X.

La mia fibra è forte; dopo il primo giorno non ho pianto più; ma da due giorni il mio piccino mi sgomenta; egli non sta peggio, il medico anzi nota un leggero miglioramento, e pure io non oso guardare nel mio cuore, dove è entrata una strana paura.

Una mattina, dopo la visita del medico, rimaniamo soli al capezzale di Augusto, sua madre e io; egli ci guarda per un poco faticando a tener gli occhi aperti, poi si abbandona a quel sopore greve da cui suole uscire ad intervalli, afferrandosi la gola con tutte e due le mani e spasimando.

È acceso in volto, e quel rossore della febbre non ci lascia scorgere quanto sia patito.

Lo fissiamo entrambi senza dir nulla; a un tratto Evangelina si scosta dal letto e va nella camera vicina, io le vengo dietro e la trovo con la testa appoggiata al muro. Piange.

— Ah! non fare così — le dico — perchè piangi?

— Tu pure piangi.

— Non è vero....

— Sì, è vero; guarda. E perchè piangi? Non lo sai nemmeno. Lo so io, perchè non speri più nulla.

Piangiamo tutti e due liberamente; poi Evangelina si asciuga gli occhi e dice:

— Poc'anzi mi è sembrato di vederlo morto; ma il poveretto vive ancora, non dobbiamo abbandonarlo. Vieni.

Mi prende per mano, ed io mi lascio condurre come un fanciullo.

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Egli visse!

Lasciatemi rompere questa penosa ricostruzione del mio dolore; mi pare d'essere un ingrato se non grido la mia gioia.

Sì, Augusto visse. Augusto vive, per far felice il babbo e la mamma.

Evangelina ha ragione: le nostre gioie ci seguono nella vita; i dolori no, perchè il cuore li seppellisce.