certa mollezza che non è difetto, e una tal quale indolenza piacevole. Clelia era una creatura buona. Parlava senza affettazione, senza guardarsi all'intorno per farsi ascoltare; sorrideva spesso; a quell'età il sorriso viene dal cuore; e se taluno le dirigeva la parola, sapeva starsene in ascolto--tutto ciò non è tanto comune come può parere. La sua parola era facile e chiara; diceva tutto il bene che sapeva--quando si mormorava di qualcheduno, taceva; se lo poteva senz'offendere, mutava discorso--palesava i suoi gusti senza tenersene--era presto fatto a dirli, i suoi gusti, ed infinito ad enumerarli: amava tutto. Tale mi parve dopo alcuni giorni ch'io l'ebbi in pratica la signorina Clelia.

Se non che io non seppi alla prima indovinare la sua condizione. Il vecchio generale la chiamava talvolta: "figliuola mia;" ma il più spesso: "signorina;" però se io poteva argomentarne del suo affetto paterno, era ben altra cosa della sua qualità dì padre.

Ma in una radunanza d'amici di casa l'è assolutamente impossibile di tener per gran tempo la tua curiosità, senza che trovi cento disposti a pagartene. I ciarlieri e i curiosi sono le razze più numerose che pullulino sulla terra. E che Domine Iddio ti scampi dagli uni e dagli altri, però che per maggior malanno essi si vivono in ottima armonia, e i ciarlieri vendono per uso e consumo dei curiosi--e la sete di questi è per lo meno pari alla feconda produttività di quelli. Ma siccome avviene che il curioso sia alla sua volta ciarliero, anzi per ciò solo sia avido di sapere, in quanto trovi mezzo di dire, a conti fatti avviene che è sempre l'uditorio che si trova a mancare. Però i galantuomini che se ne vivono al di fuori, si vedono involontariamente trascinati al mercato dove si vende a gran ribasso.

Press'a poco in questo modo avvenne che io sapessi qualche notizia sul conto della signorina Clelia. Era orfana, o almeno passava per tale; in questo convenivano tutti; ma secondo gli uni il Generale era un tutore, secondo altri un padre che nascondeva una colpa--se taluno avesse osato, non si sarebbe arrestato dinnanzi alla sua canizie e avrebbe detto peggio.

Una sera io mi era recato secondo l'usato presso la contessa B., notai che Raimondo, che da qualche tempo s'era fatto frequentatore assiduo, non era venuto. La contessa me ne domandò notizie; risposi non averne; infatti in quel mattino egli non era stato da me. Il discorso si portò naturalmente sovra di lui; la signorina Clelia era seduta d'accanto e ci ascoltava. In quella entrò Raimondo. Fosse caso o istinto, i miei occhi s'incontrarono con quelli di Clelia; ciò bastò a farlo arrossire.

--Si parlava di voi, disse la contessa, ne dicevamo molto male, perchè temevamo che non veniste.

Raimondo si scusò con garbo; da qualche tempo avea fatto cammino nella galanteria.

Poco stante la conversazione nostra languì; Clelia non diceva motto--Raimondo s'era fatto tetro. Mi aspettava che secondo il suo costume di allontanarsi quand'era sorpreso da cotali malinconie, togliesse commiato. Ma con mia sorpresa egli stette. La contessa, che aveva in qualche pratica il cuore di lui, procurava distrarlo, ma inutilmente.

Un'ora dopo la signorina Clelia salutò la contessa, e uscì.

Raimondo non s'era quasi mosso; ma non andò guari che anch'egli lasciò l'adunanza. Io gli tenni dietro e lo raggiunsi.

VII.

Parve lieto che io l'avessi seguito; ma non mi palesò la cagione della sua mestizia. Credendo ch'egli volesse andarne a casa, lo accompagnai.

Durante la via non mi disse parola. Come fummo arrivati alla sua abitazione, feci atto di arrestarmi; ma egli passò oltre. Assolutamente Raimondo era distratto.

Attraversammo molte vie, sempre collo stesso silenzio--così di passo in passo uscimmo alla campagna.

Il cielo era sereno; le stelle fitte e lucenti; qualche rara nuvoletta bianca viaggiava in quell'immenso aere notturno.

Le tenebre avevano animato le voci strane dei loro cantori; i grilli nelle praterie, le rane nella vicina palude, e a quando a quando la civetta e il gufo nell'estrema punta della quercia levavano al cielo il loro inno melanconico. Intendendo l'orecchio si udiva da lungi come un vago mormorio di mille note diverse; il silenzio ha la sua voce, una voce confusa che non si sa d'onde parta, ma che arriva sempre al cuore.

Ci arrestammo estatici.

Poco dopo Raimondo mi afferrò le mani, levò gli occhi al cielo, e mi disse con un accento singolare di selvaggia esultanza:

--Amico mio, amico mio, non ti pare che la natura susurri il suo arcano linguaggio per noi soli? Io mi sento leggiero--vorrei salire in alto.... in alto, inseguire quella nuvola. Mi si dilata il cuore--ho un gran cuore--vorrei stringere tra le braccia l'universo, e dirgli che l'amo.

--Mi par proprio di volare, aggiunse con crescente entusiasmo, mi par proprio di credere. La mia fede è fatta di voli.

In quella soave contemplazione passò alcun tempo.

Suonava mezzanotte, e noi non ci eravamo ancora mossi.

Vedendo come quel rintocco non lo scuotesse, io fermai in mente che Raimondo era distratto.

VIII.

Il domani alcune occupazioni mi tennero lontano da casa. Quando vi ritornai seppi che Raimondo non era stato a far ricerca di me.

Se non che non era ancora l'alba del giorno successivo, che io udii picchiare all'uscio della mia camera; era lui. Mi proponeva una passeggiata all'aria aperta--accettai.

Per via parve pensieroso; ad ora ad ora m'interrogava sulle mie abitudini, ed io gli venia ripetendo cento cose che egli conosceva meglio di me.

--Come hai vissuto jeri? mi domandò all'improvviso.

--Occupatissimo. Sarei venuto da te, ma non ebbi tempo.

--E la notte?

--Un sonno solo.

Non ebbi dette queste parole, che egli ammutolì e si oscurò nel viso--nè per quanto io vi almanaccassi sopra, seppi comprenderne la cagione.

IX.

Alla sera io mi recai in casa della contessa; mi aspettava d'incontrarvi Raimondo, ma non vi era ancora.

Il generale mi venne incontro; gli domandai notizie della signorina Clelia. Era incomodata lievemente e s'era rimasta a casa.

Raimondo non comparve--quando l'ebbi aspettato tre ore inutilmente, mi allontanai.

Per otto giorni fu la stessa cosa. Sempre che mi recai nelle sale della contessa non vi vidi mai Raimondo--e il generale continuava a dirmi che la signorina Clelia era incomodata.

Io era stato più volte in casa del mio amico; ma Charruà m'avea sempre detto che non era in casa. Vi andai ancora una volta--la stessa risposta.

Raccomandai a Charruà dicesse al suo signore: Che l'amico avea bussato sette volte all'uscio dell'amico, e che l'uscio non s'era aperto.

Charruà accennò del capo; uscii con animo di non più ritornare.

Tre ore dopo Charruà veniva a me e recavami una lettera di Raimondo.

Ne ruppi il sigillo e la lessi con avidità. Quella lettera era così concepita:

"Tu hai ragione di lamentarti di me; tu hai ragione di dire ch'io sono un ingrato; ma benchè sappia d'essere colpevole molto, e d'aver tradito i doveri dell'amicizia, lascio sperare al mio cuore che la franchezza con cui mi faccio accusatore di me medesimo, renderà te giudice più benigno.

"Ti devo una confessione, una confessione che non farei a mia madre s'ella vivesse ancora, che il mio pensiero non vorrebbe fare alla mia anima, se per poco io potessi separarne le facoltà, e fare che il mio solo volere ripartisse a seconda dei suoi capricci la scienza.

"Lo dirò senza esitare più oltre: "io amo." Vorrei anche in questo momento temperare la forza di questa affermazione e dirti solo che "ho paura di amare;" e forse sarei nel vero; ma io penso che in coteste cose il sospetto valga la realtà; e d'altra parte la titubanza prolungherebbe lo strazio che ha durato fin ora.

"Così dunque, anzi che continuare, in una lotta ineguale senza frutto, io preferisco darmi per vinto.

"Devo dirti qual donna io ami? Tu l'hai indovinato--Clelia.

"Non sorridere del mio orgoglio. Tutto ciò che tu potresti dirmi, me lo son detto io stesso. Ho pensato alla sua bellezza, alla sua grazia, al suo candore; poi ho penetrato dentro di me, vi ho rovistato tutto il buono che vi ho trovato, e mi è sembrato assai misera cosa. Debbo dirtelo? mi sono rinchiuso nelle mie camere, e per la prima volta nella mia vita ho dimandato allo specchio una parola di conforto.

"Il risultato di questo supplizio tu lo conosci: ho cessato di frequentare la casa ove avrei incontrato quella creatura. Ho cessato di veder te, perchè non avrei resistito alla tentazione di chiedertene notizie. E d'altra parte tu avresti indovinato il mio segreto; ora poi che io mi lusingava di guarire dal mio delirio, parevami che ove qualcuno, fosse anche il migliore dei miei amici, avesse potuto guardare nel mistero del mio povero cuore, io sarei stato impotente a sanarlo.

"Non ti dirò quanto io abbia sofferto fino ad oggi: non ti dirò quanto io soffra tuttavia; nè come il primo soffio di questa fatale passione venisse a ridestare nel mio seno gli entusiasmi dei primi anni; nè come poche ore dopo soltanto si tramutasse in fuoco insaziabile. È tutt'oggi ch'io mi torturo senza pietà; vorrei piangere molto, e non trovo una lagrima. Non so perchè; ma in mezzo a questa disperanza senza fine, odo talvolta come delle voci che mi ripetono accenti d'amore, e promesse ineffabili; e tutto ciò mi suona improntato a melanconia, come una gioja severa che si accompagni col dolore, ed abbia la stessa sorgente del pianto.

"Ho dei momenti in cui sembro un fanciullo, e vorrei levar dal sepolcro la mia povera nonna per appoggiare sulle sue ginocchìa il mio capo e sognare ad occhi aperti.

"Altre volte inferocisco; passeggio a gran passi, smaniando, e per disfogare il dispetto, tengo il broncio a Charruà.--Povero Charruà! Sono alcune notti ch'egli veglia al mio capezzale. Gli ho detto di dormire, ma non ha voluto darmi retta; ho dovuto mandarlo via dalla mia camera; ma quando credeva ch'io dormissi, ritornava sulle punte dei piedi, mi guardava con tenerezza e si allontanava crollando il capo senza far più rumore d'uno spettro.

"Eccoti il mio segreto. Giudica tu mio buon amico se io meriti compianto o rimprovero.

"Sarei venuto io stesso, ma ho pensato che scrivendoti avrei avuto più coraggio, ed ho scelto questo partito.

"Lo vedi; io sono stremato di forze, il mio animo è fiacco. Perdonami. Una sola parola a Charruà, ed io verrò."

--Farò di meglio, pensai dentro di me, andrò io stesso; e fatto cenno a Charruà che durante tutto quel tempo s'era rimasto immobile e pensieroso, uscimmo.

X.

Raimondo non avea taciuto nulla nella sua lettera; e tuttavia il vederlo crebbemi il dolore.

Mi ripetè il suo spasimo, i suoi dubbii, il suo timore di riuscire ingrato agli occhi di Clelia; e poi che gli uomini temono sopra ogni cosa il ridicolo e lo vedono da per tutto dove il compasso non ha portato la sua misura, io compresi che Raimondo era torturato da questo pensiero. Arrossiva di amare; col suo volto, coi suoi modi parevagli debolezza; e quando doveva pure dirla questa parola che Dio ha scolpito nel cuore delle sue creature, balbettava e mi guardava nel volto temendo che io lo canzonassi.

Strana vicenda delle cose del mondo è questa che il vizio usurpi a quando a quando le spoglie della virtù e s'incontrino degli sciagurati che si tengano della loro abbiezione, e parlino delle loro colpe e mettano a nudo le loro sozzure con compiacenza. Ma che la virtù arrossisca di sè medesima, e per poco non discenda a domandare il mantello del vizio, questo in verità non si saprebbe comprendere. Ed io penso che se gli uomini non si frodassero a vicenda di uno spettacolo che sana molte piaghe, e sdegnassero questo mentito tributo alla colpa, il fardello dei loro dolori n'andrebbe alleggerito d'assai.

Persuasi Raimondo a sperare, ad abbandonarsi a me. Non ci volle gran fatica; la solitudine avealo fatto arrendevole, però io posi per primo patto che egli venisse meco quella sera medesima in casa della contessa. Rifiutò sulle prime vivamente; non avrebbe osato incontrarsi subito con Clelia; ma quando io gli dissi come da una settimana ella non fosse più venuta nelle sale della contessa, allora fu un tempestare di domande, alle quali io non sapeva rispondere. Da quel punto non stette più sul diniego; senza che io insistessi più oltre, era inteso che quella sera sarebbe venuto.

XI.

Vi andammo assai di buon'ora; io con animo lieto ed aperto alla speranza; Raimondo trepidante e dubbioso, ma tuttavia più calmo.

Avendo in mente che essendo primo ad arrivare si sarebbe trovato in minori imbarazzi, era stato lui a farmi premura; pure quando fummo giunti, sebbene fosse assai lieve la speranza che la signorina Clelia si recasse dalla contessa, e l'ora fosse tale da toglierne ogni lusinga d'incontrarvela, poco mancò che Raimondo non se ne dolesse. E poi che egli era stato travagliato da una cotal paura d'incontrarsi con Clelia, avvenne, come è facile immaginare, che in quel punto dimenticasse il suo primo timore, e l'ansia dell'aspettazione si convertisse per lui in nuovo supplizio. Se non che, fosse caso o provvidenza, Clelia un'ora dopo entrò nelle sale accompagnata dal vecchio generale, e allora Raimondo fu da capo alla prima trepidanza.

Se io non andai errato nel giudicare, parvemi che come Clelia vide Raimondo, si turbasse nel viso, quasi non s'attendesse d'incontrarlo; e partendo da questa prima osservazione, immaginai di vedere per tutta quella sera le traccie del turbamento sul suo volto, e ch'ella facesse del suo meglio per dissimulare.

Comunicai il mio pensiero a Raimondo; e non è a dire se egli n'andò lieto. Da quel punto fermò in mente di volerle palesare l'animo suo, e raccolte le sue forze se le fece innanzi, la salutò e si assise al suo fianco.

--Questa volta il selvaggio s'è fatto uomo, pensai dentro di me; e giuro che giammai mortale che avrà vissuto fino a domani potrà dirsi più felice di Raimondo.

Non rimanendomi di meglio a fare, gironzai alcun poco per le sale. Un'ora dopo essendomi nato desiderio di vedere a qual punto si trovasse nel suo labirinto, cercai cogli occhi Raimondo. Egli era sempre vicino a Clelia e le parlava con calore.... "Benissimo!" Però non avendo di meglio a fare, io continuai a gironzare per le sale.

XII.

Dopo due ore che mi parvero eterne, le sale incominciarono a farsi deserte.

--Ecco due creature che le avranno trovate troppo brevi; dissi abbracciando dell'occhio il gruppo appassionato di Clelia e Raimondo. L'una cosa paga l'altra. E scommetto io che essi avevano molte cose a dirsi.

Non avevo peranco cessato di dire queste parole, che il generale s'accostò alla signorina Clelia, e questa si rizzò in piedi, e salutato cortesemente Raimondo, si allontanò. In un baleno fui d'accanto a Raimondo, che pareva essere rimasto fuori di sè; e trattolo meco, sotto il pretesto di riverire la contessa, giunsi ancora in tempo a farlo incontrare un'ultima volta con Clelia.

--Cospetto, gli dissi quando fummo usciti, non potrai lamentarti di me, nè dire che io non mi abbia sorbita la noia in bel modo per lasciarti a tuo bell'agio.

Se non che al malumore di Raimondo compresi come la celia non tornasse opportuna.

Nè io so d'averlo mai visto tanto dispettoso; ma, quel che è peggio, egli era sconfortato dei fatti suoi; e chi conosce le vie più riposte per cui si giunge all'umana debolezza, pensi se questa era tortura.

In conclusione egli se n'era stato tutta sera vicino al suo amore, e non gli aveva detto ch'egli era il suo amore; gli si era seduto al fianco, l'avea seguito per due ore come uno spettro, gli aveva parlato all'orecchio, per narrargli i suoi viaggi presso le tribù indiane, e descrivergli i costumi dei Lenguà, dei Pampà e degli Aguite queducayà.

Non so come mi stetti dal ridere, e me ne rattenne lo spettacolo del suo dolore che non era men vivo, sebbene andasse unito al ridicolo.

Se non che richiamandomi alla mente quel giorno, e pensando a quelle puerilità d'anima innamorata, parmi ora che soltanto il riso beffardo dei cinici potrebbe deriderle; e che in un'età in cui si è così presso alla fanciullezza che un palpito affrettato del nostro cuore può rinnovarcene le dolcezze, sia grave torto degli uomini il rifuggirne col rossore sulle guancie.

Però il lettore avveduto farà bene a non sorridere di Raimondo; e s'egli ebbe nella vita un'ora sola in cui gli abbia somigliato, o sia in età di temere altrettanto per lo avvenire, tanto meglio per lui--e farà bene a confortarsene.

XIII.

Ogni volta che abbiamo qualche cosa da rimproverare a noi stessi, suole avvenire che al dolore succeda il pentimento, e che questo provochi propositi nuovi; così l'animo di Raimondo andò a poco a poco rasserenandosi; e come ei fu queto, domandò il cielo in testimonio che un'altra volta sarebbe stato più avveduto e più ardimentoso.

Con questo proposito egli ritornò la sera successiva in casa della contessa, ed io credo che non avrebbe fallito alla sua promessa, se la mala stella non ci si fosse posta di mezzo. Clelia non venne.

Il giorno successivo neppure--così l'altro e l'altro ancora.

Immaginate lo spasimo di Raimondo. Del resto il generale continuava ad intervenire colla stessa regolarità, nè mai una volta che mancasse. Ora se la signorina Clelia fosse stata ammalala, il generale non sarebbe venuto--questo era evidente.

Come Raimondo fu venuto a questa conclusione, non andò molto che prese il suo partito. S'egli era stato debole e pauroso con una donna, altrettanto sapeva essere franco con un uomo; però colto un momento in cui il vecchio generale si lisciava in un cantuccio della sala i lunghi mustacchi, gli si accostò risoluto e lo salutò.

Il generale s'inchinò, e continuò a lisciarsi i mustacchi; ma Raimondo tenne duro, e gli domandò notizie della sua salute. Il generale stava benissimo, e continuava a lisciarsi i mustacchi; ma quando s'accorse che il suo interlocutore non aveva in animo di lasciarlo in pace alle sue fantasie, gli domandò tra il sorriso e il cipiglio:

--Il signore mi conosce?

--Ho questa fortuna. Ella è il generale R. Mi fu presentato dalla contessa ed io non l'ho più dimenticato.

--Troppo onore.

--Io sono Raimondo X.

--Ne ho piacere.

--Ella è anche, se non erro, il tutore, o lo zio, o il padre della signorina Clelia?

--Precisamente.

--E la signorina Clelia è ella incomodata?

--Non credo.

--Però da un pezzo non frequenta queste sale...

--Fa i suoi gusti.

Raimondo incominciava a perdere la pazienza; comprese che non vi era mezzo di far chiaccherare quel vecchio orso, e mutò sistema:

--Vorrebbe ella avere la cortesia di darmi qualche notizia più chiara sul conto della signorina Clelia?

Il generale si volse all'improvviso, e guardò in faccia Raimondo. Poi con affettata cortesia:

--E si può sapere a quale scopo ella mi fa questa domanda?

--Io m'interesso molto per la signorina Clelia....

--E con qual diritto ella s'interessa per la mìa creatura? interruppe il generale con asprezza.

