II.

Non era un matto! O almeno egli non si credeva tale.

Ci aspettò un giorno, due, tre, nei viali dei giardini pubblici e in galleria; all'ultimo non ne potendo più, fece un rapido esame di coscienza, un paio di proponimenti spicciativi, ma saldi, diede un addio frettoloso alla sua bella vita di scapolo, e si presentò alla porta di casa mia per chiedermi la mano di Laurina.

Io stava meditando un ricorso in cassazione; avevo trovato undici cause di nullità nella sentenza d'appello, che dava torto al mio cliente; ed ero attento a trovarne ancora una, per fare la dozzina, quando una musica in anticamera ruppe la mia industria.

«È lui!» pensai, rizzandomi in piedi di scatto, come per ricacciarlo fuori dell'uscio, ma mi rimisi subito a sedere. Uno dei miei scrivani mi portò un biglietto di visita.

— Aspetti — dissi, senza nemmeno guardare; e rimasto solo lessi, sotto uno stemma coronato, un magnifico nome, uno di quei nomi che non invecchiano e sembrano dover essere portati dai giovanotti soltanto: Libero de' Liberi.

Guardai all'uscio ripetendo dentro di me: «Non sarà male che faccia anticamera».

L'impazienza mi vinse e gridai:

— Fatelo venire innanzi.

Perchè mi tremava la voce?

Il signor Libero de' Liberi entrò. Era proprio lui, ed io potei subito notare che si era premunito alla meglio contro la prima impressione e che usciva allora allora dalle mani del parrucchiere.

— Ho il piacere di parlare all'avvocato Placidi? — disse sorridendo risolutamente.

Avevo avuto tempo di fare anch'io il mio proposito, e mi accontentai d'inchinarmi e di accennargli una sedia.

Egli impiegò un tempo relativamente lungo nel mettersi a sedere, e parve cercare un istante qualche cosa fra le proprie gambe e quelle della seggiola; ma vedendo ch'io non fiatava, si decise a ripigliare la parola:

— Vengo per un affare delicato... un affare, dirò così, delicato... propriamente delicato...

Non era carità la mia di starmene ad aspettare in silenzio il resto, ma volevo che il vecchio temerario pagasse sino all'ultimo quattrino il prezzo della sua balordaggine.

Ed egli parlava, sebbene io facessi di tutto per intimorirlo; diceva:

— L'avvocato Placidi non è celebre per nulla: la fama narra che egli ha il cuore... pari all'ingegno...

Vedendo che io non apriva bocca nemmeno per interromperlo e per respingere la sua adulazione, proseguì mutando accento:

— Quando un uomo ha un negozio... dirò così... difficile per le mani, e gli bisogna un valido patrocinio, non vi è meglio che l'avvocato Placidi. Non dica di no...

Io non diceva nè sì nè no, ma a questo punto mi venne la debolezza di credere che il signor Libero de' Liberi, invece di aver fatto quella grande asineria che consiste nell'innamorarsi a sessant'anni di una fanciulla di sedici, stesse lì lì per commettere quell'altra di trascinare il suo prossimo in tribunale. E siccome, essendo così le cose, era mio stretto dovere di non negargli tutto il mio «valido patrocinio» e di accogliere con dignitosa gratitudine le sue parole di lode, gli staccai gli occhi di dosso un momentino per inchinarmi.

Non l'avessi mai fatto! Gli balenò sulle labbra un sorriso di trionfo, e dal modo con cui, senza nemmeno rispondere al mio inchino, si accomodò sulla seggiola, appoggiando il dorso alla spalliera ed accavallando una gamba sull'altra, io vidi che oramai si teneva sicuro della vittoria.

— Il mio negozio è intricato — ripigliò a dire con crescente disinvoltura — si tratta del mio futuro matrimonio.

Si cancellò dalla mia fronte fin l'ombra della condiscendenza che vi era balenata un istante; ma quell'uomo singolare non se ne avvide nemmeno e tirò dritto:

— Sissignore, si tratta del mio matrimonio, poichè sono ancora celibe. Dirà che all'età mia è un po' tardi; ma prima di tutto quanti anni crede che io abbia?...

Mi lesse in faccia che la risposta non lo avrebbe contentato, e si affrettò a togliermi con garbo l'arma che mi aveva messo sbadatamente nelle mani.

