IX.

A Diego Corona l’idea di vedere sua figlia col saio nero e la cuffia nera delle Marcelline era insopportabile; non potendo correre alla finestra per chiedere aiuto ai passanti, si era recato subito dal dottor Demetrio, per farsene un alleato. Confidava molto anche su me, e da parte mia poteva tenersi sicuro che non avrei incoraggiato una pazzia simile. Ricorse per consiglio anche al babbo, il quale non gli seppe dire gran cosa per confortarlo.

Ma il primo passo di Diego Corona, la visita al medico curante, produsse un effetto impensato, perchè dal dottor Demetrio quello stesso giorno la faccenda delle Marcelline venne all’orecchio del cavaliere Codicini, il quale per conseguenza immediata se ne venne subito da me.

Questa volta non venne solo. Venne con lui un vecchio. Mio padre era appena andato all’ufficio, da far credere ch’essi fossero stati in agguato sulla cantonata.

Il cavaliere mi presentò il suo compagno.

— Il commendatore Ramelli Codicini, mio padre....

Tutto in quella visita mi sembrava singolare; il pallore dei due visitatori, la voce più rauca e più bassa del cavaliere; il contegno grave e deliberato del commendatore. Io stava zitta fantasticando, il vecchio non parlava punto, il Codicini soltanto ansimava nel dire la causa della sua visita.

— Dunque... diceva ogni tanto, ma senza spiegarmi bene la causa dell’ansia.

Mi era parso d’intendere che il commendatore Ramelli fosso stato in croce perchè il figliuolo soffriva troppo di non poter sposare la sua Tizia, e avesse deciso di tentare egli stesso una prova suprema, ma perchè la cosa potesse riuscire meglio, gli era venuto in mente di farsi accompagnare da me. Ero io disposta a fare una carità cristiana?

Quando Annibale Codicini ebbe tentato inutilmente di spiegare bene questa cosa semplicissima, che in bocca sua diventava di una complicazione enorme, il babbo commendatore aggiunse melanconicamente:

— Ci vuole aiutare, signorina? Dico meglio: Mi vuole aiutare? perchè mio figlio è troppo scoraggiato, e non avrà il coraggio di salire le scale della sua antica fidanzata. Rimarrà in istrada a fare l’amore come fanno in Spagna, guardando la finestra.

Volle sorridere per togliersi dalla faccia pallida quel velo nero di melanconia, che gli dava un aspetto di funerale. Non vi riuscì, e il figlio soffocando un gemito e protendendo le mani supplicò:

— Babbo, dammi retta, non andare da lei, non tentare più nulla, è inutile.

La faccia funerea ebbe un lampo di luce e si animò come per ribadire un proposito. Ma egli tacque.

Io lessi negli occhi suoi tutto quel che aveva saputo tacere; il breve silenzio fu rotto ancora dalle parole di prima, dette a me con la stessa tetraggine.

— Mi vuole aiutare, signorina?

— Quando? domandai abbassando la voce istintivamente, per far intendere ch’ero pronta ad accettare la complicità.

— Subito, rispose il vecchio.

Mi rizzai, senza dir parola; si rizzarono tutti.

— Per carità, babbo mio, scongiurava il cavaliere Codicini, diventato come fanciullo al cospetto di suo padre.

— Scusino un momentino, rimangano a sedere, torno subito, mi metto il cappellino appena.

Mi erano entrate in capo parecchie idee singolari, una delle quali sicuramente era la vera; ma io non era andata in cerca di nessuna, e nessuna aveva incoraggiato a rimanere; così rimanevano tutte a punzecchiarmi leggermente.

— Non sono curiosa, dissi a me stessa nel mettermi il cappello davanti allo specchio; quel che sarà sarà; io non voglio sapere, ma forse saprò tutto senza volere.

Tornando in salotto trovai il giovane innamorato con la testa china e il commendatore invece, a capo eretto, con lo sguardo fisso sull’uscio da cui doveva entrare.

— Vogliamo andare?

Ci avviammo in silenzio. Nell’anticamera, padre e figlio si misero ai lati dell’uscio per lasciarmi passare prima, e ancorchè io consigliassi a entrambi di mettere il cappello perchè tirava vento e il commendatore era calvo come una zucca, entrambi vollero rimanere a testa scoperta finchè la porta non si fu chiusa alle nostre spalle.

Per via mi presero in mezzo, il vecchio alla mia sinistra, alla destra il giovane, e quando il marciapiedi non permetteva di stare in tre, uno si scostava subito per lasciarmi il passo libero.

E tutte queste attenzioni erano fatte con faccia da funerale, senza mai dir parola.