--Perchè l'amo, rispose calmo Raimondo.

--L'ama! E in che modo ella l'ama?

--Io non ne conosco che uno.

--Questo è vero; disse il generale mansuefatto dalla sincerità di Raimondo.

Per qualche minuto nissuno dei due fe' motto. Il generale pareva riflettere, e la sua fronte si rischiarava. Fu egli il primo a rompere il silenzio:

--La mia creatura sa essa di questo amore?

--Non lo so, ma credo di no.

--E che venite dunque a contare a me?

--Perdonate? ma se io potessi dirlo ad essa, non lo direi a voi.

--Lo credo.

--Ma io non so come fare a dirglielo.

--Eh! diamine; non glie lo dirò già io per voi. Parlatele.

--Non domando di meglio; ma posto che essa non viene qui...

--È verissimo.... posto che essa non viene qui, voi non potete parlarle.

--Se la conduceste qui...

--Vi pare? Essa fa i suoi gusti.

--Ma se la pregaste....

--S'io la pregassi, verrebbe.

--Dunque?...

--Dunque io non la prego. Quest'è chiaro. Dal momento che la mia preghiera distruggerebbe la sua volontà, tanto varrebbe ch'io l'obbligassi.

--Ma allora io non vedo come...

--Ed io meno di voi.

--Converrete che ciò è doloroso.

--Pienamente.

--Vi sarebbe un altro mezzo.

--Sentiamo.

--Ponete che invece di venir essa qui, mi recassi io da lei.

--Bravissimo. È ben trovato.

--Dunque siamo intesi. Voi m'invitate ed io vengo.

--Siamo intesi; v'invito e venite...

--E parlerò colla signorina Clelia.

--Impossibile; il suo appartamento è separato dal mìo...

--Ma in questo caso il mio trovato non serve.

--Anche questo è vero.

--Che mi consigliate di fare?

--Consigliarvi? Vi pare? alla mia età...

--Anche voi avete avuto vent'anni; anche voi avete amato.

--Ho avuto vent'anni, non lo nego; e poichè voi ne sembrate persuaso, confesserò che ho amato anch'io.

--E che fareste al mio posto?

--In verità poichè l'affare è molto serio, vorrei pensarci sopra seriamente.

--Cosicchè tocca a me il pensarci?

--Tocca a voi, cred'io.

--Grazie del consiglio, generale.

--È una bagatella, signor Raimondo.

XIV.

Il mio amico s'era posto sulla via delle arditezze; al giorno successivo, dopo che ebbe rimuginalo mille progetti in mente, prese il partito di scrivere a delia.

Ecco la sua lettera.

"Io sono una specie di selvaggio, un essere che sta tra il nuovo e il vecchio mondo, ma che non appartiene a nessuno dei due. Voi dovete ricordarvi di me, perchè so d'avervi raccontato le mie peregrinazioni fra le tribù indiane.

"In quel racconto v'ha un mistero, qualche cosa che non era nei miei viaggi, ma traboccava nel mio cuore e voleva corrermi alle labbra.

"Sappiatelo adunque: io vi amo.

"Non vi offendete di questa confessione e della ruvida franchezza con cui la faccio.

"Non deridete il mio orgoglio. Io ho fatto di tutto per vincere me stesso, per soffocare una passione senza speranza.

"So di non essere avvenente, di non potermi appigliare a nulla per accarezzare l'ambizioso sogno d'essere amato da voi.

"E so pure che l'anima vostra è bella, che il vostro corpo è leggiadro, che l'abisso dei vostri occhi è profondo.

"Tuttavia io vi amo.

"Ho scongiurato con ogni mezzo questa sciagura; ho pianto ed imprecato; ma il mio culto s'è ingrandito ogni giorno nel mio seno, e la stessa lontananza volontariamente impostami, ha ravvivato nel mio pensiero la vostra immagine.

"Una volta posto il piede nell'abisso, vi si è attirati da un fascino misterioso. Ah! voi non sapete quanto l'abisso dei vostri occhi è profondo.

"La mia colpa adunque, se pure io ne ebbi mai una, è quella di avervi veduta-- ma anche il non vedervi non era in mie mani.

"Vedervi e non amarvi--guardare il sole e non esserne illuminati.--Impossibile, impossibile.

"Che potrebbe egli fare un uomo? Distoglierne le pupille.... tant'è: il calore che gli sferzerebbe la fronte risusciterebbe nelle sue tenebre la luce.

"Così io potrei rinunziare a voi, e non vedervi, e non parlarvi; ma non potrei rinunziare alla memoria di voi; non potrei rinunziare al mio amore, a questo amore che è cosa mia, perchè io l'ho nutrito nel mio seno e mi dà vita.

"Potreste fuggirmi--io non cercherei di raggiungervi; dappertutto ove io andassi, mi seguireste egualmente. Io vi ho collocata nel più lucido orizzonte della mia intelligenza; colà mi sorridete e vi sorrido, mi amate e vi amo, siete mia.

"Cotesta vi parrà audacia; fors'anco impertinenza-- pensatelo pure inesorabilmente, ma pensate pure che è amore. "Vi ho dato il mio segreto. Se voi sorriderete del mio orgoglio, o compiangerete la mia sciagura, non so. Forse l'una cosa e l'altra insieme; poi che il mio orgoglio è grande, ma non meno grande la mia sciagura, e forse più grande la bontà del vostro cuore....

"Quest'ultima idea ravviva in me una speranza.

"Più vasta dei deserti, sconfinata come la distesa dei mari, inesplorata come le vie degli orizzonti, è la speranza. L'anima dell'uomo si fa gigante in essa.

"Io spero.

"Un vostro cenno, e m'avrete schiavo; un vostro cenno, ed io fuggirò dal vostro sguardo; mi ricaccierò in quelle inospiti terre che mi han visto per tanti anni.

"Porterò fra quei selvaggi raminghi l'immagine mesta e bella di colei che ha fatto battere la prima volta il mio cuore, e ne popolerò la mia solitudine.

"Ma avrò il coraggio d'affrontare la mia sorte, poichè l'anima dell'uomo sa essere gagliarda nel dolore."

Raimondo riuscì a far pervenire questa lettera a Clelia in quello stesso giorno. Com'ebbe compiuto questa impresa, si sentì venir meno tutte le forze: almanaccò sulla riuscita, e ne trasse motivo di sconforto. Parevagli d'aver troppo oltre spinto la sua baldanza, ed ora d'aver pallidamente dipinto il suo stato, ed ora d'essersi reso ridicolo. Per due giorni fu nuovo strazio. Al terzo giorno ricevette per posta questa lettera di Clelia.

"Signor Raimondo.

"Apprezzo i sentimenti che vi hanno inspirato la vostra lettera. Voi siete un uomo leale e mi parlate il linguaggio della franchezza e della modestia.

"Non v'imiterò nella modestia; non tenterò neppure di farlo perché non saprei riuscirvi; le donne sono molto più vanitose degli uomini--e voi forse degli uomini il meno vanitoso. Ma l'esempio della vostra candidezza deve essermi scuola; io devo mostrarmi a voi quale sono, colla verità sulle labbra.

"Non è un mistero che io vi andrò rivelando, non è neppure un segreto; ma è cosa che non si palesa che a chi ha diritto di farcene domanda--ed io penso che voi lo abbiate. Se l'affetto che voi dite di nutrire per me non è mentito, nè io vi credo capace di simulazione, è mio dovere farvi conoscere il mio passato.

"È una storia semplice e mesta, come se ne ascoltano tante; ma forse l'animo vostro ne andrà profondamente mutato.

"Voi, signor Raimondo, avete avuto una madre.

"Non è egli vero che è una buona creatura la madre?

"Si ricordano le sue carezze e i suoi baci, e i suoi dolci rimproveri che vanno ai cuore--e s'intende risuonare per lungo tempo all'orecchio l'eco d'una canzone del paese natale che la poveretta canticchiava daccanto alla culla--e pare sempre di vedere un viso dolce chino sul guanciale. Oh! la è pure una buona creatura la madre!

"Il padre è più accigliato, più severo, ma affettuoso anch'esso. Egli ha sgridato talvolta il suo piccino; aveva una voce robusta che incuteva un po'di timore, ma quando veniva dal suo lavoro, si lasciava frugare nelle tasche. Il buon uomo le aveva riempite a bella posta di zuccherini per far felice il suo bambino. Egli avea del criterio fino il povero padre, e sapeva che in quell'età i zuccherini fanno felice.

"Non è egli vero, signor Raimondo, che dovrebbe essere un gran dolore se ci si togliesse d'un tratto la memoria degli anni infantili, se spingendo lo sguardo nel nostro passato, noi non potessimo arrestarci sopra l'occhio sereno dei nostri poveri genitori?

"Cotesto dolore io l'ho provato. Non conobbi mìa madre; ella morì troppo presto perchè io potessi serbarne memoria. Mi dissero però ch'era bella, ch'era giovine e poveretta, che aveva pianto tanto, e che prima di morire volle baciarmi. Io l'amo molto mia madre; la sogno sovente, ma in un modo confuso, diverso da tutto ciò che si può vedere nella vita, diverso anche da ciò che si può immaginare. Però quando mi sveglio io non serbo più la memoria di quel fantasma.

"Di mio padre so nulla; da principio credeva che io non lo avessi mai avuto; mi assicurarono però che Iddio ne dà uno a tutte le sue creature.

"Le mie memorie più remote risalgono a quattordici anni fa. Io aveva allora quattro anni; mi ricorda d'una bella signora, assai bella, che io chiamavo mamma, e mi baciava e mi regalava dei confetti perchè io la chiamassi con quel nome.

"Tutti gli altri la salutavano con rispetto--io sola sedeva sulle sue ginocchia.

"Altra persona di cui serbo memoria, era un uomo abbastanza vecchio, ma assai robusto, almeno per quanto pareami allora, il quale mi sollevava di terra con una mano sola e mi reggeva seduta sulla palma e mi portava di stanza in stanza fra le risa mie e i paurosi rimbrotti della mamma.

"Quest'uomo è oggi il generale R., quella donna era la marchesa sua moglie.

"Venendo più in giù, trovo la memoria d'una notte mesta. Non erano ancora due ore da che io ero stata messa a letto, che un affaccendarsi di servi per le camere mi destò all'improvviso. La mamma era stata colta da paralisi; si agitava convulsivamente sul suo letto senza parlare--i medici tentennavano il capo sfiduciati. Dopo alcune ore di spasimo, la poveretta morì.

"Così rimasi sola col generale. Fui posta in un collegio e vi passai ìa vita fino a sedici anni; poi mi ricongiunsi al mio benefattore.

"Eccovi il mio romanzo. Se devo giudicare dal concetto che io mi sono fatto di voi, non avrò a temere che sia per scemare la vostra stima a mio riguardo.

"La vostra stima, la stima degli uomini che vi assomigliano mi basta.

"CLELIA."

Raimondo venne a me ebbro di gioja. Mi fe' leggere la lettera di Clelia, e mi ripetè cento volte che egli era il più felice degli uomini.

Se non che non sì tosto fu quetato in lui il primo impulso di letizia, e il suo cuore venne in certa guisa abituandosi a quella felicità da prima insperata, che la naturale incontentabilità degli amanti risvegliò mille timori da capo, e diè vita a pretese fino a quel punto ignorate.

E sì rifece a rileggere quella lettera da cima a fondo per rintracciarvi smaniando una parola di conforto. Indarno io tentai di ridonarlo al suo giubilo persuadendolo che l'avergli scritto, l'avergli confidato il suo passato, l'avergli detto d'apprezzare i suoi sentimenti, non poteva essere un atto di pura cortesia.

Egli non mi contrastava in questo, s'ingarbugliava con mille parole, ma finiva per crollare la testa sconfortato. M'accorsi che aveva fatto un passo innanzi, e non contento che Clelia accettasse l'amor suo, pretendeva d'ispirargliene, anzi d'avergliene inspirato; e poi che conosceva l'assurdità delle sue pretese, soffriva per non dirlo.

Provai a dirgli come io pensassi che già prima Clelia si fosse presa di lui, e come l'avessi vista ad arrossire quando egli era apparso nelle sale della contessa, e come avessimo parlato di lui, e Clelia avesse ascoltato assai attenta.--Di cotal guisa conobbi la verità del mio sospetto; Raimondo stesso dovette confessarmi che quella lettera gli era parsa insufficiente, che essa non gli diceva quali sentimenti avesse egli suscitato nell'animo di Clelia.

Riconfortato dalle mie parole, ma più ancora dallo stesso bisogno che egli sentiva di speranza, afferrò una penna e scrisse a Clelia in questi termini:

"Vi ho benedetta per il bene che mi avete fatto. La vostra confidenza ha alimentato le mie illusioni.--Io posso ancora sperare d'essere amato da voi. Così vi ripeto un'altra volta: "Volete voi esser mia?" Un solo cenno e volerò ai vostri piedi.

"RAIMONDO."

Clelia rispose il giorno successivo:

"Il generale mi ha parlato di voi; stima l'indole vostra, quasi direi che vi ama. Ciò mi ha fatto piacere. Gli ho mostrato la vostra lettera, ed ha sorriso.

"CLELIA."

Raimondo non attese un minuto, e replicò:

"Che il generale mi stimi, e mi ami, e sorrida delle mie lettere, è cosa lusinghiera. Ma in nome di quanto avete di più caro al mondo, ditemi: volete voi esser mia? posso io lusingarmi d'avervi inspirato una favilla sola di questa fiamma inestinguibile?

"RAIMONDO."

A quest'ultima lettera non ebbe risposta.

Aspettò alcuni giorni--lo stesso silenzio. Venne a me col volto contristato.

--Credimi, gli dissi io; va a far visita al generale.

--A che farci? mi domandò imbroncito.

--Credimi, va a far visita al generale.

Quel giorno stesso Raimondo andò a far visita al generale.

XV.

Otto giorni dopo, il mio amico era in grandi faccende. Mi chiamò a sè e mi recai nella sua abitazione. Lo trovai in mezzo ad una faraggine di mobili e di tappeti. Appena mi vide, mi venne incontro--il suo volto spirava la gioia. Raccomandò a Charruà sorvegliasse alle opere degli artefici, e mi trasse nella sua camera.

Non ebbi tempo d'interrogarlo, che egli mi pose a parte con una parola della sua felicità: sposava Clelia.

Pensate se n'era lieto. Aveva fatto addobbare di nuovi arazzi le camere; aveva cercato d'indovinare quanto poteva riuscire gradito ad una donna, e lo aveva accumulato con ogni cura nelle sue sale. Egli aveva ancora la testa piena di progetti; qua era una statuetta da collocare, colà un amorino, una tenda, uno specchio.

Guardai fisso Raimondo--l'anima gli brillava nel volto; mi pareva un altro uomo.

La gioia e il dolore ci trasformano e si contendono bizzarramente il dominio dello spirito.

Alla sera volle lo accompagnassi dalla contessa. Da qualche giorno io l'aveva trascurata; però acconsentii volentieri.

Clelia e il generale vennero anch'essi. Ogni mio studio fu di penetrare nell'animo di Raimondo e di vedere se la sua guarigione era sicura, e se non fosse a temersi una ricaduta nelle prime melanconie. Ma ogni mio dubbio cessò ben tosto.

Assolutamente la felicità ci trasforma--assolutamente la felicità è nell'Amore.

Com'ebbi così conchiuso, salutai la contessa, il generale e la signorina Clelia; strinsi la mano a Raimondo, e lusingato del buon esito della mia cura, andai a cacciarmi fra le coltri.

Io non amavo, però dormii sonni profondi; e siccome la contentezza di Raimondo si rifletteva nel mio cuore, sognai che avevo una bella, e che la mia bella mi faceva una carezza.

XVI.

Di quei giorni m'ammalai. Da gran tempo mi aspettavo a questo; avea preveduto il mio male, lo avea sentito serpeggiare per le vene, e mi ci ero rassegnato. Il medico ne fece carico ai nervi, ed io penso che non s'ingannasse. Sorpreso a quando a quando da tremiti improvvisi alle gambe e sentendomi ogni dì più debole, fui costretto a tenere il letto. La mia ripugnanza per quell'inerzia forzata cui era condannato mi fece parere insopportabile quel supplizio. Siccome però la mia testa era libera, e la mia intelligenza conservava la sua lucidità, a poco a poco mi abituai.

Raimondo era venuto ogni giorno a vedermi. Un dì venne a me più lieto del solito. Tutto era pronto; fra otto giorni Clelia sarebbe stata sua. Siccome io gli presi la mano e gli sorrisi con tristezza, egli mi baciò in volto.

--Tu interverrai alle mie nozze, mi disse con accento di fiducia.

--Lo credi? domandai con quella ingenua speranza che è propria degli infermi.

--Ne ho la certezza. Mi pare perfino che tu oggi stia meglio; ti trovo meno pallido.

Non era vero che io stessi meglio, e se il mio viso non era pallido conveniva accagionarne una febbricciatola lenta che da alcuni giorni non mi abbandonava un'istante. E tuttavia io mi lasciai andare assai facilmente alle illusioni; ne aveva bisogno.

Alla vigilia del matrimonio di Raimondo volli provare a farmi forza, e balzai da letto. Non avea mosso due passi, che mi si piegarono le ginocchia e dovetti appoggiarmi per non cadere. Il pronostico di Raimondo andò fallito: io non assistetti alle sue nozze.

In quello stesso giorno venne il medico; trovò che io stava meglio, ma ad assicurare la guarigione consigliavami i bagni di mare. La stagione era propizia; confortavami ad affrettare; sperava il mutamento d'aria avrebbe contribuito a ridonarmi la salute.

Ne feci parola a Raimondo e sebbene gli dolesse che ciò mi avrebbe allontanato da lui per qualche tempo, approvò l'idea del medico. Determinai adunque che non appena mi fossi potuto reggere in piedi sarei partito per Genova.

Tre giorni dopo potei fare alcuni giri attorno alla mia camera senza l'aiuto del bastone; non aspettai altro--il domani sarei partito.

Charruà venne, com'era uso, a chieder mie notizie.

Feci conoscere per mezzo suo a Raimondo la mìa risoluzione, e come fossi dolente di non poter salutare prima della mia partenza la sua sposa; avrei aspettato lui, e mi sarei servito del suo braccio.

Il mattino successivo assai di buon'ora Raimondo e Charruà erano nelle mie camere. Simplicio, il portinaio, era salito prima ancora da me e m'avea preparato le valigie ed aiutato a vestire; così che in un istante io fui spiccio, e col sostegno del mio amico e di Charruà scesi le scale.

Una carrozza era ferma; feci per salire, e una mano candidissima uscì dallo sportello per aiutarmi; guardai dentro con occhio di meraviglia--era Clelia.

Non dirò la mia sorpresa, nè se più grande fosse in me la riconoscenza o il piacere.

Mi fece sedere al suo fianco, mi domandò della mia malattia, e dissemi con accento di sincerità che se n'era afflitta anch'essa--così dicendo guardava con tenerezza il suo Raimondo.

Compresi come essi fossero felici, e quanto intensamente si amassero. E per una antitesi naturale mi portai col pensiero a quei giorni di tetra mestizia che tanto aveano impoverito l'anima di Raimondo. Quale diversità nell'espressione dei suoi sguardi, e quale nuova e soave armonia nelle linee tranquille del suo volto! Dove era il segreto della sua pace, dov'era il culto che gli mancava, il tempio in cui rinverdisse la sua fede inaridita? Egli l'aveva cercato da per tutto, fuorchè nella sua casa. Ed ecco l'angiolo della sua casa gli aveva sorriso, e gli aveva dato un cuore vergine e un affetto sereno invece delle lusinghiere e fallaci passioni della colpa.

Poc'anzi la solitudine colle sue paure, colle sue ire, coi suoi dubbii perenni; oggi un viso amoroso che si specchia nelle sue pupille, un corpo snello e pieghevole che si serra al suo petto, un cuore che battè col suo--due sguardi, due sorrisi, due anime che si confondono.