— Ho cinquantacinque anni, anzi non gli ho compiti ancora; li avrò fra un mese e sette giorni... Non credo che sia troppo tardi per pigliar moglie... nè troppo presto — soggiunse per rispondere forse ad un sorriso ironico che aveva visto sulle mie labbra. — Ho saputo aspettare io! Ne conosco più d'uno che a quest'ora è pentito di non avermi dato retta, e di aver avuto troppa furia di prender moglie, come se le ragazze da marito dovessero mancare... La leggerezza, signorini miei, guasta i nove decimi dei matrimoni; il mio non può andar a male... perchè vi ho pensato molto.

Ancora non avea messo innanzi la mia figliuola, e io poteva, senza commettere villania, cedere alla tentazione di dargli il fatto suo, e chi sa? fors'anche prevenire una discussione fastidiosa. Quand'egli si vantò d'aver pensato molto al suo matrimonio, io, senza ombra di malignità nell'accento, feci la mia timida osservazione:

— Forse troppo!

Fu come se gli avessi avventato una doccia fredda; rimase stordito alquanto, subito reagì, baldanzoso come un galletto.

— Le domando scusa, credo d'averci pensato abbastanza e niente più.

— Le domando scusa anch'io — entrai a dire con un magnifico accento da minchione che tante volte ho poi cercato inutilmente di imitare; — le domando scusa anch'io, ma con le persone che si degnano di richiedere il mio patrocinio, ho sempre avuto l'abitudine d'essere schietto. Non vi devono essere sottintesi fra un avvocato e il suo cliente; è la mia massima.

Egli m'interrompeva col gesto, io avevo infilato la mia dimostrazione, e non ero disposto ad arrestarmi fin che fossi andato alla fine.

— Prima d'entrare nei particolari del suo negozio, mi lasci esprimere alcune idee generali. Scopo del matrimonio è, o almeno dev'essere, la figliolanza; quando gli sposi sono giovani, hanno dinanzi l'avvenire; la prole nascitura, salvo impreveduti disastri, è al sicuro, perchè crescerà sotto l'occhio amoroso dei genitori, i quali avranno tutto il tempo d'invecchiare al servizio della felicità dei loro figli; passata una certa età, il matrimonio significa l'abbandono innanzi tempo delle creature stentate che si metteranno al mondo.

Vedendo l'inefficacia della sua mimica per troncarmi in bocca il periodo, il signor De' Liberi aveva preso bravamente il partito di lasciarmi dire, annotando con una fregatina di mani le parole che, secondo me, dovevano ferirlo nel vivo.

Quando io tacqui, egli non si affrettò neppure ad interrompermi, e solo dopo essersi fregato ancora una volta le mani mi disse, curvando il capo verso il pavimento e guardandomi di sotto in su in una maniera vezzosa:

— Posso parlare?

— Parli.

— Ecco — incominciò egli, imitando malamente la strana dolcezza del mio accento — ella può avere mille ragioni astratte, che al caso mio non fanno, per tante altre ragioni concrete che le dirò poi. Ripeto che ella può avere mille ragioni astratte, non dico già che le abbia. Dirò anzi, se permette, che non nè ha nemmeno una. Mi spiego. Che del mio matrimonio sia scopo la figliolanza, passi in rettorica, ma logicamente non può passare. La figliolanza è per solito la conseguenza del matrimonio, ed io desidero che il mio non faccia eccezione; ma lei non mi vorrà dire sul serio che i coniugi senza prole siano come chi dicesse i falliti del matrimonio, e che la loro unione riesca inutile. Io voglio pigliar moglie anche per avere dei figliuoli, ma prima di tutto perchè ho visto abbastanza del mondo da contentare tutte le curiosità pericolose per la vita domestica, e posso oramai aprire tranquillamente il cuore a un affetto vero e durevole. Piglio moglie perchè credo giunta per me l'ora di essere amato e d'amare; e il mio affetto non sarà cieco, anzi si vanterà d'essere intelligente. Se non isbaglio, ho qualche anno più di lei....

— Quindici — insinuai con garbo.

— Ho qualche anno più di lei, e si può fidare della mia esperienza. Ebbene, io le assicuro che i giovani non sanno amare, che prima dei quarant'anni nessuno può vantarsi di sapere l'abbici dell'arte di rendere felice una donna; io la so tutta...

