IV.
— Senti, disse il Coppa melanconicamente; ora hai pianto abbastanza; guardiamo insieme l’avvenire, perchè forse ancora ce ne rimane uno: a te almeno sicuramente.
A queste parole Desiderio, rialzando la faccia lagrimosa, balbettava: l’avvenire?
— Sì, l’avvenire! Tu puoi ancora essere felice, e pregare il tuo Dio che ti conceda un lungo tempo per la nuova felicità. Bambina è savia, e tu sei amorevole. Fa tu il padre di questa poveretta, e la tua morta sarà contenta. Sentila!
Dalla vicina stanza giungeva il riso allegro di Bambina, la quale preparava la colazione, aiutata da una fantesca novizia. Diceva con la sua vocetta buona: “fra tutte e due non ne sappiamo molto.„ La fantesca muggì che essa credeva di saperne abbastanza, purchè la si lasciasse fare; e Bambina rise forte fino a far ridere la stessa Togna, la quale assicurò poi che la signorina aveva buon tempo.
I due Desiderii stettero un po’ ad ascoltare, finchè la risata si spense nell’implacabile mugolìo di Togna.
Allora il Coppa interrogò per la centesima volta in due giorni:
— Non è vero che è un fiore?
— Sì, è un fiore, confermò Desiderio, ma la paura mia è che siamo troppo vecchi per essa!
A questa frase che era stata accolta male già una volta, la faccia del Coppa si trasformò come per dolore, e la mano inquieta cercò una risposta nella fitta capigliatura rossa ancora, ma già velata dalla polvere del tempo. Non la trovando, tacque.
Desiderio, tenendo gli occhi fissi nella sua idea melanconica, insistè:
— Mi pare che essa dovrebbe aver bisogno di vedere delle faccie giovani e liete.... invece che cosa le possiamo offrire noi? E mi viene anche in mente che un giorno possa essere ripresa dalla nostalgia di vivere all’aperto, di cantare davanti alla folla col suo mandolino....
Il Coppa taceva sempre.
— Ora la novità le dà un po’ di svago, ma chi sa in seguito? Potremo noi essere tutto quello che questa povera Bambina ha diritto di trovare nella vita?...
— Ah! taci, taci, taci.
Questa parola ripetuta, senza ombra di collera, ma con voce bassa, in cui si sentiva tremare la corda del pianto, tolse interamente Desiderio dal suo pensiero, costringendolo a levare gli occhi dall’ammattonato per fissarli in un nuovo dolore, che gli si apriva allora.
E con l’anima pietosa interrogò l’anima inquieta del suo vecchio amico. Il Coppa tacque e Desiderio non indovinò quel silenzio.
— Che cosa hai? chiese poi con un filo di voce.
— Non ho nulla, rispose il Coppa allegramente. Ho che mi hanno sempre detto il Matto, e che a forza di sentirmelo dire, lo sono diventato un poco; ecco quello che ho... Non ho proprio nulla... cioè no, ho la certezza che l’uomo non invecchia mai perchè è fatto d’un’anima immortale; non è forse vero? So che la volontà è debole, ma diventa una forza se la fantasia prepotente l’aiuta, e che quando mi hanno dato battaglia tutte e due insieme, vi ho sempre lasciato un brandello di carne viva. Da un poco questa battaglia è ricominciata più crudele che mai.
Queste ultime parole furono mormorate appena, e Desiderio non le intese.
— Che cosa vai dicendo?
Il Coppa tacque un momento ancora; poi rialzò la testa, disse una sola parola, ma così dolcemente che era una carezza: sentila!
Desiderio cominciò a credere d’aver inteso tutto. Stettero tutti e due in ascolto, con gli occhi fissi sulla porta socchiusa della stanza attigua, da cui passava la risata squillante di Bambina.
Poi Desiderio volle leggere in silenzio nell’animo dell’amico suo; e il Coppa con un gesto soltanto credette di aprirgli il proprio cuore come un libro.
— Capisco; mormorò Desiderio, non intendendo ancora gran cosa.
Bambina, irrompendo dalla cucina, venne ad annunziare che la colazione era pronta.
Capì subito che aveva interrotto un discorso, e stette un momentino a decidere se dovesse tornarsene in cucina alla muta, oppure mettere la testina bruna a tiro di babbo Coppa, il quale per solito l’attirava al suo petto e le cacciava una mano nei capelli ricciuti. Ma in quel momento Desiderio le prese prima una mano, poi l’altra, e guardandola negli occhioni lucenti: “Lascia che ti guardi„ le disse.
