SALVATORE FARINA

VOLUME II

MILANO
E. TREVES & C. EDITORI

1869

Tip. Internazionale.

XLVI.

"Quella notte Clelia ebbe la febbre.

Io non saprò dipingere mai lo stato del mio animo in quel giorno fatale. Pensavo ad Eugenio, alla stranezza della condotta di Clelia verso di lui, alle parole brusche che io le aveva diretto; mi sentiva commosso dalle lagrime che aveva visto, pauroso dello stato in cui Clelia si trovava, e poichè tutte queste sensazioni si avvicendavano così rapidamente da confondersi, e non concepiva colla mente il nesso che le legava, io me ne rimaneva sbigottito meglio che offeso, senza avere la forza di perdonare, e senza sapermi dare ragione della mia durezza.

Aveva ella pianto per i miei rimproveri, ovvero per la cagione stessa che li aveva provocati? Se le mie parole erano state dure, ella doveva comprendere troppo bene che non v'aveva parte il mal animo--nè io le aveva detto cosa tanto acerba da cagionarle così gran dolore--e se ella aveva coscienza dell'ingiustizia dei suoi modi, il rimprovero doveva parerle meno amaro. La colpa subisce il rimprovero, l'innocenza solo ha diritto di piangerne. E come se questa matassa non fosse ancora ingarbugliala abbastanza, a crescere lo scompiglio del mio cuore agitato, mi rifeci al primo pensiero che m'era venuto, e domandai a me stesso perchè mai Clelia si mostrasse ancora insofferente di Eugenio--e me ne strussi indarno.

Nè d'altra parte io era certo di non illudermi--potevo aver scambiato i suoi sentimenti e falsatane la natura--quell'apparente freddezza con cui ella accoglieva Eugenio, poteva essere un effetto indiretto d'un'altra causa ignorata. E quale era mai questo segreto? e perchè un segreto con me? d'onde mai era venuta la forza che aveva separato l'inseparabile, disarmonizzato l'armonia perfetta, allontanato i nostri cuori che avevano per tanto tempo confuso i loro battiti e diviso tutta la loro potenza d'amore?

Ebbi la febbre anch'io--la febbre del dubbio; e mi trassi al capezzale di Clelia coll'anima lacerata.

Clelia dormiva; un sonno agitato, convulso. Io stetti buona pezza a rimirarla commosso--in quel momento non dubitai più che le mie parole fossero state la causa del suo dolore, e me ne feci rimprovero.

A poco a poco l'ansia del suo petto si fè più calma, la sua respirazione più regolare, il suo sonno più tranquillo.

Allontanai la lampada perchè la luce non la destasse, e mi assisi dinnanzi ad un tavolo. Una melanconia profonda mi prese in quell'ora e non so perchè io mi sentiva come impaurito; il mio avvenire, che è oggi questo povero presente, non mi sorrideva più come prima; io non osava più abbandonarmi come un tempo a quel confidente fantasticare che si alimenta di speranze e di promesse.

Le ore corsero veloci; io ne udiva ad ogni tratto i rintocchi agli orologi delle chiese--d'improvviso mi parve udire una parola pronunziata a bassa voce--mi rivolsi come per rispondere; e allora conobbi che quella voce veniva dal letto di Clelia. Me le accostai. Dormiva... agitava le labbra... sognava forse di me, e un sorriso animava il suo volto. Era bella; di quella bellezza fantastica che i poeti, eterni ed ingenui sognatori, hanno immaginato per ingemmare la fronte della Musa.

Posi il mio labbro presso al suo labbro, rattenendo il respiro per non destarla. La sua bocca sorrise e mormorò ancora una parola.... un nome.... il nome d'Eugenio.... Il sangue mi corse al cuore che batteva a schiantarmi il petto--un sudore freddo mi spuntò sulla fronte, il mio corpo tremò e fui per cadere.

"Quel nome nel sogno è nulla, dissi a me stesso--può bene il delirio ricevere le manifestazioni più strane senza che risponda all'intimo sentimento dell'anima. E poi che cosa è mai un nome? e qual senso si rinchiude in esso--e in quale mai lo pronunciava il suo labbro?"

Ahi, che la mia ragione stessa mi torturava! fossi io stato in quell'istante un insensato! Ma avere una mente e domandare ad essa l'inganno, è follia maggiore di tutte. Ragionare è accettare la lotta, è combattere--l'istinto mi aveva fatto indovinare il veleno, il sillogismo me ne accostava la coppa alle labbra.

Se vi era illusione che potesse alimentare ancora la mia pace, conveniva non porla a cimento colla riflessione; così come io lo aveva udito, quel nome poteva avere un significato indistinto, fors'anco non averne alcuno; pensandovi, egli si aguzzava come la punta micidiale d'una freccia. Era una rivelazione involontaria, era un sospiro sfuggito all'ansia d'un petto conturbato, era fiamma dissimulata e tradita.

I miei occhi si offuscavano, mi tintinnivano le orecchie, e un'onda ardentissima mi saliva fluttuante alla testa.

Un lamento indarno soffocato mi uscì dal petto, e mi lasciai cadere bocconi ai piedi del letto, nascondendo la faccia fra le pieghe del lenzuolo.

Quanto tempo passasse di tal guisa non so dire--parevami che qualche cosa di strano avvenisse intorno a me; io teneva sempre gli occhi aperti, e parevami di sognare--mille figure bizzarre danzavano capricciose carole in un'atmosfera di fuoco--mi urtavano, mi portavano innanzi come un frammento di macigno sospinto da una valanga--e in mezzo a questo scompiglio io udiva ancora il monotono oscillare del pendolo nella camera, e il respiro lento di Clelia. E vedevo il suo volto pallido, e le sue braccia candide abbandonate sopra il guanciale, e i suoi capelli disciolti, e le sue labbra di rosa, e sulle sue labbra quel sorriso e quella parola: Eugenio....

Mi sollevai sbigottito, ebete, senza quasi aver coscienza di me medesimo. Mossi alcuni passi--senza avvedermene camminavo sulla punta dei piedi per non svegliarla--poi me le accostavo e la guardavo sorridendo; dimentica d'ogni cosa, la mia anima pareva volesse volare incontro alla sua ad abbracciarla, e che un segreto ammonimento la ritenesse e le dicesse con dolcezza: "zitto, ella dorme."

Avrei voluto illudermi, e m'illudevo senza saperlo--ma per breve ora. Arrestandomi ancora dinanzi ad essa, io vidi il suo labbro aprirsi un'altra volta, vidi un'altra volta quel sorriso....

Fuggii per non udire quella parola.

Nell'altra camera c'era Charruà; il poveretto aveva vegliato; vedendomi così stravolto mi si fece da presso. Io vidi su quella faccia nera la pietà che ricercavo, e caddi nelle di lui braccia, piangendo come un fanciullo."

"Vidi sorgere l'alba attraverso le lagrime. Triste cosa quell'alba. E tuttavia una speranza mi rianimò il petto; e il pensiero che io potessi essere in inganno tornò a sorridermi con insistenza. Clelia mi amava, mi aveva amato sempre--me ne aveva dato prova fino a poche ore prima; e poi, qual fede meritava una rivelazione del delirio? ed era poi una rivelazione? "Eh! via, una parola, un nome, non è in fin dei conti che un nome--dovrò io tessere sovr'esso una sventura con tanta sicurezza?"

Ritornai a Clelia con animo più calmo. Dormiva ancora; aspettai.

Poco dopo ella aprì gli occhi; mi vide e mi sorrise. Come mi fece bene quel sorriso! Pure ella aveva sorriso nello stesso modo poc'anzi.

XLVII.

"Non dissi lo strazio del mio cuore; lo serbai come un segreto; e con quell'avidità fatale che spinge l'uomo alla scienza della propria sciagura, spiai ogni gesto di Clelia per avvalorare di certezza il mio sospetto.

In quel giorno Clelia fu calma, amorevole, quasi lusinghiera.

Ignoro se ella mi leggesse in viso le traccie dell'affanno, o se io riuscissi a dissimulare tanto da ingannare l'occhio suo indagatore--so bene che ella mi guardava fiso e lungamente, e che il sangue mi correva più celere a quello sguardo, e che mi sentiva riconfortato, e quasi vergognoso d'aver dubitato del suo amore.

Venne Eugenio. Malgrado i miei ragionamenti fui freddo con lui--egli con me fu come per lo passato.

Clelia mi stette vicino--non si allontanò come io temeva. Ella dunque poteva guardare in faccia Eugenio senza arrossire, ed egli del paro. Buon pensiero che durò poco.

Non poteva forse per parte di Clelia essere questo un riguardo ai miei desiderii, così stoltamente manifestati? e forse che Eugenio avrebbe potuto interrompere le sue visite, senza palesarsi?...

Eugenio partì--il mio saluto non fu meno freddo. La giornata passò tristamente. Clelia non mi domandava conto del mio malumore; non se ne avvedeva ella? Non era possibile; ne conosceva dunque la causa, e lo sapeva ragionevole. Ahimè! non vi era più dubbio. Come fu presso all'imbrunire la pregai che andasse a letto; il riposo le avrebbe fatto bene. In vero ella era molto abbattuta; passeggiava per le camere, ma ad ogni tratto era costretta a sedersi.

Alla mia preghiera rispose con mestizia non averne voglia, la lasciassi ancora qualche ora. Non risposi.

Eravamo seduti a qualche distanza l'un dall'altro--ella sul divano, io sopra una seggiola a bracciuoli--tristi entrambi e muti.

Fece più volte atto di rivolgermi la parola, ma si pentì e si rattenne a mezzo ogni volta; ruminava in mente qualche cosa, levava il capo per guardarmi, e come io mi accorgeva dei suoi sguardi, li rivolgeva ancora al suolo e ve li teneva fissi gran tempo.