Si era andato accalorando a poco a poco, e nella foga della confutazione aveva smesso l'accento melato dell'esordio; ma a questo punto indovinò forse nel mio sorriso il timore che egli avesse avuto tempo di dimenticare quell'arte di cui s'impara l'abbici a quarant'anni, perchè, abbassando la voce e ripigliando il fare carezzevole di prima, ripetè:

— Ho cinquantacinque anni non compiti, sono nel fiore dell'età. Io le leggo in faccia, che, sebbene più giovane di me, lei si crede vecchio; invecchi per davvero e diventerà della mia opinione. È il difetto della nuova generazione, quello di voler essere decrepita. La natura aveva assegnato all'uomo un periodo di vita, al cui paragone le nostre due età messe insieme fanno appena appena una fiorente virilità. La fisiologia delle piante e degli animali ha dimostrato che ogni creatura vivente può campare otto volte il tempo che impiega a raggiungere il suo massimo sviluppo. L'uomo si forma fino a venticinque anni; faccia il conto; sono dugento anni di prova che l'umana impazienza è riuscita a ridurre a meno della metà. Ma io non sono impaziente; ho buona salute perchè mi sono goduto il mondo con metodo. Faccio conto di campare ancora molti anni, di vedere i miei figli maschi nell'esercito o in una pubblica amministrazione, e di dare alle mie ragazze dei mariti... che mi somiglino...

Sorrise con malizia. Era la prima allusione alla mia Laurina, ma non andò oltre. Contentone della parte che gli avevo messo nelle mani, non voleva barattarla con un'altra. Senza sfidare apertamente un rifiuto, egli difendeva la sua causa con comodo sapendo benissimo d'essere inteso. Ed io quasi mi pentiva di non averlo messo con le spalle al muro.

— Mettiamo — ripigliò dopo una pausa — per farle piacere, mettiamo che scopo del matrimonio sia la figliolanza, mettiamo che mia moglie mi dia dei figli, mettiamo anzi allegramente che me ne dia una dozzina, e infine mettiamo che un accidente imprevisto mi faccia morire prima del tempo e tolga alla mia famiglia il più amoroso dei mariti e dei padri; il danno, relativamente alla enorme sventura, sarà irreparabile per me solo.

Abbassò la voce e prese un'aria modesta nel soggiungere:

— Sono ricco!

Non sapevo veramente come ribattere; nel campo dei ragionamenti astratti tutto quello che ancora potevo opporre era un ma.

— Me ne rallegro — risposi — ma...

Egli pensò ch'io volessi maggiori spiegazioni e rincalzò così l'ultimo suo argomento:

— Sono ricco, e non me ne vanto, perchè le mie ricchezze non me le son fatte io: ad ogni modo, sia ringraziato mio padre buon'anima, sono ricco; posseggo ottocentomila franchi quasi tutti in cedole del debito pubblico e in risaie. Se sarà necessario, assicurerò la mia vita a favore dei miei eredi. Io non ho la sciocca paura di morire subito dopo essermi assicurato; tutt'altro; so, perchè me lo insegna la statistica, che chi si assicura ha la probabilità di campar molto di più, e che solo perciò le società d'assicurazioni spartiscono dei grassi dividendi. Ma posso morire d'una caduta da cavallo; posso essere fulminato, sebbene la mia casa di città e quella di campagna siano munite di parafulmini; posso perire in uno scontro ferroviario...

— Possiamo — interruppi gravemente — essere presi alla sprovveduta in una notte serena, ed essere accoppati e seppelliti in un punto solo, da un bolide che ci caschi addosso.

— Perciò — prosegui senza scomporsi — mi propongo d'assicurare la mia vita; e lo farò la vigilia delle nozze. Sarà una specie di dote che porterò io a mia moglie, la quale deve entrare nella casa coniugale col suo fardelletto di ragazza e niente più.

Questa volta credette proprio d'avermi soggiogato, perchè mi piantò gli occhi in faccia come un creditore. Lasciai durare il silenzio quanto bastasse a far perdere al mio avversario un po' di sussiego, poi dissi tranquillamente:

— Io sono qui a discutere con lei intorno a una teorica, di cui non veggo l'applicazione.

— L'applicazione, l'applicazione.... l'applicazione eccola: lei ha una figliuola che mi piace, sissignore, mi piace; mi piace molto, mi piace troppo, mi piace tanto che vorrei sposarla. Non conoscendo nessuno per farmi presentare — proseguì dopo una breve pausa con accento più umile — eccomi qua alla libera; siccome è un negozio che mi sta a cuore, ho voluto trattarlo in persona. Non ignoro che corrono pel mondo dei pregiudizi contrari alla mia felicità; voglio difenderla io stesso.

