XXV. DONNINA AD OGNISSANTI.
«Vedi tu chi mi sta dietro le spalle minacciando di non andar via prima ch'io non abbia incominciato a scriverti? Gli ho pur detto che se rimane non ne faccio nulla, ma egli ride e non si muove.
«Questa volta ride più forte e se ne va... se n'è andato — ottimo maestro Ciro, ottimo babbo!
«Ti volevo scrivere ieri, appena letta la tua lettera, e mi pareva di non poter tanto affrettare da tener dietro all'immenso desiderio che avevo di consolarti. Ma ero io stessa così mesta, e le tue parole ed i casi tuoi mi avevano tanto conturbata, che sarei riuscita a fare il contrario del mio proposito ed a rattristarti peggio. Per quanto mi dovesse costare, meglio che mandarti il mio improvviso di lagrime, ho preferito dormirci su una notte e scriverti i pensieri del mattino, che sono i più sereni.
«Ora sono lieta e soddisfatta di me; e penso che se avessi ceduto a quell'impeto melanconico, non solamente ti avrei afflitto, ma ingannato anche, e mi avresti creduta dolente mentre io non sono stata mai allegra e felice tanto. Perchè, vedi, a forza di pensare a tutte le improvvise melanconie che mi assalsero nel leggere le tue parole, non me n'è rimasta nemmeno una, e non è più uno sgomento, dei tanti d'ieri sera, di cui ora non mi senta in vena di sorridere.
«Io so pure che ti parrò pazzerella, ma poichè tale pazzia non fa male e l'attingo in una sconfinata fiducia nel tuo avvenire, nel nostro, mi pare che non vi sia grave danno. Non ti venga in mente che io non comprenda quanto tu devi aver sofferto per tutti quegli schianti del cuore. Tutto io m'immagino: la tua generosa fierezza ribelle alla servilità fino a pigliar sembianze d'ingratitudine, e lo scrupolo del volermi bene così intenso da parerti per ogni nonnulla di meritare che io te ne volessi più; ho come costretto il mio cuore a picchiar qua dentro alla maniera del tuo, e so quanto devi aver patito. Ma so pure, se vero è che tu mi vuoi bene, ed è verissimo, che io ho il rimedio pronto; mi basterà dirti che la nostra sorte, qualunque essa sia, non potrà mutare il cuore di due poveretti che si chiamavano Ognissanti e Donnina, per ridonarti il tuo sorriso giocondo di allora.
«Che tu sia un medico, un sapiente, non fa proprio nulla. Nel nostro patto era compreso l'avvenire, ed io sapeva già che saresti divenuto qualche cosa di grosso. Non fosti forse tu a trovar il trifoglio dalle quattro foglie? Lo vendesti a me, è vero, ma dovevo sapere che la fortuna non si vende.
«Dunque se il tuo cuore non è mutato, nulla di te è mutato da quel che eri allora; e come io vorrei essere una principessa solo per rimaner sempre la tua Donnina, così tu sei l'Ognissanti mio. Se ti avessi scritto ieri, avrei scritto altrimenti — e ne sarei pentita. Il cuore è un gran ciarliero, e quando non ti grida un vero sacrosanto, ti bisbiglia cento innocenti bugiuzze... innocenti a patto di avere il cervello a casa.
«Non ti pare che io ragioni bene? Quanto all'altro tuo affanno non ci vedo conforto, se non nella tua stessa coscienza; e poi è tale che quasi non lo comprendo, tanto mi pare che tutti ti dovrebbero amare. Un padre poi! uno che ti volle seco egli stesso, che ti diede l'educazione e l'avvenire! Dico anch'io con te: chi lo costringeva a chiamartisi padre se poi non te ne voleva dare l'affetto? Poi che ebbe la scelta della sua creatura dovrebbe volerti bene il doppio, mi pare, e ne ho un esempio in cuore: maestro Ciro!
