II.
Io guardava con occhio attonito. Le note sembianze di quella cameretta, indifferenti al raggio di sole che penetrava dalla finestra, non mi sorridevano più come una volta. Persino i putti rosei, che avevamo messo a folleggiare sul parato e sulle tende, si lamentavano dell'abbandono.
Vidi spuntare uno stivaletto di sotto una seggiola, e vi fissai l'occhio fantasticando.
Mia moglie non si moveva; io mi avvicinai alla piccola scrivania di Laura, su cui erano sparse poche carte, e istintivamente radunavo le pagine sparse, quando mi fermarono gli occhi alcune parole scritte con mano mal sicura:
«Alla mia cara mamma — dicevano — perchè sappia che l'ultimo mio pensiero di fanciulla è stato per essa».
Leggendo queste due righe, io vedeva mia figlia ritta al mio posto, in abitò di nozze; scriveva coi guanti e in fretta per non farsi aspettare, poi si voltava per guardarsi intorno prima di lasciare per sempre il nido che suo padre e sua madre avevano fatto bello per lei; intanto deponeva la penna sulla scrivania... dov'è la penna? Ma la penna rotolava a terra... Eccola appunto!
— Evangelina! — chiamai con voce commossa. Mia moglie sollevò il capo a guardarmi, e fu indovina.
— Leggi — le dissi; e intanto che essa leggeva, io mi chinai a raccogliere la penna.
— Angelo caro! — mormorò la povera madre contenta.
***
— L'ultimo suo pensiero di fanciulla è stato per te — cominciai a dire lasciandomi cadere sopra una seggiola, a piedi del letto; — ma il penultimo fu per il babbo, ne sono sicuro, sebbene non sia scritto.
Evangelina temette di scorgere nelle mie parole un'ombra di gelosia, e mi guardò alla sfuggita; io la rassicurai soggiungendo:
— A quest'ora pensa a tutti e due, e quel dabbenuomo di suo marito, perchè la vede sorridere, immagina che abbia dimenticato il babbo e la mamma, la casa e il mondo, per pensare solo ad essere innamorata di lui: tutti così i mariti.
— Angelo caro! — mormorò Evangelina e venne a sedersi in faccia a me, nell'unica seggiola rimasta, al capezzale del letto. Sembrava che visitassimo una cara ammalata, e io ne feci subito l'osservazione.
— Invece visitiamo un'assente: — disse la povera madre; ed era svanita ogni nube dalla sua fronte, e già gli occhi suoi lucevano ricercando, nell'avvenire, la felicità di sua figlia.
— Laurina — entrai a dire con la gravità di un giudice — Laurina è buona, e ha diritto d'essere felice.
— La felicità — rispose mia moglie, abbassando la voce — non è sempre di chi la merita. Vi sono delle anime tanto buone, che paiono venute al mondo per far bella la sventura.
Io dissipai quella idea superstiziosa assicurandole che Laurina, diventando moglie, saprebbe trovare un paio di difetti nel suo sangue paterno... — (O materno — interruppe Evangelina ridendo: e io feci l'aggiunta senza ridere; — o materno)... tanto da meritare il castigo della felicità per sè, per il marito e per i figli nascituri.
— Suo marito è buono — disse Evangelina contenta — è proprio buono.
— Ha un cuore d'oro, e vuol bene a nostra figlia.
— Non vi è pericolo che egli si guasti, come è accaduto a tanti; è un uomo serio... fin troppo... Ecco — prosegui mia moglie trattenuta da quell'idea maligna — se dovessi proprio dire tutto il mio pensiero, mi pare troppo serio...
— Se dovessi dire tutto il mio pensiero — soggiunsi — mi pare anche troppo lungo.
Rise e subito l'idea maligna la lasciò andare.
— La serietà del marito — dissi allora — è un pericolo quando la moglie è frivola, o quando il marito non ha conosciuto il mondo.
— Il dottor Lelli lo ha conosciuto?
— Lo ha conosciuto.
— Come lo sai?
— Me lo diceva lui stesso. A formare l'uomo moralmente sano — mi diceva — devono concorrere alcuni elementi malsani, che si formano e si dissolvono. È press'a poco ciò che il signor De' Liberi, suo rivale, te ne ricordi? chiamava «le curiosità contente dell'uomo maturo pel matrimonio». Salvo che egli aveva avuto troppe curiosità, e per contentarle tutte ci aveva messo del gran tempo.