Fin dall’imboccatura della strada di Tizia, io avevo visto gli occhi melanconici del cavaliere fissarsi con desiderio e timore sui due balconcini noti dove forse la sua fidanzata si era affacciata per accompagnarlo collo sguardo e non lasciarlo solo quanto era lunga la strada. Vecchie cose d’altri tempi! Ed ora? Ora chi sa?... Intanto avevamo la fortuna che i balconi erano deserti e le vetrate chiuse.

Eccoci al portone. Il cavaliere ci lascia, promettendoci di non allontanarsi troppo per poterci trovare subito all’uscita.

Gli stringo la mano per dirgli alla muta che faremo il più presto possibile e non lo lasceremo vagare come un’anima in pena.

Saliamo le scale sempre in silenzio: solo sul pianerottolo, prima di sonare, mi fermo a guardare il vecchio commendatore; è sempre pallido come un morto, su tutta la sua persona è sceso il velo nero del dolore, ma gli occhi brillano ancora.

Suono.

Oh! Dio! che scena si prepara?

— Tizia è in casa?

Mi trema la voce. È in casa. Entriamo in salotto.

— Le dirai che sono qua.

Mi fermo a un passo dall’uscio dove essa deve entrare, per abbracciarmela stretta appena la vedo; il commendatore, forse senza nemmeno accorgersi, per mettersi in disparte, si è quasi addossato alla parete.

E Tizia entra.

Il suo sorriso mi dice subito: che significa?

E mentre io le bacio le due guance, essa che non ha visto ancora chi mi accompagna, mi domanda:

— Che significa andartene in salotto, senza venirmi a cercare in camera?

Ma la frase rimane tronca, il sorriso si cancella, ha visto il vecchio.

— Ti presento il commendatore Ramelli, dico a Tizia, premendole forte il braccio per darle forza. Egli ha bisogno di parlarti....

Il vecchio s’inchina, senza lasciare la sua positura.

Tizia è molto agitata, sento il suo braccio tremare forte nella mia mano, poi calmarsi a un tratto.

— Lo conosco benissimo, risponde con un filo di voce. Commendatore, si accomodi, tu non te ne andare.

— Andrò di là un momentino; non ti dispiace?

— Mi spiace, risponde Tizia, rimani qui accanto a me... quello che deve dirmi il commendatore, o un altro qualsiasi, tu pure lo puoi ascoltare; lo sai bene che con te non ho segreti.

Sapevo il contrario. Non mi aveva forse taciuto sempre la fuga del suo fidanzato?

— Ma io non voglio ascoltare le cose che non mi riguardano, non sono curiosa.

— E nemmeno ciarliera, assicura Tizia a bassa voce.

Intanto le parti sono mutate, ora è lei che afferra forte il mio braccio perchè non me ne vada.

Io non so come fare; non guardo nemmeno il vecchio per non crescere la pena che deve sentire.

— Siedi qui accanto a me, s’ostina a dire Tizia.

— Signorina, contenti l’amica sua, la prego anch’io, rimanga.

La voce di quell’uomo stancato dagli anni, dai dispiaceri forse, è tranquilla, ma così tenue e così rassegnata da fare pietà.

Guardo Tizia, parendomi che ora almeno si dovrà intenerire e permettermi di lasciarla; ma essa ha gli occhi fissi in una cosa lontana lontana, e non bella di sicuro.

Il commendatore si asciuga la testa nuda e comincia fiocamente:

— Una volta, e me lo ricordo come se fosse ieri, in questa stanza medesima, in questo seggiolone, standomi lei accanto, bella come ora, ma più serena in viso, io lieto come non ero mai stato, facevo per mio figlio la domanda della sua mano al babbo suo, il quale sedeva qui accanto sulla seggiola. Lei guardava l’ammattonato ed era tutta rossa in volto; me ne ricordo....

Tace un momentino. Tizia nulla risponde, il vecchio prosegue:

— In quel tempo felice tutto andava bene per noi. Io ero venuto apposta da Bologna, dove amministravo la casa Meralis, dove avevo molte azioni alla Banca di cui ero consigliere e quasi direttore. Contentare mio figlio mi sembrava la cosa più bella e più santa, non avevo voluto informarmi della dote nè d’altro, sapevo il mio figliuolo innamorato, vedevo lei tanto bella e tanto... cara, scusi se parlo così... mi pareva che la felicità nostra fosse sicura.... E, quando il signor Diego Corona volle informarmi ch’egli non poteva dare nessuna dote alla propria figliuola, io mi rizzai per impedire che dicesse di più, comprendendo la sua pena. Mi ricordo che dissi così:

«Il mio Annibale vuole sua figlia soltanto, e io sono come mio figlio.»

