VIII.
Il signor De' Liberi, sia fatta giustizia, attaccò con grande sicurezza, e perchè la mia figliuola, alquanto sbigottita in principio, toccò un bemolle che non era in chiave, egli le disse che andava benissimo, ma che in chiave non v'erano che quattro bemolli. Dopo di che camminarono di conserva entrambi, senza alcun intoppo, fino all'ultima battuta.
Fu un subisso d'applausi, di cui il vecchio mariuolo non volle pigliare la porzione che gli spettava per farne omaggio a mia figlia, aggiungendovi anzi i propri battimani tranquilli.
Avvenne poi un rimescolìo di persone, durante il quale mia figlia si trovò respinta dal pianoforte per lasciare il posto a tre signorine impazienti di sonare a quattro mani. Si udì appena, appena:
— Sonate voi altre...
— No, voialtre.
E quella che si era tirata alquanto indietro per aggiungere un po' di mimica modesta alle proprie parole, fu subito lasciata in disparte.
Le due povere ragazze sonarono, sonarono bene, sonarono anche forte per vincere il chiasso delle ciancie, ma tanto tanto nessuno le udì, tranne, forse, la terza signorina la quale era rimasta in piedi alle loro spalle, e, voltando le pagine, misurava la distanza che separava le amiche dall'ultima battuta.
Il Cavaliere dichiarava il signor De' Liberi un pianista di prima forza, e il signor De' Liberi rifiutava quest'onore dicendo che tutto il merito era di mia figlia; che quanto a lui da più di un anno non toccava un pianoforte — (Doppio merito!» osservava giustamente il Cavaliere); — che quando si fa la vita disordinata dello scapolo non si trova tempo a nulla, e non ci vuole meno di una piccola maliarda per stimolare l'estro artistico (io gli scagliai un piccolo fulmine, ma egli guardava Laurina che era distratta); che del resto si proponeva di risvegliare il proprio pianoforte più tardi.
Dicendo le ultime parole mi guardava; io guardai lui fissamente e gli dissi alla muta no; egli resse all'urto e ripetè sì, poi cercò lo sguardo di Laurina.
— Va a correre in giardino se n'hai voglia — dissi a mia figlia — ed essa vi andò, ma senza correre.
Subito il signor De' Liberi troncò le ciancie, prese a braccetto il padrone di casa e lo trasse in giardino.
Si udirono benissimo gli accordi del pezzo a quattro mani che giungeva al termine; grandi applausi che le due signorine fecero benone a non raccogliere, poi silenzio.
E uno uscì a dire all'improvviso:
— Che persona simpatica quel signor de' Liberi!
— Quanti anni avrà? — chiese un altro.
— Cinquantacinque soltanto — risposi malignamente.
— Ne dimostra sessanta! — esclamò una voce vendicativa.
Era il bell'Arturo, che parlava per la prima volta; ma con poca fortuna, perchè tutte le signore e le signorine rimaste in sala protestarono in coro che era una calunnia, che il signor De' Liberi non dimostrava più di cinquant'anni, anzi meno, non più di quarantacinque, anzi meno.
***
Dopo il trionfo di quella sera, il signor De' Liberi diventò uno dei più assidui in casa del Cavaliere. Era là il suo palcoscenico, dove egli metteva in mostra tutti i suoi talenti a uno a uno, senza mai tradire la smania impaziente che guasta tante belle imprese terrene.
Egli imitava i varii rumori della sega, lo sbuffare accelerato d'una locomotiva e il canto del gallo con tanta perfezione da ingannare gl'inquilini del pollaio: e quando, dopo essere stati tutti zitti ad ascoltare, giungeva da lontano, nel silenzio della notte, la risposta d'un galletto corbellato, e si usciva a ridere in coro, il signor De' Liberi si faceva serio per dichiarare che non voleva darci noia.
Invano le fanciulle, le signore e noi stessi, sì noi stessi, compreso mio suocero, lo scongiuravamo di fare ancora il temporale cogli occhi, o il fuoco d'artifizio con la bocca e con le braccia; egli si schermiva con arte sopraffina, e cambiava discorso.
