V.

Quella giornata non doveva finire, e finì più presto delle altre.

Venne l'ora crudele, in cui nostro figlio, rifasciato, rivestito con la cuffia in testa, sebbene nelle braccia della mamma, non altro aspettava che Giuseppe per andarsene.

E venne anche Giuseppe col berretto in una mano e una grande incertezza di movimenti nell'altra. Poi la notte entrò nelle nostre stanze piene ancora del caro assente, senza che noi ci accorgessimo del buio.

Fu la fantesca a portare molto tempo dopo il lume acceso; allora anche l'amato fantasma se ne andò; rimanemmo interamente soli.

— A quest'ora dorme — mi disse Evangelina rispondendo al mio pensiero.

— E sogna babbo e mamma.... il babbo sopratutto...

Siccome lo scherzo non bastava, chiamai la fantesca, e le feci un cenno che essa comprendeva benissimo.

Allora soltanto Evangelina sorrise.

Aspettai un po' trattenendo mia moglie con una gravità teatrale, e interrogando con gli occhi il nostro orologio a pendolo, dissi:

— Possiamo andare.

Diedi il braccio a Evangelina, e ci avviammo tutti e due, io grave, essa ridente, a goderci il magnifico lume della nostra lampada accesa in salotto.

***

Dopo quel giorno le visite d'Augusto e le nostre si fecero più frequenti, e sul finire d'autunno tornando da Musocco a casa non avevamo più il segreto affanno di una volta. Fra nostro figlio e noi si era fatta amicizia: egli ormai conosceva babbo e mamma, e facendosi pregare un po' pronunziava malamente questi teneri nomi per mandarci in estasi.

La via maestra non ci pareva più tanto polverosa e la pianura lombarda apriva agli occhi nostri orizzonti nuovi, deliziose vedute.

— Hai badato? Mi ha riconosciuta da lontano ed ha agitato le braccia per l'allegrezza! — diceva la mamma.

— Verissimo — rispondeva il babbo — ci ha riconosciuti subito; e quando io gli feci vedere i bei grappoli d'uva che avevamo portato per lui... te ne sei accorta?... ha allungato tutte e due le mani...

— Sì, e diceva due, perchè voleva averne un grappolo in ciascuna mano.

Tutto questo era verissimo; nostro figlio conosceva noi, conosceva l'uva, sebbene la vendemmia non fosse incominciata ancora, e quando d'una cosa che gli andava a genio ne voleva molta, per misurare la quantità e la capacità massime, egli pigliava le sue mani, che erano due.

Sì, Augusto faceva tutto questo, mettendo di buon umore sua madre, e svegliando gl'istinti filosofici del babbo, il quale faceva — ahi! non sempre dentro di sè — delle considerazioni, che avrebbero dovuto essere curiose, sulla proprietà e sul possesso.

— Osserva — dissi un giorno — come si manifesta l'istinto della proprietà in Augusto; egli vede sulla tavola una cosa che gli piace, ne piglia con tutte e due le mani; quanto ha afferrato è suo; tutto quel che è rimasto sulla tavola non gli appartiene. — E entrando mentalmente nella mia toga di avvocato, soggiunsi con un tantino di enfasi oratoria: — Quanto è dunque vero che la proprietà richiede il possesso! Badiamo però a non esagerare il principio, argomentandone che in ogni caso il possesso tenga luogo di titolo, cioè che la proprietà sia il furto. La proprietà non nasce mai senza il possesso, ma può senza il possesso mantenersi... — A poco a poco avevo preso il tono giusto, cioè mi canzonavo coscienziosamente, ma parendomi di vedere io stesso nelle mie ultime parole una luce che i giurisperiti non ci avevano messo; m'infervorai sul serio.

— Senti bene, Evangelina, perchè è una trovata; senti bene.

Evangelina voltò la faccia verso di me, ma pensava ad altro, e io, benchè sicuro che non mi ascoltava, ripetei, contando le sillabe d'ogni parola, e dando un giro più elegante alla mia frase:

— La proprietà senza il possesso non nasce, ma può senza il possesso mantenersi.

Evangelina disse ah! appena appena; io mi dichiarai soddisfatto.

Si tornò a parlare di Augusto.

Se ne parlava sempre, era la nostra felicità futura.

— In marzo avrà quattordici mesi; del latte della balia non saprà più che farne; ha già messo quattro dentuzzi bellissimi; ne sta mettendo altri due; per mangiar le pappe e le minestre basteranno; non è vero che basteranno?

***

E un giorno, un bellissimo giorno d'aprile, Augusto venne con un mazzolino di viole in ogni mano. Le viole piacevano tanto alla mamma, e la balia lo sapeva, ma qualcuno forse aveva detto a mio figlio che, regalate da lui, le viole sarebbero piaciute tanto anche al babbo, e perciò egli ne aveva voluto due.

Quel giorno Augusto entrò in casa, com'era sempre entrato, girando sguardi curiosi di qua e di là, sorrise a babbo e mamma, come lui solo sapeva sorridere, si lasciò menare in giro per le stanze senza piangere, e dormì il sonnellino di un'ora nella culla, tal quale come le altre volte; ma facendo tutto ciò che aveva sempre fatto, egli aveva forse una solennità insolita, un'amorevolezza nuova, perchè metteva nel nostro cuore una gioia più luminosa e più grave? No: Augusto veniva per non andarsene più.

Tutto quel giorno vidi luccicare due grosse lagrime negli occhi della balia. Non perciò la compiangevo. La felicità mi rendeva crudele.