Tace ancora, ma Tizia nulla dice, guarda sempre quella cosa lontana e poco bella che io non posso vedere.

— Le presento le cose come erano allora, a costo di farle pena, perchè possa essere sicura che mio figlio e io non vedevamo nulla di più bello di questo matrimonio, che eravamo contenti quanto si può essere. Annibale aveva viaggiato molto, era disoccupato, ma si proponeva di entrare col mio patrocinio in una casa di commercio o in una Banca; aveva anche un piccolo capitale toccatogli dalla povera madre sua, centomila lire, poco più: poteva benissimo accasarsi con la fanciulla che meglio gli piacesse, ancorchè essa non aggiungesse un po’ di denaro alla felicità comune. E io che per il mio ufficio maneggiava molto denaro degli altri, non pensai nemmeno un momento a far dipendere la felicità di mio figlio dalla dote di sua moglie.

Segue un breve silenzio, durante il quale il commendatore non aiutato da una parola buona unisce un momento le mani scarne come per pregare qualcuno, poi comincia a stringersele, a storcerle nervosamente, mentre prosegue:

— Tutta quella felicità sognata svanì pochi mesi dopo... e la colpa fu mia soltanto.

Finalmente lo sguardo di Tizia si stacca dalla cosa lontana per fissarsi su quel vecchio patito con un po’ di misericordia.

— Sì, continua egli, come parlando dal suo sepolcro; mia soltanto. La prudenza che mi aveva aiutato tutta la vita, mi mancò una volta sola nella mia vecchiaia; erano tristi momenti per le finanze italiane, il gran giuoco era il ribasso, per certi indizi mi sembrò sicuro il rialzo; giocai e perdei; per riparare al perduto giocai ancora e in meno di due mesi fui rovinato.

«Avevo deciso di non sopravvivere al disonore, quando mio figlio accorse a Bologna... vide il mio stato... e, per salvare suo padre, rinunziò alla propria felicitò, all’amore... al matrimonio.»

Tutto questo a me sembra chiaro, e forse a Tizia pure, ma essa non trova subito la forza di parlare, e allora il vecchio curva più ancora il capo pallido. Non vedo quasi di lui altro che la calvizie intatta, e di profilo tutto il naso e un po’ di barba. Ma egli si rimette nella positura di prima.

— Andrò fino in fondo, signorina, per dimostrarle....

— No, no....

Sono le prime parole di Tizia e mi fanno un gran bene.

— Sì, andrò in fondo. Annibale rinunziò a tutto il suo patrimonio per salvarmi.... perchè io vivessi.... non disonorato. Potevo io rifiutare il sacrifizio?... No?... Lo vede. Se si fosse trattato solo del mio denaro, avrei rinunziato alla mia posizione per campare accanto ai miei figli.... ma vi era anche una cambiale....

Ora il commendatore si copre la faccia con le mani e balbetta: con la firma di Annibale Codicini.... e mio figlio non ne sapeva nulla....

— No, no.... basta signore.... basta.

— Basta.... dico anch’io.

E Tizia si affretta a restituire il titolo che forse ha soppresso credendo di far bene.

— Non dica altro, commendatore, per carità.

Il vecchio scosta le mani dalla faccia lagrimosa, si asciuga con la pezzuola e con voce libera, finalmente, da quel peso che lo soffocava, dice:

— Ho altro a dire? No, mi pare. Ho detto tutto. Annibale, ridotto in miseria come suo padre, non poteva più sposare la sua fidanzata; avrebbe potuto dirne le cause, e sarebbe stato leale e bello; ma egli non volle che nessuno al mondo potesse penetrare la mia colpa. Lasciò Milano per un poco, e se ne venne a stare col babbo colpevole di avergli tolto tutta la felicità, e in compenso e perchè non rimanesse sopraffatto dal rimorso, lo amò molto, molto.... che ne aveva tanto bisogno. Ora dica, signorina.... se un uomo simile al mio Annibale non merita d’essere riamato....

— Ah! Dio! strillo io in questo punto.

— Che è stato?

— Che è stato?

— È stato nientemeno che un ragno, ma così grosso, Dio buono, ma così grosso da far morire di paura. Mi spiace d’essere importuna di guastare una cosa avviata magnificamente, ma che colpa ho io se sono così?

— Dov’è? Dov’è?

— Eccolo! attraversa il salotto con sussiego fermandosi ogni tanto, e ha le zampe così lunghe che sembra camminare sui trampoli... Oh! Dio! Ecco che si avanza ancora!