— E il dottore ti ha confidato?...
— Non mi ha confidato... ma ho capito; ho capito che non è un ingenuo, che sa la sua parte di mondo...
Mia moglie non era soddisfatta; trattandosi del marito di sua figlia, aveva anch'essa una grande curiosità da contentare. Allora mi ricordai d'essere avvocato. Nei momenti difficili dell'arte oratoria, che cosa mai ci salva, se non è la rettorica?
— Bisogna avere bevuto una volta almeno un po' di feccia, per imparare a bever la vita senza intorbidarla.
— Nostro genero ne ha bevuto della feccia?
— Nostro genero ha imparato a vivere.
Evangelina stette un po' in silenzio, e a me parve di poterla abbandonare un istante alle sue fantasticherie, per seguire col pensiero gli sposi che si allontanavano col treno diretto.
A un tratto mia moglie esclamò:
— A quest'ora sono a Codogno, stanno per arrivare a Piacenza.
— Sbagli — dissi; — non possono essere che a Lodi.
— Vediamo l'orario?
— Vediamo l'orario.
E alla povera madre sembrò d'essere ancora avvicinata alla sua creatura, quando, interrogato l'orario, l'ora e il minuto, potè affermare che gli sposi dovevano essere a mezza via tra Casalpusterlengo e Codogno.
— Un po' più che a mezza via — corressi scrupolosamente.
Per tacito accordo, tenendo l'orologio in mano, aspettammo che il treno si fermasse a Codogno; allora ci guardammo in viso senza dubitare della serietà di quell'atto.
— Sono arrivati a Codogno! — disse mia moglie gravemente.
— Non ancora — esclamai con uno scatto che la fece ridere; — il treno è in ritardo di due minuti.
***
Cominciò da Codogno il nostro viaggio attraverso l'avvenire dei nostri figli; in quelle terre incognite io veniva innanzi aprendo il passo a mia moglie; e quando l'inquietudine materna faceva spuntare uno sgomento dove il padre ingenuo aveva seminato una speranza, affrettavo l'andatura e volgevo gli occhi a un altro orizzonte. Ma per quanto io facessi, il nostro cielo si oscurava ogni tanto; noi e i figli nostri e i figliuoli dei nostri figli avevamo cento maniere accertate d'essere felici, e una sola di non essere; ma quest'una valeva più di cento, si chiamava l'ignoto.
— La felicità non si governa con le leggi delle probabilità — disse ad un certo punto Evangelina.
— Beati gl'infelici! — soggiunsi io tra il serio e il faceto. — Essi possono sperare.
E mia moglie ripetè con un tremito nella voce, e proprio sul serio:
— Beati gl'infelici! Essi possono sperare.
Ma giunse fino a noi un rumore di passi che si avvicinavano. Ci rimase appena il tempo di sorriderci a vicenda per prepararci a sorridere al nonno.
Vidi, abbandonato sulla specchiera, il nastrino azzurro che mia figlia portava al collo la vigilia; me ne impadronii passando e lo cacciai nel taschino del panciotto.
Mia moglie non si avvide di nulla, e io senza sapere perchè, ne fui contento.
— Dov'è Augusto? — domandò Evangelina a suo padre, che entrando nella camera di Laurina sembrava provare qualche cosa di cui egli medesimo si stupiva.
— È di là che studia; quel povero ragazzo non ha in capo che la sua laurea. Già!... — sospirò guardandosi intorno — la gabbietta era graziosa, ma vi mancava il nido, e la rondinella è andata a farselo. Dite un po'; eravate qui a sospirare voi altri?
— Manco per sogno! — proruppi. — Lo sai? Tutto ben esaminato e ponderato, Laurina ha fatto un matrimonio magnifico, e sarà felice e farà felice suo marito.
Mio suocero prese a guardare prima me, poi sua figlia, e di nuovo me con una curiosità corbellatoria.
— Saranno felici — mormorò Evangelina.
— Proprio? — chiese lui con una gran voglia di beffarci; ma non seppe vincersi ed esclamò ingrossando la voce:
— Io vi dico che saranno felici e che avranno dei figliuoli! Questo ve lo dico io: e li avranno presto... almeno uno!
— Maschio? — domandai.
— Non lo so — rispose ingenuamente il povero uomo.
Si capiva che oramai egli era di facile contentatura, e che, pur d'avere un pronipote, non avrebbe guardato al sesso.