Parlava con una gravità inusata, e non pareva più il medesimo uomo di prima, quando soggiunse:

— Se dopo queste spiegazioni, rimane ancora qualche cosa di bizzarro nella mia condotta, signor avvocato, si metta nei miei panni e mi difenda lei.

Era il punto difficile: al momento di dare un'afflizione a quell'uomo audace, io lo trovava simpatico, e quasi non mi pareva audace; era ben conservato, non bello, ma di lineamenti regolari; se non gli aveva ritinti, i capelli che gli rimanevano erano pochi ma neri. Pensavo: «quanti babbi e quante mammine si lascerebbero tentare dalle sue ottocentomila lire di patrimonio! Palazzo in città, palazzo in campagna, risaie, cedole del debito pubblico.... Oh! quante fanciulle di sedici anni perderebbero la testa!...

— In tutto ciò — risposi gravemente — io non vedo altro di bizzarro se non la sproporzione dell'età; che lei pigli moglie a cinquantacinque anni è cosa naturalissima, non avendola presa prima... ma lei forse ignora quanti anni ha la mia Laura.

— Laura! Si chiama Laura?

— Si chiama Laura Antonietta Maria Eugenia, e non ha che sedici anni!

Pronunziai queste parole in modo che dovessero colpirlo, e per verità egli parve scrollato. Senza dargli tempo di riaversi, proseguii:

— Vedendola alla passeggiata, al braccio del babbo, quando giuoca alla signorina, può ingannare, ma è proprio una bimba; va a scuola e veste ancora la bambola di nascosto.

Mi ascoltava a bocca aperta; uscito dal primo stordimento, i sedici anni di mia figlia non lo scoraggiavano più; tutt'altro; pareva estasiarsi a ogni mia parola e ricominciava a farmi dispetto.

— Sedici anni! — balbettò quando io tacqui vedendo che le mie parole non facevano altro che solleticare la sua fantasia amorosa... — Sedici anni sono pochi... quando non sono abbastanza. Questa volta credo che bastino: come lei dice benissimo, la signorina Laura è molto sviluppata; vedendola alla passeggiata, non le si darebbero sedici anni soltanto... Sedici anni!... compiti beninteso... che significano diciassette pel giorno delle nozze. Ebbene in fede mia, tanto meglio: io non ho nulla in contrario!...

— Mi spiace di contraddirle — interruppi infastidito; — ma sono costretto a ringraziarla dell'onore che vuol fare a mia figlia...

— Un momento: non mi dica di no, senza lasciarmi parlare. Lei stesso poco fa diceva naturalissimo che io pigliassi moglie...

— Sicuro... e soggiungerò, se me lo permette, che nei suoi panni la vorrei stagionata.

— Mi scusi tanto, ma lei farebbe una corbelleria. Alla mia età non vi è altra scelta: o rimanere scapoli, o sposare una fanciulla, non dico proprio di diciassette anni...

— Manco male!

— Ma che non abbia passato i venti. Un matrimonio, come lo voglio fare io, ha tutte le probabilità di essere felicissimo; non si sono ancora ficcati dei grilli in una testina di fanciulla; non vi sono entrate delle opinioni storte, quasi non vi sono entrate nemmeno delle opinioni; è un terreno vergine, pronto a ricevere ciò che vi si saprà seminare. Io non costringerò già mia moglie a fare quello che mi piacerà, ma farò mia moglie come mi piacerà che sia, cioè a dire felice. E perchè una moglie sia felice, mi pare che debba essere affettuosa, modesta, casalinga e innamorata... del marito. Sbaglio? A diciassette anni è già una festa il solo entrare in possesso d'un mazzo di chiavi; giocando a far la padrona, la fanciulla si innamora della casa e si fa un'abitudine dell'amor coniugale. Una felicità così incominciata deve sfidare il tempo a dispetto dei teatri, de' libri e delle amiche; perchè, dica lei: che cosa mancava quasi sempre nei matrimoni andati a male? «Mancava il marito». Le abitudini, le curiosità, le irrequietezze dei giovani d'oggi fanno che nella maggior parte dei matrimoni il marito sia assente. La moglie abbandonata si dà per disperazione ai romanzi e alle amiche. E se una volta sbaglia, e per eccesso di disperazione si dà anche a un amico, di chi la colpa?... Sorride, signor avvocato? Segno che ho ragione...