Io mi sono tirata in disparte, sollevando la veste, perchè quella bestiaccia mi sembra capacissima di volersi arrampicare sopra il mio corpo, e ogni tanto, si pensi quel che si vuole, io strillo.

Tizia invece ride.

E il commendatore dice umilmente:

— Segno di fortuna.

— Chiamo la fantesca con la scopa? dico io.

— No, ecco, si dirige alla finestra. Forse è entrato dalla fessura, perchè le vetrate sono socchiuse, lasciamo che se ne vada per dove è venuto.

E con un coraggio da eroina, Tizia, badando solo a non calpestare il suo ospite, gli apre tutta la finestra.

Infatti il ragno se ne va di lì maestosamente accompagnato da Tizia, la quale, giunta al balconcino, si arresta un poco, guarda il commendatore, il quale guarda me, poi Tizia rientra sorridendo senza dir parola mi abbraccia e non mi lascia più, finchè il campanello ci annunzia una visita.

Tizia ci dice semplicemente: «Esso aveva la sua tela sotto il balcone ed è rientrato in casa. Egli era da basso: ci siamo visti, gli ho fatto cenno di salire.»

Esso, cioè il ragno; egli, cioè il cavaliere.

Il commendatore scoppia in un pianto di tenerezza, ma si asciuga il volto con la pezzuola e si fa forte perchè ora non gli pare il caso che ci occupiamo di lui.

E quando il cavaliere entra in salotto preceduto dalla fantesca, dopo un minuto di silenzio il commendatore scatta nervosamente a dire:

— Mi pare che tutto sia accomodato, non è vero, signorina?

Tizia guarda il futuro suocero con occhio pietoso e si stacca da me per porgergli la mano.

Sento mormorare: — grazie, grazie!

— E io? domanda il cavaliere.

E lui? Vi potete immaginare ch’io non poteva rimanere un minuto di più, perchè ero aspettata a casa; me ne vado accompagnata dal commendatore, e di lui per quel giorno non so altro.

Ma lungo la via il vecchio, uscito un momento dalla tetraggine, vi rientra tutto quanto. Ha ridata la felicità a suo figlio, ma ora desidera di morire perchè si crede disonorato un’altra volta.

— Signorina, mi dice, che penserà ora di me?

— Penso che lei ha avuto molte disgrazie, che fortunatamente tutto si è accomodato; non penso altro.

Egli crollò il capo, e senza più fiatare mi accompagnò in silenzio.

E lungo la via io guardo a tutte le vetrine per non vedere le sue lagrime. Prima di arrivare al portone, egli si soffia il naso un’ultima volta e si leva il cappello per salutarmi. Gli porgo la mano, egli la tocca appena appena e a me pure dice grazie con la voce fioca di prima.

***

La mattina successiva la mia buona Tizia era tornata quella di una volta, e prima delle dieci, appena Diego Corona se ne fu andato all’uffizio, mi venne a confessare che il suo Annibale era innamorato come nei bei tempi, e non farebbe la seconda volta il tiro di piantarla col corredo di nozze senza aver detto sì in municipio.

E quando Annibale avesse detto sì al sindaco o all’assessore, era essa ben sicura di non sentirsi il prurito di dire no per vendicarsi?

Prima non comprese; poi fu lungamente una doppia risata. All’ultimo la mia buona Tizia confessò che quest’idea aveva del buono, ma, non essendole venuta prima, non ne avrebbe approfittato.

Dunque rinunziava a tutte le Marcelline? Rinunziava.

— Sai, le dissi, il babbo mio m’incarica di presentarti le sue condoglianze sincere perchè se tu puoi dire all’incirca quanto guadagni sposandoti al tuo Annibale (stai bene attenta?) non sapresti nemmeno immaginare quanto perdi.... non sposando lui.

Era verissimo, ma non lo potendo nemmeno immaginare, la rassegnazione era più facile.

— E non diventerai mia matrigna, sospirai.

— Non diventerò tua matrigna, sospirò.

Ancora le risate di prima; insomma, eravamo proprio contente. Ma ci avessero almeno lasciate a goderci la segreta festicciuola di ciancie e di buon umore; nossignori; ecco Annibale che si permette prima delle undici di venire a farmi la visita di ringraziamento per la mia complicità generosa.

Per questo solo? Non per questo solo. Forse perchè essendo andato a vedere la sua fidanzata e non avendola trovata in casa, immaginava di essere più fortunato da me.

Per questo solo? Nemmeno.

Anche perchè il commendatore nella notte era stato preso da una febbre calda con delirio.

— Oh! povero vecchio!

