III.

Desiderio non aveva dimenticato Giulio, sebbene dopo tanto tempo che lo conosceva non si sentisse legato a lui da quel misterioso laccio, che in poche ore gli aveva stretti così bene, il Coppa e lui. L’ingenuo orfanello se ne faceva quasi un rimprovero, e cercando di scusarsi, non trovò altro che una piccola bugia da dire al cuore. “Non è vero, si provò a dire, che questo nuovo venuto che ieri non conoscevo neppure, mi sia più caro del piccolo Giulio che ha pianto tante volte dinanzi a me e persino sul mio capezzale.... Non è vero....„ Ma sì, era proprio vero, e Desiderio comprese allora come le bugie che qualche volta diciamo al cuore non abbiamo la minima fortuna.

Dunque Desiderio pensava a Giulio, ma pensava anche alla solenne cerimonia del sangue, la quale gli metteva un po’ di paura, prima perchè immaginava che non si potesse far uscire il sangue senza pungersi in qualche parte del corpo, poi perchè, non avendo mai bevuto il sangue di nessuno, non sapeva che effetto straordinario avesse a produrre nella sua amicizia per il Matto.

Quando il Coppa, dopo la colazione, fu chiamato dal rettore, Desiderio sentì uno sgomento, pensando che se il suo nuovo amico non sapeva rispondere alle domande di catechismo e di grammatica, non lo avrebbero lasciato nella stessa scuola e nella stessa camerata.

— Che cosa sai tu? gli domandò in fretta.

— Non so, rispose ingenuamente il Coppa.

— Chi ci ha creati? insistè Desiderio.

— La mamma, rispose il Coppa impassibile.

— No, non bisogna dire così; se il rettore ti domanda chi ci ha creati, devi dire che è Dio; poi il rettore ti domanderà per qual fine Dio ci ha creati, e tu risponderai: per amarlo ed onorarlo....

Il Coppa crollava il capo.

— Ma se non sai queste cose, ti metteranno in prima, e allora ci toccherà separarci.

Fu un gran colpo pel povero Coppa.

— L’articolo lo sai? E il pronome? E le coniugazioni dei verbi, le sai?.... Ma che cosa sai?

— So leggere e scrivere, so far le somme e le sottrazioni.

Era già qualche cosa.

— Non sai altro?

— Aspetta, che mi ricordi, disse il Coppa....

— Va, va, gli disse Desiderio, non bisogna far perdere la pazienza al rettore. E il Coppa s’avviò a capo chino, cercando di radunare le poche cognizioni dimenticate a bottega.

Desiderio durante la mezz’ora di ricreazione che precedette la scuola, vagò come un’anima smarrita nel cortile: si era dimenticato perfino del piccolo Giulio, e non aveva occhi se non per la porticina, da cui doveva da un momento all’altro affacciarsi la testa rossa del Coppa. Ah quanto tardava!

Finalmente il Coppa fece irruzione nel cortile: coi capelli rossi tagliati a spazzola e con la gioia che gli balenava negli occhioni pareva un raggio di sole perduto in quel luogo melanconico.

— Mi lasciano con te! gridò da lontano, mi lasciano con te, gridò anche quando fu addosso al suo nuovo amico, e lo scrollava tutto in un amplesso.

— Come hai fatto?

— E stata una cosa facile. Ha voluto sapere chi mi ha creato ed io gli ho risposto: Dio, per fargli piacere; mi ha fatto fare una somma, mi ha fatto leggere, mi ha fatto scrivere.... voleva anche che gli dicessi che cosa è il pronome possessivo, ma io gli ho risposto che una volta lo sapevo e che se mi lasciava con te, mi sarebbe venuto in mente. Ci ha pensato un poco. Poi voleva che gli dicessi almeno che cosa è l’articolo.... E dalli! fra otto giorni saprò ogni cosa.

— E lui?

— E lui ci ha pensato un altro poco, mi ha messo la mano sulla testa, e mi ha detto che andassi pure, che voleva contentarmi. Tu m’insegnerai quello che non so, e staremo sempre insieme.... che piacere!

— E Giulio? chiese allora Desiderio.

— Quale Giulio? quello che dormiva nel mio letto?

— Sì, quello.....

— Hanno detto che sta male, molto male.

Allora venne in mente a Desiderio che per legittimare l’irresistibile simpatia da cui si sentiva legato al suo omonimo bisognasse far visita al piccolo Giulio ammalato e fargli conoscere il Coppa.

— Vieni, disse a quest’ultimo e si avvicinò al vice-rettore, che attraversava in quel mentre il cortile.