Non più quell'eterno smaniare, quel portare dappertutto la noja, quel domandare ad ogni cosa l'amore e riceverne il cinismo. Il mondo gli apriva le sue sale dorate, quelle sale ripiene di mille incantesimi, di mille follie, quelle sale dove s'incontrano uomini che, stringendo la mano e bisbigliando all'orecchio di ognuno la maldicenza, offrono a tutti una larva d'amicizia; e donne dagli sguardi infuocati, dai sorrisi affascinanti che barattano con essi una larva che chiamano amore--egli ne ha ritirato il piede. Poteva carpire cento baci di fuoco che ardono e distruggono, e s'appagò di quell'uno che purifica. La virtù, la pace, la felicità erano nella scelta--ecco il segreto che ha trasformato Raimondo.

Per via io guardava Clelia con un sentimento di mestizia indefinibile. Era pallida e bella, di quella bellezza buona che è l'ideale dell'artista.

Chi si è sentita in petto una inspirazione, ed ha vagheggiato lungamente un tipo, ed ha creduto rinvenirne le forme nelle perfezioni della materia, colui non strapperà giammai all'arte il suo segreto. La natura lo ha creato copista e farà bene a non guardare più in là. Il mondo delle cose ha le sue rivelazioni, ma sono limitate, imperfette nella loro immensità. Un frammento di colonna che toccasse le nubi non sarebbe tuttavia una colonna.

Il mondo delle idee si perde nel cielo; l'arte, che è figlia del cielo, sarebbe cosa morta senza l'idea che le soffiasse dentro il fuoco divino.

La bellezza è la perfezione della materia--la bontà è la perfeziono dello spirito--bellezza e bontà unite sono la perfezione dell'arte.

Io guardava Clelia con espressione di mestizia--giovine, bella, amata; che mancava alla sua felicità? Non sapevo dirlo a me stesso; vedeva la sua letizia, la dolce serenità dei suoi occhi, udiva il suo gajo cicaleccio, e tuttavia parevami che io dovessi compiangerla, e venianmi dal cuore non so quali indistinte parole di conforto.

Mi par oggi, e son passati tanti anni, che io le diedi quell'addio, e che, stringendomi la mano, essa mi rispose: a rivederci. E si fermò sulla parola, dicendomi come sperasse che ciò sarebbe stato assai presto.

"Dipende da voi" aggiunse--e fu l'ultima sua parola.

"Dal cielo" pensai.

In quella fu dato il segnale della partenza. Mi gettai nelle braccia di Raimondo, salutai ancora una volta delia, e partii.

XVII.

Una sera io me n'andava errando lungo la spiaggia. Da qualche tempo i miei nervi mi permettevano le lunghe passeggiate; direi anzi che le esigevano. Avea volto le spalle ai rumori della città e muoveva lento verso San Pier d'Arena. La brezza marina increspava leggiermente le onde che a volta a volta si spingevano a lambire i mìei passi distratti; io era mesto d'una mestizia dolce che assomiglia a contemplazione, e che non ha nulla del dolore.

Quando mi sentii stanco, m'inerpicai sopra uno scoglio e m'assisi.

Ricordai allora ciò che il signor S. aveami detto la sera innanzi dell'isola di Sardegna, e il suo invito di recarmivi con lui per alcuni giorni. Ma poichè tutta quella notte io m'ero travagliato con codesto martello, e n'ero uscito saldo come prima nel mio proposito di non ritornare mai più alla mia patria, volli respingere questo pensiero e sorriderne. E così feci; e per meglio riuscire, volli divagare il mio pensiero, e girai gli occhi all'intorno per trovare qualche cosa che mi suggerisse nuove idee.

La spiaggia era deserta, sabbiosa e seminata di conchiglie, quelle stesse conchiglie che fanciulletto io raccoglieva nei lidi solitarii deila mia patria. Il mare frangeva il suo lamento sovra gli scogli con ritmo severo, come l'aveva udito per tanti anni. Così io mi vidi riportato alla mia infanzia--la mia infanzia era la mia patria. E allora mi parve che io fossi un ingrato; e pensai che quella terra ch'io fuggiva m'avea pure data la luce, e m'avea nutrito coi frutti delle sue selve feconde. Né a me che avea respirato le sue aure profumate d'aranci si conveniva di rinfacciarle le sue miserie, fruito più di sventura che di colpa.

Però da quel punto seguii senza resistervi il corso dei miei pensieri.

Mi ritornò alla mente il volto sereno di mia madre, e i suoi grand'occhi neri--e i fili d'argento che incorniciavano la fronte rugosa della povera nonna, la vecchia amica della primissima mia vita. Ripensai i tripudii sognati sulle sue ginocchia, e le cento storielle delle bigie notti d'inverno, e i fantasmi del focolare. Salii le note scale, mi aggirai per le note stanze del tetto che mi avea visto nascere, e rividi i volti noti che m'aveano prodigato i loro sorrisi. Udii lo scampanare che mi destava ridente nel mio letticciuolo e le grida assordanti, e lo sparo dei mortaretti che festeggiavano la buona santa del villaggio; e vidi riversarsi per le vie sassose una folla variopinta, vestita a cento fogge, sorridente e gaja come una mattinata d'aprile.

--Così dunque io non rivedrò più quei luoghi che serbano tanta parte di me medesimo; io non vedrò più le figure abbronzate dei miei compaesani, non percorrerò più quelle vie, non udrò quelle canzoni e la nenia di quelle cetre notturne. E non sarebbe certamente un gran disagio l'andarvi. Quindici giorni; che sono essi quindici giorni per un artista che non ha altra legge che il suo capriccio?

--Vediamo--non è che fantasticare, ci s'intende, io ho giurato di non andarvi e non ci andrò. L'ho giurato! A chi? Perchè l'ho giurato? e qual danno se io mancassi al mio giuramento? Non è che io voglia patteggiare colla mia coscienza; ma in fede mia se io non ci andrò, non è certamente il mio giuramento che deve arrestarmi. Io partirei domani col signor S.--quel signor S. è una buona persona, che mi ha dell'affetto; per viaggio non sarei solo. Arriverei fra tre giorni, rivedrei qualche amico, e lo troverei mutato, rovisterei dapertutto ove io sapessi celata qualche corda che potesse risvegliare un'armonia sopita nel mio cuore; visiterei come in mesto pelegrinaggio la mia vecchia casa una volta popolata da tante fantasie--e i tugurii dei poverelli che erano un tempo gli amici della nonna--e vedrei forse aprirsi quelle porte tarlate alla notizia del mio arrivo, e venirmi incontro qualche vecchierella che si ricorderebbe di avermi portato in braccio, per baciarmi sulla bocca. Poi m'inoltrerei per un mesto viale, e salutate le mura di un solitario ricinto, andrei silenzioso a ricercare la tomba de' miei cari per appoggiare sovr'essa la testa e deporvi una ghirlanda..., però che io non dormirò l'ultimo sonno accanto a te, povera madre mia.

A poco a poco era scesa la notte; il mare fremeva languidamente alla guisa d'un cuore innamorato che si stringe al petto della sua donna--la notte è la negra amica del mare.

Mi ritrassi dalla spiaggia e ritornai sui miei passi.

--Oibò, conclusi dopo alcune ore dacchè andavo voltandomi e rivoltandomi sui fianchi nel mio letto; oibò! io sto saldo come una piramide; non ci andrò. E giuro che se questa dannazione mi dura ancora, io farò le mie valigie all'alba, e fuggirò questa città senza voltarmi indietro.

--Io fuggirò questa città senza voltarmi indietro, ripetei un'ora dopo.

--Per via di mare, bisbigliavami il mio demonio.

--No, in fede mia, viaggerò per terra. E partirò senza neppur vederlo questo signor S. a cui devo tanto supplizio.

--Ma egli se l'avrà a male.

--Tanto peggio per lui.

--E partirà senza i tuoi augurii--e pensa se il mare gonfiasse le sue tempeste.

--Buon per me che avrò evitato il pericolo.

XVIII.

Il domani all'alba io faceva le mie valigie. Non avevo ancora deciso ove sarei andato; ma era fermo nel proposito di lasciare Genova.

Voleva far ritorno a Milano, voleva proseguire per alcun tempo ancora la mia cura in qualche paesuccio dei dintorni. Mentre io contendeva fra questi due partiti, il cameriere venne a dirmi che il signor S. del Nº 35 era sulle mosse per la partenza, e che domandava il permesso di venirmi a salutare.

--Il signor S., da capo col signor S.; pensai, assolutamente non ci è scampo; avrei dovuto immaginarlo. E dove vanno essi i passeggieri della vostra locanda? domandai asciutto.

Il cameriere mi guardò in faccia stupefatto.

--Convien distinguere, rispose; v'ha chi viene per via di mare e parte per via di terra, e chi invece giunto per terra s'imbarca....

--Non parlatemi d'imbarchi--voglio viaggiare per terra.

--Quand'è così, le vie sono molte....

--Ed è appunto per questo che io non so scegliere....

--Non comprendo.

--Me ne accorgo. State attento. Questo è il numero 80, non è vero? Il numero 81 è occupato?

--Da un inglese.

--Viaggia?

--È arrivato jeri.

--E il numero 79?

--Da un piltore dì paesaggi.... va a Sestri.

--A Sestri? Ho il fatto mio; ora potele dire al signor S. che l'attendo.

XIX.

A questo punto io non potea più dubitare della saldezza dei miei propositi; ma siccome m'aspettavo che la vista del signor S. e i suoi eccitamenti avrebbero ricercato ogni parte vulnerabile della mia risoluzione, mi raccolsi con tutte le mie forze per resistere all'attacco.

--Fuggirò per via di terra, mi ripetei.

E mi tenni così sicuro del fatto mio, che avrei sfidato le sirene a venirmi a provocare sulla spiaggia, che io tanto non mi sarei mosso un pollice dal mio terreno.

Il signor S. entrò nella mia camera. Partiva fra due ore; sarebbe sbarcato a Cagliari; offrivami i suoi servigi se io n'avessi bisogno.

Ci siamo, pensai. Risposi sorridendo, e ringraziandolo.

Il signor S. non insistette, e mutò discorso. Mi narrò i suoi viaggi per l'Italia, ciò che egli vi avea visto di buono, e ciò che parevagli biasimevole. Conversava assai bene, e da principio lo ascoltai con piacere. Ma da qualche tempo io m'era distratto; rispondevagli a monosillabi, e tal volta accennando del capo.

Convien sapere che io m'era fitto in capo che il signor S. fingesse parlarmi d'altro, ma che in fondo non avesse altra mira che trascinarmi con lui in Sardegna.

Se non che, pensandovi meglio, conobbi tutta l'assurdità dei miei sospetti, e come egli non potesse avere alcun interesse a spingermi a questo viaggio. Però da quel punto abbandonai il mio sistema ridicolo di difesa, umiliato della debolezza che me lo avea suggerito.

Il signor S. mi domandò dove io intendessi di recarmi, e se mi sarei fermato ancora un pezzo a Genova.

--Lo vedete, risposi, additandogli le mie valigie.

--Voi partite?

--Per Sestri--balbettai, vergognando meco medesimo d'una determinazione presa così all'improvviso e per causa così meschina.

--È un'amena posizione--diss'egli.

Poco stante mi strinse la mano affettuoso, mi augurò il buon viaggio--ed io a lui.

Uscì--io me ne stetti alcun poco immobile guardando la porta ond'era uscito, e poi le mie valigie, e da capo le mie valigie e la porta.

Frattanto il signor S. ritornò nella mia camera; aveva dimenticato il suo bastone. Al vederlo il cuore mi si allargò come se mi fossi liberato da un gran peso.

--Quando arriverete voi a Cagliari? gli dissi.

--Domani notte.

--E dite che fra quindici giorni chi vi andasse con voi potrebbe ritornare?

Questa seconda domanda la feci più a me medesimo che a lui.

--Anche fra otto; mi rispose.

--Ebbene, signor S., io parto con voi.

Così dicendo presi le mie valìgie, saldai il mio conto col locandiere, e andai ad assicurarmi un posto a bordo della Lombardia.

Qualche ora dopo contemplava sulla tolda quell'immenso anfiteatro di palazzi, e l'estrema punta del faro che veniva perdendosi ai miei occhi.

XX.

Rividi la mia patria. Benchè vi fossi andato quasi a malincuore, io vi aveva portato tuttavia le mie illusioni, pochi fiori scampati alla bufera; e però visitai tutte le reliquie delle mie memorie infantili, con quella religione severa con cui si visita un ossario di famiglia. Le memorie sono una parte di noi, perchè il passato è una parte della nostra vita. Contemplando i luoghi che ridestano le memorie del nostro passato, abbracciando d'uno sguardo solo tutta la tela della nostra esistenza, noi ricostruiamo in certa guisa il presente, completiamo la scienza di noi medesimi; scienza melanconica e difficile, perciocchè conoscere l'uomo non è altrimenti che conoscere le suo debolezze.

Io non dirò como avvenisse che, recatomi in Sardegna più per forza di contrasto che per desiderio, e con animo di ripartirne non più tardi di quindici giorni dopo, mi rimanessi invece poco meno di cinque anni, gironzando per città e per capanne, visitando rovine di secoli, dopo aver visitato le rovine della mia povera casa. Anche oggi ripensandoci, io non so dirlo a me stesso.

Né vorrò farne colpa a te, Elena, bionda e leggiadra creatura, a te così ricca di lusinghe e così avara d'affetto; però che come io ti ho perdonato le lagrime che mi hai fatto versare, se tu fosti causa che io sprecassi i più begli anni della mia giovinezza amandoti senza frutto, vivendo in una terra che non amavo più, ed in una inazione che tarpava il mio ingegno, anche questo ti perdono. E so che, malgrado la fatuità onde sei vestita, il tuo cuore è buono, e la leggierezza dei tuoi sedici anni può scusare il tradimento. Volgerà lungo giro di tempo senza che io ti rivegga; passerà forse tutta la mia vita; ma s'egli avvenga che il destino ci voglia ancora vicini, forse la vecchiaia farà ciò che non ha potuto fare la balda giovinezza: che le nostre anime s'intendano. Allora ragioneremo del passato dei novelli amori che ti attendono, del passato dei novelli amori che m'attendono--se pure mi spetta ancora alcuna parte di gioia nella vita--Così solitarii percorreremo il sentiero che sarà segnato agli ultimi nostri passi, tu appoggiata al mio braccio, io al mio bastone di quercia. E forse scendendo uniti nella tomba, tu mi bacierai sulla fronte, con più tiepida frenesia certamente, ma con più verità e con più sentimento che non ne ponesti nel primo tuo bacio.

XXI.

Ritornando a Milano dopo così lungo spazio dì tempo, il mio primo pensiero fu per Clelia e Raimondo. Due volte soltanto io avevo avuto loro notizie; l'una per lettera nei primi giorni che io mi trovavo in Sardegna, e l'altra ad intervallo di qualche mese da un giovine signore lombardo, venuto in Sardegna per diporto, che io incontrai nelle mie escursioni artistiche. Raimondo non sapendo ove dirigere le sue lettere, ed essendoglisi offerta l'occasione, si servì di questo mezzo per farmi dire che ritornassi presto, ch'egli aveva avuto una bambina, e ch'avevala battezzata Bianca, e ch'era più felice di prima. Quel signore lombardo s'era informato di me per qualche tempo senza frutto; e come avea saputo che io mi era recato a Quartu a poca distanza da Cagliari, ci era venuto anch'esso. Scrissi subito a Raimondo, ma dopo quel tempo non ebbi più risposta.

Così io giungeva a Milano coll'anima commossa; mi pareva d'accostarmi ad una buona amica che avessi abbandonato senza ragione, e mi tenesse il broncio.

--È finita--dissi, volgendo un'ultima volta il pensiero alla mia patria--tutta una tela di insidie alla mia debolezza hanno potuto tenermi ancora presso di te per tant'anni, ma il mio cuore ne è sempre rimasto lontano; tu non sei più che una tomba per me, la tomba dei miei cari. Però il mio pensiero volerà spesso fra le tue mura e i tuoi cipressi, o patria mìa; ma il cuore giammai, però che il cuore sfugge i sepolcri, però che il cuore è la vita.

In quello stesso giorno andai a far visita a Raimondo. Per via io era ebbro di gioia; accostandomi a quella casa dove avrei incontrato la felicità sotto le sembianze della pace domestica, il mio cuore accelerava i suoi battiti. Pensai alla cara sorpresa che io avrei fatto arrivando così alla sprovveduta, a quella bambina di tre anni che mi si sarebbe fatta incontro timorosa, alla serenità del volto leggiadro della mamma, e all'espressione di gioia severa che avrebbe animato gli occhi nerissimi di Raimondo.

La sola persona a cui non aveva pensato, e che anzi io aveva dimenticato in tutto quel tempo, era quel buon uomo snidato dall'altro mondo, quella creatura dai capelli lucidissimi ed abbondanti, dalle forme svelte e dal cuore così grande--quella creatura che aveva spinto il suo disinteresse e il suo affetto per Raimondo, fino a lasciare il suo sole cocente per seguirlo; fino a deporre il suo poncho e rinunziare al suo barbotto--Charruà della tribù dei Charruà.

Al contrario egli si ricordava assai bene di me, e non appena mi vide, diè un picciol grido di sorpresa. Lusingato da questo segno straordinario di simpatìa, io apriva le labbra ad un sorriso; ma non ne ebbi tempo, che Charruà si compose d'improvviso a mestizia; crollò il capo mestamente, chinò gli occhi al suolo e con voce bassissima come è il costume della sua razza:

--Voi qui, signor Giorgio--mi disse--vi aspettavo.

A quell'accento, a quell'espressione desolata, io fui sorpreso più che atterrito, tanto il mio cuore era lontano dalla melanconia. Guardai Charruà, e vidi come il suo volto nerastro avesse smarrito quella lucentezza che gli aggiungeva grazia, come le sue guancie fossero infossate, e i suoi occhi non brillassero più come una volta.

--M'aspettavate, gli dissi: che è dunque avvenuto?

--L'amico del mio signore, risposemi Charruà tristamente, è venuto la prima volta in giorni di mestizia, l'amico del mio signore non vide questa casa nei giorni della gioia--egli non poteva fallire: la sventura, ovunque egli fosse, dovea parlare al suo cuore e richiamarlo nella casa dell'amico.

--Raimondo dunque?

--Il mio signore non tarderà a venire; il vedervi gli farà bene.

Così dicendo m'accennava di entrare nelle stanze di lui. Io aveva in pratica la casa e lo precedetti sbadato; avevo in mente un pensiero terribile che non osavo dire a me stesso.

Entrando nella sala, mi soffermai dinanzi ad un gran quadro ad olio di finissimo pennello; raffigurava una donna giovine e bella, ma con tanta verità di tinte e con così vivo distacco, che pareva dovesse balzar fuori ad un tratto dalla nera cornice.

Quella donna era Clelia. Al vederla rimasi come impietrito; il cuore mi parlava troppo palesemente, perchè io potessi dubitare della verità dei miei timori; ma smanioso d'uscire da quell'ultima incertezza, e d'altra parte timoroso di perderla d'un tratto, non osavo rivolgermi per interrogare Charruà.

Poco stante mi rivolsi. Egli era a due passi da me, colla testa china e colle braccia incrociate. Lo guardai; mi guardò, ma non disse motto; e siccome io m'accostai a lui ed insistetti dello sguardo, egli sciolse le braccia e le lasciò cadere lungo i fianchi.

Quel gesto fu una rivelazione. Impietrito dalla fatale novella io non parlai per alcun poco. Charruà mi si fece accosto, con un brusco movimento del capo gettò innanzi le lunghe anella dei suoi capelli, e mi bisbigliò all'orecchio:

--Lo Charruà non incanutisce mai, i suoi capelli sono sempre neri come l'ala del corvo. Osservate signore come il vostro servo è mutato.

Io lo guardai con tenerezza: i suoi capelli una volta nerissimi, incominciavano infatti ad incanutire. Gli porsi la mano, e fè atto di portarsela alle labbra--m'accorsi che il suo ciglio era umido di pianto.

