XXXVIII. IN CUI SI VEDE COME MARIO NON RITORNASSE A MILANO SOLO.
Ed ora Mario se ne ritorna verso Milano a piedi non avendo alcuna fretta di arrivare, ed invece di pigliare la via maestra, infila, senza avvedersene, una scorciatoia, non già per far più presto, ma perchè da quella parte può, volgendosi, veder più lungamente la casicciola che biancheggia in mezzo al verde dei gelsi abbrunati dal crepuscolo.
Cammina a passo lento, ma il suo cuore va di trotto serrato e la fantasia più che di galoppo.
Passa per lo stretto sentieruolo costeggiato da prunai che gli afferrano le vesti per trattenerlo; quella muta campagna non ha una voce; ne avesse mille, non giungerebbero fino a lui, chè la sua fantasia lo precede o ritorna indietro, ed ora è a Milano, ora non ha lasciato il povero tetto del maestro di scuola; pensa all'avvenire a cui muove incontro, pensa a Donnina!
Il sentiero si restringe tanto che appena vi può passare una persona; ed ecco, senza avvedersene e d'un subito, Mario si trova alle spalle d'un uomo che lo precede camminando assai più lento di lui. Il giovine, tolto bruscamente alle proprie fantasie, è costretto ad arrestarsi, aspettando che l'altro gli ceda il passo, ma colui nè si piega da un lato, nè affretta, e Mario finisce col toccargli lievemente la spalla. Lo sconosciuto si volge, e si pianta ritto in faccia al giovine. L'atto può sembrare arrogante, ma nel volto di quell'uomo è dipinta una sciagura che toglie le parole aspre di bocca a Mario. E lo sconosciuto, con un singolare accento misto di fierezza, di umiltà e di mistero, prende a dire:
— Voi venite da A... non è vero? La conoscete voi, la mia figliuola? Un amorino, la più cara bambina di A... la conoscete?... Si chiama Camilla!
E tende l'orecchio come timoroso di non afferrare subito la risposta, e fissa gli occhi spalancati in volto al giovane, o lo eccita, crollando il capo e sorridendo amorevolmente, a rispondere.
Mario non sa credere ai propri sensi: quell'uomo che vede, quelle parole che sente, il pensiero melanconico che gli balena, ed insieme la grandiosa speranza che gli empie il cuore, gli paiono cose di sogno. Sa come Camilla sia il nome vero di Donnina, e come Donnina abbia un padre che non è babbo Ciro!
Allora guarda il volto severo dello sconosciuto, interroga le vesti ch'egli indossa e tenta di indovinare quell'enigma. Maurizio (il lettore l'ha riconosciuto), continua a crollare il capo ed a sorridergli.
— Conosco una fanciulla che si chiama Camilla, ma non so se sia la vostra figliuola...
— È la mia, vi dico che è la mia...
— Quella che io conosco ha un padre, il maestro di scuola...
Le labbra di Maurizio incominciano un amaro sorriso, che subito si cancella.
— Il maestro di scuola non è suo padre, ribatte con faticosa dolcezza; il padre di quell'amorino sono io: quella bambina cara mi appartiene, vi dico che mi appartiene, che è mia... e posso provarlo.
La voce di Maurizio ha preso a poco a poco l'accento della collera; ma quella collera è così paurosa e quella paura così straziante, e quei modi così singolari, che Mario ne è commosso e si affretta ad interromperlo:
— Non ne dubito, voi dovete saperlo...
Maurizio sembra meditare su questa parola, e prima si rasserena, e poi si rattrista in volto, ed infine ripiglia a dire melanconicamente:
— È vero, io devo saperlo... ma è passato tanto tempo... dite, credete voi che quell'uomo... quel maestro di scuola acconsentirà a privarsi della sua... della mia figliuola? E vorrà restituirmela?
— Io credo di sì...
— Non ne siete sicuro? E perchè non ne siete sicuro?
— Ne sono sicuro.
Ma la profonda nube che oscura il volto dello sciagurato padre non si dirada. Intanto Mario ha cercato di spingere oltre quell'uomo per uscir dal sentieruolo che poco più innanzi mette nella via maestra, ma Maurizio si è ribellato senza dir parola, e non si è mosso un pollice dal luogo in cui si trovava.
— E se anche il maestro di scuola non me la rifiuta, essa, la poveretta, Camilluccia mia, vorrà venire? Non mi conosce! — aggiunge abbassando la voce — non mi conosce!
Mario non sa che rispondere, ed il disgraziato insiste collo sguardo.
— Quali sono le vostre intenzioni? chiede il giovine per uscire da quel silenzio penoso.
Maurizio crolla il capo melanconicamente e balbetta:
— Non so.
— Perchè siete venuto qui?
— Non so.
— Volevate andare dal maestro di scuola, o presentarvi a Camilla?
— Non so.
E continua a crollare il capo. Poco stante soggiunge:
— Sono venuto perchè avevo bisogno di sapermele vicino; anche ieri sono venuto; ho cercato di vederla, ho attraversato il paese... ma non ho visto nessuna bambina che rassomigli alla mia. Oggi sono tornato, tornerò domani.
