II.
Miei buoni amici. — L’ultima volta che vi ho scritto mi pareva d’essere giovine ancora; oggi mi sento vecchio, sebbene da quel tempo siano passati sei anni appena. Fino a poco fa, mi sono creduto padrone della sorte; non avendo mai dubitato un momento che il voto mio si avesse a compiere un giorno, ora che finalmente è compiuto, ho paura di aver sbagliato strada. Ho camminato tutta la vita verso la ricchezza soltanto; eccomi ricco, non perciò felice. Anzi il contrario, perchè soltanto ora mi pento di aver sprecato tanta vita e tanto ardore nell’inseguire un’ombra. Direte: ti rimane però la soddisfazione di essere riuscito nel tuo intento. No, non mi rimane nemmeno questo. Non è stato il mio lavoro, non è stata una mia idea a farmi ricco; è la fortuna cieca ed imbecille, che per un peso me ne mette in tasca cento mila.
Lo volete sapere? Ho vinto il primo premio in una lotteria. Continua, in una nuova forma, la mia miseria vecchia. Miei buoni amici, voi non sapete tutto quello che possa confessare a se stesso un uomo beffato lungamente dalla fortuna. A me premeva d’essere forte, e perciò di dimostrarmi sicuro di tutto quanto facevo; ma oggi guardo la mia vita male spesa e mi confesso a voi, che siete buoni e mi volete un po’ di bene.
Sì, ho sciupato il meglio delle mie facoltà. Avevo dell’ingegno e che ne ho fatto? tante cose sbagliate, una sola riuscita: il prestigiatore; ho avuto e sento di avere ancora un po’ di forza, sono stato amico della verità, della giustizia, del bene, e non mi è riuscito veramente bene altro mai che l’inganno, prima in piazza, ora sul palcoscenico; ebbi sempre il cuore aperto agli affetti, ma per fatalità ho sbagliato l’amore, e se non fosse di voi, non mi rimarrebbe nemmanco un amico.
Un attento esame di tutto il mio passato mi ha lasciato persuaso d’una verità che ho notato così sul mio taccuino: “ho visto l’amore generare il dolore, dalla grave fatica nascere la felicità; e la vita non ha nulla di meglio che l’amore e il lavoro.„
Ma vuol essere lavoro utile, come quello che si faceva in cerca di pozzi di petrolio al Canadà, in mezzo ai boschi con l’accetta in pugno per aprirsi il sentiero, scavalcando le macchie e lasciando lembi di carne alle spine. O come quello che avevo fatto prima a Nuova York, di modellare figurine di gesso e venderle in piazza. Ma queste fatiche mi stancarono, appena potei temere che non mi conducessero diritto alla ricchezza; e allora disperando di me stesso, tornai di mala voglia all’inganno più rimunerato del prestigiatore. Spesso vedendo un facchino vacillare sotto un peso enorme, o un minatore fendere col piccone il granito del monte, o un contadino vangare al sole cocente, mi fermai a guardare la loro fatica; non già che mi paresse meno aspra o meno ingrata, pure mi tratteneva, senza desiderio, senza compianto, ma non indifferente. Non sapendo nemmeno io che cosa sentissi a quella vista, qualche volta mi parve di indovinare lo scoraggiamento per la inettitudine di chi si è posto innanzi agli occhi una meta da raggiungere, e che intanto si balocca per via, corbellando il prossimo e un po’ sè stesso.
Dunque finalmente sono ricco! Non quanto ho sognato nell’ospizio, ma tanto da poter contentare molti dei miei desideri d’una volta se me ne fossero rimasti.
Ahi! l’infelicità di ognuno è proprio questa, di non desiderare più nulla quando si ha ottenuto tutto; ma l’infelicità mia è peggio, perchè all’assenza di ogni bramosia si aggiunge il rimpianto.
Mi dolgo di non essere stato felice, di non avere avuto al mio fianco una compagna, se non bella e amabile come la tua, ma tale almeno a cui potessi dire oggi: tu sei invecchiata aspettando il mio amore; ora questo amore eccolo; è tutto tuo, se ancora lo vuoi.