--Morta! sclamai in quel punto, guardando ancora una volta quel quadro.

--Morta--ripetè Charruà con voce fioca come un soffio di vento.

In quel punto entrò Raimondo. Mi vide e mi mosse incontro senza affrettare il passo.

Lo strinsi fra le braccia: "sono io, gli dissi, l'amico tuo, il tuo Giorgio."

Mi guardò in volto: "Tu qui!" sclamò poi con lieve accento di meraviglia. E fu il solo cenno ch'egli mi facesse del suo piacere nel rivedermi; ma io pensai che il dolore profondo gli impediva di manifestarlo, ma che, sebbene l'anima sua fosse fatta in certa guisa insensibile, egli ne provasse tuttavia grande conforto. Però lungi dall'offendermi della sua freddezza, rimasi più atterrito e dolente del suo strazio.

Mi si strinse al seno, ed appoggiò il capo sul mio omero.

Charruà in un canto della sala, immobile come una statua, col capo ricurvo sul petto, gettava ad intervalli uno sguardo pauroso e dolente sul suo padrone. Una folla d'immagini desolate mi empiea la mente ed il cuore.

D'improvviso Raimondo si scosse, e stringendomi al petto, mi disse con accento di tristezza indefinibile:

--Che tu sia il benvenuto, amico mio--poi guardando il ritratto dì Clelia, ed accenandolo col dito: da un mese io sono solo.

Non disse altro; ma mi fe' segno che lo seguissi e mi trasse verso la sua camera.

Nell'uscire da quella sala, mi rivolsi, e vidi Charruà immobile, colle braccia incrociate e colla testa inclinata sul petto.

XXII.

Io non aveva avuto agio di contemplare il volto di Raimondo; però non appena fui seduto al suo fianco il primo mio sguardo corse a ricercare nei suoi lineamenti le traccie del suo dolore. Il dolore ha una terribile maniera d'alterare le sembianze dell'uomo; non è quella magrezza che succede ad una lunga malattia, ma una tinta indefinibile e sfumata di languore, un solco che non apparisce, ma che pure è profondo, credetelo, assai profondo.

Volsi l'occhio in giro per la camera; ogni cosa diceva l'abbandono e la mestizia; pareva che le stesse pareti vestissero il lutto. La polvere s'era addensata sugli scaffali dei libri; i ragni erano venuti ad attaccare i loro fili sovra alcune tele preziose di scuola fiamminga; da per tutto dove prima era l'ordine, regnava la trascuranza; si vedevano vasi di Sassonia posti alla rinfusa, e le più belle armi delle fabbriche di Boston giacenti confusamente in mezzo ad alcune vecchie medaglie irruginite.

Volli provarmi a confortare Raimondo. Egli sorrise, ma non cercò d'interrompermi e continuò a tenere il capo fra le palme ed a guardare fissamente il suolo con un'espressione d'amarezza disperata.

Compresi come la sua doglia non avesse rimedio.

Il sommo dolore rifiuta i conforti; è severo e sdegnoso insieme; soffre e tace; guarda con occhi immobili, ma senza lagrime. Anche la sventura ha il suo pudore; le grandi sventure passano in mezzo agli uomini tacitamente; il loro lamento sale al cielo, ed è un ruggito. Ma tuttavia è pur la misera cosa questa fragile e boriosa natura nostra: nè il disastro dell'uomo era tanto lieve, che vi si aggiungesse questa barbara e cieca compiacenza d'alimentare il proprio affanno, di vivere in esso, di fissare la propria sciagura senza volerne distogliere lo sguardo un istante.

Ammutolii.

Raimondo si rivolse a me, quasi timoroso d'avermi offeso; ma come vide che il mio volto gli parlava più la compassione che il rammarico, sorrise ancora tristamente e si ricacciò nella sua tetraggine.

Lasciai quella casa sventurata coll'anima inquieta ed abbattuta. Nello scendere le scale m'incontrai in una bambina guidata per mano da una vecchierella.

Vestivano il bruno entrambe: riconobbi subito Bianca, la figlinoletta di cui avevami fatto cenno Raimondo. La sollevai sulle braccia, e la baciai in volto. La vecchierella, che non mi aveva mai veduto, mi guardò sorpresa, ma mi lasciò fare--la piccina sorrise.

Era una creatura dolce, uno di quei leggiadri amorini, dei quali Albano s'è tante volte compiaciuto, e che hanno fatto celebre il suo pennello. Viso affilato, pallido e lungo, capelli ondeggianti, ocelli grandi ed espressivi. Somigliava a Raimondo ed alla povera mamma insieme, ma più a Raimondo; tuttavia, osservandola alcun tempo, mi parve di veder rivivere su quel volto infantile la memoria di Clelia come io l'aveva vista la prima volta in casa della contessa.

Per via pensai al modo con cui Raimondo mi avea accolto, al modo con cui mi avea parlato, alla natura del suo dolore che erami parso avesse dell'amarezza, e credetti di vedere in tutto ciò un mistero, e che la sola morte di Clelia avesse dovuto affliggerlo, non dirò meno intensamente, ma in un modo diverso.

Colla mente fissa in questo pensiero almanaccai cento cose stranissime senza frutto; e allora cercai di darmi pace dicendo a me stesso come fosse naturale che Raimondo si dolesse insieme della perdita di Clelia, e si amareggiasse del suo destino. Questa spiegazione mi appagò alcun tempo, e mi vi acquietai; ma ben tosto i miei dubbi risorsero, e da capo le mie ricerche, e le mie fantasie.

XXIII.

Il giorno dopo ritornai in casa di Raimondo.

Vi andavo con animo commosso, ma pur deciso a farmi forza, a parlargli la voce confortevole dell'amicizia, e dove fosse stato necessario, la voce del rimprovero. Egli era giovine, dovea esser forte--era padre, doveva almeno vivere. Gli avrei parlato francamente; avrei affrontato il suo dolore, gliene avrei rinnovato a vivi colori l'immagine, ricordandogli la sua felicità di cui appena io era stato testimonio, e la grandezza della sua sciagura; ma lo avrei costretto a palesarmi tutto il suo segreto, se pure egli ne nascondeva uno, a versare il suo cuore nel mio--fors'anco a piangere.

Contavo molto sul mio progetto; io prevedeva che se fossi riuscito ad avere la sua confidenza, avrei avuto in mie mani la sua salvezza. Comunque il mio tentativo dovesse andar fallito, avrei fatto il debito mio. Se la sorte mi avea richiamato presso di lui nei giorni della mestizia, io doveva accettare il mandato che mi si confidava: non avrei potuto rifiutarmi senza tradire l'amicizia, senza disconoscere la tela misteriosa e provvidenziale che riuniva l'esistenza di Raimondo alla mia.

Charruà mi mosse incontro--il suo signore non era in casa. Domandai dove avrei potuto incontrarlo, e parve titubante se dovesse dirmelo; ma questo dubbio durò poco; mi accennò del dito una corona di semprevivi che pendeva da un angolo della parete, e mi disse come Raimondo uscisse ogni mattina con una corona consimile, ma non volesse essere seguito.

--Ci andrò--dissi risoluto. Ed uscii senza domandar altro.

Mi diressi verso un cimitero. Quale? Non vi avevo pensato: però mi cacciai in una carrozza da piazza e ordinai mi si conducesse al più vicino.

Vi giunsi in breve ora, e vi posi il piede con un senso di raccapriccio. Pensavo a Clelia che forse dormiva in quel luogo, a Clelia già così bella, così felice; e venivanmi in mente le ultime parole che ella mi aveva rivolte con tanta dolcezza.

--A rivederci, a rivederci--io andava ripetendo dentro di me, e vi scorgevo non so che di melanconico che mi toccava il cuore.

--Or ecco dove io ricerco la tua memoria, povero angiolo.

Mi avanzai trepidante, e spinsi lo sguardo innanzi a me.

Un'ampia pianura seminata di croci nere incurvato al suolo; qua e colà alcune lapidi bianche colle iscrizioni sbiadite dal tempo, alcune fosse scavate di recente, e accanto ad esse un mucchio d'ossami--ecco quel che s'offerse ai miei occhi.

Raimondo non era in quel luogo. Volli ritornare indietro, ma poi che la carrozza s'era allontanata, e mi avrebbe toccato rifare a piedi la via, disperai d'incontrarlo per quel mattino.

Avanzai lentamente, quasi sbadato, attraverso quei sentieruzzi. Non so più che mi avessi in capo, ma al vedermi così solo in quel luogo, io mi sentii come compreso da una misteriosa trepidanza.

Buttai a caso lo sguardo sopra alcune inscrizioni; e mi parve di vedere i superstiti lagrimosi, e d'udire i rotti singhiozzi, e mormorare fra le lagrime agli indifferenti le virtù dei defunti.

Un'anima ha vissuto--è partita; è la storia di ognuno.

La tomba ha una parola sola per tutti; ogni tomba ha un'intera leggenda che non è compresa che da pochi--talvolta da un solo--e per poco tempo. Più tardi ogni altro accento è muto; il santuario della morte non parla più che la sola parola della morte.

Pure crediamo dì temperare con poche parole la legge inesorabile, e che i passanti debbano arrestarsi e indovinare dal nome che ci è caro tutto il tesoro di memorie che egli ridesta nel nostro cuore.

All'improvviso scorsi d'innanzi a me una lapide nuova; era di marmo bianco, semplicissima nel disegno e non abbondava di iscrizioni.

Il cuore martellavami il petto come volesse spezzarlo. M'accostai a quella tomba e vi lessi commosso queste bibliche parole:

"Perchè mi hai tu abbandonato?"

Nè so che la pomposa eloquenza m'abbia mai cercato il cuore così profondamente.

Io non poteva indovinare chi fosse chiuso sotto quel marmo, poichè la menzogna non ne aveva tessuto l'elogio; ma comprendeva lo strazio di chi ne aveva lagrimato la morte.

Più oltre erano nuove iscrizioni, e tutte levavano a cielo le impareggiabili virtù del defunto, e compiangevano lui morto, come se egli avesse a mendicare ancora sulla terra il pane, gli onori e l'adulazione.

Però mi raccostai a quella tomba recente.

"Perchè mi hai tu abbandonato?" Era tutto--una storia d'affetti spezzata, un mondo di sogni svanito.

Pensai a Raimondo ed a Clelia.

M'allontanai un'ora dopo dal cimitero, senza essere andato più in là nelle indagini per cui era venuto. Fantasticai mille cose meste, ma senza potermi togliere di capo quel moto: "perchè mi hai tu abbandonato?"

XXIV.

Nei giorni successivi io non vidi Raimondo. Mi era recato più volte da lui, ma Charruà aveami detto che il suo signore non era in casa.

Anche Charruà parea sempre più tetro; l'ultima volta che io gli avea parlato aveami risposto con un mugolio strano che non giunsi ad intendere. Argomentai però giustamente dal contegno di lui, dello stato di Raimondo. Charruà era come uno specchio dell'anima del suo signore; non subiva altre impressioni, non amava altri affetti, non pativa altri dolori che quelli del suo protettore. Così egli chiamava Raimondo, e il suo occhio si addolciva pronunziando questa parola, come se gli ridestasse in mente una memoria assai mesta. Né io seppi mai che cosa lo legasse con tanta riconoscenza al mio amico, ma della riconoscenza non incontrai certamente e non incontrerò più mai sulla terra immagine tanto viva.

A poco a poco il mio demonio andò cacciandomi in mente che Raimondo non volesse vedermi, e che perciò mi facesse dire che non era in casa. E da prima pensai che egli non volesse essere turbato nel suo dolore e che io subissi la sorte di tutti--e me ne dolsi amaramente pensando alla nostra amicizia, e ai diritti ed ai privilegi che io credeva mi spettassero; ma più tardi andai oltre a credere che egli cercasse di fuggirmi accusandomi d'essere stato io la causa delle sue afflizioni. Però, siccome io mi teneva innocente e l'ingiustizia mi accende il dispetto nel cuore, stetti alcun tempo senza far ricerca di Raimondo, fingendo non curarmi di lui.

Se non che il mio proposito venne meno a poco a poco; in pari tempo che il mio sospetto andava dileguandosi; né corsero quindici giorni, che mi recai in casa della contessa sotto il pretesto di farle visita, ma in realtà coll'animo pieno di speranza di sapere dalla sua bocca qualche cosa dei cinque anni che erano passati.

La contessa mi rivide con gioja--mi parlò di Clelia con molta mestizia--e mi chiese notizie del "povero Raimondo."

Ella accentuò con dolore queste ultime parole, e mi parve di leggervi il compianto e quasi un rimprovero d'essere stata dimenticata da lui.

Non avevo adunque nulla ad apprendere da essa. In quei cinque anni Clelia e Raimondo erano stati spesso nelle sue sale. Le erano parsi entrambi felici, fino agli ultimi mesi, nei quali Clelia avea cominciato ad ammalarsi--d'allora in poi li aveva veduti più di rado--nelle ultime ore di vita della povera Clelia, s'era trovata al suo capezzale--non sapeva dirmi altro.

Mi tornò in mente il vecchio generale; e siccome parevami che io avrei potuto saperne di più da lui, ne chiesi alla contessa.

Tentennò il capo, e mi disse ch'era morto. Poco dopo le nozze della sua Clelia era stato colpito di gotta una prima volta, e n'era guarito in tempo per poter tenere al fonte battesimale la piccola Bianca che egli chiamava teneramente la sua nipotina. Poi siccome un nuovo accesso del suo male gli avea tolto l'uso delle gambe, e lo aveva costretto a vivere nel suo sepolcro imbottito, com'egli aveva battezzato in un momento di buon umore il suo antico seggiolone di cuojo verde, s'era dato all'assenzio. Alla momentanea forza che egli ritraeva da questo liquore doveva le sue ore più gaje; e però in breve ne abusò. I medici pronosticarono che seguitando di tal passo non avrebbe vissuto più di qualche mese; egli lo sapeva e se ne compiaceva. "Non vedo l'ora, soleva dire, di potermi rizzare dal mio sepolcro imbottito--in quei di sasso, scommetto, ci s'ha a star meglio." Quando fu agli estremi di vita volle gli si recasse un bicchiere d'assenzio, e siccome quello che gli veniva apprestato non era ricolmo, pregò lo si colmasse. Poi lo sollevò, e lo tenne alcuni istanti innanzi agli occhi, dicendo: "come è bella la luce traverso questo bicchiere!"

Queste erano state le ultime sue parole, ed era morto nelle braccia di Clelia e di Raimondo.

La contessa narrandomi questo triste avvenimento non poteva arrestare le sue lagrime.

Nell'uscire ella mi domandò se io avessi notizie del signor Eugenio S. pittore, amico di Raimondo.

--Eugenio S., sclamai, egli dunque fu qui!

--Non lo sapevate? È circa un anno che egli è ripartito per Roma; ma visse a Milano alcuni mesi.

Quella notizia sconvolse la mia testa. Io non avevo saputo dell'arrivo di Eugenio a Milano; nè Raimondo me ne aveva parlato. In ciò non era certamente nulla di straordinario, ma tuttavia io mi domandavo senza frutto perchè Raimondo non mi avesse parlato d'Eugenio. Era stato calcolo o dimenticanza? E se il suo dolore consentivami quest'ultima interpretazione, come spiegare il suo silenzio quando io era ancora in Sardegna e Clelia viveva? E perché non mi aveva prevenuto di ciò? perché Eugenio stesso non avea cercato di farmene prevenire o di prevenirmene egli stesso? Tutto quel dì m'affannai in tale pensiero.

Il giorno successivo incontrai Raimondo per via--era il cielo che lo inviava; io non aveva ancora cessato di pensare ad Eugenio; però me gli accostai con animo di domandargliene novelle.

Al vedermi, Raimondo non mostrò sorpresa; mi venne incontro benevolo, si sforzò di sorridere e si scusò meco della sua condotta. Ciò valse a dissipare i miei primi sospetti, né io vidi più in lui l'ingrato, ma soltanto l'infelice.

La sua fisonomia s'era come allungata dal dolore; il suo passo era grave, teneva il cappello assai calato sugli occhi, e l'abito nero abbottonato fin sotto la gola.

Poco stante gli parlai d'Eugenio e gli domandai se ne sapesse qualche cosa. Mi parve che impallidisse, e stentasse alquanto a rispondermi; poi mi disse che Eugenio non gli aveva scritto da molto tempo.

Siccome io mutai subito discorso, egli mi guardò in volto sospettoso, ma parve rassicurarsi. Non mi sfuggì quello sguardo e ne penetrai il senso--però da quel punto ebbi fermo in mente che Raimondo mi celava un segreto.

XXV.

Un segreto! E di qual natura poteva egli essere questo segreto che resisteva all'amicizia? O forse che io non ero più l'amico di Raimondo? ovvero la sua fede nell'amicizia s'era affievolita tanto da farlo rinunziare alla confidenza?

Per gran tempo mi dibattei in questi pensieri. Vi è qualche cosa che ci avvelena più che un inganno in amore, ed è un amico perduto--e quel dubitare d'un amico, quel vederselo innanzi, ma non più sotto l'aspetto d'un tempo, quel ritentare il passato e trovarlo muto, e vedere un seno una volta aperto agli entusiasmi confidenti chiuderci gelosamente il suo segreto, non è certamente meno doloroso. Avanza melanconica e tenace la memoria, ma essa stessa è tortura; si rimane avviticchiati come un'edera dissecata ai rami spenti d'un olmo montano --ma la vita non corre più fra le loro fibre; e quel freddo amplesso è un supplizio.

E tuttavia io non voleva credere che Raimondo fosse mutato verso di me; e lottavo meco medesimo per persuadermi che la sua amicizia aveva sopravvissuto alla distruzione del suo cuore. Domandavo questa fede ad ogni cosa, ad una stretta di mano più lunga, ad un saluto più affettuoso, ad un sorriso più confidente. Quando io gli era vicino, e potevo vederlo e parlargli, mi confortavo in cuore, però che mi paresse di riconoscere ancora il Raimondo d'un tempo; ma come io mi allontanava, la sua immagine si alterava nella mia mente; non era più lui.

Non dirò se io ne soffrissi. Raimondo se ne accorse e venne più spesso da me; talvolta si trattenne meco, ma poi che non mi sfuggiva lo sforzo che egli vi poneva, gliene fui grato, ma disperai d'arrestare il fantasma della nostra amicizia che si era oramai dileguato.

Mi ricordai d'Eugenio. Forse verso di lui io era assai colpevole; ma la lontananza non avea reso lui meno colpevole di me. Non ci avevamo scritto che poche lettere--la nostra vita intima ci era ignota a vicenda. Pure Eugenio aveva un cuor buono, e in quelle giornate di solitudine, sconfortato dei miei affetti, timoroso di vedere distrutte le ultime corde armoniose del mio seno, pensai a lui con desiderio, e gli scrissi con abbandono.

Mi rispose una lettera mesta; si scusò del suo silenzio; mi parlò dì Roma e d'arte; ma non mi disse nulla di sè medesimo, del suo passato. Gli aveva parlato a lungo di Raimondo per eccitarlo a ragionarmi del tempo in cui egli s'era trovato a Milano, ma non ne fe' cenno. Mi lasciò sperare che sarebbe venuto a stabilirsi vicino a me ed a Raimondo, la cui sciagura appresagli per la prima volta dalla mia lettera avevalo afflitto acerbamente.

Questa lettera d'Eugenio non rischiarò punto le mie tenebre.

Mi raccolsi in me medesimo; ricercai la solitudine, e domandai conforto al lavoro.

Passarono così alcuni mesi; Raimondo veniva a quando a quando da me; il suo dolore aveva perduto d'acutezza, ma non era perciò meno intenso o meno profondo; si era rassegnato al suo destino, ma alla guisa dell'albero che, incurvato dalla bufera, rinnova la corteccia e riprende la sua vita, ma non dirizza mai più i suoi rami.