A poco a poco succedette al tramonto la notte; le ombre circondarono tutti gli oggetti che ci stavano intorno, i nostri volti sfuggivano alle ricerche dei nostri sguardi, fatti più audaci dalle tenebre.

--Raimondo--chiamò Clelia dolcemente.

--Che vuoi? risposi e mi feci presso a lei intenerito.

--Che tu segga daccanto a me.

Vi era in queste parole un accento così carezzevole e così afflitto, che mi ritornarono in folla alla mente le dolci memorie dei nostri giorni d'amore. Il mio cuore, rimasto così a lungo solo, versò all'improvviso la sua tenerezza. Le cinsi il collo d'un braccio, e coll'altra mano cercai la sua mano.

Clelia mi amava ancora. Lieto di questa certezza io dimenticai quasi ogni primitivo timore. Era stato un delirio il suo; ma più folle delirio il mio di alimentare d'un sospetto lo spasimo del mio cuore.

Per pagarla della mia freddezza fui tenero oltre l'usato. Ad ogni parola affettuosa che io le dirigeva sentiva la mia mano stretta più forte nella sua e il battito del suo petto accelerarsi. E allora avrei voluto scorgere nel suo viso l'espressione del suo animo; ma benchè me le accostassi tanto che le nostre labbra s'incontrassero, e aguzzassi del mio meglio lo sguardo, quella notte senza luna era inesorabile, nè mai un filo di luce che penetrasse nelle nostre stanze.

Charruà non portava i lumi; volli chiamarlo; afferrai il cordone del campanello; Clelia trattenne il mio braccio senza dir motto.

Gran parte della notte si passò di tal guisa; mai coppia d'amanti fu più ardente e commossa.

Parlammo di cento cose con abbandono; ma tuttavia era chiaro che ciascuno di noi nascondeva qualche cosa all'altro, e che struggendosi di parlare adoperava i più strani giri per arrivarvi senza lasciarne parere il desiderio.

--Domani sarà una bella giornata, mi disse Clelia.

Conobbi che questa era da parte sua l'ultima via per giungere alle spiegazioni, e che il suo partito oramai era preso. Che mi avrebbe detto ella mai?

Anch'io convenni che il domani sarebbe stata una bella giornata.

--E la campagna sarà sorridente di fiori e di profumi....

Io non ne dubitavo--e tuttavia non sapevo ancora a che volesse arrivare.

Non disse altro.

"Si è pentita," pensai.

Ma mi era ingannato; sentii la sua bocca accostarsi al mio orecchio e dirmi sommesso:

"Mi ci condurrai, non è vero?"

"Dove?" mi domandai, e prima che avessi tempo di rispondere, la mia mente aveva corso gran tratto il campo delle fantasticherie.

E mi parve d'udire il respiro affrettato di Clelia, e di sentire fremere il suo corpo vicino al mio. Allora il capo mi si confuse affatto; nuovi sospetti scesero nel cuore a straziarlo, e non osando più profferire parola, perchè pauroso di provocare una novella che non avrei saputo sopportare, tacqui.

--Raimondo, proseguì Clelia con voce più calma, la primavera è così bella! non vorrai tu che noi andiamo per qualche tempo sul lago?

--Vi andremo, risposi sbadato.

Ma pensando dopo breve tratto alla mia risposta, e per essa alla domanda di Clelia, mi riconfortai.--Vi andremo--soggiunsi con voce più ferma--è vero, la primavera è così bella! Ma perchè mai non attendere l'estate?

--La primavera è così bella!

--Hai ragione.

--Soli, non è vero?

--Soli!--Ahimè, che il terribile segreto mi si svelava tutto e le mie paure risorgevano più gagliarde.

--Eugenio vorrà forse venire con noi, balbettai coll'istinto di accertare la mia sciagura.

Attesi invano una risposta. Cercai la mano di Clelia che mi era sfuggita, cercai il suo corpo tentoni con ansietà inesprimibile. Sfiorai il morbido velluto dei suoi capelli, sentii il freddo marmoreo della sua fronte appoggiata al cuscino del divano, e alcune lagrime scorrermi fra le dita.

La gelosia vinse in me ogni altro sentimento; mi drizzai furibondo, col cuore che ruggiva una bestemmia. Il tremito del mio corpo, l'ansia del mio povero petto dovevano pur giungere fino a lei e farsi palesi anche nell'oscurità. La poveretta non faceva motto, e piangeva.

Ripiombai abbattuto sul seggiolone, cacciandomi le mani nei capelli.

--Raimondo, amico mio, salvami; pietà di me, in nome del nostro amore....

Può il cielo serbare alle sue creature uno strazio più crudele! Io non risposi, non piansi, non imprecai.

XLVIII.

Essa lo amava! Spietato, inesorabile pensiero. E tuttavia se ne aggiunse uno più terribile, e non l'ebbi appena concepito che un brivido mi corse per le membra. Se Clelia avesse potuto vedermi in quel momento avrebbe avuto paura di me--io stesso ne aveva.

Inorridito da quel dubbio fatale sollevai la testa di Clelia che si era appoggiata sulle mie ginocchia, e respinsi il suo corpo che cadde abbandonato sul divano.

Mi levai istupidito dalla mia brutalità, e inciampando nei mobili passeggiai a gran passi. Dentro di me la desolazione muta; attorno a me le tenebre, i singhiozzi di Clelia, e l'oscillare del pendolo.

"Non cesserai tu dunque di misurare il mio dolore?"

Venni al fianco di Clelia, cupo, severo, minaccioso. Mi udì, e cessò il pianto.

--Giurami....--pronunciai sommesso, giurami....

Non dissi altro, non n'ebbi cuore--non n'ebbi pure il tempo.

Clelia si drizzò svincolandosi dal mio braccio. Ella aveva indovinato il mio sospetto--se ne risentiva come tigre ferita. Era terribile; io indovinava il suo sguardo, il corrugarsi del suo ciglio, la vedevo innanzi a me minacciosa.

--Taci, non dir altro--gridò imperiosamente; in nome del cielo--aggiunse un istante dopo supplichevole.

Sentii il suo corpo vacillare, e stramazzare per terra--volli soccorrerla--volli chiamare--non lo feci--la vergogna, la paura, il rimorso mi toglievano il senno. Caddi in ginocchio accanto a lei, implorando fra le lagrime il suo perdono."

XLIX.

"Avrei io acconsentito alla sua preghiera? Tutta la notte--eterna notte!--ruminai questo pensiero. L'amor proprio me ne sconsigliava, ma il cuore mi diceva d'arrendermi--nè andai più oltre. Il sonno di cui da tanto tempo non aveva provato i benefizii, venne non so per qual via a quetare il mio spirito.

Anche gli sventurati dormono--la natura ha provveduto in qualche modo al destino dell'uomo, facendo che l'organismo incateni ogni cosa alle sue leggi inesorabili, e neppure il dolore possa sottrarvisi.

Alla mattina dibattei lo stesso quesito; il cuore mi parlava meno forte--l'amor proprio più invelenito che mai.

Io non poteva senza mostrarmi ridicolo a me medesimo involare mia moglie, e andarla a nascondere nella campagna in quella stagione. Che si sarebbe detto di me? Che ne avrebbe pensato lo stesso Eugenio?

Comprendo quanto fossero più ridicoli i miei stessi timori. Anche allora mi feci rimprovero di questa debolezza--ma senza frutto. Mi ostinai nel mio proposito, e tra che voleva sfuggire la taccia di marito geloso, e tra che voleva sfidare il mio destino e in certa guisa vendicarmi di Clelia e di Eugenio, mi compiacqui della mia fermezza.

Non avrei lasciato Milano--e lo dissi a Clelia che non fe' motto per lagnarsene.

Tanta umiltà mi scese al cuore senza rimuovermi.

Se non che io aveva fidato troppo sul mio orgoglio, e creduto follemente che avrebbe soffocato la mia gelosia. La natura può rimanere un istante soggiogata, ma si solleva ben tosto, e ridomanda imperiosamente le sue leggi.

Durante alcuni giorni non mi fu difficile acconciarmi meco medesimo, e celare sotto il manto dell'indifferenza la piaga del mio cuore! M'innebriavo del mio dolore, buttavo nel fango il sentimento e m'imbellettavo da istrione.

Triste maschera la dissimulazione--tu non l'hai ancora posta sulla faccia, che già cade a brandelli; e se si appiccica un momento, scotta come ferro arroventato.

Da qualche tempo mi permettevo di star lontano da Clelia--ci soffrivo, perchè rinunziavo a quel piacevole e calmo cicaleccio che teneva deste le nostre veglie solitarie d'un tempo; ci soffrivo tanto più in quanto le mie notti casalinghe erano diventate abitudini; e tuttavia, sebbene ricercando di che pagarmene non incontrassi che la noia, io era divenuto assiduo frequentatore del Caffè di .... e vi passava molte ore ricercando nelle spire di fumo del mio sigaro, nella fiamma turchina del mio punch le memorie della mia felicità d'un tempo.

Non so come mi sentissi tanta forza da resistere all'impeto della tenerezza, nè so se io debba dire che ne uscissi vincitore o vinto. So bene che una lotta si impegnava dentro di me ogni giorno; e che il proposito di riaccostarmi a Clelia che un sentimento di giustizia faceva prorompere nel mio petto, vi moriva miseramente ogni volta.

Clelia ne soffriva in segreto; nè mai avvenne che io facessi ritorno a casa e non la incontrassi sull'uscio ad attendermi. Talvolta io le sorridevo pieno di gratitudine--più spesso mostravo di non accorgermi delle sue attenzioni, e la salutava asciutto. Allora mi ritiravo nelle mie camere per nascondervi lo strazio del mio cuore, e imprecavo alla codardia che mi contendeva la dolcezza del perdono.

