VI.
Ma un giorno Augusto piangeva forte, attaccandosi al seno della povera madre, che era più pallida del solito, ed aveva gli occhi rossi.
Mi arrestai sulla soglia, côlto da quello sbigottimento che prepara il cuore a ricevere le sciagure.
— Che cosa è stato? — balbettai.
Evangelina chinò la fronte e guardò con occhi lagrimosi il povero bimbo piangente.
— Che ha? — insistei con più coraggio.
— Non so, non so... — rispose la poveretta, e chinava la fronte per nascondermi le lagrime.
— Che hai?... Che cosa ha Augusto?...
— Io, nulla... — balbettava la povera madre.
Mi si piegavano le ginocchia; Evangelina mi guardò. Lesse forse, nel fondo del mio cuore di padre, uno sgomento più tremendo dello stesso suo dolore, perchè gettandomi un braccio al collo, e tirandomi presso a lei, e coprendomi il volto di baci e di lagrime, mi disse con voce rotta dall'angoscia:
— Nostro figlio ha fame!
Da principio non compresi; guardavo ora lei, ora il bimbo e ripetevo come uno smemorato: «Ha fame!», e fissando gli occhi nel pallore della mia povera compagna, lessi tutto, in silenzio, col cuore stretto. Poi mi curvai sopra Evangelina, le asciugai il viso con la pezzuola, e facendo una carezza a lei e una ad Augusto perchè stesse zitto:
— Da quando? — interrogai dolcemente.
— Da ieri — mi rispose la povera madre dandomi uno sguardo di riconoscenza — da ieri soltanto; ne avevo ancora stamane, poco poco: non te ne ho detto nulla, credevo che mi tornasse; ma poc'anzi, quando ho inteso piangere nostro figlio, ho sentito un rivolgimento per tutto il corpo, ed ho pensato: «Sia lodato il Cielo, il latte mi ritorna!», ed ho detto ad Augusto: «Non piangere», e me lo sono stretto al seno. Il poverino avrà creduto che sua madre lo ingannasse, perchè non ha trovato nulla... più nulla. Ha pianto ed ho pianto anch'io.
E così dicendo la poveretta non istaccava gli occhi attoniti da me; sembrava chiedermi scusa.
— Il pianto non rimedia a nulla — dissi dolcemente — rasserenati, il latte tornerà — e vedendo che si sentiva come umiliata, soggiunsi: — Sono tante le madri a cui è toccata prima di te questa piccola disgrazia... e vi hanno rimediato tutte...
— Come hanno fatto?...
— Non si sono disperate, hanno preso a prestito il latte d'un'altra donna, oppure hanno nutrito il bimbo col poppatoio, aspettando tranquillamente che il latte tornasse.
— E tornava?...
— Tornava.
— Presto?
— A volte nello stesso giorno.
Gli occhi d'Evangelina ringraziavano me, invocavano il cielo.
— Ed ecco come avresti dovuto fare — soggiunsi ridendo per farle cuore. — Dove diamine aveva cacciato il poppatoio tuo padre?... Ah! eccolo!... Manderemo a prendere del latte fresco, lo dilungheremo con l'acqua tiepida, condiremo la miscela di zucchero di prima qualità e faremo intendere ad Augusto che oggi la sua prima nutrice lo invita a desinare, e che babbo e mamma gli dànno il permesso.
Evangelina si provò a ridere del mio sussiego, ma il suo riso nascondeva male tutta l'ansia materna.
— Farò io — mi disse poi, e mi voleva pigliare di mano il poppatoio e il bimbo.
— Signora no — risposi — è un diritto acquisito...
Per un po' la faccenda andò benino; Augusto, sentendosi qualche cosa fra le labbra, cessò di piangere, diè una succhiatina piena di avidità, sentì il liquor saporito e tirò innanzi; già io mi voltava verso la povera madre che mi stava a guardare con le lagrime agli occhi, per dirle: «Vedi, ora metti il cuore in pace e lascia fare a me»; ma Augusto diè il primo segno di scontentezza, scostò la testina dal poppatoio, e la scosse gemendo, poi, riafferrando il mio arnese, tacque per succhiare da capo, poi cessò e pianse un'altra volta, e così di seguito; da ultimo non ne volle più sapere, e lasciò il pasto cacciando uno strillo.
Tutte le ansie crudeli riassalsero la povera madre; la quale pigliò la creaturina in braccio, e la portò su e giù per la stanza dondolandola e mormorandole fra i baci cento parole amorose.
— È naturale! — dicevo io andandole dietro — è naturale che faccia lo scontento dopo una scorpacciata, non sarebbe un uomo mortale se non facesse così... vedi quanto latte è rimasto in fondo al bicchiere...
Ma sì, Evangelina non mi dava retta, e nostro figlio, ostinandosi nella sua idea, appoggiava la testina al seno della madre addolorata, e agitava il corpicino in una maniera propriamente bisbetica.