Inutilmente suo figlio aveva cercato di dimostrargli che la sua colpa era scusabile e non portava seco l’infamia, avendo egli pagato fin l’ultimo centesimo. Delirava e non aveva inteso nulla.

— E, cessato il delirio?

Il delirio essendo cessato, Annibale aveva creduto bene lasciarlo dormire senza dimostrargli più nulla.

Ma più tardi bisognerebbe pur dire al vecchio padre che in quanto aveva fatto non era nulla di molto male.... perchè egli.... nel fare.... si era servito del denaro di suo figlio, che è quasi come dire del proprio; il mondo non si era accorto di nullo, le amministrazioni nelle quali aveva mano in pasta, non essendo danneggiate, avevano chiuso un occhio; non per nulla Ramelli dopo l’affare mal riuscito era rimasto ancora nelle sue cariche, e nell’uscirne gli avevano dato la pensione; e la commenda del Cristo di Portogallo non gli era già venuta dal cielo.

Per dire tutto, il commendatore del Cristo in cambio delle centomila lire fatte perdere a suo figlio, era riuscito a fargli dare la croce di cavaliere per benemerenza. Un uomo che può far questo non è un uomo morto.

Tizia in persona, dopo la colazione, sarebbe andata a risanare il caro ammalato. Se non volesse proprio capacitarsi, una cosa almeno lo consolerebbe, cioè il sapere che eravamo in due soltanto, Tizia e io, a conoscere il suo segreto, e che non ci sarebbe mai uscito di bocca, nemmeno a strapparcelo con le tenaglie. E allora pensai che la visita mattutina avesse anche l’intento di farmi promettere e giurare il silenzio, senza aver l’aria di pretendere nulla.

Promisi e giurai. Non ne ho mai parlato con anima viva; ne scrivo ora avendo preso le mie precauzioni. Quali? Si possono bene immaginare. Intanto il lettore, anche cercando bene in questi scarabocchi, non troverà il mio nome, nè quello del babbo. Mi pare che questa sola precauzione basterebbe.

Il commendator Ramelli guarì della sua melanconia e guarì così bene che il giorno delle nostre nozze volle dare il braccio a entrambe. Nell’andare, Diego Corona aveva preso a braccetto sua figlia, il babbo mio aveva preso me; nel ritorno il cavaliere Codicini si era impadronito di sua moglie e di me mio marito.

Ma a Lecco, sulle scale dell’albergo della Croce di Malta, dove si doveva consumare il doppio pranzo nuziale per poi andarsene ciascun paio da parti opposte, un paio per battello verso Chiavenna e l’Engadina, l’altro per Bergamo e Venezia, il commendatore si attaccò le due spose alle due braccia per far la salita. E i mariti vennero su anch’essi a braccetto ridendo. E i babbi pure.

Ma, dunque, anch’io sposa?

Ma sì, anch’io sposa.

E a chi?

E a chi mai, se non a mio cugino chimico e dottore Augusto?

Egli avrebbe aspettato non si sa quanto tempo ancora, prima di decidersi al gran passo. Molte volte era stato lì lì per avventarsi al matrimonio, ma sempre la prudenza lo aveva trattenuto; egli attendeva, me lo confessa oggi, un avviso straordinario e soprannaturale che si ostinava a farsi aspettare.

I mosconi chiassosi erano entrati, non so quante volte dalle sue finestre aperte, molti bicchieri colmi di buon vino si erano rovesciati sulla tovaglia; perfino un ragno si era coraggiosamente cacciato sotto il suo tovagliuolo, ma inutilmente.

Egli aspettava cose più straordinarie, cose soprannaturali. Una voce che gli gridasse durante il sonno di sposarmi subito, forse sarebbe bastata?

Egli non sa di sicuro.

E feci bene io a dichiarargli che avevo deciso fermamente di farmi Marcellina.

Allora egli volle a ogni costo farmi sua moglie, e io non mi feci troppo pregare,

Fin qui le cose non vanno male per le due paia di sposi; il mondo tenebroso rispetta la nostra luce come noi rispettiamo il suo buio.

E il numero tredici?

— Ah! dissi un giorno al mio dottore chimico, dimmi la verità che uno dei numeri tredici che mi sono stati restituiti era il tuo?

Era proprio il suo....

Ma l’altro, quello che avevo smarrito davvero, chi sa che fine ha fatto?

Rispettiamo il mistero.

Quando Tizia tornò col cavaliere Codicini dal suo viaggio di nozze, io le feci trovare sotto il cuscino un numero tredici, tenni l’altro per me.

E oggi sono quasi sicura che porteranno fortuna entrambi. Così sia.

FINE.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina elaborata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.