Io ero ridiventato fanciullo e provavo un'altra volta le debolezze e le ostinazioni di quell'età. Sapevo che sarei stato felice riaccostandomi a Clelia; che avrei ridonato la pace a lei che amavo e che m'amava--che la giustizia e il dovere mi vi spingevano--e nondimeno una ritrosia ostinata domava il mio cuore, e i suoi impeti gagliardi cedevano a quel morso fatale.

Questo stato di cose durò alcun tempo.

Una sera io mi ridussi a casa più presto del solito; incontrai Eugenio solo con Clelia. Quella vista mi fe' male. Da qualche tempo Eugenio era venuto più di rado; la mia freddezza dissimulata a stento l'aveva tenuto lontano; tuttavia egli non aveva mai mentito la sua indole affettuosa; mi avea ricercato delle mie confidenze, e mi aveva fatto le sue. Io era stato sempre fra due, se dovessi credere al suo candore, ovvero ad una astuta dissimulazione--nè mai potei accostarmi a quest'ultima credenza; e poi che non ebbi altro pretesto di odiarlo, quasi gli feci colpa della sua ingenuità. Nè so dire se l'odiassi davvero; al certo io non l'amavo più; alla sua presenza un eterno quesito si affacciava alla mia mente: sapeva egli d'esser amato da Clelia? l'amava? Il suo volto non palesava nulla. E per la prima volta dissi a me stesso che la sua anima era fredda e il suo cuore marmoreo come il suo viso.

Quella notte fui sorpreso di vederlo in casa mia; ma gli mossi incontro, e credo di avergli sorriso. Clelia mi guardava severamente come chi dicesse: "vedi, la mia calma vale meglio assai che la tua." Ed era vero, troppo vero.

Eugenio partiva per Roma. Un famoso pittore aveva avuto incarico di alcuni affreschi; gli proponeva partecipasse all'opera e al prezzo; era venuto a salutarmi.

Mi venne in mente che Clelia avesse avuto parte in quella determinazione. Se quel sospetto avesse durato un'ora sola mi avrebbe fatto assai male. Guardai Clelia, ed incontrai ancora il suo sguardo limpido e franco.

--Ti fermerai gran tempo? domandai ad Eugenio non potendo frenare un'onda di gioja che mi corse dal cuore alle guance.

--Sei mesi. È questo il termine entro cui devesi condurre a termine il lavoro.

--Sei mesi sono lunghi dissi forte rispondendo al mio pensiero--assai lunghi per la nostra amicizia; aggiunsi.

Clelia mi guardò. Arrossii.

--Ritornerai fra noi, passato questo termine?

--Lo spero.

--Buon per noi.

--Se le esigenze dell'arte non mi riterranno colà. Tu sai che io non sono ricco, e se insieme alla fama ci avrò mezzo a fornire un gruzzolo, tanto meglio.

--Eh! Sicuro, tanto meglio.

--Ad ogni modo, prometto a me stesso di far ritorno a Milano, qui, teco--aggiunse senza affettazione.

--Ci s'intende, e il cielo lo voglia.

Dopo quella prima menzogna, le parole m'erano venute stentate e non v'era stato verso di raccapezzarmi. Quel sorriso da ipocrita, che per la prima volta aveva spianato la mia fronte corrugata, m'aveva rabbujato l'intelletto e gettato la discordia nell'anima. Nè per quella notte ebbi altro pensiero ed altra cura che d'accumulare il disprezzo e torturarne il mio cuore.

L.

L'alba mi trovò desto, nè io aveva dormito.

--Or via, dissi, convien far conto di aver dormito abbastanza per questa notte; l'ora della partenza si appressa, e quel povero Eugenio a cui ho promesso di andarlo a salutare alla stazione, mi aspetterà forse un pezzo prima che io abbia avuto tempo di vestirmi.

Per quella volta non mi mossi dal letto; le mie parole ricaddero senza eco sulla mia volontà.

A capo di una buona mezz'ora mi rivolsi sull'altro fianco e mi ripetei che bisognava pigliare una decisione e che se l'addio dell'amicizia mi era caro, assolutamente conveniva che io mi levassi di botto. Non ne feci nulla e filosofai meglio di Cicerone sull'amicizia; e poichè la filosofia conduce assai lontano, passò un'altra mezz'ora.

E questa volta mi scossi di soprassalto, e mi disposi a balzare di letto davvero, e posi una gamba fuori delle lenzuola coll'ansietà di chi teme proprio in sul serio di fallire ad un convegno.

In quella suonarono le ore alla pendola.

--Deh! sclamai, povero me! L'ora è passata...

E mi strinsi la fronte fra le mani.

--Buon viaggio, aggiunsi come se volessi incaricare un venticello del saluto--buon viaggio, amico tenerissimo.

Mi raggruppai nel mio letto e ritentai come un importuno il sonno... A mezzogiorno in punto io arrivavo in China, ed avevo fatto un ottimo viaggio, ed aveva tenuto un lungo discorso in latino ad Eugenio sull'amicizia--Cicerone, in un angolo della carrozza, aveva ghignato di compiacenza, e mi aveva detto che mia moglie era una bella donna.

Mi destai e guardai intorno a me. Il volto di Clelia non era lì presso a sorridermi."

LI.

"Il sarcasmo di cui mi stordiva, ricadeva sopra di me medesimo.

Non andò molto che all'affanno cieco succedette la riflessione. Allora solo conobbi quanto fossi stato fino a quel punto ingiusto verso di Clelia. Misurai la nobiltà del suo animo, il suo affetto per me, la sua confidenza che avrebbe dovuta ingrandirla ai miei occhi, e che pure io aveva pagat d'ingratitudine.

Avviene di me ciò che avviene di molti, che quando il cuore sanguina la ragione smarrisce le vie del sillogismo; ma non appena esso si raccapezza e mi parla la sua voce eloquente, la tempesta mia si rasserena d'un tratto e non amo di meglio che ravvedermi. Però da quell'ora mi raccostai a Clelia mansuefatto, e le palesai la mia riconoscenza adoperandovi ogni mezzo, e la colmai di carezze pauroso ch'ella soffrisse ancora della durezza dei miei modi d'un tempo. Pur che mi sorridesse, io era raggiante di gioja.

La buona creatura non mi serbava rancore; era felice che io non l'avessi abbandonata, e mi diceva che nessuno ci aveva mai disgiunto, nè avrebbe potuto mai disgiungerci in avvenire.

Ricominciò la serenità dei giorni passati, ricominciò più bella, più tenera, più apprezzata--il timore di averla perduta per sempre ce ne aveva rivelato il valore--oramai diventavamo avari, avremmo custodito gelosamente il nostro tesoro.

Allora fui anche giusto verso Eugenio. Egli forse non aveva indovinato il sentimento ispirato a Clelia--se mai l'aveva penetrato o diviso, la sua partenza era proposito--e il proposito virtù somma. E mi dolsi amaramente d'essere stato freddo con lui, e d'essermi lasciato vincere puerilmente dalla gelosia, ed avervi sagrificato l'amicizia. Immaginai Eugenio sulla tolda d'un bastimento veleggiare verso Civitavecchia e spingendo lo sguardo nell'orizzonte ricercare la terra che abbandonava e l'amico perduto. Io non gli aveva detto addio, non me l'ero stretto al cuore prima di lasciarlo partire--avea così spezzato bruscamente quella catena affettuosa che stringeva da tanto tempo i nostri cuori.

Una notte sognai che Eugenio s'era pentito ed era tornato sui suoi passi presso di me, e che io lo abbracciava con tenerezza. Cicerone in un cantuccio ci guardava sorridendo e con un lembo del suo manto si rasciugava una lagrima.

Ma questa volta destandomi incontrai il volto di Clelia presso al mio; e il suo sguardo melanconico e dolce come quello di un angelo che sospira l'infinita distesa dei cieli."

LII.

"Ritrovai la mia Clelia, ritrovai il mio cuore.

La felicità è generosa e perdona al passato; noi dimenticammo assai presto le giornate di sventura. Se talvolta ci rifacevamo a percorrere la via che avevamo lasciato dietro di noi, sorvolavamo senza rimirare le impronte che i nostri passi avevano segnato di sangue.

E tuttavia lo studio di non ritentare più quelle ferite era anch'esso una ferita--nube lieve in un'immensa serenità di cielo, ma fatta anch'essa di vapori, maturava anch'essa il fulmine nel suo grembo.

Un giorno per l'appunto oziavamo colle nostre reminiscenze; richiamavamo cento inezie, cento fantasime leggiadre e care al nostro cuore, poichè ogni cosa è cara al cuore di coloro che si amano. "Ti ricordi? ti ricordi?" Era una festicciuola di memorie--pochissime meste, nessuna di dolore.

Eravamo giunti a un tempo poco lontano, ad una notte vegliata festevolmente in tre--Clelia, io ed Eugenio. Ed Eugenio--nessuno voleva dire questo nome; ella voleva risparmiare a me la melanconia delle idee che vi si associavano--io del pari. Ci guardammo in volto, poi chinammo gli occhi entrambi. Da quel punto il nostro cicaleccio languì; la festicciuola ebbe fine ben presto.

Ahimè! avevamo fidato troppo sulla nostra ragione; il cuore serbava ancora la cicatrice. Ricordavamo ancora di lui, fors'anco pensavamo ancora senza dirlo e senza avvedercene a lui.