Una sera io me ne stava seduto accanto al caminetto, avvolto nella mia veste da camera, contemplando alcuni tizzoni che crepitavano scherzando colle loro lingue turchine. La neve scendeva a larghi fiocchi; il ghiaccio avea disegnato a bizzarre fioriture le vetrate del mio balcone.

D'improvviso venne picchiato al mio uscio. Era Charruà. Il suo signore mi pregava di recarmi da lui; aveva bisogno di me, e che io vi andassi subito se non mi fosse grave.

Buttai in un canto la mia veste da camera; indossai un soprabito, e mi recai in compagnia di Charruà in casa di Raimondo.

XXVI.

Lo incontrai seduto sul suo letto. Egli mi aveva atteso con impazienza ed avea temuto che per qualche incidente io non avessi potuto arrendermi al suo desiderio. Però appena mi vide balzò da letto e mi corse incontro; si acconciò in furia e mi trasse d'accanto al camino.

E mi disse come fosse stato male tutto il dì, e come avesse avuto in mente per molte ore di farmi avvisare, ma non fossegli bastato l'animo di farlo prima. Aveva molte cose a dirmi, delle confessioni a farmi, dei consigli a chiedermi.

Era nelle sue parole tanto dolore, e tanto e così sincero pareva il pentimento della riservatezza usata meco fino a quel punto, che se anco io vi avessi visto una colpa, ed in quel momento la mia mente rabbonita era assai lungi dal pensarlo, non avrei domandato di meglio che di perdonargli.

Lo confortai, e gli dissi che io mi era accorto che egli mi celava qualche cosa, e che mi aveva punto al vivo non già il desiderio di conoscere i fatti suoi, nè il dubbio d'aver perduto la sua amicizia, ma il timore d'essere stato io la causa di qualche suo dispiacere che ignoravo. Sapevo di mentire, ma lo facevo con tanta sicurezza come se compissi un dovere--e forse non ebbi torto.

Raimondo fu lieto delle mie parole; parve meditare alcun poco, poi come se, vincendo gli ultimi attacchi della sua titubanza, avesse preso il suo partito, accostò con un moto risoluto la sua seggiola vicino alla mia, poi ordinò a Charruà d'accendere un candelabro.

Poco stante, a conciliare la mia attenzione, mi prese le mani, e le strinse nelle sue.

XXVII.

--Ho aspettato fino ad oggi, prese egli a dire con voce commossa, e avrei forse aspettato ancora; sarei disceso nella mia tomba senza che l'amicizia avesse potuto guardare nel mio povero petto--ma oggimai è impossibile indugiare; io non trovo dentro di me tanta forza per determinarmi ad un partito; ho bisogno dei tuoi consigli: a tal patto ti svelerò l'animo mio.

"Non ti offenda questo sentimento d'egoismo; poichè gli è forse meno biasimevole che tu non pensi; fors'anco non è egoismo. So di non frodarti nulla tacendo; so pure che la confessione che io ti farò scemerà il mio affanno--se v'era dunque colpa in me, era quella di voler essere solo a soffrire; se v'era egoismo nel mio contegno, egli era certamente un egoismo assai strano--l'egoismo del dolore.

"Non è un segreto il mio, non è una colpa--è un dolore. Se ti dirò cosa che tu ignoravi, non credere che per contenderti questa scienza io abbia taciuto finora. Altri avrebbe potuto dirti la stessa cosa, nè io me ne sarei afflitto. Ma ciò che nissuno poteva dirti, è ciò che io solo conosco, ciò che io ho serbato per me solo fino ad oggi gelosamente, lo strazio del mio cuore.

"Io solleverò per te questa cortina che ho calato sul mio passato per isolarlo, ed isolarmi in esso--dividerò teco l'affanno patito e quello che mi rimane a patire--il mio strazio sarà il tuo.

"Ho lottato molto per arrestare questo giorno; oggi mi arrendo, ma fui già vincitore. Io era riuscito ad abituarmi a me medesimo, a questa solitudine che mi era odiosa, a questo martello inesorabile del pensiero che mi raffigurava il mio martìrio; era riuscito a creare una colpa per fare di me un colpevole, e aver diritto di riversare sopra di me l'opera fatale della sorte. Ho provato dei rimorsi, dei rimorsi incessanti, inauditi--e li aggiunsi all'anima mia con compiacenza.

"Di tal guisa ho perpetuato il mio dolore--e me ne tenni lieto. Il mio dolore! Avrei temuto di perderlo, perchè era l'unica cosa che mi rimaneva di Clelia.

"Oggi vi rinunzio. E che altro potrei far io, povera creta? So io che faccio? Posso io dire al mìo cuore: batti più forte,--poss'io dire alla mia mente: raccogliti, sii calma? Oimè! lo sento, qualche cosa si è spezzato nel mio organismo--un nonnulla forse, una mollecola spostata--ma è tutto; io non ritrovo più il filo che dirigeva questo fantoccio--me lo sono lasciato sfuggire di mano--in nome del cielo ditemi dunque se queste sono le mie gambe, se queste sono le mie braccia...."

Raimondo si tacque. Aveva pronunciato con tanta vivacità queste ultime parole, che io lo guardai per un istante atterrito. Non andò guari che egli mi sorrise e proseguì più calmo, ma con accento di mestizia profonda:

--L'ho pensato anch'io, l'ho desiderato, l'ho perfino sognato. Impazzire! rinunziare alle idee--non serbarne che una per tutta la vita, non volere e non potere averne mai, nè un solo istante, un' altra--essere sempre con Clelia, accanto al suo letto di morte, la sua testa incadaverita vicino alla mia, i suoi sguardi immobili fissi nei miei, le sue labbra gelide appoggiate alle mie labbra, e baciarla avidamente, d'un bacio lungo, profondo;... L'ho pensato, l'ho desiderato.

"Ma se la pazzia mi contendesse l'ultimo raggio di luce dell'intelletto, e che non vi rimanesse neppure la memoria! Questo pensiero mi ha atterrito.

"È forse meglio non essere pazzo: posso guardarmi in faccia e domandarmi conto --e penetrare nel mio seno per vedere se le ferite sono sempre profonde, e lacerarle perchè non guariscano. E quando la mia mente avrà cessato di vivere del pensiero di lei, io potrò pagare due scudi perchè s'inchiodi la mia bara; e dire all'anima mia: vattene in pace, non hai più nulla a fare quaggiù--credilo, non ci hai più nulla a fare."

Ammuttolì d'improvviso e si cacciò il capo fra le mani con un moto disperato. Compresi come il risvegliarsi di quelle memorie così tristi lo avesse commosso. Però mi tacqui, pensando che forse ciò gli avrebbe guadagnato un intervallo più lungo di quiete.

Non andai errato nel mio pronostico; e siccome io aveva continuato a guardarlo sott'occhi, vidi ben tosto che egli risollevava il capo.

Aveva il ciglio asciutto, nè vi si scorgeva traccia di lagrime versate; pure egli aveva pianto. Alla guisa del leone ferito che cancella il sangue caduto sulla sabbia del deserto, egli aveva nascosto il suo dolore.

Raimondo aveva del leone e del fanciullo --ruggiva o piangeva. Arcano impasto di gagliardia e di debolezza, le sue guancie conoscevano il rossore della vergine, i suoi occhi avevano i lampi della collera. A quel subitaneo e risoluto drizzarsi della sua testa orgogliosa, a quel guardarmi in volto fisso, alla frequente ansia del suo petto, mi si rivelò tutta la selvaggia natura di quell'anima di fuoco. E pensai quanto dovesse essere grande il suo dolore, perch'ei ne fosse così vinto, quanto grande l'amore che egli aveva educato nel suo cuore per Clelia, e quanto atroce la sciagura che gliela aveva ritolta per sempre.

E tuttavia io non fui pago; e dissi a me stesso che ciò non era tutto, che la battaglia di cui io vedeva le rovine aveva dovuto essere non solo tremenda, ma lunga --che la potenza dell' urto improvviso era grande, ma che il petto di Raimondo vi avrebbe resistito, se una lotta continuata non ne avesse prima travagliato e paralizzato le forze.

Per qualche tempo Raimondo non disse motto; io dal mio canto taceva. Le fiammelle del candelabro guizzavano dinanzi ai nostri occhi, mescendo il loro debole crepito al nostro respiro.

Mi trassi più presso al mìo amico, ed appoggiai le mani sulle sue ginocchia. Egli mi guardò, lasciò cadere il capo un istante, poi lo rialzò d'un tratto, e prese a narrarmi la storia del suo dolore.

XXVIII.

"Sono oramai cinque anni--te ne ricordi? Ci separavamo con mestizia, ma senza gran dolore,--la felicità mi facea sentire meno l'affanno della tua partenza--il pensiero di sapermi felice e un cotal poco la compiacenza d'essere tu la cagione della mia pace ti rendeano forse meno amara la solitudine in cui andavi a cacciarti.

Non ho mai dimenticato quel giorno; non lo dimenticherò forse mai; e tuttavia sebbene io tenti talvolta a gran fatica di rappresentarmene agli occhi l'immagine, non so riuscirvi--al mio quadro manca sempre qualche cosa. Che mai? un po' di pallore sulle tue guancie e un po' d'abbandono nei tuoi passi vacillanti forse.... no in fede mia non è questo. Io so troppo bene che un pittore non potrebbe aggiungere un solo tocco di pennello a completare la mia immagine--ma tuttavia è imperfetta. Forse è l'anima mia che è monca; forse il velo dietro cui si è celata la mia esistenza è troppo fitto, e il passato che io scorgo attraverso non difetta che di luce. Ah! quest'ombra immensa, questa nebbia che mi circonda, che mi preme come una cappa di piombo, e di cui la mia anima neghittosa si compiace! Invano ho tentato talvolta di sollevarmi, di uscire dalla bigia atmosfera in cui vivo per guardare ancora una volta il sole. E mi sono detto che vi ha forse ancora qualche dolore più grande del mio che trabocca dal petto degli uomini, e che io devo portarvi il mio cuore a raccoglierlo. Ma anche l'entusiasmo del sagrifizio si è spento in me--sono diventato egoista, non già per paura, ma per inerzia--ingeneroso senza essere malvagio; incapace di gran male, ma incapace ad un tempo di bene.

Giammai, io penso, trasformazione più ingrata è avvenuta nella tempra gagliarda degli anni giovanili. La rovere orgogliosa si è spogliata della ruvida corteccia, ha barattato i suoi rami rozzi e tenaci colle pieghevoli fronde del salice che piange senza lagrime.

Talvolta penso che ho torto di lamentarmi--non ho avuto io la mia giornata? --sia pure un'ora sola nella vita, che importa se almeno in quest'ora si ha vissuto? Quanti più sventurati di me non bevettero mai alla coppa della felicità! Ho amato potentemente--fui potentemente amato--l'amarezza ha seguito la pace--e sia--cotesta è la legge degli uomini. Il dolore segue i nostri passi e cammina veloce. Quand'ei ci avrà raggiunto più nulla--tant'è: procuriamo che ciò avvenga più tardi che sia possibile, e sopratutto non voltiamoci indietro per via.

Ma il sillogismo si è spuntato contro il mio cuore codardo; lungi dal ricingermi di forza per resistere e soffrire, ho imprecato alla natura; mi son detto che quando la carriera delle rose è finita, non conviene andar oltre un passo, ma seppellirvisi per sempre--che se il calice non può darci altro che amarezza, la mano dell'uomo deve allontanarlo dalle sue labbra e buttarlo nel mondezzajo, perché nissuno più lo raccatti.

Comprendo quanto egoismo si nasconda in questi principi; e che se pensassero tutti di tal guisa, il mondo rassomiglierebbe ad uno sterminato deserto, e i palagi e le ville sarebbero covili e tane tortuose, e gli uomini serpenti raggomitolati. Ma anche di quest'immagine talora mi compiaccio--e in verità che tra la bava del rettile, e l'adulazione che ci circonda, io non so dire quale più bassa e più oscena--nè se dal confronto l' uomo possa uscirne a miglior partito e col vantaggio dalla sua.

Vorrei poterti rappresentare al vivo lo spettacolo della mia felicità d'un giorno perché tu potessi comprendere lo strazio che ho patito.

Io non so se mai altr'uomo abbia sentito voluttà così intense e tanto profondamente--l'amore, l'abbandono soave e tenero di due anime, quella confidenza totale che accomuna e confonde le esistenze, quel palpito concorde che accende le fiamme del desiderio e avviva la sete perenne di baci. Io ho provato tutto ciò; ed è rimasta nel mio petto un'impronta indelebile di quella vita, e quasi un'eco del passato che vi ridesta a quando a quando un sussulto povero e mesto.

Sì, io fui felice; quant'uomo può immaginare, quanto fantasia di poeta, o sogno d'innamorato può creare. Clelia, il fantasma rosato che io aveva vagheggiato spasimando per tanto tempo, era finalmente mia, fra le mie braccia--era mia, palpitante, carezzevole, lieta delle mie carezze. La nostra vita fu per gran tempo un idilio, uno spasimo dolce, una festa d'amore.

Nei nostri slanci d'affetto ci chiamavamo coi motti più teneri; a poco a poco i nostri stessi nomi si corruppero nelle nostre labbra in cento vezzeggiativi, e ne vennero fuori due parole bizzarre, senza senso, ma che per noi ne avevano uno dolcissimo. È con quel nome strano che io la chiamo nei vaneggiamenti delle mie notti insonni, e mi pare ch'ella risponda alla inia voce e che susurri alle mie orecchia in una favella misteriosa la sua risposta.

Ci eravamo abituati al piacere d'essere insieme, di vederci ad ogni istante, e tuttavia noi sapevamo rinnovare tutti i giorni al nostro cuore lo stesso giubilo, colla stessa potenza di vita, colla stessa frenesia; insaziabili sempre l'uno dell'altro, quando eravamo lontani ci pareva d'essere incompleti. Le più strane e sciocche paure si affollavano nella mia mente s'egli avveniva che io dovessi separarmi per poco da lei; diffidavo della mia felicità; parevami che il più leggiero soffio l'avrebbe fatta svanire.

Quando eravamo dappresso deliravamo di contentezza; se mi accadeva d'uscire un istante, essa correva al balcone per seguirmi collo sguardo--e siccome sporgeva il corpo dal davanzale per vedermi più a lungo, io mi voltavo cento volte trepidante, e le faceva segno di ritirarsi. Ella sorrideva, i passanti ci guardavano e sorridevano anch'essi--ma quel riso non mi feriva. Ed io penso che gli uomini si affannino invano per avvelenare col ridicolo la felicità degli amanti, e che faranno invece assai bene ad arrestarsi a benedire e a scongiurare il nugolo dalle loro teste--nè mai voce di preghiera sarà salita tanto alto, però che l'ara benedetta dell'amore darà vita alla famiglia che è cosa santa.

In casa eran cento follie--me la toglievo spesso sulle braccia alla sprovveduta, e con quel fardello correva pelle camere ansante. Ella mandava un piccolo grido di sorpresa; poi appoggiava il capo sul mio omero e lasciava pendere le braccia dietro le mie spalle frammettendo al continuato scoppiettio delle sue risa, alcuni accenti di rimprovero più dolci delle carezze. Il più spesso io arrestava la mia corsa d'innanzi ad uno specchio, perchè potessi vedere più al vivo lo spettacolo della mia felicità e compiacermene. Allora ella coglieva il momento per scivolarmi tra le braccia, e fattomi un bacio, e dettomi: "cattivo" se ne fuggiva nelle sue camere, giurandomi con una grazia adorabile che non l'avrei colta più mai.

A tavola gli era un perturbamento quotidiano di tutte le leggi della simmetria gastronomica. Il nostro cuoco, uomo che si teneva molto del suo ministerio, s'adoperava con molto garbo a disporre in bell'ordine la nostra mensa, e poichè non eravamo che due, Clelia ed io, egli pretendeva, non so per quali regole euritmiche, di collocarci dirimpetto l'uno all'altro. Ora siccome la tavola era ampia, avveniva che noi nell'ora di pranzo eravamo in certo modo separati bruscamente. La prima a sottrarsi a questa catena fu Clelia, e un bel giorno alle frutta abbandonò il suo posto e mi s'assise d'accanto. In seguito fummo entrambi--per il primo quarto d'ora stavamo alle leggi del cuoco; ma non più oltre.

Charruà ne era lietissimo; ma il cuoco, sebbene si adoperasse a fare anch'egli tanto da parerlo, in fondo in fondo ci soffriva, e non andò molto che si dimise dalle sue funzioni--nè io saprei immaginare altra causa se non quella del poco rispetto alla sua scienza.

Insisto su questi particolari perchè mi pare di gustare ancora quelle gioie e respirare il profumo di quella pace.

Il viaggiatore che attraversa per la prima volta il deserto, appena è se si arresta alle poche oasi che incontra, però che egli ne ignora l'eccellenza--ma quando le sabbie ardenti e i raggi del sole gli hanno appreso la durezza del cammino, egli ripensa con desiderio al tetto che lo copriva; e se mai gli avviene di avventurarsi per le stesse vie, ricerca avidamente il povero rezzo della palma, e non sa abbandonarlo senza un sospiro."

XXIX.

"I primi mesi del mio matrimonio scorsero di tal guisa fra le puerilità e le matte allegrie. Clelia era in molte cose una bambina; le piaceva dormire colla testa appoggiata sulle mie ginocchia, le piaceva passare le sue mani affilate fra mezzo ai miei capelli, e scompigliarli poi ad un tratto, e riderne. Poi voleva pettinarmi, e farmi la spartitura sul mezzo della fronte, e recavami uno specchio perchè mi guardassi, e guai! se io non ne sorrideva.

Io la lasciavo fare--mi deliziava di queste inezie, e ne aveva fatto un argomento importante della mia vita.

E che l'accigliata filosofia si levi pure a stigmatizzare nell'uomo il fanciullo--la sua voce non saprà mai giungere fino al cuore--l'infanzia è l'alba dell'amore, però che l'amore è la vita--il vero filosofo amava i fanciulli, e voleva vedere le loro teste ricciute attorno a sè, e dispensava loro le carezze, e parlava alle turbe una filosofia dolce, fidente, che si compendiava in una parola: amate.

"Amate, amate--sappiate essere fanciulli nell'amore" ecco il consiglio del saggio--e le turbe faranno assai bene a se stessi se lo ascolteranno--e faranno bene alle future generazioni se lo ripeteranno accanto al focolare ai loro figliuoli.

Usciti d'infanzia gli uomini sogliono arrossire di buon'ora del loro passato; e la maggior offesa che altri possa far loro è di rammentarglielo. L'età senile giunge sempre troppo presto a vendicare siffatto oltraggio. Ma poi che io non mi vergogno che vi sia stata un'età della mia vita in cui ero fanciullo, non mi dorrà neppure di confessare che fatto uomo seppi rinnovarmene alcun tempo le dolcezze."

XXX.

"Un giorno io era rimasto assente di casa più dell'usato; al mio ritorno Clelia mi venne incontro alquanto imbronciata. Le prodigai mille carezze e il suo malumore fu ben presto dissipato; ma rimase nel suo volto come una impronta indefinibile di mestizia e di sbigottimento, e un abbandono soavissimo nelle sue membra.

Io non sapeva che pensare; ella mi nascondeva qualche cosa; pareva a quando a quando volermisi accostare per rivelarla, e che l'animo non le bastasse.

--Che hai? le chiesi ponendomi all'improvviso d'innanzi ad essa, e carezzandole le guancie colla mano.

Arrossì, si turbò nella risposta, e tentando districarsene, si confuse peggio.

--Ho paura.... balbettò poco dopo; ma non disse altro.

--Di che?

Invece di rispondermi si gettò fra le mie braccia e nascose il capo sul mio omero."

XXXI.

"Clelia era madre.