In sostanza quell'ultimo arrivato era già l'anima dei mercoledì del Cavaliere; l'ombra sua non solamente oscurò, ma cancellò perfino dalla memoria d'un tempo divenuto rapidamente antico le sembianze di un paio di burloni di seconda e di terza qualità, che tante volte erano stati i soli a ridere delle proprie celie. Costoro continuavano a venire per forza d'inerzia, ma si erano fatti singolarmente gravi tutti e due, e per istinto si andavano a sedere l'uno accanto l'altro; così quando il signor De' Liberi ne faceva una delle sue, si provavano invano a star serii, puntellandosi a vicenda; in ultimo bisognava che ridessero anche loro.
Naturalmente, come aveva subito approfittato della licenza scroccatami per venire a far visita «alla mia signora,» così approfittò della domestichezza nata e cresciuta in casa del Cavaliere per trapiantarla in casa mia. Egli fece questo con tutte le cautele che richiedeva una pianticella neonata, preparandole prima il terreno e dandole poi un tutore robusto, mio suocero; così dopo alcuni giorni si potè vantare in faccia mia che la nostra amicizia saprebbe sfidare le tempeste.
Niente di male, dico io, purchè avesse rinunziato a ogni pazza idea sopra mia figlia. Ma no, egli abusava dell'ospitalità e dell'amicizia per insinuarsi perfidamente nell'animo di Laurina, la quale rideva ad ogni parola di lui, e cominciava a trovare che egli tardava sempre a venire e che se ne andava troppo presto.
Però facciamogli giustizia: se il signor De' Liberi s'industriava per piacere a mia figlia, se qualche volta, in presenza di tutti noi, le dichiarava con accento scherzoso che era innamorato di lei e che la voleva sposare, non gli uscì mai di bocca una parola che la nostra Laura potesse pigliare sul serio. Il suo disegno, che parrà per lo meno ardito, se a me pareva impertinente, era questo: «innamorare la fanciulla dei suoi pensieri, indurla a non poter vivere senza di lui, costringere i genitori ed il nonno a buttargliela nelle braccia per disperazione».
Per riuscire a ciò, egli curava e variava molto gli abiti, dalle cui maniche faceva uscire quattro buone dita di polsini insaldati e lucidi, si radeva ogni mattina e si faceva pettinare dal parrucchiere. Così accomodato, a me pareva una rovina, ed avrei gridato a mia figlia: «guardati!» — ma all'occhio inesperto d'una fanciulla che cosa sembrava?
Faceva anche qualche cosa di peggio, l'amico De' Liberi, per guadagnarsi la sposa: screditava la gioventù, metteva in burletta i giovani.
Seguendo a dritto filo una delle sue teoriche, si arrivava a questa conclusione che, passata la infanzia, noi attraversiamo gli anni in una specie di sonnambulismo erotico, per risvegliarci, intorno ai cinquantacinque sonati, maturi per l'amore.
La sua dottrina insegnava ancora che i giovani d'oggi sono guasti, sono frolli, sono scontenti e corrono incontro al suicidio.
— Vi vadano soli! — esclamava: — le ragazze di buona famiglia dovrebbero rifiutarsi di accompagnarli!
E perchè i colpi astratti non gli sembravano abbastanza sicuri, egli pigliava ad uno ad uno i giovanotti che frequentavano la casa del Cavaliere e la mia, e con un'industria felicissima ne scopriva le debolezze, le imitava, esagerandole, e ci faceva ridere alle loro spalle. Diceva, per esempio, del signor Paolo:
— Gran bravo giovane! ottimo cuore, bell'ingegno... un po' timido; — e dicendo queste parole, i gesti serrati alla persona, l'accento dimesso, il sorriso che chiedeva misericordia e perfino gli occhi del signor De' Liberi erano quelli del signor Paolo tali e quali.
La volpe astuta spacciava così i suoi avversari col ridicolo, senza ricorrere alla maldicenza.
Intanto passavano i mesi, e mariti non se ne presentavano. Mia figlia, per quello che mi pareva, si veniva facendo sempre più belloccia; andava a genio a molti, non dispiaceva a nessuno, e tutto ciò inutilmente.
Se non fosse stato di mio suocero, il quale perdeva la pazienza, e del signor De' Liberi che non la perdeva, i diciassette anni di Laura avrebbero fatto tranquillo me, come facevano tranquilla sua madre; ma con quei due vecchi al fianco, il problema d'un marito a mia figlia cominciava ad inquietarmi.
Talora vi pensavo non senza terrore; e per avere il diritto di scusarmi agli occhi miei di una inquietudine intempestiva, cominciava dall'accusare tutti i padri dell'universo mondo per la trascuranza che mettono nel ricercare a tempo un buon marito alle loro figliuole.