Fu senza dubbio lotta gagliarda per mentire a noi medesimi; fu lotta virtuosa; accettata con nissuna speranza di vittoria, come gli inermi condannati accettavano nel circo la lotta colle fiere, ma fu menzogna. Da quel giorno la nostra apparente indifferenza non ci ingannò più. Il pallore delle mie guancie spuntava traverso la maschera gioviale; l'amore tradiva la gelosia. Così questo serpe fatale era arrivato per altra via sino al mio cuore, e vi infiggeva un'altra volta il suo dente avvelenato."

LIII.

"Clelia ammalò. Da qualche tempo io non aveva più visto fiorire sul suo volto le rose della salute. Non vi aveva posto mente da prima, però che l'abitudine di vederla ogni giorno mi aveva impedito d'osservare il mutamento che avveniva in essa, più tardi la reputai cosa passeggiera e pensai si sarebbe presto ristabilita. Non appena però appresi quanto il suo male fosse grave e come la costringesse a letto, mi rimproverai di aver lasciato correre sì lungo tratto di tempo senza richiedere i soccorsi della scienza, e malgrado le sue riluttanze volli chiamare un medico.

Il medico venne; non era cosa grave: una pleurisia falsa che non avrebbe resistito ad una breve cura.

Come udii questa buona novella respirai più libero, Nell'uscire il medico mi domandò se mai Clelia patisse qualche dolore, o ne avesse patito. E siccome non gli risposi subito, tentennò il capo ed uscì.

Rimasi sull'uscio immobile. "Dolori!" Sì, ella ne aveva patito; io stesso glie ne aveva cagionato di molti; io stesso dunque ero la causa del suo male.

Se non che il mio demonio mi suggerì un pensiero terribile ad accrescere il mio cordoglio. Forse ella amava ancora colui, ed era straziata dalla sua passione; la lontananza, anzi che spegnerla, l'aveva forse alimentata, e il prepotente imperio del cuore la faceva piangere lui assente in segreto.

Ciò che si passò dentro di me non è forse concepibile; l'angoscia di non essere amato, la gelosia di un rivale che mi rapiva il pensiero di lei che amavo tanto, che esercitava da lungi un fascino fatale al mio povero amore, il dolore di vederla inferma e la paura che mi venisse a mancare facevano tale strazio di me quale mai uomo ebbe a provare nella vita.

Ma poi che io l'amavo più della mia vita e della mia felicità stessa, la compassione vinse in me ogni altro sentimento.

"Ch'ella non muoja, dissi a me stesso, che il mio angelo non mi sia rapito; se anche il suo cuore non saprà più darmi altro affetto che quello della gratitudine, io ne sarò pago ugualmente; avrà compassione di me, e saprà rassegnarsi, e consentirà che io la guardi e l'adori; ella sarà per me come una santa memoria vivente."

E siccome le mie stesse parole mi avevano intenerito e quasi mosso a pietà del mio stato, caddi in ginocchio lagrimando, e domandai al cielo ch'ella vivesse."

LIV.

"Il grido del dolore giunge qualche volta lassù. Ben presto la salute di Clelia parve migliorata alcun poco.

Io aveva vegliato al suo capezzale colla trepidanza di chi vegga la sventura approssimarsi a lui e voglia deviarne il cammino o ritardarne i passi. Avevo spiato ansioso ogni sospiro delle sue labbra, ogni tremito del suo corpo, ogni moto lieve delle sue mani e del suo capo. Quando essa mormorava nel sonno qualche rotta parola, mi pareva che dovessi apprendere ad ora ad ora una novella triste--e tuttavia paventavo meno di me che di lei.

Talvolta ella si destava di soprassalto--e fissava i grandi occhi spaventati nei miei, e teneva per gran pezza il suo sguardo immobile senza ravvisarmi.

Altre volte si gettava nelle mie braccia, e stringeva nelle sue mani la mia testa colmandola di carezze.

Ella non sapeva allora ciò che si passava dentro di me, nè come le sue dimostrazioni d'affetto scendessero sul mio cuore come elemosina sulla mano tremante d'un mendico. Ella non sapeva i gemiti soffocati sotto il sorriso, non indovinava la terribile certezza che aveva soggiogato l'audacia delle mie speranze. Ella non sapeva nulla di tutto ciò--poichè giammai, io penso, mano di uomo mortale pesò sul petto a soffocarne i singhiozzi, come la mia in quelle ore; nè maschera di ipocrita fu mai così fortunata nel muovere la pietà, quanto la mia nel celare l'affanno che avrebbe fatto pietoso lo stesso cinismo.

Una mattina io era uscito per affari; avea lasciato il suo letto con rammarico, benchè ella stesse assai meglio e me lo assicurasse sorridendo furbamente come avesse immaginato una gherminella.

Al mio ritorno la trovai in piedi, coperta d'un ampio sciallo turco che io le aveva regalato nel giorno del suo onomastico. Mi venne incontro colla bambina per mano; e come se dicesse: "vedi, io sto pur ritta, sono sana", senza dir parola mi porse la mano.

Io m'era oscurato in volto al vederla; e mi disponevo a farle rimprovero, ma ella mi prevenne con grazia irresistibile; e non appena feci atto di aprir bocca per parlare, appoggiò le sue mani affilate sulle mie labbra, e invocò collo sguardo non la sgridassi.

Poco stante mi consegnò una lettera pervenuta durante la mia assenza.

--Per me? le domandai.

--Per te, rispose, e si chinò ad accarezzare la piccina.

Guardai la soprascritta. Erano i caratteri di Eugenio.

Per un momento non provai altro che un'emozione viva, ma incerta come cosa che sta tra il piacere e il dolore.

--La leggerò, dissi ponendo la lettera in tasca--E mi rivolsi a Clelia che continuava ad accarezzare le guancie della piccina."

LV.

"Una lettera per te." E non aveva aggiunto "d'Eugenio" pure ne conosceva i caratteri, e doveva aver visto che veniva da Roma.

Clelia si era attaccata al mio braccio--passeggiavamo in silenzio.

"E s'ella aveva taciuto quel nome, era arte; l'indifferenza lo avrebbe pronunziato."

"La mia dissimulazione adunque s'era tradita; ella mi aveva letto nel cuore e aveva compreso la mia battaglia, e aveva visto nascere i nuovi sospetti, e la gelosia più straziante--ne aveva pietà, voleva risparmiarmi ogni motto che mi rammentasse quell'uomo."

La guardai; indovinava ella questi pensieri che mi passavano in mente? mi sorrise, le sorrisi.

"Se pure, proseguii fra me medesimo; se pure ella non mi nasconde il suo segreto, e quella riluttanza a pronunziare il nome di lui, anzi che un riguardo alla mia debolezza, non fu frutto della sua."

È raro che di due pensieri che giungano allo stesso tempo, il più doloroso non sia più fortunato. E so che non mi tolsi più di capo questo martello--e più cercavo di vincere il mio timore colla ragione, e più la ragione aguzzava i suoi strali contro di me. Mi tornarono in mente cento inezie, cento saldi ragionamenti nuovi a ribadire la fatale convinzione che Clelia amava tuttavia Eugenio.

Le lagrime frenate mi ricadevano goccia a goccia sul cuore--Clelia continuava ad appoggiarsi sul mio braccio--mi sorrideva ed io le sorridevo."

LVI.

"La lettera di Eugenio era piena di cortesie. Non mi rimproverava di averlo lasciato partire senza salutarlo--il suo animo generoso se n'era dunque dimenticato. Gran buona ventura la mia. Ma più avventurato di me lui che aveva trovato in quei freschi benedettissimi un affar d'oro.

Prima di finire col bacio dell'amicizia, buttato lì con noncuranza, v'era scritto un saluto per lei. Compitezza schietta davvero. Dissi a Clelia del saluto.

--Ha egli trovato che l'affare dei freschi gli convenga?

--A meraviglia.

Non se ne parlò altro; e il volto di lei e il mio non dissero di più."

LVII.

"Non so se altri possa comprendere qual fosse lo stato della mia anima in quel tempo; nè se gli uomini possano giudicare con giustizia della natura dei miei sentimenti; so bene che i facili motteggiatori ricercano avidamente il marito e lo espongono alle beffe degli sfaccendati, e dimenticano l'uomo che s'agita e soffre, non pensando che se quella gelosia è meschina e ridevole che nasce da orgoglio, la gelosia che piange l'amore è cosa santa. E poi che gli uomini non conoscono il virtuoso benefizio della compassione, o sdegnano porgere questa elemosina che si dà senza impoverire e si riceve senza vergogna, dovrebbero almeno rintuzzare il sogghigno che avvelena il loro labbro mordace.

In quel tempo ho provato tutte le miserie della gelosia; piccole lame che mi passavano il petto e giungevano al cuore.

Un giorno mi venne sott'occhio un albo di ritratti che, siccome conteneva l'immagine di lui, io aveva puerilmente sottratto tempo prima, e collocato più tardi sopra uno scaffale in un angolo della camera. Era stato spesso a rivedere quell'albo, attratto non so se più da istinto di curiosità o di sospetto--nissuno l'aveva mai toccato, però conservava da qualche tempo la stessa posizione, e la polvere vi si era addensata a strati; in quel giorno l'albo era capovolto; i fermagli erano stati aperti, e non si aveva pensato a rinchiuderli; la polvere vi era meno densa e serbava tuttora le traccie della mano che l'aveva afferrato. Mi venne in mente Clelia, e ch'ella avesse voluto contemplare il ritratto di Eugenio. Quel giorno piansi come un fanciullo."

LVIII.

"Più volte, entrando all'improvviso nelle camere di lei, erami parso che mi nascondesse qualche oggetto. Un giorno non mi rimase più dubbio; l'imbarazzo pinto sul suo volto dava impronta di verità al mio sospetto. Io sapeva che ella non mi avrebbe nascosto alcuna cosa che non avesse potuto parlarmi di lui, del suo amore... "Forse il ritratto! E l'aveva forse tolto all'albo!"

