I.

Avevo il cuore turbato, ma la faccia ridente per ingannare Evangelina.

— Che hai? — mi disse vedendomi.

— Nulla; i bambini?

— Giocano.

Sorrisi meglio, e volli darle un bacio, ma a mezza via ella tirò indietro il capo per guardarmi negli occhi. Allora mi vidi scoperto.

— Che hai? — insistette; e la paura, entrando nel suo cuore di sposa e di madre, le faceva abbassare la voce.

— Nulla — ripetei. — I bambini giocano?

— Sì... Augusto! Laurina! — gridò la povera mamma.

Giungono di corsa i due cari monelli. Augusto è il primo, e con un salto mi viene sulle braccia; Laurina, che lo segue da vicino, mi si butta tra le gambe.

È un assalto di baci e di domande: Augusto parla, Laura ripete le sue parole. Ma oggi io non ascolto quella musica, quasi non l'intendo. Le guardo a lungo, poi le bacio a lungo, le mie creature; sento per la prima volta un sapore amaro alla mia grande dolcezza. Uno sguardo pietoso di Evangelina mi va cercando l'anima; comprendo che la poveretta soffre, spiccico dalle mie gambe la tenace Laurina, poi lascio scivolare Augusto.

— Andate a giocare, ma state buoni, non correte troppo, per non sudare... la finestra è chiusa?

I bimbi non rispondono; sono già in cucina.

— Sta zitta — dico a mia moglie; — senti Augusto che fa le due parti di tamburino e di generale; Laurina — mi par di vederla — gli sta alle calcagna per fare l'esercito.

La poveretta stette zitta un momento, poi mi chiese con voce in cui tremavano tutte le corde materne:

— Che è stato?

***

— Nulla — diss'io. — Sono uno sciocco a darmi tanto pensiero, come se dovesse subito toccare la stessa disgrazia anche a noi.

— Quale disgrazia? — insistè Evangelina, e pareva meno rinfrancata.

— Quando un tegolo casca sul capo d'una persona di nostra conoscenza...

Io vidi sulla faccia della mia povera compagna qualche cosa che non m'aspettavo dal mio paragone spropositato; allora m'interruppi e dissi cambiando tono di voce:

— Via, non ti spaventare anche tu più del necessario; all'avvocato Marozzi è morto il figlio l'altra notte, ecco tutto... e ti dicevo appunto che non è una buona ragione...

— È morto di angina maligna? — interruppe Evangelina, che si era fatta pallidissima.

— Già, di angina maligna — balbettai; — ma venivo dicendo a me stesso che non è una buona ragione di spaventarsi tanto... che quando una tegola cade sul capo, mettiamo pure di un amico, non perciò esciamo di casa con la tremarella e abbiamo paura di tutte le grondaie.

Evangelina mi fe' cenno di star zitto, e stette in ascolto; dalla cucina e dall'anticamera giungeva fino a noi il chiasso del tamburo di guerra, interrotto con gran frequenza dagli ordini del generale. La disciplina non impediva all'esercito di unire ogni tanto la sua voce a quella del comando.

— Era un bel ragazzo — disse mia moglie fissando gli occhi nella parete — robusto, forte, ed è morto così?

— In pochi giorni...

— E i medici?

— I medici non ne capivano nulla, gli bruciavano la gola, gli davano del chinino; ieri l'altro stava meglio, ieri è morto.

Evangelina si coprì la faccia con le mani, poi si scosse, e le brillava negli occhi un'energia selvaggia quando chiamò una seconda volta:

— Augusto! Laura!

***

Si udì nella stanza vicina la voce del generale, che ordinava di rompere le file, e immediatamente fu visto l'esercito approfittare della licenza per venire ad abbracciare la mamma.

Augusto, non essendo potuto arrivare prima della sorella, aspettò d'essere chiamato una seconda volta e si affacciò all'uscio; ma era ancora occupato a cacciare le molle del comando in un fodero ideale.

— Venite qui che vi guardi — disse Evangelina scherzosamente — dritti tutti e due; bene; ora mettete fuori la lingua... benone; ed ora ricacciatela dentro...

Ma ai due piccoli monelli non pareva vero di aver trovato quest'altro giuoco, che si poteva fare con la mamma, e continuarono a star lì, a bocca aperta, con le linguette penzoloni, ridendo d'un riso rauco, giocondo. Bisognò picchiare sulla bocca d'Augusto per farli smettere tutti e due, perchè quando Laurina non si credette nell'obbligo di secondare il fratello maggiore, disse col suo solito sussiego: «che ridere!» e non rise più.

— Vediamo — ripigliò gravemente la mamma: — tu, Augusto, non ti senti un po' male al capo, e nemmeno tu, bimba mia? E alla gola non sentite dolore? Non provate alcuno stento nell'inghiottire?

Augusto aveva una mezza pagnottina in tasca.

— Sta a vedere — disse; e ne addentò un grosso boccone che fece sparire prontamente.

— Sta a vedere... — cominciò a dire Laurina frugando nel suo vestitino senza tasche; la mamma la interruppe con un bacio.

— Bisogna dirlo subito alla mamma appena vi sentite un po' di male al capo o in gola. Ed ora andate pure a giocare; ma non correte troppo per non sudare.

Invece di sfoderare le molle del comando, mio figlio sciolse alla nostra presenza la corda che gli serviva di cinturino, e dichiarò alla sorella che bisognava cambiar giuoco.

— Faremo il giuoco del medico — disse; — tu sarai l'ammalata ed io verrò a guarirti.

— Sì, sì, — disse Laurina — facciamo il giuoco del medico.