Tace un'altra volta, poi soggiunge abbassando la voce e guardandosi intorno: «Ah! se potessi farle sapere in qualche modo che io sono ricco, molto ricco, ricco a milioni, che venendo col babbo, ella avrebbe scudi lucenti per giocare, e se potessi offrire al maestro di scuola un bel gruzzolo per la vecchiaia!
— Ebbene?
— Ebbene! La bella dimanda! Così fatto è il mondo. La mia figliuola sarà come tutti gli altri, è come tutti gli altri; non l'ho da saper io che sono suo padre?
Ah! il cuore del giovine non ribollisce per dispetto, ma si gonfia per l'affanno! Ha tutto compreso!
Guarda intorno per la deserta pianura; non sa che risolvere, non sa che fare.
Maurizio se ne sta mutolo, immobile, cogli occhi fissi alla casicciola che non apparisce più se non come uno sgorbio bianco confuso in mezzo al verde.
La notte scende rapidamente.
— Ecco, dice Mario, obbedendo come ad un istinto; è meglio che vi allontaniate di qui: mi piglio io il carico di parlare a maestro Ciro, di dire alla vostra figliuola che siete ricco...
— Ricco a milioni...
— A milioni, che ella avrà ogni ben di Dio.
— E scudi lucenti.
— Sicuro... le dirò che suo padre la vuole con sè, per farla felice, per volerle tanto bene... le dirò tutto.
Ed in così dire Mario passa innanzi e prende per mano il povero padre, che non esita più a seguirlo. Giunti sulla via maestra, si arrestano un istante.
Il giovine si guarda intorno per vedere se mai non giunga qualche carrozza vuota, ma per tutta la bianca linea della via maestra, che si stende lunga lunga alle sue spalle, non si vede nulla. Intanto Maurizio guarda curiosamente Mario e sembra incerto se o no seguirlo; ma il giovine medico, che si avvede di quella lotta e ne indovina la cagione, non gli dà tempo di pensarci, e si muove a passo rapido verso Milano senza dirgli nulla. E Maurizio gli vien dietro coma un automa.
Fanno così gran tratto di via senza dir parola. Ma improvvisamente Maurizio accelera il passo e raggiunge il nuovo amico e gli dice:
— Chi siete voi?
— Sono un poveretto, risponde Mario senza arrestarsi, un poveretto che vuole il vostro bene ed il bene della vostra creatura.
Maurizio sembra aver udito una sola parola e la ripete più volte fra sè e sè:
«Poveretto! Poveretto!»
— Ebbene, aggiunge poco dopo, raggiungendo un'altra volta il compagno che accelerava quanto più poteva il passo — ebbene, se siete poveretto, io sono ricco e basto a tutti; sarete ricco anche voi, purchè abbia la mia Camilla — voglio che siate tutti ricchi, anche quel dottore che mi ha scritto...
— Il dottor Parenti?
— Lo conoscete? Anche lui, anche lui... tutti!
L'oscurità a poco a poco si è fatta profonda; gli alberi che costeggiano la via, a poca distanza sembrano fantasmi; il silenzio è alto nei campi circostanti, chè le zolle non hanno ancora i loro ospiti canori, e le prime foglie degli alberi attendono mute le nozze degli insetti.
— Come vi chiamate? domandò Maurizio dopo un lungo intervallo di silenzio.
— Mario.
Il disgraziato ripete fra sè quel nome e non dice altro.
Sono giunti alle porte di Milano, Maurizio si arresta di botto, piglia le mani di Mario, le stringe nelle sue, gli dice addio e si allontana a passi rapidi, voltandosi indietro come timoroso d'esser seguito.
Il giovine rimane alcuni istanti sbigottito da quella improvvisa diffidenza e non cerca di vincerla, al contrario finge d'andar da un'altra parte, poi si volge, e rasentando le muraglie per non esser visto, segue Maurizio a distanza fino alla sua abitazione. Allora ritorna indietro, ma non ha fatto dieci passi e si sente battere sull'omero da una mano larga e pesante. Si volge, e si trova faccia a faccia col dottor Parenti sempre lieto e giocondo.
— Vi trovo a tempo, dice Mario, ho seguito finora uno che ha bisogno della vostra scienza.
— Il signor Maurizio, il padre di Donnina.
— Lo sapete? Ed è dunque vero?...
— È verissimo.
— Sapevate anche che era?...
— Ne ebbi un sospetto; da tre giorni io tengo dietro alle fasi della vita di quest'uomo, e vedo che si compie in maniera molto irregolare. Oggi sono andato per parlargli di Donnina e di te: non l'ho trovato, era uscito alle nove del mattino e non s'era più visto; sono ritornato più tardi; non era rientrato; allora l'ho atteso. Te lo confesso, mi era venuta un'idea senza senso comune, cioè che, ricevuta la mia lettera, egli avesse preso la fuga. Sono contento di essermi ingannato; Donnina ritroverà ancora suo padre!
— Ma quell'uomo è pazzo!
— Può essere, ma meglio pazzo che briccone; qualche volta i pazzi guariscono; i bricconi sono incurabili.