Non ebbi concepito questo pensiero che corsi ad assicurarmene.

Incontrai la piccola Bianca intenta a sfogliazzare un libro, l'albo; volsi lo sguardo allo scaffale; una seggiola appoggiata al muro aveva servito a quella scalata innocente.

Il cuore mi batteva violento per emozione; e interrogai arrossendo la piccola Bianca; e seppi da essa come già altra volta avesse collo stesso mezzo tolto quell'albo e rimessolo per timore di rimprovero.

Mi guardava timidamente; quella creatura benedetta ignorava il bene che ella faceva al mio cuore.

Aprii l'albo, e ricercai il ritratto d'Eugenio. Era lì, nella sua piccola cornice.

Se la gioia avesse manifestazioni che non fossero puerili, io mi vi sarei abbandonato follemente. Ma pare che la virilità segni il confine della gioja, però che i soli fanciulli possono palesare apertamente il loro animo lieto. Il dolore solo è d'ogni tempo, e chi arrossisce delle lagrime e le chiama indizio di debolezza, non sa che sia il dolore, nè come egli faccia gigante e nobiliti tutto ciò che lo circonda, e il tetto sotto cui si posa, e il cuore che strazia, e le bestemmie che fa prorompere fra i singhiozzi.

Abbracciai la testolina ricciuta della piccola Bianca, e la colmai di carezze."

LIX.

"Tant'è, non poteva dubitarne; Clelia mi nascondeva qualche cosa."

LX.

"Una mattina Clelia tardò a levarsi di letto oltre l'usato. Me le accostai e le chiesi se mai ella non si sentisse bene. Mi rispose non sentirsi altro che un po' di languore.

--Sarà appetito, aggiunse; da qualche tempo io sono diventata ghiotta. Mi leverò, e farò anticipare la colazione.

Si provò a rizzarsi sul letto; ma ricadde.

--Sono assai debole, assai debole... non posso.

--Manderò ad avvisare il medico.--

--Non farlo. I medici, i medici... costoro hanno l'anima fredda come cadaveri e pretendono dar la vita e la salute.

--Il nostro è un buon medico.

--Come tutti gli altri. E poi quale necessità di medico? non sono già malata io.

Non insistei per non affliggerla.

Tutto quel dì passeggiai agitato dinanzi al suo letto. Come fu la sera, mi accorsi che la sua fisonomia era alterata; toccai la sua fronte e la trovai ardente. Col cuore serrato dalla paura, e colla certezza che il suo stato era peggiorato le domandai se stesse meglio.

--Se tu mi sei vicino, rispose.

Mi posi al suo capezzale e vegliai finchè la stanchezza non mi fè chiudere gli occhi. Ridestandomi di soprassalto, incontrai alla sua mano fra i miei capelli; l'allontanai dolcemente per non svegliarla; ma ell'era desta e mi guardava con uno sguardo rapito alla benigna serenità di quella notte stellata.

Il giorno successivo feci avvertire il medico. Venne; si dolse di non essere stato chiamato il giorno prima.

--È dunque cosa grave? domandò Clelia inquieta.

Il medico parve imbarazzato.

--Vi hanno malattie, rispose, che senza minacciare un pericolo, devono tuttavia essere arrestate nei primi passi, altrimenti...

--Altrimenti?...

--Si fanno più ribelli.

Uscendo trassi in disparte il medico.

--Ascoltatemi, gli dissi; io sono forte, ho coraggio; ditemi francamente se Clelia vivrà.

--Lo spero.

--Non ne siete voi sicuro?

--La vita non è nelle mie mani.

--Qual genere di malattia è ella questa di Clelia?

--Una ricaduta della prima; io aveva guarito il corpo, non poteva giungere all'anima--tolsi l'effetto senza rimuovere la causa.

--Ed è?...

--Se voi l'ignorate, è un segreto; domandateglielo.

--Così farò, risposi lasciando cadere il capo sul petto.

--Siate forte--mi disse il medico ed uscì."

LXI.

"Non era vero che io fossi forte; il pensiero che Clelia avrebbe potato mancarmi mi traeva fuor di me stesso. Rientrando, la incontrai seduta sul letto, cogli occhi fissi sulle lenzuola. Mi accostai tremante.

--Che hai?

--Ho tutto udito, mi rispose melanconicamente. Non negarlo; vi ho seguiti io stessa; ho voluto io stessa apprendere la mia sorte.

Quelle parole mi turbarono; che avrei io potuto dirle? le feci rimprovero d'essersi levata di letto e d'averci seguito malgrado la sua debolezza.

--Mi sono coperta d'uno scialle--e mi sono appoggiata ai mobili--e d'altra parte che potrei io perdere? non devo forse morire?

--Non dirlo, in nome di Dio. Il medico non ha detto ciò.

--L'ha pensato; e poi lo sento, mi rimane assai poco, assai poco.

Piangeva.

Io non ebbi forza di riconfortarla; la strinsi al cuore.

--Non lasciarmi, mi disse ella con esaltazione; non lasciarmi; tienimi stretta presso di te; quando sentirai che il mio cuore arresterà i suoi battiti, baciami in volto e mi rianimerai.

--Dio non può separarci, esclamai levando gli occhi al cielo.

--Dio lo vuole, disse ella tristamente.

Il suo stato andò peggiorando ogni giorno; e tuttavia io non rinunziai un istante alle mie speranze. Pregavo Iddio ogni sera; la sventura mi riavvicinava alla mia fede negletta. No, Dio non avrebbe dimenticato la sua creatura.

--Domani vo' levarmi, mi disse Clelia un giorno.

--Lo pensi, povero angiolo; tu sei così debole.

--Voglio levarmi, ripetè. Ho domandato al cielo questa grazia, il cielo è buono.

Venne il domani, ma Clelia non potè lasciare il letto.

--È doloroso, disse ella con mestizia; ci aveva contato; doveva essere un giorno lieto questo.

E volle che io facessi venire la nostra Bianca, e che mi sedessi ai piedi del suo letto.

--Tu non comprendi, mi disse scherzosa; pure questo è giorno di festa per noi.

Mi era passato di mente--era il quarto anniversario del nostro matrimonio. Triste anniversario! Mi comprese, e come a rispondere ai miei pensieri.

--Sta in noi che questo giorno sia festoso. Vedi io ti avevo preparato un regaluccio; ma non ho potuto finirlo di mia mano.

E così dicendo trasse di sotto al guanciale un ricamo in seta, colle nostre cifre intrecciate.

--Ed è questo che tu mi nascondevi? domandai commosso.

--Tu dunque mi spiavi? interruppe scherzando.

Ahi! quanto i miei sospetti erano stati ingiusti! e come avrei io pagato quell'anima buona dell'ingiuria che le avevo fatto?

S'ella aveva un segreto a nascondermi, non era certamente una colpa; se inganno v'era stato nei suoi modi, lo aveva suggerito la pietà.

I progetti di Clelia andarono falliti--quell'anniversario fu assai triste."

LXII.

"Passarono alcuni mesi--passarono uniformi, desolati. La salute di Clelia non migliorò gran fatto; il medico era venuto assiduamente, ogni giorno, ma senza alimentare le mie povere speranze.

Clelia pareva rassegnata; non mi parlava di morire perchè ne avrei avuto pena; quando mi vedeva triste, mi diceva di sorridere. Mi assicurava che sarebbe guarita. Innocente inganno! Altre volte parlava del nostro avvenire seriamente,--si intratteneva in progetti ridenti. Allora sperava; si rinvigoriva delle sue illusioni, e mi diceva.

--È egli possibile che io muoja? Perchè dovremmo noi crederlo? Io sono qui, fra le tue braccia--sono giovine, e t'amo--e tu m'ami. La morte ha pietà di coloro che s'amano...

Verso la metà del mese d'ottobre, la malattia parve volgere alla guarigione.

--Vorrei veder la campagna, disse un giorno al medico. Deve essere bella, non è vero? Voi la vedete spesso la campagna. Come siete felice voi!

--Vi andrete, rispose il medico intenerito.

--Oggi stesso?

--Se lo volete.

Triste indizio la condiscendenza d'un medico. Ma nè Clelia vi aveva posto mente, beata del pensiero di poter uscire, nè io, parendomi proprio ch'ella stesse meglio.

Uscimmo in carrozza.

La giornata era serena; una brezza melanconica d'autunno incurvava i rami dei platani e gemeva fra le foglie degli ippocastani.

Bella giornata, ma mesta--ad ogni istante il soffio del vento distaccava dai rami d'una pianta ingiallita le foglie disseccate che scendevano lente sopra i viali, dove un altro soffio le spingeva ad inseguirsi l'una l'altra roteando.

Clelia guardava la natura con occhio smarrito.

--Come è bello, come è bello! andava ripetendo con ingenua meraviglia; mi par di rinascere, di venire per la prima volta nel mondo; certamente io non ho mai visto come li vedo ora questi incanti... E gli uomini si lamentano!...

Ammutolì un istante.

--Sono pazza, aggiunse poco dopo; mi pare che tutti coloro che passano debbano essere felici come io lo sono, lieti di questo cielo senza nubi, di questa campagna piena d'armonie--e che debbano leggermi sul volto che io fui malata, e rallegrarsene in cuore. E perchè no? Io non ho fatto alcun male agli uomini, vorrei dir loro che li amo--non vorrebbero essi amarmi se io li amo?

Passavamo rasentando un giovane tiglio che aveva attecchito male, e che i rigori autunnali avevano sfrondato precocemente.

--Così giovane! disse ella mestamente; e parve che un triste pensiero l'assalisse e che lottasse a liberarsene.

--Come è bella la vita! aggiunse poco dopo parlando a sè stessa.

