I.
Quell'anno nostro figlio ci aveva promesso solennemente di studiare, di essere uno dei primi della scuola.
Evangelina ed io gli avevamo detto:
— Bravissimo! — soggiungendo però con un tacito accordo d'indiscrezione che non doveva bastargli d'essere fra i primi, ma che bisognava mettersi primo addirittura. E allora Augusto aveva spalancato gli occhioni e ci aveva detto con una specie di terrore che il Panseri era troppo forte.
Subito quel signor Panseri cominciò a farmi stizza: solo al pensare che mio figlio aveva tanta paura di lui, mi venivano in mente certe idee prive di senso comune, certi propositi indeterminati, certe baldanze inesplicabili, come se io dovessi cacciarmi non visto nell'ultima panca della scuola, poi, dal posto dell'asino, rizzarmi in piedi e con una vocetta tremenda pronunziare queste parole solenni: — Signor maestro, sfido l'imperatore romano! — E al cospetto di tutta la scolaresca sbigottita, farmi innanzi a lui, all'imperatore Panseri, e chiamarlo sul terreno dell'analisi grammaticale e logica, e tentarlo nei soggetti, nei verbi e negli attributi, poi avvolgerlo in un sillogismo traditore, spingerlo in un dilemma senza uscita e fargli perdere scettro e corona.
Questa singolare idea di prestare la mia scienza a mio figlio perchè ne facesse un uso tanto fatale al signor Panseri, continuò a trottarmi per la testa anche quando seppi che nelle scuole comunali di Milano non usavano più i tornei meravigliosi d'una volta, e che da un pezzo, fin da quando non si studiava più il qui quae quod in versi, e non vi era bisogno di nascondere la ferula del signor maestro se non si sapeva la lezione, fin d'allora nessuno aveva più inteso parlare dell'imperatore romano e dell'imperatore cartaginese suo rivale.
In altri momenti, disperando di poter compiere alcuna di quelle mie prodezze, guardavo le cose con occhio diverso; vedevo mio figlio che era piccino e gracile, più gracile e piccino; pensavo quanto il suo corpicciuolo irrequieto dovesse trovarsi a disagio fra le panche della scuola, sotto gli occhi del signor maestro, o me lo immaginavo curvo per lunghe ore sopra una lezione ribelle; allora la vantata forza del signor Panseri non mi tirava a cimento, mi rassegnavo a permettere che quell'imperatore minuscolo si avvolgesse nella sua porpora, senza provare la tentazione di strappargliela di dosso e di far palesi a tutta la scolaresca le sue vergogne grammaticali.
E dicevo ad Augusto pargole riboccanti di senno:
— Tu studia la lezione per aprire la mente alla verità, fa il còmpito giornaliero per esercitarti in ciò che avrai imparato; al Panseri non badare neppure, come se non esistesse, e chissà che un giorno o l'altro non ti trovi d'essergli passato innanzi senza aver patito le ansie del cimento. La scienza, figlio mio, ha questo di divino...
Mio figlio non istava ad ascoltare che cosa avesse di divino la scienza; l'idea di passare innanzi al signor Panseri non gli poteva entrare per nessun verso; bastava accennargliela di passata perchè egli vi si fermasse, sbigottito del mio coraggio, e facesse di no col capo. Assolutamente il signor Panseri era troppo forte, ed io non lo poteva soffrire.