— Signore, gli disse col berretto in mano, il Coppa ed io, invece di giocare, vogliamo far visita al piccolo Giulio ammalato; ce lo permette?

Non era la prima volta che l’uomo con la barba nera dava indizio di avere il cuore tenero, ed il Coppa notò il sorriso melanconico con cui accolse la richiesta.

— Venite con me, disse il vice-rettore, il quale non era uomo da abbandonare ad altri lo spettacolo melanconico e sano che offrono talvolta l’affetto e la sventura uniti insieme.

I due piccini, tenendosi per mano, con quella trepidanza che danno anche le azioni generose, risalirono le scale, attraversarono parecchi stanzoni bigi e melanconici e giunsero all’ingresso della infermeria. Nel primo stanzino erano due letti, e in uno di essi un piccolo infermo col corpo abbandonato su due guanciali moveva a fatica alcuni soldatini di piombo, che non volevano star ritti sulla rimboccatura del lenzuolo. Non alzò nemmeno la testa al lieve rumore che fecero i due bambini, e Desiderio tratteneva il respiro, guardando la larva di colui che era stato per tanto tempo il suo vicino di letto.

— Giulio! balbettò finalmente.

L’infermo alzò gli occhi, riconobbe il suo piccolo amico e gli sorrise; e allora Desiderio corse al capezzale. Il Coppa, rimasto sull’uscio, era commosso ed agitato da qualche cosa che somigliava alla gelosia, e si sentiva solo, sebbene avesse alle spalle il vice-rettore.

— Giulio! disse Desiderio con voce in cui tremava una lagrima repressa, Giulio, come stai?

— Sei venuto, ora sto bene, rispose il fanciulle continuando a drizzare i soldatini caduti, con quella suprema indifferenza di chi si sente nulla più che un soldatino caduto nell’ampio mondo.

Desiderio non sapeva che dire, e allora l’ammalato volse il capo verso di lui, con gran fatica, e mormorò:

— Hai fatto bene a venire.

— Povero Giulio! disse Desiderio perchè gli ripugnava discolparsi, io credeva di trovarti quasi guarito.

— Presto, disse Giulio, e lasciò ricadere la testa stanca sui guanciali. Al lieve urto anche i soldatini di piombo si rovesciarono come persone stanche.

Dopo un istante di silenzio, che Desiderio occupò accarezzando il visino patito di Giulio, l’infermo chiese:

— Chi è questo ragazzo?

— È il Coppa, rispose Desiderio con titubanza pensando che forse non conveniva far sapere a Giulio che il suo antico letto era occupato, ma non sapeva come prevenire il nuovo amico.

— È un nuovo? domandò Giulio.

— Sì, è un nuovo; gli ho detto che venivo a vederti ed ha voluto venire anche lui, perchè abbiamo parlato tanto di te....

Desiderio si fece rosso appena ebbe detta questa bugia innocente, che gli era sembrata necessaria.

— Perchè sta lì? disse Giulio.

— Coppa, disse Desiderio, avvicinati. Giulio ti vuol vedere.

Il Coppa si fece innanzi e domandò bruscamente:

— Come stai? quando guarisci?

L’ammalato non rispose; ma fissò un momento gli occhi luccicanti dalla febbre sulla faccia del Coppa.

— Hai la mamma tu? e quando seppe che non l’aveva mai avuta (perchè il Coppa rispose così), egli chiuse gli occhi, mormorando qualche cosa che i fanciulli non intesero bene. In quel momento si udì la campana, e Giulio disse: “La scuola!„

Allora Desiderio si curvò sul guanciale del piccolo ammalato e lo baciò in fronte.

— Ritornerò, disse, guarisci.

— Guarisci, disse il Coppa.

Giulio fissava gli occhi nella finestra dirimpetto; giungeva fino a lui, dal cortile sottostante, un rumore confuso; erano i compagni che facevano irruzione nella scuola.

— Mi pare di vederli, disse l’ammalato, mi piacerebbe venire alla lezione ancora una volta per salutarli tutti.

Desiderio non rispose, aveva il cuore stretto, ma il Coppa rispose per lui: li saluteremo noi.... ma tu prometti di guarire.

— Presto, disse Giulio.

Quel giorno alla lezione del pomeriggio tutti gli scolari della seconda elementare poterono leggere, scritte a grossi caratteri, queste parole che occupavano tutta la lavagna: Giulio ammalato manda tanti saluti ai suoi compagni di scuola. Anche il signor maestro lesse la scritta, e non ebbe cuore di cancellarla, nemmeno per ispiegare la sottrazione dei numeri decimali.