Non osando trarla dalle sue fantasticherie, non osando quasi rispondere al mio stesso affanno per timore di palesarlo, io continuavo a tenere le mie mani nelle sue senza dir motto, e a contemplare melanconicamente le sembianze disfatte del suo volto."

LXIII.

"Ritornata a casa si sentì debole e si rimise a letto. Respirava affannosamente, e non poteva quasi parlare; e tuttavia mi disse che la passeggiata le aveva fatto bene, e che aveva caro di aver veduto ancora una volta il verde della campagna.

"Ancora una volta" pensai tristamente. Ma ella non aveva dato quel senso alle sue parole, e parevami invece si fosse rinvigorita nella speranza. Mi parlava dei suoi progetti per il prossimo inverno, si faceva promettere tante cose, e mi assicurava che saremmo stati felici. Io stesso mi abbandonavo a crederlo.

Benedetto il sorriso del dolore, benedette le povere lusinghe della sventura!

All'improvviso Clelia si sentì venir meno.

--Tu soffri? le domandai.

--T'inganni--mi rispose con un filo di voce--l'emozione, la stanchezza forse --io non sono molto forte--soggiunse sorridendo.

Una specie di rantolo soffocò un'altra volta la sua voce; gli occhi suoi mi guardarono implorando il mio ajuto; poi si chiusero lentamente.

Il grido della disperazione partì spento dal mio petto, come un baleno stanco traverso il fitto delle nuvole. Accostai il mio al suo pallido labbro--ella respirava ancora; le sollevai il capo, e lo appoggiai sui cuscini; poi cercai il suo cuore sotto le vesti discinte--batteva agitato.

Io era solo; volli chiamare e corsi per la camera istupidito. Passando innanzi ad uno specchio vidi la mia immagine e quella di Clelia--uno spettro che errava intorno ad un cadavere.

Il nero volto di Charruà comparve sull'uscio; nè io l'aveva chiamato. Mi guardò un'istante; io gli feci un gesto e volli parlare; l'ansia me ne tolse la forza.

Charruà mi comprese, e senza attendere più oltre s'allontanò.

Io mi gettai sul letto di Clelia cogli occhi fissi sul suo volto.

Mi pareva che la morte dovesse stendere ad ogni istante le sue scarne braccia per rapirmela--e che fosse lì, immobile, ai piedi del letto, a rimirare il mio affanno e la sua preda....

Un brivido mi corse per le vene e mi guardai all'intorno impaurito.

Charruà ritornò in compagnia del medico.

Io mi rivolsi a quell'uomo come ad un benefattore; gli additai Clelia, ed invocai d'uno sguardo supplichevole che la salvasse.

Il medico s'accostò al suo capezzale, la guardò attento senza tradire alcuna emozione, poi guardò me, vide la mia preghiera, e scosse il capo melanconicamente. "Coraggio" mi disse facendomisi dappresso.

E poichè io non rispondeva, egli mosse alcuni passi per uscire.

--In nome del cielo, ogni speranza adunque è perduta? domandai arrestandolo..

--Coraggio, ripetè con voce commossa.

"È finita" pensai, lasciando cadere le braccia lungo i fianchi.--Oggi? domandai coll'insistenza della disperazione.

--Forse.

Quest'ultima parola mi passò il petto come una lama di coltello."

LXIV.

"Passai tutto quel giorno accanto al suo letto, senza potermi acquetare al pensiero della sciagura che mi minacciava.

Avessi io potuto lottare corpo a corpo col destino, avrei vinto la sua inflessibilità.

Pensavo che sarebbe del mio avvenire, e come avrei potuto sopravvivere alla morte del mio cuore. Immaginavo, anticipandomene l'amarezza, le giornate tristi e le ore numerate nella solitudine; e come ogni oggetto m'avrebbe parlato di lei, e avrebbe risuscitato una memoria del passato, una memoria della mia felicità e del mio amore; Ahimè, il mio amore, il mio passato erano perduti inesorabilmente; la mia felicità era seppellita con Clelia.

Seppellita! terribile pensiero!.. Allora guardavo il volto scarno di Clelia, vedevo la povera vita di quel corpo adorato fuggire sotto i miei occhi--nè il mio amore possente aveva forza d'arrestarla un istante.

Alla notte venne la contessa B. Aveva mandato ogni giorno a chiedere novelle di Clelia, e come seppe del pericolo in cui versava, volle esserle vicino. --Quella buona signora mi trovò mutato.

--Mi strappa il cuore, le risposi, additandole Clelia; potesse almeno portarmi seco, potessi almeno morire!...

Anche la contessa mi ripetè quella triste parola: "coraggio."

--Coraggio! Sì, coraggio, per poter sopravvivere al mio angelo che muore; ch'io mi ricinga adunque di questa corazza per vederla mancare e non affliggermi della sua perdita, per poter gettare il mio pugno di terra sulla sua bara e udirne il rumore sordo senza rimanere impietrato accanto alla sua tomba.

--Zitto... interruppe la contessa ponendo l'indice sulle labbra; ella si muove... parla... avviciniamoci.

Un freddo sudore mi bagnò la fronte, e non ebbi forza di muovere un passo.

Clelia si era scossa, aveva levato lentamente un braccio di sotto le lenzuola, e riaprendo gli occhi li girava all'intorno.

Mi trascinai daccanto ad essa.

--Che hai? mi disse Clelia.--Voi qui! soggiunse con voce quasi spenta, vedendo la contessa--quale piacere!...

Poi tacque e non disse altro.

--Ella muore! esclamai.

Clelia riaprì gli occhi, e mi guardò serenamente senza parlare.

--Confortatevi, mi disse a bassa voce la contessa--forse ogni speranza non è perduta.

Tentennai il capo in aria di dubbio--ma in fondo al cuore speravo."

LXV.

"Da quel punto Clelia parve rinvigorirsi; uscita dal letargo in cui era caduta, volle ch'io le sedessi accanto--La contessa dall'opposta parte del letto levava le mani al cielo, come a ringraziarlo.

La fiducia rinacque nel mio cuore.

--Che cosa avevi pocanzi? mi domandò Clelia.

--Dolevami che tu soffrissi, risposi titubante.

Fece atto di non dar fede alle mie parole, e tacque. Poco dopo guardò me e la contessa, e domandò se credevamo che ella dovesse morire.

Oramai io aveva ragioni per sperare che avrebbe vissuto, ma se anche non ne avessi avuto alcuna, io non avrei mai potuto avere la convinzione della sua morte. Mi sarebbe parso di arrendermi, di accettare il mio destino, di recidere io stesso l'ultimo filo che teneva in vita il mio amore; al contrario io voleva lottare fino alla fine, contendere fin l'ultimo alito di quel corpo adorato.

Non so più che rispondessi a Clelia; so che la contessa mi prevenne.

--Levatevi di capo queste melanconie, disse ella; voi siete giovane, bella, amata--voi dovete vivere, vivrete, sarete felice.

--Lo credete? riprese a dire Clelia--gli è bene perchè io sono giovane e amata che ho paura di morire.

E siccome io mi faceva triste in volto, soggiunse sorridendo:

--Ho speranza anch'io di vivere.

Una parte della notte passò quasi lieta. Clelia rianimata sempre più era diventata scherzosa, e s'abbandonava a fantasticherie pell'avvenire.

Quel sognare ad occhi aperti così proprio dell'infanzia non è forse altro che una malattia dello spirito. E gli infermi assomigliano in questo appunto ai fanciulli--essi hanno vissuto in certo modo lontani dal mondo, hanno sentito la vita fuggire dal corpo, e pare loro che il mondo li attenda a braccia aperte, e la vita non prometta che rose. Hanno dimenticato gli affanni che turbarono un tempo le loro notti, le lagrime versate, le amarezze d'ogni giorno, le perfidie, gli inganni, le mentite lusinghe--e sorridono al mondo ed alla vita. Benefica illusione, ma breve, come ogni bene che è frutto di dolore.

--Verrò alle vostre serate, disse Clelia alla contessa--L'inverno prossimo voi ne darete, non è vero?

--Senza dubbio, mia cara, rispose la contessa.

--E tu mi ci condurrai volentieri, aggiunse Clelia volgendosi a me--è là che ci siamo conosciuti, che abbiamo incominciato ad amarci. E dite dunque--e si volgeva ancora alla contessa--non mi avete parlato della moda.

--Il bollettino è alquanto capriccioso, v'ha una sola notizia positiva: abolito il nastro, le frangie in grande onore....

--È strano, interruppe Clelia perdendo d'un tratto la lieve tinta rosea che aveva avvivato le sue guancie.

--Infatti--rispondeva la contessa errando sul senso di quella espressione.

Ma io che non avevo abbandonato dell'occhio un solo istante la fisonomia di Clelia, conobbi che il suo respiro si faceva più debole. D'uno sguardo ne feci accorta la contessa; entrambi stemmo silenziosi e commossi ad osservare.

--Mi sento stanca; ho abusato delle mie forze, soggiunse Clelia--Vorrei dormire un poco.

S'addormentò in breve.

Consigliai la contessa a ritirarsi e prendere anch'essa un po' di riposo--s'ostinò un poco nel rifiuto, ma poi che il sonno di Clelia era tranquillo e il mio spirito più calmo, aderì, pregandomi la facessi chiamare alle due.

Suonava allora la mezzanotte.

Mi raccolsi dentro di me medesimo, e pensai.

Mi tornò in mente Eugenio, e sentii nel core come un pallidissimo riflesso della gelosia che egli aveva suscitato un tempo nel mio seno. Volli rivolgere ad altro il mio pensiero, ma, come fossi incatenato a quell'idea, me ne allontanavo un istante e le giravo all'intorno senza potermene liberare.

"Lo aveva Clelia dimenticato, o l'amava tuttavia in segreto?"