Finchè ella lo aveva dubitato, era stata come in preda ad un vago turbamento, ad un timore nuovo, inesprimibile. L'importanza della cosa aveala atterrita, ma d'un terrore dolce che aveva della sorpresa e nulla del dolore. Essere madre, portare nel seno un'altra vita, vivere di quella; era troppo grande voluttà, era una prova suprema, una risponsabilità senza limiti, tutto un avvenire in sue mani. Quell'anima ingenua e dolce ne era rimasta stordita, aveva misurato le sue forze e si era creduta debole ed aveva pianto per paura. Ma non appena ebbe la certezza del suo stato, succedette a quella titubanza una allegria matta, un soave raccoglimento alla pace e ad un tempo il più grande abbandono alla gioia. La sua anima era nei suoi occhi, e i suoi occhi s'erano come velati; quando li sollevava per guardarmi era un raggio di sole che veniva a battermi sul viso. Si attaccava al mio braccio con una compiacenza infantile, e voleva che io la conducessi così per le camere.

Si abbandonava talvolta ad una gioia pazza, e si diceva lieta d'essere madre.

--Mi pare di appartenerti di più, mi pare che nulla più possa separarci, mi diceva in quei momenti con abbandono.

M'avvidi che l'amore materno si faceva strada a stento attraverso l'amore di sposo, e che io era tuttavia solo a regnare nel suo cuore.

Una volta mi si fece innanzi impensierita e mi disse seriamente:

--Guardami bene.

--Ti vedo, le risposi sorridendo.

--Non è vero che sono piccina?

--Non mi pare.

--Sì, lo sono, voglio esserlo.... Dimmi che lo sono. Mi parrà d'esser più tua, di far parte di te, di penetrare di confondermi nella tua essenza.

Più spesso assumeva un fare serio e contegnoso, una gravità che contrastava bizzarramente colla freschezza delle sue guancie. In quei momenti non mi diceva parola e si mostrava assai distratta; pareva che fantasticasse prevenendo il futuro e che volesse far la mamma in sul serio; però se io mi fossi attentato a scherzare, ella mi avrebbe risposto che il tempo delle celie era passato, e che bisognava pensare da senno al nostro bambino.

--Puoi dire: la nostra creatura; le osservai un giorno sorridendo.

--Perchè?

--E che hai tu da sapere se sia un bambino o una bambina?

--E chi l'ha da sapere se non io? Ti dico che è un bambino.

--Ed io voglio che sia una bambina.

--Per l'appunto, no. Io voglio che sia un bambino e che ti assomigli; voglio che porti i baffi come tu li porti e il pastrano abbottonato sotto il mento, come te; e che cammini a passi gravi come tu fai. Non replicare, altrimenti vado in collera davvero.

Perchè non andasse in collera, me la strinsi al cuore teneramente."

"Malgrado i suoi pronostici e i suoi voleri assoluti, il bambino fu proprio una bambina, come io aveva desiderato.

Non ho mai saputo comprendere la causa della insana predilezione che sogliono le madri accordare ai maschi. Un filosofo materialista ne attribuisce la simpatia del sesso--tal sia di lui s'egli non vede più in là. Però qualunque ella sia codesta causa, io sono convinto che nasconde un'ingiustizia.

Me ne era ripetuto cento volte le ragioni, ed aveva desiderato una bambina.

"Un bambino, m'era detto, non sarà tuo che fino all'età di cinque o sei anni; più oltre diventerà caparbietto, insolente, distratto, e ti farà andare in furia più d'una volta. A vent'anni, se mai avvenga che le sue idee non si accordino colle tue, ti abbandonerà senza dolore; si darà al giuoco, allo stravizzo, agli amorazzi; vorrà fare il cospiratore, vorrà cacciarsi nelle fila dei soldati per vanità, e col pretesto della gloria ti farà provare palpiti non mai sentiti--temerai ch'egli ti venga meno ad ogni tratto--Al contrario una fanciulla è un amore perenne: la vedrai crescere per lunghi anni dinanzi ai tuoi occhi--sempre egualmente desiosa delle tue carezze, sempre ingenua, sempre dolce--e vorrà che tu pigli parte ai suoi giuochi infantili, e ti salterà sulle ginocchia per abbracciarti e carezzarti colle sue piccole mani. Quando sarai invecchiato ed ella cresciuta tanto da non amar più la bambola, si compiacerà d'uscire con te e darti braccio; ti preparerà di sue mani il caffè, che è la tua bevanda favorita; terrà in ordine la tua guardaroba, vorrà numerare la tua biancheria--e quando la sorte le avrà dato un buon marito e che tu ne sia lieto, ella ti lascierà piangendo, e ti trarrà in disparte per dirti fra le lagrime che le duole di separarsi da te, e prometterti che non passerà giorno senza venirti ad abbracciare. Quando sarai cadente per vecchiaia, persuaderà il marito a raccoglierti sotto il suo tetto; al tuo arrivo ti manderà incontro i suoi figliuoli, che si caccieranno fra le tue gambe chiamandoti nonno...."

Per tal guisa io andava alimentando il mio desiderio; ed io credo che se le mie speranze fossero andate deluse, la gioia di esser padre non avrebbe pagato il mio dolore.

Pensa adunque la mia gioia quando mi nacque quella bambina.

Avea lo sguardo, la bocca e il riso di Clelia; e sebbene mi fosse vivamente contrastato, io sostenni sempre che n'avesse anche il naso; però il nome non doveva essere altrimenti.

Se non che in ciò incontrai grave opposizione per parte di Clelia che venne persuadendomi non so con quali argomenti a battezzarla col nome di Bianca, ch'era un bel nome. E poi che non voleva contraddirle in ogni cosa, mi arresi; però fu fermato che l'avremmo chiamata Bianca.

Questo angioletto che veniva a visitare la nostra casa e ad iniziare la nostra famigliuola, fu salutato con festa; per esso la sorgente delle nostre dolcezze fu moltiplicata; rinnovate le nostre abitudini e dato loro un altro indirizzo. Quind'innanzi la nostra vita non avrebbe avuto un solo istante di vuoto; quella bambina la riempiva tutta, noi vedevamo d'innanzi uno scopo, comprendevamo pienamente le ragioni della creazione, ne avevamo in mano le fila; parevaci d'aver penetrato il segreto della divinità.

Quanto è audace l'amore di amante, quanto è sereno quello di sposo, altrettanto è robusto ed operoso l'amore paterno. Il mio cuore educava a un tempo i tre affetti, li custodiva gelosamente, e ne irraggiava di continuo, come il fiore i suoi profumi. L'affetto è il profumo del cuore.

Quella creatura è oggi l'unico conforto di questa terribile vedovanza del mio cuore. Per essa io posso ancora ingannare la mia solitudine, crescere vita alle mie memorie, rinvigorire il culto melanconico che ho sacrato a quell'angiolo che m'ha lasciato.

Se tu vedessi quanto le somiglia, come l'ingenuo suo sorriso infantile ricorda il mesto sorriso della povera morta.

Io passo molte ore della notte al suo capezzale,--finchè non si sia addormentata, ella mi rivolge la sua testolina, sorride e mi porge a quando a quando le mani per abbracciarmi. Quando dorme io me ne sto silenzioso a guardarla col gomito appoggiato al guanciale, e allora mi pare di sentire la presenza d'un essere invisibile che penetri dentro di me, che mi avviluppi in un amplesso di fuoco, e mi parli una parola dolce in segreto.

Credi tu che gli spiriti dei defunti possano abbandonare le regioni dell'aria, e visitare il tetto che li aveva in vita, e confortare i dolori che hanno lasciato?

Non mi dire di no.

Anch'io ho sorriso molto tempo di questa credenza; oggi è la sola che mi sia cara, e m'affanno per arrestarla.

Se questa fede non m'inganna, la poveretta non mi ha lasciato del tutto--sol ch'io la chiami colla mente, ed ella si appoggia subito al mio fianco, sol ch'io le parli, per udire ancora la sua voce--per vederla non ho che a cercare il suo volto affilato sotto le guancie un po' più ritondette della piccina.

Tutto ciò avviene misteriosamente, senza che quasi io ne abbia coscienza--non vi occorre che un atto debolissimo di volontà che si produce come per attrazione invisibile.

Nulla di più puro, di più dolce dello spirito di lei come suole apparirmi in queste fantastiche visioni--la mia anima pur essa ne rimane mutata; il dolore cede al raccoglimento sereno--l'amarezza alla mestizia. È un sospiro all'amore, all'eternità dell'amore forse, e vi si mesce un vago ed indefinito timore che non conturba. La morte sola mi farà leggere quella pagina, io sento che oggi tutte le potenze del mondo lo tenterebbero invano.

Come è monca la vita! quanto perplesse e dubbiose le sue rivelazioni, quanto oscuro il suo linguaggio!

Gli uomini hanno chiesto alla Natura il suo segreto, e la Natura ebbe pietà delle loro smanie, e concesse loro a brandelli un lurido cencio perchè nascondessero la loro nudità. Gli stolti ne andarono orgogliosi, e si tennero in gran concetto, e quel povero mantello battezzarono: Scienza. Felici, se poterono illudersi! Ma il pensatore rifiuta l'aridità di questa scienza boriosa; egli domanda le cagioni--e la Natura è muta, inesorabilmente muta.

La morte è la grande rivelazione--il Calvario è più eloquente del Sinai."

XXXII.

"Era passato un anno dalla nascita della nostra bambina; noi non ci saziavamo mai di vederla, di recarcela sulle braccia e coprirla di baci. Quel piccolo amore incominciava a balbettare, a chiamarci a nome. La nostra felicità era così grande, che quasi la temevamo.

La felicità è paurosa al pari della sventura; il troppo sofferire e la sovrabbondanza di gioia infiacchiscono allo stesso modo--però il tapino che non ha nulla a perdere teme la codarda prepotenza degli uomini e l'uomo dovizioso e contento teme l'instabilità della sorte. Così il fardello delle miserie non cessa un solo istante di battere sul dorso dell'umanità incurvata.

Di quei giorni ricevetti lettera di Eugenio da Roma. Aveva compiuti i suoi studi presso un artista celebre che era morto poco prima; però egli si trovava solo e sarebbe venuto a stabilirsi a Milano. Sperava di riaccostarsi in qualche modo alla sua infanzia riaccostandosi a me che ero stato fra i pochi suoi amici di quell'età benedetta.

La sua lettera era mesta, esalava un profumo di amore, di dolcezza, di entusiasmo melanconico. Mi parlava a lungo del suo maestro come se io lo avessi conosciuto, di quadri che egli aveva in mente di fare prima di morire, di quelli che aveva condotto a termine negli ultimi giorni di sua vita.

Le sue parole mi fecero una strana impressione. Tentando raffigurare Eugenio ai miei occhi, ne feci da principio un ritratto di capriccio; lo immaginai alto di statura, con barba bionda e rara, e coi capelli lunghi, a poco a poco quel tipo si trasformò nella mia testa, nè io seppi riuscire ad altro che all'Eugenio del collegio. Allora fui tratto a pensare al mio passato, ritessei la lunga tela della mia vita conturbata, rifeci ad uno ad uno i miei viaggi faticosi.

Melanconica cosa la memoria; quel ripetersi le gioie e i dolori senza provarne lo spasimo e la dolcezza, e dire a sè stessi che tutto ciò non è più, non sarà più mai; e che pure è una parte di ciò che noi siamo. Però io diventai mesto; ma quando vidi venirmi incontro Clelia sorridente e colla bambina fra le braccia, allora io sentii qualche cosa di freddo, quasi un brivido di piacere corrermi per le vene, e mi gettai nelle braccia di quelle creature coll'anima traboccante di fede. Quelle creature erano il mio avvenire.

Da quel punto non pensai più che a rallegrarmi della mia felicità. Rivedere Eugenio, dividere la mia vita fra l'amicizia e l'amore era troppo grande fortuna perchè io me ne mostrassi ingrato.

Comunicai a Clelia la lieta novella e con tanta anima come se io mi tenessi sicuro di farle piacere, e che il suo giubilo dovesse crescere il mio. Ella sorrise e mi domandò chi fosse Eugenio; e poichè comprendeva che la sua domanda mi avrebbe confuso, unì le sue mani passandole attorno al mio braccio, e mi guardò in volto carezzevole.

"Tu hai cento volte ragione;" le dissi. E siccome mi sovvenne allora che non solo Clelia non conosceva Eugenio, ma non ne aveva forse udito parlare una sola volta da me, le palesai brevemente i nostri rapporti di collegio, facendo di lui un ritratto lusinghiero, perchè ella pigliasse a stimarlo. Clelia mi ascoltava, pareva godere del mio godimento, e mi assicurava che avrebbe avuto piacere di conoscerlo. Se non che io scorsi nelle sue parole un po' di freddezza, e quasi me ne piccai. Ella se ne avvide e mi si fece dappresso.

"Quando arriverà egli? mi domandò.

"Fra quattro giorni.

"E tu gli andrai incontro, non è vero? e passerai le tue giornate con lui, mi abbandonerai per questo nuovo amico che viene appositamente da Roma per allontanarti da me?...

La poveretta parlava in sul serio; io non sapeva che risponderle, ma il mio cuore traboccava di tenerezza. La confortai come seppi; le ripetei mille giuramenti; e che io l'amava più d'Eugenio e che l'avrei amata sempre.

Quando fu più calma, levò il suo volto ingenuo e mi confessò ch'era gelosa e che ci badassi."

XXXIII.

"Quattro giorni dopo io mi recai di buon mattino ad aspettare l'arrivo di Eugenio. Vi andavo col cuore commosso, come se mi appressassi alle mura del collegio di B. e salissi per le scale e m'aggirassi per i corridoi una volta popolati dalle nostre voci argentine.

Per via mi domandavo come avrei fatto a riconoscere Eugenio, e s'egli avrebbe ravvisato me; ma poi che nessuno dei due poteva lusingarsi di tanto, io mi affannavo in quel quesito. "E via, pensai, non ne ho il ritratto nella mente? che se la memoria mi fallisse, non porto io nel petto un consigliero che mai non inganna?"

Così riconfortato, attesi più calmo. Udii il fischio del vapore e il pesante rallentare delle carrozze, e vidi schiudersi le porte, e uscirne una frotta di gente d'ogni sorta coll'aria annoiata e stracca.... Guardai quei volti ad uno ad uno; il cuore martellava stranamente, ma non mi aveva ancora detto: "vedilo, è lui...."

Coloro avevano tutti aspetto d'uomini impensieriti delle loro faccende; ora Eugenio, secondo il mio concetto, doveva camminare ridente, e a un tempo affannoso, per rivedermi. E poi eran tutti bruni, o m'era parso; e se v'era qualche biondo frammezzo, gli era un personcino dilicato, mentre Eugenio per quanto io aveva strologato, doveva essere assai alto di statura.

Erano tutti passati; le porte s'erano rinchiuse, e il cuore non m'aveva peranco detto nulla.

Volsi lo sguardo intorno a me; i viaggiatori si cacciavano dentro le carrozze; interrogai dell'occhio la fisionomia di coloro che m'erano più presso, ma non seppi ricavare da nessuno di quei volti le linee giovanili d'Eugenio quali m'erano rimaste in mente. A un tratto m'accorsi che un uomo mi guardava--lo guardai; era bruno, di mezzana statura, giovane tuttavia ed assai bello. Non era il ritratto che io cercavo, e volsi il capo altrove, e per poco mi parve d'avere il fatto mio e corsi dietro ad una persona alta, di cui io non vedeva che le spalle, ma che avrei giurato ch'era Eugenio. Se non che in quella mi sentii toccare per un braccio dolcemente; era il giovine bruno di poco prima.

"Raimondo.... disse egli confuso.

"Eugenio, dissi io--e ci abbracciammo più impacciati che inteneriti."

XXXIV.

"Per via noi camminammo silenziosi; non so che avvenisse in me, e per qual fine io che aveva tanto desiderato l'arrivo di Eugenio, vedendolo, sentissi a un tratto una mestizia profonda in luogo di quell'allegra espansione che io aveva immaginato. Gli è forse perchè gli uomini, teneri sempre del loro passato, se ne fanno gelosi custodi; però il rivedere un amico dopo tant'anni, il rivederlo mutato, non è soltanto uno sconforto che tocca all'amicizia, ma una grave ed irreparabile offesa che si fa all'edificio delle nostre memorie. So di molti che lamentarono lo stesso sentimento. Io stesso l'ho provato altra volta. Sulla riva del Purus io m'era costrutta una tenda, e vi aveva lasciato Charruà a custodirla durante una peregrinazione che doveva durare alcuni mesi. Dopo un cammino faticoso ed una assenza più breve che io non avessi immaginato, feci ritorno alla mia tenda. Per via io aveva sospirato il momento di rivedere la sua banderuola svolazzante, e la rividi con gioia, ma quando ricercai dell'occhio la stretta apertura che vi dava accesso e la vidi coperta da un palmizio che Charruà vi avea fatto crescere per temperare l'ardenza del sole, la mia aspettazione delusa distrasse in gran parte la gioia del ritorno. Quel palmizio non era nel mio cuore, io non lo aveva lasciato, non aveva pensato al momento di rivederlo. Nè io amai per gran tempo quel palmizio benefico--anche oggi egli si caccia a forza nei miei ricordi, come un importuno che per riconoscenza o per compassione non si vuol cacciare dalla soglia della propria casa.

Questo pensiero mi correva alla mente anche in quel punto, però mi adoperai del mio meglio a riparare al mio contegno, e dissi non so più che cosa ad Eugenio. Ma le parole mi venivano stentate e le sue risposte non meno. E seppi più tardi da lui che egli aveva rimuginalo in quel punto le stesse considerazioni e che avea dubitato di essermi riuscito sgradevole.

Convenne rinnovare la nostra amicizia; ricostruirla sulle rovine. Somigliavamo a due povere capanne che il rivale capriccio di due tirannuzzi abbia celato sotto gli enormi macigni di due castelli merlati. I due castelli non si odiano, ma non si amano per anco; pendono incerti fra l'amore e l'odio, e si guardano con occhi di meraviglia, non sapendo tuttavia se le feritoie nasconderanno gli archibugieri, o lascieranno sventolare in quella vece due bianchi fazzoletti, innocenti segnali d'innamorati. Quei due castelli sono lì, immoti, colossi terribili se saranno amici, più terribili ancora se nemici, ma il profumo di quelle povere capanne non è più, i comignoli non gettano più quel fumo che si confondeva nell'aria; quella misteriosa favella di due esseri di sasso non s'è udita più mai.

Eugenio era dolce, amorevole, incontaminato ancora da quell'amarezza che il volgare cinismo degli uomini pone inesorabilmente sulle labbra degli onesti. La sua mente errava ancora nelle fantasticherie fanciullesche; si piaceva di progetti assurdi, di dorate chimere; pur conoscendo ch'egli ingannava sè stesso, viveva lieto dei suoi inganni.

Il suo cuore era il più gran cuore che mai giovine diciottenne abbia sentito battere nel petto; aperto alla compassione, non per quella sensibilità che è comune a molti uomini soggetti al predominio dei nervi, ma per un sentimento gagliardo di carità, per una generosa bile che fremeva in lui contro l'apatia insultante della classe favorita dalla sorte.

Io ricercava invano l'allegro e spensierato fanciulletto d'una volta; nulla più ne rimaneva. Al sorriso scherzevole era succeduto il sorriso sereno che viene dal profondo dell'anima, alla barzelletta vivace la parola carezzevole, insinuante, melanconica. Eugenio era bello, assai bello; non di quella bellezza scipita, rattoppata colle consultazioni dello specchio, ma d'una bellezza franca, armoniosa, severa. Egli non se ne teneva, non se n'avvedeva fors'anco; e tuttavia i contorni del suo volto erano esatti, il suo colorito soavemente pallido, il suo sguardo lungo, e i suoi capelli bruni e lucenti. Era abitualmente mesto, ma alla guisa d'un'aquila che vede in alto la luce e una catena al suo piede; avrebbe forse voluto salire, volare, ma egli nol sapeva, non desiderava nulla, fuor che di benedire.

Non dirò come al contatto di quel cuore ancora vergine, e a un tempo così traboccante d'affetto, il mio cuore si rinverdisse, la mia mente si elevasse più in alto. E tuttavia io sento di dover pagare questo tributo, io che fui già così ingiusto con lui, che forse lo sono ancora.