«Ma non so come avvenga, in mezzo a tutto ciò, io veggo sempre più limpida l'immagine dell'avvenire nostro. Stamane la mia testa è come un prisma allegro e tutti i barlumi che vi passano attraverso vi vestono i colori dell'iride. E non so come, invece di odiare quel tuo cattivo babbo per tutto il bene che non ti dimostra, gli voglio bene per quanto ha fatto per te. E penso che forse null'altro gli manca se non una voce, la quale gli scenda al cuore e lo costringa a guardarti nell'anima. Potesse essere la mia quella voce!
«Com'è il tuo babbo? Come si chiama? Senti se assomiglia all'immagine che me ne son fatta.
«È alto, smilzo, con due occhi grigi affondati nell'orbita, ha la fronte spaziosa ed un poco di rughe sopra il ciglio, una barba rara ed incanutita, e due labbra sottili che non ridono mai, cammina impettito ed abbottonato, porta gli occhiali...
«Ti fa paura questo ritratto?
«Ebbene, lo crederai se ti pare, a forza di guardarlo da ogni lato gli ho trovato il suo lato buono, ed in poche ore me l'ho addomesticato, per modo che, se l'originale corrisponde proprio alla mia copia fantastica, è un uomo nostro.
«Io scherzo col tuo dolore, ma non so star seria perchè mi sento felice.
«Conchiudo colla massima gravità: se la tua coscienza non ti rimprovera nulla, metti pure il cuore in pace.
«È doloroso, lo comprendo, ma io ti vorrò bene anche la parte degli altri, e se proprio ti abbisogna un babbo che ti ami, ci ho il mio che sarà il tuo. Maestro Ciro ha un cuore tanto fatto, capace per farmi piacere di amare in una volta sola tutto l'universo.
«Quanto a pagare il tuo debito di riconoscenza verso quell'uomo che ti ha aperto la via del mondo e dell'avvenire, ci voglio pensare io. Farò la tua parte io che non sono superba. E poi è così facile farsi amare! E quando uno è arrivato all'amore (bada quando vi è proprio arrivato), ricorda forse più dove s'era messo in cammino?
«Sai? da otto giorni il cielo faceva il broncio alla campagna; nugoli fitti o nebbie fitte, ed al sole non riusciva di passare un raggio attraverso quel dispettoso mantello per fare una carezza al piano e distaccare i diacciuoli dai gelsi che ne devono essere stanchi; sono otto giorni che tace il concerto dei passeri, otto brutti giorni in cui si ebbe una vera carestia di luce; or eccoti un'allegra novella — il sole! E forse ora appunto tu guardi in alto e ti allieti allo stesso raggio che mi fa lieta, pensando a me, e vorresti sapere che faccio in questo momento, ed immagini tutt'altra cosa... come io ora di te forse. Ma non importa. Le cose sono come noi le vediamo, e quando non possiamo vederle, come ce le colora la fantasia, tal quali. E se anche taluno potesse dirmi di sicuro che in questo momento tu dormi stanco d'una studiosa veglia, io non gli crederei e mi ostinerei a vederti così: gli occhi a questo raggio di sole, il pensiero... a Donnina.
«In sostanza questa credulità che si fida alle proprio fantasime vale più e meglio di certo scetticismo dubitoso anche di ciò che vede. Non è vero?
«Te lo voglio dire; la tua lettera ci ha fatto piangere; il mesto racconto dei sei anni passati lontano e la tarda rivelazione di quanto già prima avevi patito al fianco di quel poveretto che fu il tuo primo padre, ci ha commossi. Me non solo, ma anche la mamma, la terribile mamma.
«Ciò mi fa pensare che anch'io ti devo una confessione generale. Che cosa ho fatto durante la tua assenza?
«Prima di tutto sono ingrandita sei buoni pollici, e poi sono diventata una donna, una vera donna, sebbene mi si continui a chiamare Donnina. Ho imparato a tenere in sesto le faccende di casa, ho rubato ogni giorno un po' della sconfinata autorità di mamma Teresa, e mi sono avvezzata poco alla volta a fare la massaia. Ti farò meravigliare colla mia dotta economia.