Dubbio che durava da gran tempo nel mio cuore--reso meno straziante in quell'ora dalla minaccia di un dolore più grande, ma tuttavia dubbio dolorosissimo.

Clelia ruppe d'un tratto la calma regolare del suo respiro; tutti i miei pensieri fuggirono come per incanto.

La poveretta si destò, mi vide al suo capezzale, cercò colla mano scarna la mia, e la strinse come a ringraziarmi delle mie cure.

--È tardi? domandò con voce fioca--Ho sempre dormito?

--Sempre. Come ti senti?

--Bene. Vorrei dormire ancora, ho le palpebre pesanti.

--E tu dormi.

--Non posso... ho un affanno...

--Un affanno!

Parve lottare un istante; poi con un debole sforzo si trasse più presso a me, e balbettò al mio orecchio: "mi perdoni?"

--Che cosa? domandai, ma il mio cuore l'aveva indovinato.

"E potevi tu comandare al tuo cuore, povero angiolo?" pensai dentro di me--"Ti amo!" le dissi forte.

--Mi perdoni? insistè.

--Ti perdono.

Le sue labbra gelide si posarono sopra la mia faccia, e la sua mano trovò ancora la mia; ricadde sul guanciale e chiuse gli occhi per dormire.

LXVI.

Da qualche tempo io lottava per non lasciarmi vincere dal sonno. E fui preso da quel vago sopore dello spirito che non è dormire, ma sognare.

Tristi sogni quelli delle veglie notturne al capezzale d'un caro infermo.

Un orologio battè le due ore.

Scossi bruscamente il capo per tenermi desto, mi venne in mente la contessa che m'avea pregato di farla avvisare a quell'ora, e pensai che non sarebbe stata carità il farlo.

Guardai il volto di Clelia. Era sereno. Appoggiai il capo al guanciale di lei.

Non so quanto tempo trascorresse di tal guisa; io mi era ridato un'altra volta a fantasticare. I miei pensieri erano meno tristi. Pensavo a Clelia, mi lusingavo che sarebbe guarita; mi proponevo di farla felice, di dimenticare e di farle dimenticare. In quel momento io era buono, avevo pietà dello strazio patito da Clelia, ed avrei voluto aggiungerlo al mio. Ne sarei forse morto, ma nelle sue braccia, felice di pagare a questo patto la felicità di lei.

All'improvviso sentii la mano di Clelia stringere più forte la mia.

"Ella si desta" pensai.

Mi rizzai, vidi il suo labbro muoversi mormorando qualche parola.

"Incontrerà il mio bacio" e la baciai sulla bocca. Quelle labbra erano fredde, un alito lieve lieve come quello d'un bambino sfiorò le mie guancie.

Attesi, invano. Pensai allora che sognasse, ritrassi il capo, per non svegliarla.

Un gemito, un orribile gemito, partì dal petto della meschina, il suo corpo si rizzò a mezzo sul letto e cadde rovesciato fra le mie braccia.

"Clelia! Clelia!"

Le sollevai la fronte, le toccai il seno e i polsi.

"Clelia! Clelia!" gridai un'altra volta disperato.

Non mi rispose, non mi avrebbe risposto più mai--era morta.

Caddi senza pensiero, senza vita, sul letto, col corpo di Clelia stretto fra le mie braccia.

Quando mi svincolai da quell'amplesso, l'alba penetrava attraverso i vetri...

Charruà bocconi per terra, la contessa immobile a piedi del letto,--piangevano entrambi.

Io guardava la luce del giorno che batteva sulla fronte della povera morta: ma i miei occhi non avevano lagrime."

LXVII.

"Poichè il mio cuore non si spezzò in quel giorno, io penso che il dolore sia impotente ad uccidere.

Vi fu un istante in cui mi parve che non avrei resistito a quell'urto, e me ne compiacqui; la morte non mi faceva paura, la invocavo come un benefizio, però che assai più duro strazio m'era il sopravvivere a lei. Egoismo mascherato di amore e di sacrifizio!

Dimenticavo la piccola Bianca che era ciò che mi rimaneva di quell'angiolo, e che io avrei lasciala orfana se fossi morto. Accettai la vita con amore; l'avrei spesa tutta ad apprendere alla mia figliuola a benedire la memoria di sua madre.

Sua madre! l'innocente la chiamò a nome tutto quel dì; e si fece vicino al corpo freddo di lei, e volle baciarla sul viso, e senza comprenderne la cagione pianse perchè ci vide piangere. Le dissero che la mamma dormiva, credette--più tardi la contessa la fece accompagnare alla sua abitazione, e volle che io la seguissi per sottrarmi ad una vista penosa. Io non seppi staccarmi da quel letto di morte--rimasi.

Vennero ad inchiodare la bara; la baciai per l'ultima volta e volli dirle "a rivederci," ma le lagrime fino a quel punto represse mi rigarono il volto e bagnarono le sue guancie cadaveriche, e senza volerlo mi venne detto "addio"--più triste, più affannosa parola, e più propria.

"Addio, benedetta creatura, addio." Il martello inesorabile batteva i suoi colpi monotoni, ma il braccio che lo reggeva era tremante, e gli occhi di quell'uomo inumiditi. Avrei abbracciato quell'uomo.

Rimasi solo daccanto a quella bara chiusa; più volte fui tentato di riaprirla colle mie mani per vederla ancora.

"Forse ella vive!" Terribile pensiero! audace e pazza speranza!

Il domani vennero per portarmela via; mi volli opporre. Un prete mi si fè vicino. Io non lo aveva fatto chiamare, lo avevano chiamato, era venuto.

"Credete che le vostre preci possano crescere le sue ali per farla salire lassù? gli domandai senza sarcasmo.

Quel prete aveva aspetto d'uomo sensibile; comprese quanto la mia fede fosse diversa dalla sua, e mi guardò sereno.

"Lassù, mi rispose con voce lentissima, lassù si conta ogni cosa--e le preghiere valgono meglio che le lagrime."

Egli diceva forse queste parole con convinzione; io non dissi altro. Ma quando vidi uscire il mesto corteo e salutai dell'estremo saluto quella bara, e volli unire anch'io le mie preci a quelle degli altri, i singhiozzi mi ruppero le parole. Oh! se Iddio vede nel cuore degli uomini, è impossibile che il mio dolore abbia pesato nella sua bilancia meno delle preci di quel prete."

LXVIII.

"Andai in quello stesso giorno al cimitero, e domandai della sua fossa, e vidi le zolle mosse di recente, e una piccola croce di legno confitta per indizio, e sovr'essa quel nome adorato.

Baciai quella terra con religiosa pietà, e la bagnai delle mie ultime lagrime.

Il tramonto mi sorprese nella stessa attitudine; i miei occhi erano asciutti; le mie guancie arse, a parevami di sentire dentro di me il mio scheletro.

Lasciai quel luogo a passi lenti; e mi rivolsi più volte a contemplare quella piccola croce.

Ahi! il mio cuore era seppellito là sotto.

Per via incontrai una donna vestita a bruno. Camminava innanzi a me, nè io poteva vederne che le spalle.

Quella donna doveva essere mesta, dovea aver pianto al pari di me qualche cara perdita. E mi affrettai, e le venni a fianco, tratto da quella simpatia improvvisa e prepotente che è inspirata da uno stesso dolore.

Mi ero ingannato. Il volto di quella donna era florido, giocondo e bello; e pareva più bello sotto quel velo nero e in quell'abbigliamento; era un giglio sopra il manto di una bara.

Se ne avvedeva, se ne teneva.

E che mai, mio Dio, era ella andata a piangere in quel luogo?

La guardai negli occhi--non aveva pianto; e come vide che io l'osservava, affrettò il passo volgendosi con civetteria, come a dirmi: "seguitemi".

Triste cosa quella civetteria! Io avrei voluto dire a quella bella e vacua creatura, che la mia Clelia era stata più bella di lei, e ch'era morta."

LXIX.

Raimondo tacque, e lasciò cadere la testa fra le mani, come oppresso dalla folla di memorie che aveva risuscitato più vive col suo racconto.

Io lo aveva ascoltato con tristezza; aveva seguito avidamente il suo dire, ora amaro, ora dolcemente passionato; era penetrato in lui, avevo vissuto della sua vita e patito dei suoi dolori.

E m'ero fatto mesto anch'io; però non feci motto, e durai alcuni istanti in quel silenzio.

La luce incerta del primo mattino penetrava dai vani delle finestre socchiuse; il fuoco del caminetto, trascurato da qualche tempo, s'era spento; le fiammelle del candelabro brillavano pallidamente.

Poco stante Raimondo si rizzò in piedi, e passeggiò a gran passi per la camera; il suo viso conturbato tradiva l'affanno d'un pensiero importuno.

Allora solo mi sovvenne che io non sapeva ancora tutto, e che se mi aveva fatto chiamare con tanta premura, non poteva essere certamente per sola vaghezza di farmi la narrazione del suo passato.

--Egli viene; mi disse dopo breve tempo, accostandomisi.

--Chi?--ma la mia mente avea pensato: Eugenio!

--Eugenio--aggiunse Raimondo con voce cupa.

E passeggiò ancora agitato per la camera; poi sedendosi un'altra volta daccanto a me, proseguì con ironia:

--Il mio buon amico ha mandato a termine l'affare dei freschi; ha pensato che a Roma si sta meno bene che a Milano, e s'è ricordato del suo amico d'infanzia.

--Tutto ciò è naturale--gli dissi severo come a fargli rimprovero del suo sarcasmo.

Comprese, e tentennò il capo.

--Ma non vedi tu dunque, come il suo ritorno debba farmi male in questo momento? Eccolo qua, il Don Giovanni virtuoso; mi ha risparmiato il disonore allontanandosi, ed ora sa il pericolo cessato e ritorna.