— Lei non ha torto, lei dice delle cose piene di giudizio; ma io non posso rispondere altro se non che per ora ho tutt'altro per il capo che dar marito a mia figlia...

— Ebbene, aspetterò... posso aspettare.

Lo guardai in faccia come si guarda un portento, egli indovinò il mio pensiero e soggiunse:

— Non dico d'aver del tempo da buttar via, ma per farle piacere posso aspettare... Sentiamo, quanto tempo vuole che io aspetti? Un anno, due?...

— Si va fuori di strada, caro signore; io da lei non voglio nulla; se mi fa l'onore di chiedermi la mia opinione astratta in proposito del suo matrimonio, io glie la dò nuda e cruda. I ragionamenti con cui lei difende la sua causa sono speciosi, sono belli, fanno, come diciamo noi, effetto; ma a chi ne ricerca il fondo appaiono quello che sono: i sofismi dell'impotenza.

Quest'ultima parola per poco non lo fece andare in collera, e gli bisognò adoperare tutta la sua forza d'animo per respingerla pacatamente.

— Impotenza no... tutto quello che vuole, signor avvocato, ma impotenza, no; io sono nelle sue mani; maltratti me, se crede, ma non offenda le verità fisiologiche...

— Non ho voluto offendere la fisiologia, e se l'ho offesa senza saperlo ne chiedo scusa — proseguii: — le dicevo dunque il mio parere astratto; ed è che il matrimonio deve essere comunanza d'idee, di istinti, di bisogni, di aspirazioni, di sentimenti, cementata dall'amore. Le sproporzioni enormi di età creano quasi sempre un legame fittizio, in cui deve essere o tutto sacrifizio da una parte o tutta condiscendenza dall'altra...

— Un po' di sacrifizio da una parte — interruppe con accento melato — un po' di condiscendenza dall'altra....

— Se poi mi chiede mia figlia — proseguii senza badargli — le dirò che io non ne dispongo come una derrata; se ne disponessi, mi piace parlarle schietto, non gliela darei.

— E, a parer suo, si stenterà a trovar un padre che voglia dare alla propria figliuola un uomo come me, senza il costo d'un quattrino?... perchè io non voglio dote...

— Non dico questo; credo anzi che lei non istenterà niente affatto: ma le consiglio di riservare sempre per ultimo, come fa oggi, l'argomento della dote. Dare la dote alla propria figliuola, anche se costa un sacrifizio, è un diritto che i genitori si tengono caro, a cui essi non vogliono rinunziare.

Mi guardò con una gran voglia di contraddire al mio ottimismo, ma io guardai lui bene in faccia, s'inchinò e tacque.

— Forse — disse poi freddamente — quando la signorina Laura saprà...

— Mia figlia — interruppi levandomi da sedere — non saprà nulla; essa è in età che non mi obbliga a consultarla.

Con questa dichiarazione esplicita gli diedi un colpo tremendo.

— È singolare — balbettò — lei dispone così della felicità di sua figlia senza nemmeno interrogarla.

— Scusi, ma io non dispongo di nulla; lascio mia figlia libera di fare a suo tempo, e con giudizio, la propria felicità.

— La felicità — sentenziò quell'ostinato — non si presenta sempre due volte; io ho la coscienza di poter fare felice la signorina Laura, e mi pare che non vi sarebbe alcun male se la signorina conoscesse le mie intenzioni...

— La signorina Laura — ribattei con pacatezza — fino a due anni fa era contenta di sposare il babbo: dica un po' lei se mi devo pigliare la briga di metterle in capo il suo strano progetto.

— Voleva sposare il babbo! — esclamò con gioia quell'innamorato testardo; — voleva sposare il babbo!...

— Scusi — dissi per troncare la sua estasi — dimenticavo che sono aspettato.

— Ritornerò — diss'egli prontamente — ci pensi...

Mi porgeva la mano, ed io la presi un momentino; s'inchinò, m'inchinai, sparve.

Rimasto solo, mi sentii come sopraffatto dal peso di una sventura che le mie forze paterne non bastassero a sopportare, e corsi a gettare il mio sgomento nel seno di Evangelina.