Egli era pieno di fede; sebbene io amassi e fossi riamato, e che la fede non mi mancasse, tuttavia la mia anima ardente nell'affetto, lieta nella speranza, era inoperosa e languida nel credere. Vicino a lui mi sentii più forte; scorsi nella vita un'altra ghirlanda di fiori, e salutai il mondo con un nuovo sorriso.

Talvolta egli era pensoso, distratto; in quei momenti vagheggiava un concetto, domandava un'ispirazione, voleva creare. Questo era il suo dubbio, il suo contristato vaneggiamento: uscire dalla folla, levarsi sovr'essa con ardimento nobile, dominarla collo scettro del genio.

Si sentiva nato artista, sapeva di aver lavorato molto per riuscir tale, e s'impauriva del suo avvenire; si scoraggiava delle sue forze, gli pareva d'essere indegno di entrare nella lotta, e ch'egli dovesse uscirne, meschino atleta, colle guancie imporporate dalla vergogna.

In quei momenti mi sfuggiva, voleva essere solo, non voleva turbare la mia pace. Ma queste paure erano brevi e rare; il suo spirito si risollevava più audace, la sua mente brillava di nuovo della luce del pensiero. Allora diventava ciarliero; mi parlava dell'arte con passione, come d'una innamorata che gli avesse sorriso; e nella sua ebbrezza immaginava un quadro, e lo incominciava impaziente, e spesso lo finiva colla stessa febbre. Gli è così che egli dipinse le sue più belle tele nel breve giro di alcuni mesi.

Io non ho incontrato in altri mai così armoniosa mente legati il culto dell'arte, e il culto dell'uomo. Eugenio era un grande artista, ma, ciò che è assai più, era anche un uomo onesto. La più parte degli artisti invece ha due vite: l'una è la vita dell'arte, ed è grande; l'altra è la vita dell'uomo, ed è fango.

In breve diventammo indivisibili.

Clelia se ne era mostrata indifferente nei primi giorni; ma non andò gran tempo che io mi accorsi, sebbene tentasse di dissimularlo ai miei occhi, che mi celava l'animo suo.

Le domandai un giorno scherzando se fosse ancora gelosa di Eugenio; mi abbracciò e sorrise, ma non disse di no. A poco a poco non potè più riuscire a nascondermelo; me lo diceva francamente: l'affetto che io accordava ad Eugenio era rubato al nostro amore. Mi rimproverava di non amarla più come prima, di trascurarla come un tempo non avrei fatto.

Fui così sorpreso di questa rivelazione, che per un istante ne rimasi afflitto, e scesi dentro di me ad interrogarvi il mio cuore. La gelosia di Clelia era ingiusta; io sentiva d'amarla come l'aveva amata, più che non l'avessi amata; i due affetti vivevano concordi nel mio petto, nutriti dello stesso palpito, rinvigoriti l'uno dell'altro. Glielo dissi, e ne parve giubilante. Ma dopo alcuni giorni si rifece da capo ai suoi timori.

La donna vuole essere esclusiva nel suo amore; vuol dire a colui che ama: io sono tua, tutta tua; e poter dire al suo cuore: colui che amo è mio, di nessun altri, interamente ed esclusivamente mio. Quella creatura debole è paurosa di tutto; e di che temerebbe ella la poveretta, se non di colui che ama? Dappertutto ella vede un'insidia per rapirglielo; e ve lo dice: vorreste offendervi perchè ella vi ama troppo?

--Tu esci; non guarderai nessuno per via?...

--Nessuno, mi conosci.

--Lo so, tu sei buono; ma che vuoi? quelle donne che passano per la via sono così sfacciate, appiccano gli occhi sulla faccia a tutti i giovinotti; non è vero che sono sfacciate?

--Impertinenti....

--Ecco qui.... mi canzoni; ma ve n'è di così belle....

XXXV.

"Eugenio veniva sovente di buon mattino per andarne insieme a passeggiare lungo i bastioni dei platani. Egli amava la natura, e diceva sempre di volerla sorprendere appena desta; quelle passeggiale all'alba fecero assai bene alla mia mente, e rinnovarono le mie forze. Ma per Clelia erano un martirio; s'era fatta una legge di non farmene più rimprovero, ma io mi accorgeva ch'ella ne soffriva.

--Tu finirai per dimenticarmi, mi disse dopo alcuni giorni, piangendo.

Le risposi con mille carezze, con mille giuramenti; io mi sentiva così innocente dei suoi rimproveri, che doveva far forza a me stesso per non lasciarmi vincere dal dispetto. Il mio spirito voleva ribellarsi a quel giogo, e diventava più insofferente ogni giorno; avessi io avuto una colpa, il rimorso non mi avrebbe fatto tanto male quanto il sapermi accusato senza ragione. Tuttavia ella era così buona, così dolce, così debole, che io ne sentiva quasi compassione, e trovava forza ogni volta di rispondere ai suoi rimproveri colle mie carezze. Se ne accorgeva e me n'era grata, e mi sorrideva talvolta fra le lagrime, e nascondeva il suo volto nel mio petto, dicendomi che la perdonassi. Allora il mio cuore si allargava; mi felicitavo d'essere stato paziente; ma non andava molto che queste scene si rinnovavano.

Com'era naturale, Clelia aveva concepito una strana ripugnanza per Eugenio. In cuor suo lo accusava di rapirmi a lei, d'aver posto fra le nostre anime un intervallo che prima non esisteva, e d'essercisi cacciato in mezzo lui colla sua amicizia, coi suoi sogni pazzi d'artista, colle sue fantasie.

Io comprendevo tutto ciò, e pure mi ostinavo a parlarle d'Eugenio; parevami che perchè io l'amavo anch'essa dovesse sentirne a parlare volentieri. Essa mi ascoltava talvolta in silenzio, ed io interpretando in buon senso quell'attenzione, coglievo l'opportunità di dirle ciò che io soffrissi vedendo l'ingiustizia con cui essa giudicava del mio amico. Quando io tacevo, lusingandomi di aver toccato il suo cuore, ella sì volgeva a me colla stessa aria distratta di prima, e come vedeva salirmi al volto qualche segno di collera, mi si buttava fra le braccia, ripetendomi cento volte che mi amava.

Ignoro se Eugenio si accorgesse allora di questa antipatia bizzarra, irragionevole, che avea destato in Clelia. Egli era così poco vanitoso ed avea così povero concetto di sè medesimo, che forse non si meravigliava punto che altri gli addimostrasse freddezza. Fors'anco si era accorto di tutto; ma, o ne avesse compreso le ragioni, o avesse temuto di recarmi dolore facendomi intravvedere il suo sospetto, non ne lasciò apparire alcun segno.

Una mattina Clelia si attaccò al mio braccio scherzosa, e volle che la conducessi per le camere come una volta. Mi diceva un mondo di cose; s'era svegliata di buon umore, mi amava più del solito, voleva che io l'amassi altrettanto. Le passavano in mente mille capricci, ma ne sorrideva subito ella stessa, e mi avvertiva di non darle retta perchè quel giorno amava d'essere pazzarella.

All'improvviso si arrestò, e guardandomi in volto, e circondandomi delle sue braccia, volle che io le accordassi un favore. Io era felice di poterla contentare, e glielo dissi.

--Bianca, disse a voce bassa, la piccola Bianca, la nostra creatura che è laggiù, e mi additava la camera della balia, impallidisce, vien magra....

--Che dici mai! t'inganni; ieri appena era rosea come un amorino.

--Ed oggi non lo è più, ribattè con un sorriso furbo che parea domandare dì non esser colto in fallo.

--Ebbene?

--Ebbene, la poveretta ha bisogno di muoversi, di veder la campagna, di sedersi sull'erba, di raccogliere le piccole margherite, di salutare la primavera che è così bella....

--La nostra creatura sedersi sull'erba, raccogliere le piccole margherite!.... ma ti pare?... e avrei continuato nella mia meraviglia, se non avessi visto Clelia sorridermi collo stesso sorriso di prima.

--Ho inteso, dissi, ho inteso tutto, pazzarella; ma perchè ricorrere a questo sotterfugio?...

--Ti ho prevenuto; questa mattina ho voglia di scherzare. Acconsenti?

--Acconsento.

--E lascerai a me la scelta del luogo?

--Al tuo capriccio.

Fece un piccolo salto di contentezza, e mi baciò nel volto.

--Ma non è tutto, soggiunse poco dopo. Io voglio che noi siamo soli....

--Soli! e la piccola Bianca che è pallida e che immagrisce?... bisognerà condurre anche la balia....

--Senza dubbio--non è questo--non farmelo dire: io so che tu ci soffri...

--Eugenio....

Clelia chinò gli occhi senza dir motto.

--Noi saremo soli, le dissi imbronciato.

--Ma tu diventerai più lieto, non è vero? Non vorrai già tenermi il broncio per questo? E perchè non saremo noi soli una volta, a nostro agio? e perchè non potremo noi carezzarci e sorridere senza essere visti da un'estraneo?

--Eugenio non è un estraneo; un amico non è un estraneo, interruppi. Gli uomini onesti apprezzano troppo i loro sentimenti per umiliarli e tradirli in questo modo. Voi donne non conoscete amicizia--chi nol sa?--però io ho sempre dubitato se voi donne abbiate il cuore fatto come il nostro.

Clelia non rispose--piangeva.

Allora la tenerezza, vincendomi il cuore, mi fè correre in mente il dubbio sulle mie stesse parole, il dubbio sopra di me, sopra i miei sentimenti. Mi rimproverai di disconoscere l'amore di Clelia, di non apprezzare come meritava quello stesso ingiusto contegno con cui essa trattava Eugenio. Era gelosia, era egoismo d'amore, ma era amore. Dovevo io farle una colpa d'amarmi di tal guisa? E il volere il suo amore, tutto il suo amore, ma rifiutare ad un tempo ciò che in esso vi era di affannoso, non era egli egoismo più grande? e non avrei io distratto di tal guisa quell'affetto che mi era così caro?

Tutti questi pensieri turbinarono un brevissimo istante nel mio capo--mi accostai a Clelia, e le dissi che avrei fatto il suo volere, che non era desiderio di contraddirmi, ma dolore di vederla così ingiusta verso un amico sincero che mi avea suggerito parole così aspre; mi perdonasse. Mi perdonò.

Si fecero i preparativi per la gita in campagna--furono presto fatti--non recavamo nulla con noi, saremmo andati alla ventura--era il volere di Clelia.

--E da qual parte ci volgeremo?

Clelia pose l'indice attraverso la bocca, con aria di mistero. Era un segreto.

Noi stavamo per uscire di casa, quando Charruà venne ad avvisarmi che Eugenio mi aspettava.

Guardai Clelia in volto; si trastullava col suo ombrellino con aria apparentemente distratta.

Uscii dalla camera e andai incontro ad Eugenio; lo accolsi freddamente, egli non se ne accorse o attribuì ad altro il mio contegno. Gli dissi che io uscivo; che sarei andato in campagna con mia moglie.

--Per molto tempo? domandò meravigliato.

--Ritorneremo questa sera. E ad evitare che egli si proponesse per compagno, gli domandai come avrebbe passato la giornata.

--Contava passarla teco, mi rispose indifferente; ma poichè tu vai in campagna....

Come potevo io non dirgli che venisse con noi? In un baleno pensai ogni mezzo per evitarlo--non ve n'era alcuno. S'egli avesse proseguito a parlare, se avesse detto due sole parole di più... ma egli taceva. Lo invitai. Era impossibile che egli non indovinasse lo sforzo con cui io gli faceva questo invito--ma s'egli non dubitava di nulla, a che mai attribuirlo? Mi domandò se non sarebbe riuscito importuno--gli risposi diamine, ma freddo. Eugenio comprese che la sua compagnia in quel giorno non era desiderata. Mi strinse le mani, e sorridendo ingenuamente: "io sono un pazzo, mi disse; volermi cacciare framezzo a due sposi che vanno a scampagnare; non accetto l'invito; per quanto tu faccia, io comprendo che vuoi esser solo."

Lo avrei abbracciato; invece, poichè mi vedevo oramai al sicuro, gli ripetei l'invito con qualche insistenza.

--Saluterò tua moglie, soggiunse Eugenio, ostinandosi nel rifiuto.

--È di là, e corsi ad avvisarla.

La trovai intenta a spogliarsi di una veste di mussola a scacchi che aveva indossato per la campagna.

--Che fai? le domandai un po' stizzito.

--Lo vedi, e a temperare il mio dispetto mi venne incontro carezzevole chiamandomi: amico mio.

Le dissi che saremmo stati soli, che Eugenio non veniva, che si affrettasse che egli voleva salutarla.

--Davvero! esclamò battendo le mani; andremo dunque ancora in campagna, e saremo soli, e correremo nei prati!... che piacere!

La interruppi e le ripetei che Eugenio aspettava per salutarla.

--Ben volentieri, disse con malizia; gli sono riconoscente a quel povero signor Eugenio.

Nell'uscire salutò cortese più del solito il mio amico; e ci avviammo per la campagna.

--Dove andiamo noi, domandai un'altra volta.

Ella pose ancora l'indice attraverso le labbra. Era un segreto."

XXXVI.

"Uscimmo per la porta più vicina. Clelia era fuor di sè dell'allegria; si attaccava al mio braccio, e mi lasciava improvvisamente per correre ad accarezzare la bambina, la quale incominciava a muovere i primi passi da per sè.

La balia era una buona donna, che amava molto la piccola Bianca. Non aveva voluto lasciarci, non avevamo voluto che ci lasciasse e continuava a starsene con noi. Anch'essa era giubilante, seguiva attenta i passi incerti della bambina, e quando minacciava di cadere se la toglieva sulle braccia e correva inseguita dalla mamma.

Si andò a caso un gran pezzo.

--Dove andiamo noi, in fede mia?

Clelia non pose più l'indice attraverso le labbra, ma si fece presso a me sorridendo, e mi disse di non saperlo; e che la bambina aveva appetito, e da gran tempo rifiutava il latte; però bisognava cavarsi da quest'impiccio.

Per buona ventura lì presso, a un trar di sasso appena, era una bicocca mezzo sepellita dai gelsi; però fattomi innanzi, vidi penzolare un'insegna irruginita che non era avara di promesse a chi voleva tentare l'esperimento.

Proposi a Clelia di entrare in quella locanda; battè palma a palma le mani, e si fe' innanzi per la prima. Se un uragano avesse scoperchiata quella misera casetta, e una tempesta di napoleoni d'oro l'avesse colmata lino al tetto, io penso che quel buon diavolaccio d'oste non avrebbe avuto più piacevole sorpresa. E' ci venne incontro confuso, colle gote arrossate dal piacere, girando e rigirando fra le mani il suo berretto.

Quella fu una giornata benedetta; io me ne ricordo sempre con tenerezza, con dolore.

Ho riveduto più tardi quella casa, e il volto rubicondo di quell'oste. Egli mi riconobbe, e s'inchinò allo stesso modo, e fece girare allo stesso modo il suo berretto, offerendomi i suoi servigi.... Ma io vi era andato per ritrovare un frammento della mia felicità seppellita, vi era andato per piangere."

XXXVII.

"La giornata passò rapidissima; il piacere ha le ali leggiere, e corre veloce innanzi agli occhi dei mortali. Ritornammo a Milano dopo il tramonto.

Clelia non si saziava di dirmi che s'era divertita.

--Quanto sarei mai felice se potessi essere sempre con te in campagna!" mi ripeteva ad ogni tratto.

Le promisi che vi saremmo andati presto per fermarci alcun tempo.

--Soli?

Questa insistenza in un'idea che feriva ingiustamente il mio buon Eugenio mi afflisse. Tuttavia non me ne offesi.

--Soli, le risposi, e non altro.

--Così va bene, soggiunse Clelia; ma questa volta impensierita, come se temesse di aver ridestato il mio malumore e se ne pentisse, e scendendo in cuor suo comprendesse per la prima volta d'essere ingiusta.

--Oggi che non l'ho visto, sono più disposta a perdonargli, mi disse qualche tempo dopo scherzando.

--A chi? domandai distratto.

--E a chi se non al tuo amico, al signor Eugenio?

Le risposi con un sorriso; e finsi di non porvi gran fatto mente continuando a sfogliazzare un antico albo di paesaggi svizzeri, ma in segreto me ne compiacqui, e dissi a me stesso che se Clelia m'aveva detto quelle parole, doveva aver pensato fino a quel punto ad Eugenio; e che se vi aveva pensato, non poteva andar molto che anch'essa avrebbe apprezzato le virtù di quell'anima gentile.

Però mi lusingai che si sarebbe ravveduta.

XXXVIII.

"Per tutto il dì successivo attesi inutilmente Eugenio. Quando fu presso all'imbrunire uscii sperando d'incontrarlo per via, mi recai alla sua abitazione, e seppi che era rimasto assente tutto il giorno.

Rifeci i miei passi--sulla soglia incontrai Clelia che m'avea aspettato dalla finestra. Le cinsi il collo del mio braccio, ella passò il suo intorno al mio corpo.

--Si sarà egli offeso? mi disse.

--E chi mai?

--Il tuo amico Eugenio?

Credevo di no, e glielo dissi."

XXXIX.

"Il domani lo aspettai ancora senza frutto--andai in traccia di lui come nel giorno innanzi, ma senza poterne avere alcuna notizia.

Me ne ritornai a casa fantasticando mille cose senza riuscire ad appagare il mio spirito irrequieto.

Questa volta Clelia non mi aveva visto dalla finestra, però non venne sulla soglia ad aspettarmi. Charruà mi additò l'uscio della sala con una espressione che non sfuggì alla pratica che io aveva del suo volto. Egli aveva una buona notizia; sapeva di farmi piacere--ma siccome tutto ciò era stato indovinato, non voleva tradirsi. Mi appressai rapido all'uscio e udii una voce nota--entrai; era Eugenio.

Eugenio seduto accanto a Clelia, le narrava forse la storia della sua assenza, una storia mesta perchè Clelia pareva commossa. In quel punto io non pensai al piacere di rivedere l'amico mio, all'ansietà passata in quei due giorni, al timore di averlo offeso, tanto io era felice di veder Clelia così mutata verso di lui. E pensai alle cagioni che avevano potuto operare questa trasformazione, e mi rallegrai quasi dell'assenza d'Eugenio, poichè parevami, e forse non andavo errato, di dover attribuire ad essa sola questo miracolo.

Strinsi la mano d'Eugenio, e m'assisi vicino a lui, interrogandolo cogli occhi. Clelia risollevò i suoi verso di me e sorrise. Quel sorriso era un mondo di idee: una confessione vergognosa dell'ingiustizia con cui aveva sempre trattato Eugenio, una promessa di non farlo più; e quasi un dirmi: "vedi, t'ho obbedita--perdonami."

Quel sorriso meritava una risposta; le domandai dolcemente che cosa l'avesse commossa. Mi fè cenno della mano ascoltassi Eugenio. Ascoltai. E seppi allora come egli fosse stato assente a cagione dell'arte sua; e come un barone T... tedesco lo avesse chiamato presso di sè in una villa del Lago di Como per il ritratto d'una bambina morta. La piccina non aveva che tre anni ed era bella--Clelia aveva pensato a Bianca e s'era intenerita. Io stesso a quell'immagine melanconica mi sentii commuovere--se non che in quella udii nella camera prossima la voce argentina della nostra creatura. Ricambiai con Clelia uno sguardo d'intelligenza e il suo volto si rifece sereno."

XL.

"Da quel giorno non ebbi più a lamentarmi di Clelia.

La mia vita si completò come per incanto; v'era stata fino a quel punto nel mio cuore come un'amarezza dissimulata; la mia anima s'era tenuta vacillante fra il contraddire palesemente a Clelia e il fare offesa all'amicizia; oggi il nodo era stato sciolto; i miei affetti che s'erano guardati gelosi, si stringevano la mano; le due fiamme si riaccostavano, si confondevano in una sola.