Dopo un esame lungo che Bambina sopportò con calma, soggiunse:
— Sei proprio bella, lo sai?
— Me lo dicevano tutti...
— Ma tu bada a non invanire per questo...
— Che cosa devo fare? interrogò ingenuamente.
Desiderio ci pensò, e non trovando una valida difesa contro il sentimento della vanità che gli faceva paura, rispose crollando il capo che forse non ci era nulla a fare.
— Questa tua bellezza io l’ho conosciuta, proseguì, e le parole sue erano tremanti; è la bellezza buona, è la bellezza che fa pensare, è la bellezza che sa amare, che accende, ma tien sempre caldo il cuore e non vi lascia mai una parte addolorata. Questa è la tua missione, Bambina.
— Per Bacco! deve essere difficile? Non è vero, babbo?
— Sì, è difficile, confermò il Coppa pensosamente; vi è della gente che si accende da sè alla vista d’un visino... come il tuo; poi soffre senza dirlo; oppure dice a se stesso tante volte: matto, matto, matto! e nondimeno soffre sempre. Che cosa può mai la bellezza buona perchè nel cuore di questa gente non rimanga una parte addolorata?
— Nulla, rispose Bambina ridendo.
— Nulla... è quel che dico anch’io, proseguì con accento ilare. Hai ragione tu, Bambina; questa missione è difficile; ma io voglio sperare che non sia proprio la tua; ora andiamo a tavola.
Fecero colazione nella camera di Desiderio; la mensa era imbandita a piè del lettone matrimoniale, dove erano scesi per cinquanta anni tanti sogni belli, tanti sogni cari... cari anche quando portavano gli sgomenti inevitabili in un amore che campa di poco. Coppa dal suo posto vedeva innanzi a sè i due guanciali, ogni volta che alzava il capo dal piatto; l’amico suo avendo voluto voltare le spalle alle memorie, se ne sentiva afferrato ogni tanto; e allora interrompeva la chiacchierina gentile di Bambina con un sospiro.
Che volevano dire gli sguardi fuggitivi che il Coppa gettava come lampi sopra Bambina e sopra di lui? Desiderio credeva d’aver inteso qualche cosa della confessione, ma ora a quegli sguardi era ben sicuro che l’amico credeva di avere detto tutto da essere perfettamente inteso; e questo lo metteva a disagio. Guardava quella faccetta tonda, fresca, quella bocca ridente d’un sorriso buono, che metteva in mostra una dentatura smagliante, scavando due fossette nelle guancie; quegli occhi profondi e neri come i capelli che scendevano inanellati fino sull’omero. E quella vista guastava il primo fantasma che, dalla confessione dell’amico, era entrato nel suo cervello; perchè il Coppa aveva il pelo rosso, gli occhi bigi, a fior di testa, impazienti.
Pensava: “se Bambina fosse nata di lui, che bisogno ci sarebbe stato di venirmi a contare la frottola del mandolino e del nonno?„
A un tratto, come seguiva sempre a quell’anima monca dacchè sua moglie se n’era andata al camposanto, a un tratto l’idea vagante si arrestò e mandò una luce così viva e così crudele, che gli si empirono gli occhi di lagrime.
— Povero Desiderio! mormorò, allungando la mano verso il Coppa; ora ho inteso.
— Che cosa ha inteso? domandò Bambina, arrestando un boccone a mezza via.
— Curiosaccia! disse il Coppa celiando.
— Sì, che cosa ha inteso, me lo dica... insistè Bambina. Lei lo sa?
— Sì, ma tu non lo saprai... volle promettere il Coppa; si pentì e soggiunse: Spero almeno.... si pentì ancora e disse: Ma chi sa?.... forse.
E allora non fiatò più per un poco. Bambina insisteva col riso tentatore fissando gli occhioni in faccia al babbo, che cercò uno scampo così:
— Gli affari si trattano meglio a tavola; ora è il momento di conchiudere il più importante. Dunque, Desiderio mio, vediamo: questa casa ti è cara, e si capisce, ma bisogna rinunziarvi per la nostra figliuola, la quale non può proseguire la vita che fa da quattro giorni; non può dormire nel tuo studiolo, sopra un materasso buttato su sei sedie...
— Le sedie sono otto, corresse Bambina, e ci si sta tanto bene!
— Le avrei ceduto il mio letto, e non ha voluto; ha detto che aveva paura di perdersi in un letto così grande... ma tu piuttosto non puoi continuare a dormire all’albergo... Ci ho pensato, sai?