«Ho anche compito la mia educazione tanto da potere, all'occasione, supplire il vecchio babbo nelle sue lezioni. So spiegare le regole dell'abbaco e guidar la mano ai miei allievi di calligrafia. Nelle ore perdute ho studiato il ricamo e la storia, ma pochino, pochino. E poi, devo dirlo? il più del mio tempo l'ho speso pensando a te. Ogni santo giorno ti mandavo il pensiero dietro, per la via di Milano, ma senza saper dove. E dicevo a me stessa: «egli, almeno, dovunque sia, può venirmi incontro colla mente, perchè sa dove trovarmi di sicuro; io no, non posso.» Ma non dubitavo di te, non ti faceva colpa del tuo silenzio; solo me ne affliggevo come d'una disgrazia.
«Ogni sera pregavo per te, per noi, e quando (raramente), mi assaliva uno sgomento, non di noi, ma della sorte nostra, ricorrevo al mio amuleto e mi rasserenavo. Quell'amuleto tu lo sai, o l'indovini, è il trifoglio delle quattro foglie.
«Ti ho solo detto il bene. Ma ti puoi immaginare che la fanciulla non è divenuta donna senza passare per le tentazioni del peccato; sono anch'io un po' vanerella, un po' capricciosa, un po' impertinente... al par di tante altre, ed anche un po' maligna, come vedi...
«Infine, tal quale, sono tua.
«Sono tua! Che piacere infinito a poterlo dire, a poterlo scrivere, e dopo di averlo detto e scritto non dovermi destare per accorgermi che sognavo, per chiudere un'altra volta gli occhi e cacciare la testa fra i guanciali invocando lo stesso sogno! Ma in virtù di quei sogni ora mi pare di non essere mai stata divisa da te... E poi anche il passato non è forse un sogno? Questi sei anni vissuti melanconicamente mi paiono dimenticati da un pezzo; si cancellano i contorni dei giorni melanconici numerati nella solitudine, e non rimane altra sembianza tranne la tua, che mi era sempre dinanzi. Non è vero che siano passati sei anni; fu un sogno, un brutto sogno, ed io voglio tenere gli occhi aperti per paura di addormentarmi ora che sono felice.
«Ecco: il raggio del sole è arrivato a poco a poco fino al mio letticciuolo; la scolaresca arriva in frotta, ed il babbo incomincerà la sua lezione. Ho aperto la finestra; non fa freddo, i passeri cianciano saltellando sulle nude braccia dell'olmo; v'ha ancora per aria una nebbiuzza sottile, trasparente, che si dirada mano mano e scintilla ai raggi del sole come un polverìo luminoso. Tutto ciò mi farebbe pensare al cielo del tropico che ho visto solo nei libri, se non fossero la nudità degli alberi e la tinta gialliccia delle zolle.
«Vuoi saperla la gran novità del nostro paese? Da otto giorni non si parla d'altro, ed io che l'ho tutto il santo dì innanzi agli occhi sarei pur disgraziata se non te ne dicessi nulla. Parlo della nuova insegna dell'Osteria della Salute. Rappresenta una figura umana rotonda e carnosa, molto rotonda e molto carnosa, la quale solleva ridendo un bicchiere colmo di vino e lo guarda con occhio di amore.
«A dare il meglio possibile l'immagine della salute, il pittore ha prodigato il rosso sulle guance del suo ideale e gli ha disegnato tre curve parallele sotto la fossetta del mento. Così come è, pare il ritratto dell'apoplessia.
«Dirai che t'intrattengo d'inezie, ma se avessi solo dovuto scriverti delle gran cose che accadono, avrei finito prima d'incominciare. Ora a me scrivendoti pare di esser teco e qualunque sciocchezza mi passi per il capo la voglio dire, purchè tu intanto legga quanto mi sta nel cuore: che ti voglio un gran bene, un gran bene, e che sono la tua
«Donnina.»