Non erano poche le ragazze di mia conoscenza che non avevano trovato marito. Mi venivano dinanzi a una a una: la rassegnata, l'inquieta, l'irascibile, l'ascetica e la sentimentale; le bionde, tutte troppo magre o troppo grasse; le brune col labbro e col mento ornato da una peluria maligna. Un tempo erano state belloccie anch'esse, alcune bellissime e ricche; ed avevano tutte indistintamente fatto per lunghi anni le scale del pianoforte senza arrivare a nulla.
«Povera e bruna Laurina, se ti dovesse toccare la stessa sorte!»
Fatti audaci dalla nuova debolezza, tutti i nemici della mia felicità, nemici vecchi e codardi che avevo sbaragliato lavorando ed amando, mi mostravano il pugno da lontano.
«Tu non sei più giovane, gridavano, tu non sei più robusto come una volta; già le tue digestioni sono lente, la tua vista si è indebolita e il tuo sistema nervoso è offeso; tu stai morendo a bocconcini; un giorno te ne andrai del tutto, ma consolati, ti faremo un bel funerale, v'interverrà tutto il foro milanese».
Quando l'idea della mia prossima fine mi perseguitava, facendomi vedere la mia creatura sola nel mondo, senza una casa sua, senza un amore suo, mi accadeva d'invidiare il forte signor De' Liberi, il quale, con quindici anni più di me sulle spalle, se la rideva, sicuro di arrivare all'ottantina.
— È tutt'uno — dicevo — ha una magnifica fibra.
— Peccato che non abbia dieci anni di meno! — sospirava mio suocero.
— Dieci anni di meno, ti pare che basterebbero? Ce ne vorrebbero almeno venti.
Era quella la mia convinzione, che le dottrine del vecchietto ardito venivan scrollando a poco a poco.
***
Il tempo passa e il Signor De' Liberi invecchia; sì, invecchia; non ostante il pettine, il rasoio e i polsini inamidati; a dispetto del sarto, del parrucchiere, del dentista; checchè egli faccia e dica, cammini o salti, o lampeggi con gli occhi nelle collere d'un temporale, o sbuffi come una locomotiva, egli invecchia, ed io ne sono contento. Osservo con un piacere amaro che dopo il temporale egli non si rasserena mai interamente, perchè gli rimangono tre rughe sulla fronte, e che al contrario nell'imitare la pioggia e i fuochi d'artifizio ha ancora perfezionato l'arte sua, perchè gli è caduto un altro dente.
Ma quando su quella faccia tosta sono venuto scoprendo i segni del tempo vendicatore, non è raro che sorga qualche donnina o qualche fanciulla a dichiarare che il signor De' Liberi ringiovanisce ogni giorno.
Aimè! anche Laurina è della stessa opinione!
— Questo è ancora nulla — osserva imprudentemente il signor De' Liberi: — bisognerà vedermi un giorno!
Qual giorno? È il suo segreto.
***
E il tempo passa e di mariti nemmeno l'ombra. Se dopo aver fatto tante smorfie, si dovesse finire col dare la nostra Laura a questo vecchio ben conservato, non sarebbe meglio dargliela addirittura? Sebbene il signor De' Liberi faccia intendere che egli sa e può aspettare, perchè la fisiologia gliene dà il permesso, anche mio suocero è d'opinione che si vanti.
Questo pensiero ipocondriaco balena appena, ed è subito ricacciato. È rimasto ancora un grosso capitale di buon senso in casa nostra, ed è Evangelina che ne ha la chiave. Io posso spendere allegramente per un pezzo, pensando che mia figlia va alla scuola e studia la storia, ed è coi re longobardi. Prima che arrivi all'evo moderno ci vorrà del tempo, ed io non avrei nemmanco piacere che Laura andasse a nozze senza essere informata almeno almeno della rivoluzione francese.
In fondo chi ogni tanto mi mette in capo la malinconia di pensare al matrimonio di mia figlia, è il nonno impaziente, quel povero vecchio che non ha tempo da buttar via, e lo sa, ed è tutt'occhi e tutt'orecchi per cogliere in casa e fuori di casa un'occhiata incendiaria, o un sospiro assassino che siano diretti a Laurina.
«Lo assistano i cieli! — dico a me stesso — io non voglio più pensare;» — e i cieli non lo assistono, e io vi ripenso.