--Tu sei ingiusto, ribattei; se pure Eugenio ebbe in mente, allontanandosi, di non turbare la tua pace, non fu altrimenti che un uomo virtuoso...

--Di' piuttosto un uomo orgoglioso. E sapeva egli se Clelia lo amasse, e ch'io fossi geloso di lui? Non vò dire che la sua partenza sia stata un'ingiuria; piuttosto, che il ritornare così presto dopo la morte di Lei sia un dirmi palesemente: "vedi, l'affare dei freschi fu un pretesto, ho voluto sagrificarmi per te, siimene grato." Ora, poi che egli ha voluto essere tanto generoso, avrebbe dovuto risparmiarmi questa vergognosa gratitudine.

--La gratitudine non è mai vergognosa, se il benefizio non è menzogna.

--E lo è; non solo, ma inganno. Qual benefizio ho io ricevuto da lui? Vicino, Clelia si sarebbe fatto forza, l'avrebbe forse dimenticato più presto; lontano, ciò divenne impossibile; egli s'ingrandì coll'apparenza d'un atto virtuoso agli occhi dì Lei; esercitò da lungi lo stesso fascino, ma più terribile, più fatale per il cuore di quella santa creatura. Vicino, egli non avrebbe avuto altro che un po' d'amore, combattuto, dissimulato, forse vinto in breve; lontano invece fu amato con abbandono, con pienezza; e se vi fu lotta, fu lotta debole, paurosa, perchè non avvalorata dal pericolo. Parlami pure della sua generosità e della mia ingratitudine. Ma se tu ti fossi trovato al capezzale di Clelia, e avessi letto nel suo ultimo pensiero, e indovinato nel suo ultimo sorriso l'idea e l'immagine di lui, e il suo nome associato teneramente al mio, oh! tu stesso mi diresti di non perdonare a colui che mi ha conteso l'esclusivo dominio di quel cuore adorato. Gratitudine! E via! per avere spezzato i miei affetti ed essersi posto fra me e il mio amore, per avermi rapito ciò che io aveva di più caro?--Oh! per Iddio, no; fin dove il suo alito giungeva, egli ha avvelenato la mia vita; fin dove giungevano le sue mani, egli ha lacerato e rubato. Se le sue braccia fossero state più lunghe, e il suo alito più potente... Si arrestò a mezzo.

Io non gli risposi. Vedevo l'esaltazione del suo spirito, e comprendevo che le mie parole non sarebbero state che un alimento alle sue ingiuste rampogne. Egli aveva pur dianzi dimostrato troppo chiaramente la stima in che teneva la virtuosa indole d'Eugenio, perchè io dovessi tormi sul serio la briga di contendergli uno sfogo di bile ingenerosa che sarebbe stato necessariamente seguito dal pentimento.

Il mio silenzio valse meglio che il rimprovero.

Non andò molto che Raimondo si rasserenò, e facendosi più d'appresso a me:

--Tu pure dunque lo difendi? mi disse con voce tranquilla--e vedendo che io non gli rispondeva, aggiunse melanconicamente: anche il mio cuore si ribella a me stesso e mi condanna, e difende lui che pure m'ha fatto tanto male.

Per qualche istante grave silenzio.

--A che ora arriva egli? domandai.

--Fra due ore.

--Tu lo vedrai dunque?

--Nol voglio. Io posso perdonargli, amarlo non mai; e mi pare che il vederlo mi toglierebbe anche la virtù del perdono.

--Egli non ti ha offeso.

--Qui, nel cuore... ribattè senza amarezza; il sasso che ci fa inciampare per via non è la causa della nostra caduta; è soltanto l'occasione cieca, inconscia, fatale. Tuttavia nissuno saprebbe amare quel sasso.

E proseguì dopo breve meditazione.

--Io posso essere ancora tranquillo se non felice; posso vivere della memoria di lei, illudere il mio povero cuore e fargli credere d'aver posseduto solo tutto il suo amore; posso dimenticare che un altro.... Vedendo lui, rivedrei il passato, che io vorrei pure obliare per foggiarmene uno a mio modo; subirei le torture di memorie strazianti. E non sarei più solo...

S'interruppe.

--Che intendi?

--Non sarei più solo a piangere sulla sua tomba, ad evocare in segreto il suo fantasma adorato. Egli mi contenderebbe l'unico bene che rimane agli sventurati, la vita del pensiero, la religione delle memorie--dimezzerebbe un'altra volta il mio amore, questa pallida larva d'amore che mi rimane dacchè ella è morta. Egli vorrebbe la sua parte di queste melanconiche gioje che mi inebbriano. È una triste cosa l'amore degli estinti, ma è tutto per me--e mi vorrebbe togliere anche questo.

--Credi tu dunque che Eugenio abbia amato Clelia?

--Lo temo.

--E se anche fosse, chi ti dice che egli vi pensi ancora?

--Il cuore, questo cuore lacerato che non m'inganna mai... "Il segreto dell'eternità dell'amore è la morte..." aggiunse come parlando a sè medesimo.

--Non in tutti i casi.

--Ma nel mio. Amar Clelia è morire d'amore.

--Tu dunque non vedrai Eugenio? domandai.

Fece atto di no.

--Lo vedrò io.

--Tu! diss'egli con slancio; volevo pregartene.

--Sono passati quindici anni; non lo riconoscerò.

--Vedilo; e m'indicò un albo di ritratti.

L'apersi, e lo sfogliai rapidamente; m'arrestai all'immagine d'un giovine.

--È lui! esclamai con convincimento interrogando a un tempo Raimondo collo sguardo.

--È lui, ripetè Raimondo guardando alla sfuggita.

--Ne so abbastanza, io vado.

E strinsi la mano a Raimondo come per lasciarlo. Mi rattenne indeciso.

--S'egli non l'avesse amata, s'egli almeno non l'amasse!

Quelle parole mi scesero al cuore come un gemito. Lo guardai in volto come a dirgli: "devo io ritornar solo?" Ma egli non mi comprese.

--Ritornerò io solo? dissi a bassa voce.

Parve lottare un poco dentro di sè; e non rispose. Lasciai la sua mano ed uscii...

--Ti aspetto, gridò egli seguendomi.

Mi rivolsi, il mio sguardo gli diceva la pietà.

LXX.

Due ore dopo io rientrava nelle camere di Raimondo.

Lo incontrai abbandonato sopra un seggiolone a bracciuoli, cogli occhi fissi sul suolo, e colle braccia incrociate.

Al vedermi, si rizzò in piedi e mi venne incontro.

--Solo? domandò ansioso.

--Eugenio è arrivato, gli risposi.

Raimondo fu sorpreso della apparente freddezza delle mie parole--e passeggiò agitato per la camera arrestandosi tratto tratto a me dinanzi come volesse interrogarmi e l'animo non gli bastasse.

--Non ti ha detto nulla? domandò qualche istante dopo con titubanza.

--Molte cose.

--E ti ha parlato di me? non ha egli cercato di venire a trovarmi?

--Aveva sperato di vederti prima, gli risposi in tuono di rimprovero.

--Dunque?..

--Egli lo desidera...

--E dove è egli?...

--Poco lungi, e ti aspetta. Vieni...

Raimondo pareva arrendersi alle mie parole, ma un improvviso pensiero mutò l'animo suo.

--Non lo posso, non lo posso; esclamò levando le mani al cielo come a chiamarlo in testimonio del suo strazio.

--Addio dunque..., e feci atto d'allontanarmi.

--Addio, mi rispose con voce spenta.

M'arrestai sull'uscio, e mi volsi a contemplarlo--egli s'era gittato sopra un divano e soffocava i singhiozzi sopra i cuscini.

--Lo chiamai dolcemente: "Raimondo!"

Levò il capo, e non fè atto per nascondermi le sue lagrime.

--Tu dunque non mi abbandoni? balbettò.

--Io sarò sempre teco; ma lui...

--Eugenio...

--Sì, Eugenio.

--Ascolta, mi disse afferrandomi il braccio--io posso ancora accostarmi a lui... ma ch'io sappia s'egli non l'ha amata... Va...

E mi spingeva verso l'uscio, eccitandomi più che colle parole coll'eloquenza degli sguardi.

--È inutile--interruppi--Egli l'ha amata.

Raimondo chinò il capo abbattuto.

--E l'ama? insistè poco dopo guardandomi in viso paurosamente.

--L'ama.

Si lasciò cadere fra le mie braccia, ed appoggiò il capo sul mio omero.

--Andiamo--gli ripetei--sii generoso e forte; la tomba non ha gelosie; l'eternità non si misura, non si frantuma, non si impoverisce mai; ogni frammento è eterno come il lutto di cui è parte; amerete e sarete amati entrambi; le vostre memorie saranno di entrambi e di ciascuno; non divise o spezzate, ma concordi.

E spingendolo innanzi a me con dolce violenza lo trassi nella prossima camera.

Raimondo non aveva avuto tempo di riflettere, di conoscere l'inganno, che si trovava innanzi ad Eugenio.

Lo guardò un istante più commosso che meravigliato; e si gettò piangendo nelle sue braccia.

LXXI.

.... Ci inoltravamo taciti e mesti.

Raimondo andava innanzi, Eugenio ed io a fianco l'un dell'altro. Nevicava. Il terreno imbiancato aveva aspetto d'una lapide immensa, e le croci nere parevano un epitafio scolpito...

Stampavamo l'orma dei nostri passi sulla neve, e ci inoltravamo taciti e mesti.

Ci arrestammo innanzi ad una lapide di marmo bianco, su cui non ancor rose dal tempo si leggevano le parole bibliche:

PERCHÈ MI HAI TU ABBANDONATO?

FINE.