— A che cosa hai pensato?
— Che si potrebbe comprare due letti, uno per Bambina e uno per te; tu dormiresti come una volta accanto a me.
— Ma tu dimentichi che ora siamo ricchi, uscì a dire con accento nervoso il Coppa, che ora possiamo avere ciascuno la nostra camera per empirla di sogni e di smanie... I novantasei gradini della tua scala li ho contati; sono troppi per... Bambina; per me sono meno di nulla, anzi... ma per Bambina sono gravi... non dire di no, che so io quel che mi dico. Ho già il fatto nostro; sette stanze allegre, piene di sole, al secondo piano, con la vista verso un giardino... è già contratto fatto, e quando ti dirò di venirci a stare, tu non mi dirai di no.
Tacque per aspettare una risposta, ma Desiderio non la diede subito, e mandava in giro un’occhiata pietosa alle pareti coperte d’una carta cenerognola tempestata di fiorellini rossi, ma non si sentiva male all’idea dell’abbandono, quanto avrebbe potuto immaginare, perchè era entrato nell’anima sua uno sgomento nuovo, che vinceva ogni altro al paragone.
— Farò tutto quello che vorrai, rispose, povero Desiderio mio!
— Oh! non mi stare a compiangere ancora; la partita è appena incominciata; posso guadagnare.
— Che partita? domandò Bambina.
— Dunque è inteso; vedi bene che tutto sta a scegliere il buon momento, e si vince sempre... ora la verità è questa, che le sette stanze non ci sono ancora, ma ci saranno prima di sera. Scarrozzeremo per Milano, Bambina e noi due, fino a tanto che abbiamo trovato il fatto nostro... Non guardare i garofani della parete; ne metteremo anche nella tua camera; ti parrà ancora di essere qui dove hai vissuto tanto tempo. E la tua Speranza, soggiunse sommessamente, ti verrà a trovare...
Queste parole del Coppa chiamarono un sorriso sulle labbra scolorite di Desiderio.
— Ella è sempre accanto a me; non mi abbandona mai.
Intanto che Bambina sparecchiava, continuava a vagare nel cervello del vecchio organista un pensiero inquieto, e appena la ragazza fu andata nella sua cameretta per vestirsi, Desiderio interruppe:
— Dunque?
— Dunque l’amo, dunque soffro perchè l’amo come un pazzo; ma essa non sa nulla, e non saprà mai nulla, rispose il Coppa con accento tranquillo.
— E da quando?
— Da un mese forse; eravamo a bordo del Sud-America quando feci la strana scoperta che la mia pazzia era cominciata. Viaggiava con noi un giovinotto, un commesso viaggiatore di una gran casa di prodotti chimici; egli adocchiava Bambina da un pezzo; una sera che il mare era tempestoso, e la piccina ed io soffrivamo entrambi, egli mi chiese timidamente licenza di offrirle un suo rimedio contro il mal di mare; e fu allora che vidi chiaro nell’anima mia, lo vidi dallo sforzo che feci per ringraziarlo, invece di percuoterlo. Ottenuto il permesso, egli si accostò a Bambina, che era al parapetto, ed io mi rizzai in piedi e gli venni accanto. A me il mal di mare era passato. “Prova, dissi a Bambina, prova, ti farà bene.„ E speravo, speravo proprio che il rimedio di quel giovinotto non avesse nessuna efficacia; e mi afflissi che invece Bambina se ne trovasse ristorata per un poco, e quando il mal di mare fu più forte della medicina mi sentii consolato, come se avessi ottenuto un trionfo. Cessò la burrasca nell’oceano, nel mio cuore, no; e fino a tanto che a Gibilterra non vidi scendere quel commesso viaggiatore della disgrazia, io non ritrovai più me stesso.
— E che pensava Bambina?
— Non si era accorta di nulla.
— Bravo!
