IX.

Vedersi all'alba dalle finestre, affidare all'etere compiacente il principio di un bacio che sarà compiuto con sicurezza più tardi, incontrarsi poi su per le scale, in cortile, per via andando a scuola, e potersi abbandonare verso il tramonto, col pretesto di rimpiattello o di mosca cieca, ai teneri cicalecci dell'amore; ditelo voi che dalla strada, perduti in mezzo alla folla, mandate i sospiri a una finestra del quarto piano, chiusa da un padre severo, ditelo voi: non è soverchia felicità?

E pure mio figlio non ne aveva abbastanza; gli rimaneva un desiderio insoddisfatto, un desiderio prepotente: impadronirsi di Angela, non lasciarla più... sposarla, sissignori! Povero Augusto! Io indovinava la strana condizione del suo spirito innamorato; il tempo severo, il tempo inesorabile non trattava la futura coppia allo stesso modo; era con lui lento, pigro, sgarbato; con lei era vario, industrioso, galante.

Già, sebbene minore di due anni, Angela era quattro dita più alta di Augusto; e crescendo ogni giorno a vista d'occhio, rimaneva bella.

Un giorno scese in cortile coi capelli annodati in una foggia più semplice, e un altro giorno la mamma le allungò le vesti, e un altro giorno, tornando da scuola, non portò più i libri in mano, ma li consegnò alla fantesca. Era semplice e innamorata ancora; ma non era più la bimba d'una volta.

Augusto assisteva a questa trasformazione col cuore sgomento; maltrattato dall'età, egli aveva il naso fiorito e la fronte piena di bernoccoli; dimagrava senza crescere in proporzione e la sua faccetta espressiva era oscurata da pensieri amari.

Fu un periodo di torture.

Dopo tutti i guasti che l'amore, l'età e il latino avevano fatto nel corpo di mio figlio, la sorte gli riserbava un'altra afflizione ben più amara: la partenza d'Angela!

Angela partiva, cioè a dire abbandonava a Pasqua il cortile e la casa. Addio facili colloqui, addio sicuri baci, addio giuochi innocenti, addio per sempre, addio, addio, addio!

Così scrivevano gl'innamorati, esagerando il tono pel gusto d'essere molto infelici.

— Giurami che sarai mia o di niun altro — scriveva mio figlio, e Angela giurava, per non sbagliare, su ciò che aveva di più sacro al mondo.

Venne il giorno crudele della separazione; Angela portò l'amor suo in una via lontana, in un quartierino con le finestre verso corte. Il disastro era compiuto.

No, ancora il disastro non era compiuto; ma che si dovesse compiere era destino.

Facendo ogni giorno una carezza ad Angela, dando ogni giorno uno scapaccione ad Augusto, aggiungendo un vezzo a lei, un furuncolo a lui, il tempo maligno intraprese l'opera villana di separare l'inseparabile, di distaccare due cuori che si erano giurati «su ciò che di più caro eccetera» di battere l'uno per l'altro.

Solo un mese dopo la partenza d'Angela, essendo andati a far visita ai suoi genitori, la nostra nuora ci apparve trasformata; già Augusto nel farsele intorno provava una soggezione istintiva.

Si adoravano ancora per iscritto, ma a quattr'occhi la bimba d'ieri l'altro aveva certe movenze, certi sguardi da donna che sconvolgevano tutto il sistema amoroso di mio figlio.

Fu peggio quando Angela, dopo essere rimasta cinque mesi in campagna, tornò a Milano in novembre. Io stesso, vedendola, alla presenza di mio figlio la chiamai signorina. E m'avvidi, dalla risposta, dall'accento, da un certo sussiego carino assai, che non per la prima volta un uomo barbuto le dava questo titolo che fa battere il cuore a tredici anni.

Ma aveva essa tredici anni veramente?

Sì, tredici anni compiti, e li portava come una donnina: Augusto, a disagio nei suoi quindici, se ne stava in un canto, solo col suo amore spaiato. Non vi era più da farsi illusioni; al paragone di Angela, mio figlio era un fanciullo; il giochetto d'amarsi poteva durare alcuni mesi ancora, purchè egli si acconciasse alla parte di vittima predestinata; doveva poi inevitabilmente finire per una sciabola che picchiasse sul lastrico in onore della signorina, o per un sigaro votivo che si accendesse nel buio della notte in una finestra borghese verso corte.

Mio figlio sentì il destino che gli piombava addosso e lo prevenne. Il suo sistema di tradimento perfezionato da una lunga pratica epistolare, gli suggeriva di scrivere; ed avendo differito troppo, il caso volle che egli si facesse bello d'un eroismo non suo: parlò.

Quel che egli dicesse alla sua bella, quali frasi adoperasse per farle intendere che la lasciava libera di accettare gli omaggi dell'ufficialità dell'esercito, non lo seppi mai.

Furono probabilmente poche parole dette nel vano della finestra in salotto, un giorno che Angela era venuta a farci visita, mentre la mamma, Evangelina e io affermavamo con mirabile accordo che la temperatura si faceva rigida e che già il termometro segnava...

Che cosa segnava il termometro?

Io seguiva con la coda dell'occhio le mosse dei due che si erano avvicinati con un po' di titubanza. Mio figlio parlava, scrivendo col dito degli A maiuscoli sui vetri appannati, e cancellandoli tosto; Angela ascoltava guardandolo fissamente.

— Va bene — mormorò essa in ultimo.

E mio figlio, scattando come una molla, annunziò con molta disinvoltura:

— Nevica!

— Davvero?

— Davvero?

Ma già avremmo dovuto immaginarlo; da alcuni giorni la temperatura si era fatta rigida, il termometro segnava...

Che cosa segnava il termometro?