E anche m’affliggo di non aver dato all’arte o alla scienza la forza che ho speso per inseguire la felicità senza afferrarla mai. Non sarei stato felice, perchè me ne mancava il temperamento, ma se non altro nel mio paese sarei stato buono a qualche cosa, forse uno scrittore onesto e povero, o un inventore di qualche macchina, o magari un filosofo solitario poco apprezzato dai contemporanei, ma che avrebbe parlato forte e lontano alla posterità.
Da una settimana sono in possesso dei miei pesos fiammanti, e già mi danno battaglia per non sapere che buon uso farne; e mentre nella mia povertà avevo speso la ricchezza avvenire, dandole tante buone opere da compiere per me stesso e per gli altri, ora guardando intorno non vedo gli altri; scendendo in me stesso, quasi non mi ritrovo.
Il mio sogno, ve lo ricordate? era di arricchire più presto, e anche meglio, cioè con un po’ di soddisfazione, intanto che tu, Desiderio mio, combattevi ancora per l’arte ed eri giovane e povero, per poter, io solo, dare un po’ di luce e d’aria alla vostra casa. Ma ora molto tempo è passato, e voi non avete più bisogno di nulla. Mi par d’udire la voce mite e buona della tua compagna: “ci sono tanti ammalati unicamente di miseria; ne guarisca più che può.... Non ha detto così, signora Speranza?„
Desiderio non resse oltre; tutto il passato che il Coppa era andato rimescolando, empiendogli il petto di singhiozzi repressi, diè una lunga voce di pianto.
“Ma no, non ha detto nulla, non dirà più nulla; essa è là sotto, muta, fredda ma non indifferente... ed ama ancora.„
“Non ha detto così, signora Speranza?
Ci ho pensato, sa? Ma mi sono convinto che per cominciare a guarire il prossimo ammalato di miseria non sono ricco abbastanza; a fare l’elemosina, non mi si apre altra via che beneficare un ospedale; quanto a correre in traccia di miserie vere per portarvi io stesso il rimedio, non m’illudo già più, ed ho incominciato appena. Mi sono convinto che siamo tutti quanti un po’ prestigiatori; io trasformo l’acqua in vino, quando il pubblico mi guarda; ma a quattr’occhi ho trovato dei compari più forti di me, compari sanissimi, i quali mi hanno fatto credere d’essere paralitici, zoppi, pieni di malanni e di appetito, mentre non era vero nulla, vivevano di rendita, erano capaci di digerire i miei bussolotti.
Non ho rinunziato a fare un po’ di bene, ma mi scoraggiano le prove fatte fin qui. Una sola mi rallegra, se anche non mi contenta. Talvolta, dopo aver desinato all’aperto, adocchio un miserabile che va in giro fra i tavolini, cacciato inutilmente dai camerieri, per raccogliere croste di pane e mozziconi di zigaro che egli raduna in una tascaccia; chiedo al mio vicino una moneta per fare un giuoco, la moneta mi vien data, sparisce, la si trova poi nella tascaccia fra i mozziconi di zigaro e le croste di pane. Qualche volta veggo splendere una gioia ingenua sulla faccia dell’accattone: grazie, mi dice, e se ne va allegramente; ma non sempre è così; ieri soltanto ne ho trovato uno così ladro e così sciocco che sostenne a faccia tosta d’aver avuto quella moneta da un signore, e giurava su Dio, sulla Madonna, sui Santi, sulla salute eterna dei suoi morti, perchè aveva paura di dover restituire la moneta.
Oggi dunque, sono ricco, ma questa ricchezza che ho tanto desiderato non mi contenta ancora; non mi contenterà mai più, essendo sceso nella mia coscienza a vedere da vicino che il mio desiderio aveva preso un nome falso; si doveva invece chiamare la felicità.