— Perchè dici bravo?... La vigilia della fermata a Gibilterra quell’innamorato timido, che da un poco andava cercando di attaccar discorso con me per giungere meglio alla piccina, mi si mise al fianco e mi disse che il giorno dopo mi avrebbe lasciato per fare la Spagna. Egli non potè penetrare la soddisfazione mia nel dirgli: “Oh!... me ne dispiace tanto! E fare la Spagna, gli dissi, non sarà una cosa spiccia.„ — “Più spiccia che non crede; il mio prodotto si vende solo nelle piazze principali, e da pochi consumatori in grande.„ E mi assicurò che bastandogli un mese, dopo se ne ritornerebbe in Italia a Milano. — “Lei pure va in Italia? E ci si fermerà? E andrà a Milano?„ Risposi la verità, ma circondandola di tanti forse, di tanti se, che il povero innamorato deve aver inteso che io non gli volevo dar animo d’aprirsi meglio, come voleva fare. — “Mi chiamo Piero Corruccini, mi confessò timidamente, se posso esserle utile in qualche cosa in Spagna...„ Gli dissi gentilmente che non poteva essermi utile in nulla nè in Spagna, nè altrove. “Il mio nome è Desiderio Coppa„ conchiusi. — Non avendo potuto arrivare fino a Bambina per la mia porta, egli quella sera medesima volle tentare l’usciolino segreto, di mettere in mano di Bambina una dichiarazione scritta. Ma egli non aveva la pratica di far passare nè biglietti nè altro; io lo prevenni, e quando egli per disperazione volle cacciare il biglietto in un guanto abbandonato della mia ragazza io m’impadronii del guanto, e nel consegnarlo a Bambina ne levai il contenuto. E mi venne anche il ticchio di fare una celia crudele, svolgendo la carta sotto gli occhi di Piero Corruccini, dicendo; “Stiamo a vedere che cosa si era cacciato nel tuo guanto; leggi.„ E Bambina lesse ridendo la lista del desinare ultimo. “Non serve più a nulla, feci notare all’innamorato, ora il desinare è digerito.„ Piero Corruccini mi guardò fieramente, io guardai lui; ma mentre mi sembrava di essermi vendicato, un’idea mi pigliò, e nel momento di dire addio al commesso dei prodotti chimici mi venne detto invece a rivederci, e gli dissi dove mi avrebbe potuto rivedere, cioè in Milano, scrivesse al mio recapito fermo in posta. Se ne andò in estasi.
— Bravissimo! mormorò Desiderio.
— Tu dici bravissimo, come io direi ad altri, come inutilmente ho detto tante volte a me stesso. Dicevo bravo quando mi sentivo la forza di rinunciare a questo sentimento che del mio vecchio cuore ha fatto un trastullo pietoso; non lo dico più ora...
Stettero un po’ in silenzio. Parve al vecchio organista che dalla stanza vicina venisse ogni tanto un canto lieto vincendo il pedale basso di Togna. — Era la voce di Bambina.
— Oh! poveretta me! diceva quella voce allegra, oh! poveretta me!...
— Poveretta te! disse il Coppa, parlando quasi a se stesso, poveretta te, se la mia pazzia non mi lascia; se tu per compassione rinunzi alla tua parte di felicità, che è la gioventù e l’amore, poveretta te!
— Oh! poveretta me; continuava a dire Bambina, e ad un tratto irruppe dall’uscio di cucina, e venne innanzi al Coppa: — Guarda, babbo, sono insudiciata molto?
Mostrava la faccetta bruna, in cui si vedeva uno sberleffo nero di fuliggine.
Il babbo rise molto nel vederla, disse che faceva orrore, che corresse subito in camera a lavarsi col sapone.
E appena Bambina fu scomparsa, proseguì coll’accento di prima:
— Sì, Desiderio mio, ho fatto perfino questa magnifica pensata, sposarmela; essa ha diciott’anni non compiuti, io ne ho settanta... non compiuti; ma sono ricco; a quella povera ragazza che l’altro giorno ancora sonava il mandolino nelle bettole di Buenos-Ayres, alla mercè di un argentino intraprendente o danaroso, posso dare uno stato splendido in cambio della sua gioventù, della sua bellezza. Essa non direbbe di no; è tanto bambina! Ancora non sa come è fatta la felicità, e posso farle credere che sia fatta così: lei diciott’anni, io settanta. — Il mondo batterebbe le mani come al teatro, quando un giuoco è riuscito. E ora...
— E ora? interrogò Desiderio melanconicamente.
— Ci ho pensato meglio; perciò te la lascio, e me ne vado... Non per sempre, però; per un poco soltanto; quando la mia pazzia sia passata, verrò anch’io a pigliarmi la mia parte di carezze; e penseremo tutti e due a darle un buon marito, sceglieremo un giovane che le voglia bene, che renda felice lei e noi contenti.
Disse queste ultime parole stentatamente; Desiderio cercò in silenzio la mano dell’amico suo, e la tenne a lungo nelle sue, tacendo sempre. Poi Bambina apparve nel vano dell’uscio, e disse con compiacenza al Coppa:
— Guardami, babbo, sono bella?
Era veramente uno splendore.