— È una cattiveria — insistevo — ha mangiato come un lupo, non può aver appetito... è un piccolo ostinato... ecco...
Ero quasi indispettito sul serio; Evangelina, per alleviare a nostro figlio il rigore paterno, lo baciò e ribaciò con frenesia; ma egli saldo nella sua idea e tenace nel proposito di farla trionfare piangendo...
Quella giornata passò alla meglio; e passò pure la notte; e qual notte!
Il domani bisognò decidere; il latte non tornava, la mia Evangelina ne era non so se più sgomenta o vergognosa.
— Crederà che faccia a posta — diceva coprendo di baci il piccolo insoddisfatto; e guardando me con occhi sbigottiti, mormorava: — Non sono buona a fare la mamma... non sono buona a nulla!
Le consolazioni di parole erano vane, finchè Augusto non istava zitto; aveva torto, perchè il latte che gli offrivo io era tale e quale come quello della mamma, per confessione della stessa Evangelina, anzi più dolce, più saporito; ed io nel porgerlo mettevo un garbo singolarissimo; aveva torto, ma provatevi a mettere la ragione in un cervellino di poche settimane; il meno che si rischi è di perdere la propria, e me ne avvedevo io, ma in tempo, quando per poco non mi pigliava il dispetto.
Bisognò decidere: l'allattamento artificiale non andava a genio ad Augusto, e nemmeno di noi due, dunque...
— Proviamo un giorno ancora — disse Evangelina — chi sa che il latte non mi ritorni...
— Proviamo...
Il latte non tornò, e il poppatoio non entrò nelle grazie del bimbo.
La gran parola fu detta, ed Evangelina l'udì come l'eco di una voce che già aveva suscitato a tumulto il suo cuore di madre, l'udì lagrimosa, ma rassegnata.
— Bisogna procurargli una balia!
Avevo inteso dire molto male di queste disgraziate madri, che il più delle volte abbandonano i propri figli ad altre donne, per allattare i figliuoli dei ricchi.
— Calunnie! — pensai — bisognerebbe invece dir male della società, che le riduce a campare a prezzo del sentimento materno; e poi ne troveremo una che abbia perduto davvero suo figlio, e a cui paia di ritrovarlo nel nostro Augusto.
Ma questa idea, che consolava me, non andava a versi di Evangelina; il soverchio amore di una nutrice prezzolata offendeva l'amor suo; non me lo diceva, anzi mi assicurava il contrario, ma io vedevo benissimo che essa preferiva una balia piena di latte e di pazienza, e un tantino indifferente. Se avesse osato esprimere tutto il suo pensiero, mi avrebbe detto — e io l'intendeva come se lo dicesse davvero: «Gli dia pure il latte, posto che non so dargliene io; ma non gli voglia bene come una madre, perchè a questo basto io sola».
Dopo essere andato a raccomandarmi al medico, alla signora Geltrude, al farmacista del canto della via, ed avere avuto da tutti e tre la promessa di una balia pel domani, tornando a casa mi grattavo l'orecchio, d'onde erano entrate tre paroline del farmacista.
— Vuole una balia che rimanga in casa con loro? — mi aveva detto.
— Sicuro — avevo risposto — mia moglie non potrebbe separarsi dal piccino.
E il savio farmacista aveva soggiunto che mia moglie era da compatire, che anzi faceva benissimo, perchè quando si può è meglio.
Quando si può. Queste tre paroline, che mi avevano solleticato dandomi l'illusione d'essere già un giureconsulto pieno di clientela, mi si erano appiccicate all'orecchio; e perciò io me lo grattavo per via.
Non isvelai le mie ansie e le mie paure alla povera Evangelina; la quale quando seppe che tre balie si disputavano l'onore di allattare il nostro piccino, prima lo baciò, poi sorrise e da ultimo mi disse:
— Sono contenta.
Beata lei! A me le tre paroline del farmacista non lasciavano requie; gran parte della notte la spesi tentando di puntellare nel buio della mia cameretta certi miei calcoli audaci, che si sfasciavano e perdevano ciffe da tutti i lati.
— Devo aver fatto male i conti — dicevo — oppure le balie si fanno pagare più di quello che io credo; possibile che il latte costi tanto caro? Alimentare una balia campagnuola non deve poi essere l'ira del cielo; mangerò un po' meno io, tanto mettevo pancia... il salario si sa che cosa può essere; non andremo più al caffè, magari cesserò di fumare se sarà necessario...
Allineavo le cifre nel buio, sommavo, sottraevo; oh gioia! mi rimaneva un piccolo residuo; e pure non sapevo fidarmi a quell'aritmetica confortatrice; nessuna delle quattro operazioni reggeva alla prova tremenda delle paroline farmaceutiche. Vi doveva essere sbaglio... tornavo da capo, sommavo, sottraevo, e mi rimaneva sempre un piccolo residuo. Finalmente trovai il sonno e la pace.