E vedo che anche la ricchezza come l’ho desiderata io doveva venirmi dalla mia volontà e dalla mia intelligenza; ma per arricchire a questo modo, come arricchirono tanti, bisognava scegliere una via sola, e avviarsi per quella senza arrestarsi mai, contento di sapermi ogni giorno più vicino alla meta. Non perciò sarei stato felice, perchè la meta era troppo lontana dal desiderio mio. Rallegratevi, amici cari, che almeno voi siete stati più savi.
Tronco il piagnisteo con una nota allegra; non sono io che rido, è la sorte beffarda.
Vi ricordate della eredità avuta dalla zia dell’ospizio? Quella calza incominciata dalla buona donna, è sempre rimasta intatta. Viaggiò in fondo alle mie valigie e molte volte la guardai per farmi cuore, pensando che era press’a poco tutto quanto il capitale che il mondo mi aveva dato per sfidare la vita.
L’altro giorno mi cadde sott’occhio e non mi parlò con parole amare e forti; mi suggerì invece di servirmi del gomitolo, nella rappresentazione d’addio facendovi trovare un biglietto da cinquanta pesos che vi avrei fatto entrare prima per regalarlo poi ai poveri italiani di Buenos Ayres. I miei giochi me li preparo da me e la cosa fu lunga. Non sospettereste mai che cosa trovassi in capo al filo? Un biglietto di cinquecento fiorini austriaci che la povera zia aveva sottratto all’avidità dei suoi fratelli per favorire me senza svegliare rancori.
La scoperta m’intenerì e mi fece dispetto, pensando che quella somma trovata in un buon momento avrebbe forse mutato interamente la mia condizione.
La mia lettera è già lunga, e ancora non ho detto il meglio. Sappiate dunque che io abbandono il teatro, e che me ne torno in Italia, e che non tornerò solo. Ho conosciuto una buona ragazza italiana, povera e ancora onesta; ha diciotto anni, è bella, andava cantando al suono del suo mandolino per le osterie e per i caffè. Molti avventori dicevano che ha una voce meravigliosa, e non è vero; da una settimana non canta più, perchè io me ne sono impadronito. E come? L’ho semplicemente comprata da suo nonno; i cinquecento fiorini della calza non bastando al contratto, ne ho aggiunto degli altri in pesos. Ed ora Bambina è nostra, perchè voi le vorrete bene. Speranza le farà di mamma, e tu sarai un magnifico padre. Io non mi conto, perchè non so quello che farò del rimanente della mia vita, e poi mi conosco tanto da dubitare di un disegno che ora mi sembra bello bello bello.
Bambina è in festa; l’idea di tornare a Milano che essa ha lasciato a dodici anni, d’imparare il canto nel Conservatorio e l’organo alla tua scuola, Desiderio mio, e di non dover più trascinare la sua giovinezza per le bettole di Buenos Ayres, le sembra un sogno. Facciamo lunghe passeggiate per la campagna; essa ha la chiacchierina affettuosa d’una vera bimba; mi narra il suo breve passato con tanta ingenuità da intenerirmi. Sono convinto che è rimasta onesta per miracolo, o a dir meglio che la stessa sua ingenuità invece di perderla l’ha salvata. Ma, quando indovino le trame che erano già state messe in opera per corromperla, complice il vecchio nonno, l’ira mi manda dal cuore una parola che vorrebbe arrivare fino a Dio.... e forse non arriva. Sì, ho promesso a me stesso di salvare Bambina; a lei ho detto che se non potremo farne una gran cantante, almeno a tempo giusto le... daremo marito. Bambina ha riso e giurato (perchè le hanno imparato a giurare) che non saprebbe che fare d’un marito. Infine mi pare che sia entrato un raggio di sole nell’anima mia; non sono proprio sicuro, ma ringrazio il cielo di avermi dato una buona opera da compiere, un’opera che non mi lascierà sconsolato, se mi aiutate voi pure.
Partiremo di qui col Sud America fra dieci giorni, che tanti ce ne vogliono per preparare ogni cosa.
Addio, ottimi cuori; a rivederci presto.
Il fratello vostro
Desiderio Coppa.