E quando fu l'ora degli addii, Evangelina venne a porgere a Marianna il bambinello, perchè lo baciasse, e prima la povera donna rise per obbedienza al proprio temperamento, poi pianse senza far piangere mio figlio, poi rise un'altra volta del suo Giuseppe, che si asciugava le lagrime con l'ala del cappello, io ebbi un rimescolìo di sentimenti buoni e cattivi, e un sentimento sopra tutti: la gioia di veder mio figlio indifferente.

E glielo dissi tra il serio e il faceto:

— Bravo, tu sei un eroe!

Allora la balia non rise.

Evangelina mi diede uno sguardo di pietà che mi fece vedere il fondo del mio cuore di padre, e mi consegnò Augusto per essere libera di baciare replicatamente quella faccia lagrimosa in cui nostro figlio aveva imparato a sorridere.

E allora la balia rise.

A quella scena, di cui più tardi dovevano venirmi in mente tutti i particolari penosi, allora io assisteva con un'impazienza dissimulata appena; tutto il dolore della povera donna, che cessava d'esser madre di Augusto, diventava piccino al paragone della nuova grandezza che pigliava a un tratto il sentimento della mia paternità.

Tenevo Augusto in braccio, pensando che fra pochi minuti egli comincerebbe a essere interamente mio figlio. Sorridevo al disgraziato Giuseppe, e intanto pensavo che lo avrei spinto volentieri fuori dell'uscio.

Se n'andarono — e Augusto non pianse!

Rimasti soli col piccolo eroe, ci sentimmo per un po' come impacciati della nostra felicità; non sapevamo in che modo fargli festa, e dimostrargli la consolazione che ci dava col suo contegno esemplare, e glielo dicevamo fra i baci come se ci dovesse intendere. E chi sa? egli forse ci capiva benissimo.

— È un omino — dicevamo — è pieno di giudizio!

— Sei un omino, sei pieno di giudizio!

— Mi guardi? Sono il babbo...

— Sono io la tua mamma!...

Non piangeva!

— Ridi — gli dicevamo, stuzzicandolo sui labbruzzi — ridi, così, bravo: di' un po' «mamma!» dillo...

Egli non rideva, nè diceva mamma, ed era tutt'uno come se facesse quanto gli chiedevamo, perchè non piangeva.

Ma la sera, quando fu l'ora di metterlo a dormire, ed egli si vide in un'altra culla, in un luogo diverso dal camerone enorme in cui aveva passato tutta la sua esistenza, parve cercare intorno qualche cosa e qualcuno. Ci curvammo sopra di lui, mettendo tutto il nostro amore negli occhi, per dargli forza — invano. Augusto mandò un grido, che mi passò il cuore, e pianse.

Pianse molto, pianse troppo, pianse tanto da farmi pietà e dispetto.

— Ha sonno — dicevo — e si ostina a stare sveglio per piangere. Non lo guardiamo più. Strilli quanto vuole.

Egli strillava più forte, appena facevamo atto di allontanarci dalla culla, e noi tornavamo al suo capezzale commossi e lusingati.

— Fa il cattivo, ma ci vuol bene — dicevo a mia moglie — ci vuol proprio bene!

Finalmente il sonno lo pigliò a tradimento. Fu un gran silenzio in casa dell'avvocato Placidi.

***

Con che gioia salutai l'alba del domani, che ce lo mostrò nella culla, tranquillo e con gli occhi aperti! E con quanto terrore vidi approssimarsi l'ora fatale di metterlo a dormire un'altra volta!

— Ora sentirai che smanie — dicevo ad Evangelina, quasi per tentare mio figlio a darmi una mentita.

Evangelina non mi rispose, e Augusto non si lasciò pigliare nel mio tranello, e pianse come non si piange nemmeno nelle grandi afflizioni; però questa volta pianse con metodo, concedendosi ogni tanto un brevissimo intervallo di silenzio per ripigliare fiato. In uno di tali intervalli mi giunsero all'orecchio queste parole pronunziate dal mio vicino di casa, con l'intenzione palese di farle passare attraverso la parete:

— Che cosa fanno a quel bambino? Gli cavano la pelle?

— No, signore — risposi imitando il suo accento — lo fasciamo appena.

Evangelina rise, Augusto ricominciò a piangere.

La cosa andò così per parecchi giorni ancora; provammo di tutto, a fasciarlo in un'altra camera, ad aspettare che il sonno lo pigliasse in braccio alla mamma per adagiarlo poi nella culla; ma quando ci allontanavamo in punta di piedi, il piccolo disgraziato si svegliava, riconosceva la situazione e ci richiamava con uno strillo.

Si vedeva chiaro, era un puntiglio; ogni sera mi pareva di non doverlo perdonare vita natural durante a mio figlio; e ogni mattina, alla sua prima occhiata innocente, si faceva la pace.

E poi, s'egli faceva le bizze al momento di andare a letto, tutto il giorno invece era buono come il pane, buono come la pappa e come le minestrine che gli piacevano tanto.

Già cominciava a sorridermi, ad allungare la mano quando voleva afferrarmi per la barba, a dirmi certe sue paroline garbate che io intendeva benissimo, se dalle braccia della mamma voleva venire nelle mie. Faceva anche di più; stava ritto senza cadere, sol che avesse una seggiola a cui appoggiarsi ed il suo bubbolino coi sonagli per passare il tempo.

Insomma ci faceva felici, e prometteva di farci felicissimi più tardi.

Avere nella vita uno scopo che si è prossimi ad ottenere e che, ottenuto, non mozzerà le ali di nessuna illusione, non è forse la maggiore delle felicità della terra? — Lo scopo nostro era di vedere Augusto camminare da solo di stanza in stanza, per pigliar possesso di tutta la casa paterna.