XXXIII. TERZO COLLOQUIO DI MAURIZIO E SERENA.

Era il signor Maurizio.

Serena non si dissimulava le conseguenze di quel colloquio; venire innanzi al severo amatore, udirne per la terza volta la calda e schietta parola, e resistere colla simulazione non le era più possibile dopo quanto era avvenuto. Anche volendo, le sarebbero mancate le armi alla lotta; chè da gran tempo essa aveva cessato d'essere una donna ed in quel mentre non era ancora rientrata nella sua corazza di cortigiana. Nè solo di lottare, ma non si sentiva nemmeno la forza di volere; tacevano le voci della coscienza; guardando agli scrupoli che l'avevano trattenuta dal venire prima, amante ella stessa, nelle braccia di così caldo amatore, le parevano singolari e ridevoli, faceto capriccio del cuore. Pensava, se pure era pensiero la fuggevole schiera dei fantasmi, pensava che, volendosi concedere un sentimento generoso, aveva scelto una stravaganza. E poi amava essa Maurizio? In quel momento no, od almeno dell'amore non aveva la consapevolezza; altro non era se non una donna, la quale, pur d'uscire da sè stessa, sceglieva di buttarsi nelle braccia del primo venuto.

Davvero Maurizio indovinava il buon momento.

All'atto di porre il piede nel salotto, la bella chiuse un istante gli occhi, come per radunare le proprie forze, poi mosse diritta incontro al nuovo padrone.

Costui se ne stava immobile nel mezzo della sala, gli occhi fissi in Serena, con una singolare espressione di meraviglia; non profferì parola.

La bella gli fe' cenno di sedersi e sedette ella stessa; le batteva il cuore affrettato, ma aveva il pensiero lucido e ritrovò un po' di forza per non dar tempo all'imbarazzo di porsi di mezzo nel loro colloquio.

— Signor Maurizio, diss'ella con accento fermo, io non immaginava di rivedervi così presto; voi però vi tenevate sicuro che sarei ritornata?

Maurizio la guardava fisso; e quand'ella tacque, rispose solo con un cenno del capo. Serena proseguì con un singolare accento, tra il serio e lo scherzoso:

— A me non è lecito adontarmi di ciò che vi ha d'offensivo in tale certezza; non voglio parer diversa da quella che sono; se avete creduto impossibile che io seguissi la sorte d'un fallito, non mi avete fatto ingiuria, e forse avreste pensato che, non volendo parer complice di quel fallimento, il mio onore doveva ricondurmi a Milano. Avete pensato questo?

Maurizio, senza staccare gli occhi dal volto leggiadro, rispose:

— Non so che cosa ho pensato, non lo so proprio. Sono venuto ieri, e sarei venuto domani se oggi non vi avessi incontrata. Ero io certo che sareste tornata? Mi pare di sì. Mi avevate detto tante volte che facevate un negozio. Il banchiere era fallito, ed io sono venuto.

La singolare maniera con cui Maurizio parlava, a periodi rapidi e concisi, facendo una pausa in fine di ciascuno, come per scegliere le parole, fermò l'attenzione di Serena, la quale si aspettava altri modi ed altro linguaggio. Non le stava innanzi un innamorato ardente ed impetuoso, nè un beffardo giudice, nè un volgare vezzeggiatore di cortigiane; le maniere di lui non erano nè timide, nè impertinenti, nè fredde, nè appassionate; la sola insistenza dello sguardo poteva sembrare indizio di un occulto sentimento. Quello sguardo era fisso e pareva scrutatore. Serena lo sentiva ardere sul volto e suo malgrado arrossiva.

— E perchè siete venuto? chiese la bella per uscire dall'imbarazzo.

E l'altro rispose collo stesso accento:

— Sono venuto a prendere il posto vacante, perchè ora io sono ricco, e posso concedermi il lusso del vostro amore.

Serena non battè palpebra; Maurizio soggiunse:

— Potete fare un buon negozio. I milioni del banchiere Redi gli ho io; ho giocato al ribasso contro la sua buona stella. Lui ha fallito; io sono ricco. Se nel mondo non vi sono due giustizie, voi mi appartenete di diritto. Ma non dubitate, farete un buon negozio.

Sempre quello sguardo insistente, quel volto impassibile, quel linguaggio rotto, e quei brevi intervalli di silenzio misurati dall'affanno di Serena.

Alla sciagurata donna venne meno la forza di resistere; le passarono in mente mille fantasie, mille sospetti, mille paure in un baleno; non le parole di lui l'offendevano, ma quelle sembianze impallidite, quell'accento monotono e freddo come un destino crudele. Si rizzò in piedi ed andò a sedersi altrove; Maurizio non mutò positura, non battè ciglio e continuò a tener l'occhio fisso sulla seggiola rimasta vuota. E dopo un istante di silenzio, durante il quale Serena, colta da un nuovo e terribile sospetto, guardava Maurizio paurosamente, la voce fredda, sommessa, uguale del visitatore ripetè come prima:

— Potete fare un buon negozio. I milioni del banchiere Redi gli ho io; ho giocato al ribasso contro la sua buona stella. Lui ha fallito; io sono ricco. Se nel mondo non vi sono due giustizie, voi mi appartenete di diritto. Ma non dubitate, farete un buon negozio.

E da capo quel silenzio, quello sguardo fisso, quell'immobilità dell'atto. Serena, dopo breve interna lotta, fu d'un balzo presso a Maurizio, e pigliandogli le mani e mettendo la leggiadra fronte presso al volto di lui, mormorò con voce spenta e carezzevole:

— Maurizio, Maurizio mio!

E siccome non le veniva risposto, crollò il bel capo disperatamente, e le anella dei suoi neri capelli sferzarono il volto severo.

A quel contatto Maurizio si scosse e passò lievemente una mano fra i morbidi ricci, ma senza distrarre l'occhio dalla seggiola vuota, senza mutar positura.

E dopo un altro momento di silenzio, ripetè non variando un accento, colla stessa monotona lentezza:

«Potete fare un buon negozio, i milioni del banchiere Redi li ho io...»

Serena non lo lasciò finire, diede un piccolo grido, balzò in piedi col volto scolorato dal terrore, si guardò intorno stupidamente ed uscì dalla camera.

Maurizio rimasto solo, continuò:

«Ho giocato al ribasso contro la sua buona stella. Lui ha fallito, io sono ricco. Se nel mondo non vi sono due giustizie, voi mi appartenete di diritto. Ma non dubitate, farete un buon negozio.»

Poi tacque, continuando a guardare fissamente nel vuoto.

Antonio, il servitore alto sei piedi, era entrato cautamente nella camera e se ne stava in disparte, mentre la povera Marta, vittima dei doveri del suo ufficio, si teneva presso alla padroncina, la quale non voleva rimaner sola.

Maurizio stette lungamente immobile e mutolo; alla fine volse in giro uno sguardo sbigottito, si levò ed uscì a passi lenti senza mai profferire parola. Antonio lo seguì sino al pianerottolo, poi venne a dire alla signora che colui se n'era andato.... E la disgraziata Marta, rimasta finalmente libera, corse alla finestra per veder passare colui...