Io pensai più volte con animo pacato a quell'antipatia che una comunione d'affetti fa spesso nascere fra due cuori egualmente buoni, egualmente dolci e sereni; a quella gelosia che la generosità di due anime grandi non sa vincere, e non seppi mai penetrare gli arcani divisamenti della Natura. I buoni ne piangono come di una calamità; gli scettici ne accusano la provvidenza--nessuno può scoprirne le fila misteriose.

Però io che ne aveva sofferto così a lungo, mi sentii rinascere l'ardore dei miei vent'anni inesorabilmente perduti, e mi abbandonai con trasporto al mio amore che era il mio culto. Oramai io poteva palesare apertamente l'animo mio, poteva schiudere i battiti del mio petto tanto tempo repressi; io era libero d'amare.

Clelia non s'imbronciava più se desideravo Eugenio, se m'accompagnavo spesso con lui. A poco a poco divise in qualche parte la mia gioia, se ne compiacque.

Quando egli veniva presso di noi, ella non lo vedeva più di mal occhio; non lo accusava più di volermi sottrarre all'amor suo. Non andò molto che si abituò tanto alla vista di lui, che se avveniva ch'egli mancasse al solito convegno, ne era dolente per me poco meno di me medesimo. In breve famigliarizzò con esso come con un amico d'infanzia.

Eugenio pareva felice di vedersi così bene accolto; ma tuttavia non diede mai segno d'essersi accorto che fosse avvenuto qualche mutamento nel nostro contegno verso di lui. Forse per delicatezza finissima non voleva lasciar parere, forse egli avea dimenticato il passato, o avea voluto dimenticarlo per smarrire un termine di confronto. Giammai però che io potessi andare più in là di queste vaghe supposizioni; giammai sguardo, gesto o parola che desse vita ad un sospetto o avvalorasse l'uno meglio dell'altro.

Passarono alcuni mesi in questa guisa. Una sera noi ci eravamo raccolti in questa camera senza sapere perchè; ragionammo d'arte un gran pezzo; a poco a poco fummo tratti a risollevare i veli delle nostre memorie.

Eugenio aveva una vita avventurosa a narrarci.

Nato di famiglia ricchissima, alcuni rovesci di fortuna lo avevano tratto in rovina; però egli aveva abbandonato il collegio con animo di dedicarsi alla pittura per la quale aveva sentito fin dall'infanzia una potente attrazione. Gli rimanevano cento franchi, non un soldo di meno. Non era troppo, per intraprendere il gigantesco disegno che gli era balenalo in mente: recarsi a Roma ad apprendervi il disegno. Vi andò. Consumò i pochi quattrini che gli rimanevano, ma divenne allievo dell'Accademia Romana di belle Arti. Patì di fame, ma visse, e crebbe artista.

Questo racconto s'intesseva con cento episodii burleschi, ch'egli narrò sorridendo. Io ne ricordo pochissimi; quest'uno non mi è mai passato di mente.

Nei primi mesi che si trovava a Roma fu aperto il concorso per gli allievi di disegno di una classe superiore a quella in cui si trovava Eugenio. Il suo maestro lo consigliò di concorrere; si propose e fu accettato. Era un ardimento senza pari; lo avrebbe portato innanzi una classe, e gli avrebbe guadagnato un sussidio mensile di un prossimo comune.

Il concorso versava sopra una copia dal gesso, ed era stato concesso agli allievi un mese di tempo per compiere il lavoro. Eugenio si accinse con ardore, il suo lavoro avanzava ogni giorno, egli si compiaceva già dell'opera sua, si sentiva fremere nella mano una matita d'artista, e lavorava senza posa. Quindici giorni trascorsero in febbre; il suo disegno era quasi al termine; se non che all'improvviso egli scoprì d'aver errato; avea tracciato alcune linee inutili che la sua inesperienza e il suo entusiasmo gli avevano impedito per tanto tempo di scorgere. Si provò a cancellare quelle linee, e rovinò la carta su cui disegnava. Quella fu la più gran disgrazia che lo potesse colpire; aveva perduto quindici giorni, e gli mancava una lira per acquistare nuova carta. Giovinetto provò tutte le fitte della disperazione. Erano quindici giorni che egli viveva di pane nero e di speranze, oramai tutto gli falliva; egli disperava di raggiungere i suoi compagni, e condurre a termine nel breve tempo che gli rimaneva il suo lavoro; e quando pure lo avesse potuto, non avrebbe ritrovato in tutta la sua guardaroba di che provvedere quella lira che gli mancava. Non conosceva nessuno, tranne che un artista scultore; ma lo scalpello dell'uno non portava certamente invidia alla matita dell'altro: erano due povere creature entrambi; quale più non era facile determinare.

Trascorse il primo giorno in vane fantasticherie; alla notte egli aveva passato in rassegna tutte le cose riducibili ad una lira. Una lira! era un poema, e tuttavia Nababbo e Creso ne avevano avuto assai più; e se n'erano vissuti senza comprenderne l'importanza; e certamente nessuno mai poteva vantarsi d'averne analizzato così a fondo le virtù. Pure non una di queste monete così famigliari oramai all'intelletto di Eugenio era uscita dalle saccoccie di Nababbo o di Creso a confortare colla riconoscenza la paziente meditazione del povero artista.

Alla notte ebbe la febbre, la febbre terribile che assale una volta sola nella vita dei disgraziati sognatori d'arte e di poesia, la febbre dell'avvenire che accelera il corso del sangue impoverito dagli stenti, quando recisi i fili inargentati delle illusioni si volge la prima volta l'occhio all'intorno e si scorge la terribile solitudine che accompagna i passi della miseria.

Eugenio ebbe paura del suo avvenire, e pianse come un fanciullo. Tutta la notte pensò al suo passato, alle cure affettuose che avevano rallegrato i primi battiti del suo cuore, alla nonna incurvata, alla madre buona ed amorevole anche nei rimproveri; pensò quelle colpe ingenue e puerili che facevano sorridere la povera donna, quelle sale arredate con gusto, quei maestri così arcigni e tutte quelle cento inezie che popolano la vita inesperta e facile della fanciullezza.

Ma le grandi idee sono figlie della miseria, e non a torto fu detto che le lezioni del cencio e della fame siano le più eloquenti e le più feconde.

In quella notte Eugenio ebbe una idea....

E non fu appena sorto il mattino, che egli si vestì, mangiò un tozzo di pane che era avanzato dal suo pranzo ed uscì all'aria aperta, coll'aspetto d'uomo che ha assolutamente preso il suo partito, ma che prima di intraprenderne l'esecuzione, vuole riconfortarsi e quasi ribadire il suo proposito. La brezza mattutina doveva far quest'uffizio.

A capo d'un'ora passata a camminare su e giù innanzi alla chiesa d'un convento, affrettando il passo quando era lontano dalla soglia, e rallentandolo mano mano che vi si accostava, prese una risoluzione suprema ed entrò.

Non era stato da gran tempo in una chiesa, e coi sacramenti non si trovava certamente in buona armonia, tuttavia egli andò diffilato ad un confessionale, vi si inginocchiò, ed attese. Non andò molto che un frate lo vide, e venne a sedersi nel confessionale. Eugenio si sentiva battere il cuore; ma non vi badò gran fatto, e sbirciò sott'occbi il reverendo come cercando di leggergli sul volto il proprio destino. Il volto di quel frate era muto come una tomba. Eugenio allora pensò che egli era li per confessarsi, e fu per smarrirsi d'animo. Il frate lo prevenne, gli domandò se voleva confessarsi, e il povero pittore balbettò qualche cosa che rassomigliava ad un .

Allora incominciò il martirio; il frate volle sapere da quanto tempo il suo penitente si fosse accostato al sacramento, e il penitente non sapeva troppo bene se fosse da quattro o da cinque anni. Lo disse--e il frate ad esclamare scandalizzato, e a minacciare le pene dell'inferno; e il tapino a pentirsi--e poi una sfuriata d'interrogazioni e un rispondere affannoso di e di no--poi il frate volle recitasse il confiteor, e il penitente, a cui era passato di mente insieme al latino del collegio, a bestemmiare senza alcun riguardo le parole sacre--e il frate a scandalizzarsi da capo.

In fine dopo un'ora di tortura Eugenio era riuscito a convertirsi; dopo un'altra mezz'ora aveva mansuefatto totalmente il frate, il quale avendo appreso i casi del suo penitente, e premendogli di salvare la sua anima, lo assolvette con una mano, e gli diede coll'altra la lira sospirata.

Eugenio che finalmente respirava, ricevette con compunzione le due benedizioni, storpiò un'altra volta il confiteor, e se ne uscì col suo tesoro nel pugno, più ricco di Creso e di Nababbo.

Egli ci raccontò quest'avventura scherzando, e noi stessi ne ridemmo di cuore; anche ora pensandoci io ne sorrido.

Aggiunse poi che rimessosi al lavoro, nel termine fissato ebbe preparato il disegno pel concorso, e che ne riportò il premio stabilito. Ma per giungere a quel giorno egli aveva vissuto alcune settimane nella miseria; aveva sofferto il freddo, la fame; aveva lottato con una malattia di petto cagionatagli dal lavoro frenetico, e la scarsità di cibo consumandolo ogni giorno, lo aveva condotto agli estremi.

A questo racconto straziante che egli aveva cercato di fare colla stessa bizzarra noncuranza, ma che involontariamente aveva strappato dal suo petto un singulto e fatto brillare sul suo ciglio una lagrima, io me gli accostai più da presso, e come a pagarlo di ciò che aveva sofferto, serrai le sue mani nelle mie. Clelia lottò un istante dentro di sè, poi nascondendo il capo fra le mani scoppiò in singhiozzi.

Eugenio rialzò il capo, guardò Clelia, e poi me; passò ruvidamente la mano sugli occhi a detergervi le lagrime, e arrossì in volto come se vergognasse della sua debolezza.

Da quel punto la conversazione languì. Clelia si provò a sorridere, cercando i miei occhi che gli risposero tutto l'affetto del mio cuore. Ma Eugenio non levò lo sguardo dal suolo ove l'aveva fisso nuovamente."

XLI.

"Un'altra volta ritornando a casa, ove sapeva d'essere aspettato da Eugenio, entrai in sala all'improvviso. Eugenio era seduto sopra una sedia daccosto al tavolo. Clelia sul divano in attitudine d'ascoltare.

Al vedermi Clelia fè un atto di sorpresa--non m'aveva udito ad entrare perchè era distratta--non poteva essere altrimenti. Però sorrisi della sua debolezza--essa arrossì in volto e non sorrise. Non vi badai gran fatto, e mi rivolsi ad Eugenio.

--Che cosa narravi a mia moglie? gli domandai scherzoso.

Eugenio mi porse la mano.

--Parlavamo di pittura--le facevo una proposta che tu devi farle accettare.

--Sentiamo....

--Voleva fare il ritratto ad entrambi, prese a dire Clelia.

Eugenio assentì collo sguardo.

--La buona idea! dissi io, converrà bene accettare mia cara.

--Prima però faccia il tuo, disse Clelia.

--Non sarà mai, prima il tuo....

--Via, sii buono....

--Sii buona....

Fu stabilito che Eugenio avrebbe incominciato al domani il ritratto di Clelia."

XLII.

"Il domani un cavalletto da pittore collocato dinanzi ad una finestra, un'ampia tela fermata sovr'esso, la tavolozza appesa ad un chiodo, e uno sgabello a tre piedi, attendevano la prima seduta.

Eugenio non solo fu puntuale all'ora segnata, ma anticipò di una buona mezz'ora per preparare le sue matite e i suoi pennelli. Clelia si acconciava a malincuore all'idea di doversene stare immobile per un pezzo--il suo corpicino era tutto foco.

--Lo vedi, mi disse ella--oggi non posso star ferma, sono una pazzerella--il signor Eugenio dirà assai male in cuor suo di me, e sciuperà il suo tempo inutilmente--se incominciasse da te--la tua gravità, ne son certa, convertirebbe meglio la mia leggierezza.

Non le posi mente, e nulla fu mutato al programma. Clelia nel sedersi mi guardò fisso, e volle che io mi ponessi di rimpetto ad essa perchè potesse vedermi senza volgere il capo.

Accondiscesi.

Eugenio non diceva mai parola; in quel momento egli non era più uomo, veleggiava pei campi ideali dell'arte--era assai lungi da noi. Guardava Clelia come non l'aveva guardata mai; con uno sguardo ardente, penetrante, come chi voglia ritenere a lungo l'impressione della forma, e indovinare e tradurre in una forma il sentimento. Clelia sotto l'impressione di quello sguardo pareva imbarazzata; guardava me e sorrideva senza muovere le labbra; io solo leggeva quel sorriso--Eugenio non l'avrebbe penetrato mai; non era il sorriso dell'arte, il sorriso della natura fredda, ma il sorriso dell'amore--io mi sentiva più grande d'Eugenio; la sua arte non poteva dargli ciò che poteva darmi il mio amore; le frenesie dell'artista sfiorano appena il cuore; quelle dell'amante lo passano."

XLIII.

La prima seduta fu lunga, nojosissima per Clelia--non per me. Io m'ero posto dietro le spalle d'Eugenio e portando gli occhi ora sopra Clelia, ora sopra la matita di Eugenio, aveva visto da quel fondo bianco uscire mano mano la fisonomia adorata della mia compagna--erano i suoi occhi, i suoi grandi occhi, la sua bocca leggiadra, sorridente, i suoi capelli lucenti--ogni traccia di carbone era un soffio novello che infondeva sempre maggior vita in quella fantastica creazione.

Una creazione, sì, la idea che s'incarna è sempre una creazione--non invidiarne a Dio la facoltà di creare; per quanto è in noi, per quanto può giovare ai nostri bisogni, alla nostra fantasia, noi siamo creatori al pari di lui. Se non possiamo spingere i mondi a roteare nello spazio, noi possiamo dire al nostro spirito d'errare più lontano di quei mondi.

L'arte è forma, ma la forma è pur essa una creazione. Trasformare è creare--gli elementi esistevano prima dell'uomo--l'uomo ne ha mutato le linee; ecco tutto--Ma quanta immensità in ciò! Il sasso da cui Pigmalione traeva Galatea esisteva mille e mille anni prima di lui; ma Galatea non era ancora. Nacque in lui, visse di lui, alimentata nella sua mente; era un sorriso d'amore, un fantasma vagheggiato, tutto suo--la divinità non vi aveva posto nulla, e tuttavia quel fantasma viveva la vita dell'idea. Essa aveva aspettato, sepolta in quel sasso, l'artista innamorato. Il martello dell'arte, con colpi febbrili di braccio illuminato, ricercò la donna sotto il marmo--e Galatea fu.

In quel giorno stesso la fisonomia di Clelia fu interamente sbozzata. Uno strano sentimento mi nacque in quel punto. Contemplando quella tela parevami d'essere innanzi a qualche cosa di vivo, di reale, come se il pennello di Eugenio mi avesse rapito una parte di Clelia per rinchiuderla in quelle linee. Come mai poteva essere che quella tela assomigliasse a Clelia, senza che ne avesse qualche cosa?--V'hanno forse nella natura somiglianze di forma, senza partecipazione d'essenza? Fissandomi in quel pensiero, la mia illusione crebbe sempre più; io continuava a rimirare quel quadro con una specie di gelosia; non poteva corrervi dubbio, quelle linee si muovevano, sotto quelle tinte v'erano delle fibre e delle vene, e nelle vene il sangue, la vita, la vita della mia Clelia. Quest'ultima idea mi atterrì; io mi volsi guardandomi attorno--Eugenio ripuliva i pennelli, facendosi presso al balcone su cui batteva l'ultima luce del giorno--Clelia mi guardava sorridendo della mia muta contemplazione.

Lo dirò io? La stanchezza che dava a Clelia un molle languore, la luce incerta e povera che le imbiancava le guancie rinvigorirono la mia allucinazione. E vi fu un momento in cui mi persuasi che quell'onda di vita che errava su quell'abbozzo fosse realmente involata alla vita di Clelia, e che di tanto ne andasse diminuita la vitalità del mio amore, quanta era la vitalità di quel quadro.

Io guardava Clelia, non era più quella di prima--guardava quell'immagine ancora informe, e vi rinveniva qualche cosa di Clelia--parevami che se avessi d'un solo tratto visto innanzi a me le due figure, il fantasma di Clelia, come io l'aveva avuta fino a quel punto, si sarebbe ricostruito nella mia mente; ma senza di ciò ogni mio studio era vano.

Charruà entrò portando un candelabro acceso--la nuova luce diradò la folle visione e i vaneggiamenti della fantasia conturbata."

XLIV.

"Passarono alcuni giorni. Eugenio era venuto regolarmente alle sue sedute; Clelia anch'essa non aveva mancato; pareva svogliata, stanca, ma sapeva di farmi piacere e non si lamentava.

La tela era oramai al suo termine, il volto e le mani erano finite con cura, ci si vedeva entro la vita; si poteva girare attorno alla sua persona, e l'aria dietro il capo scherzava coi suoi capelli. Se fossero stati sprigionati, avrei creduto di agitarli col mio respiro.

Era una bella tela, da inorgoglire qualunque gran maestro ne fosse stato l'autore. Eugenio pareva compiacersene; durante le sue sedute egli rimaneva talora alcuni istanti immobile a guardare Clelia, poi volgeva l'occhio sul lavoro, e il suo volto non accennava lo sconforto. Ma non accennava tuttavia l'orgoglio, e sebbene quel silenzio parlasse assai chiaro, la soddisfazione dell'artista che sorride alla sua creazione non si palesava in altro modo.

Talvolta Clelia pareva imbarazzata di quegli sguardi lunghi, penetranti, e si volgeva a me come se io potessi temperarle quella noia. Talvolta io stesso non poteva risparmiarmi un pensiero di gelosia, e avrei voluto dire ad Eugenio che non guardasse Clelia in quel modo, ma per vergogna invece lo avrei nascosto a me medesimo.

Un giorno Clelia impallidì d'improvviso sotto l'impressione d'uno di quegli sguardi, mi guardò, vide che io l'osservava e mi rivolse un gesto come a dirmi che ella si sentiva venir meno. Balzai in piedi e le fui dappresso. La stanchezza, l'immobilità le avevano fatto male. Era così fragile il suo corpicciuolo di libellula!"

XLV.

"Da quel giorno Clelia mancò alle sedute; se ne sottrasse per alcun tempo col pretesto di non star bene; in seguito con mille altri, mendicati giorno per giorno.

Questa improvvisa determinazione si associava ad un mutamento del suo contegno verso Eugenio. Era fredda e riservata con lui, lo accoglieva gentile, ma senza accordargli più quella confidenza amichevole che era stata già frutto di molte lotte.

Eugenio anche questa volta non s'accorse di nulla, o almeno non fe' cosa che dinotasse di essersene accorto. Era sempre buono e dolce, sempre mesto, sempre egualmente amante dell'arte sua.

Ricominciarono le mie smanie d'un tempo; ma poi che io mi era abituato all'armonia che faceva felice la corrispondenza delle nostre anime, ne soffrii più acerbamente, e dal soffrire più acerbo passai all'essere più insofferente di quella nuova e più strana ingiustizia di Clelia, e a dirglielo con accento di rimprovero. La poveretta non mi rispondeva e chinava gli occhi.

--Voglio dire, soggiunsi un giorno più esacerbato del solito, voglio dire che assai meschina scusa al capriccio è l'Amore, e che se il tuo affetto basta al mio cuore di sposo, la tua condotta con lui ferisce il tuo spirito e lo accusa di picciolezza; e le anime nobili e generose davvero, aggiunsi con accento più dolce per temperare la durezza delle parole, e le anime nobili non si comportano di tal guisa, e se hanno stimato altrui una volta, lo stimano sempre.

Clelia proruppe in lagrime. La lasciai col cuore spezzato dalla tenerezza, ma colla mente agitata. E quel giorno, per la prima volta, io fui severo e crudele, e lasciai che piangesse senza confortarla.

Quando la rividi un'ora dopo, aveva la faccia sfigurata dalle lagrime, e piangeva ancora."

FINE DEL PRIMO VOLUME.