III.

Come Eugenio lo aveva pensato, la sua lettera giunse tardi. Cotesta in generale è la sorte comune dei consigli, e in ispecie dei consigli agli innamorati, i quali sono incontrastabilmente la razza più ostinata che viva sulla terra.

Convien sapere per altro che se Eugenio, buon figliuolo in tutto il resto, si scaglia da poco in qua con compiacenza contro l'amore, e contro le donne, ne ha le sue buone ragioni. E chi l'avesse conosciuto due mesi prima, avrebbe udito ben altre sentenze sulle sue labbra. Si pretende di doverne incolpare una certa bruna, con certi occhioni neri, e certa chioma lussureggiante; ma siccome ciò non torna indispensabile al caso nostro, lasciamo che la maldicenza districhi del suo meglio questo nodo.

Una cosa intanto resta ferma, che Silvio alla lettura di questa lettera si strinse nelle spalle.

IV. Silvio ad Eugenio.

«Ritorno in questo momento dal vederla, dal parlarle, dall'adorarla in silenzio come un'immagine santa. Ho la mente ed il cuore pieni di lei.

Oramai non lo dissimulo più a me medesimo — se pure riuscissi ad ingannarmi, non ne avrei al certo giovamento — però vorrei gridarlo a tutto il mondo: «sono innamorato.»

Questa parola che qualche settimana addietro mi avrebbe fatto arrossire di vergogna, risuona dentro di me come una melodia soavissima. I miei nervi, le mie fibre, la cantano in coro.

E perchè dovrei io arrossire? perchè dovrei ostinarmi in questa ringhiosa inerzia, che impoverisce ogni dì più la sorgente degli affetti?

In fede mia, povero Eugenio, tutti i sermoni della filosofia accigliata non saprebbero arrestare un solo istante quest'inno che prorompe in mille suoni dalle corde della natura; nè la vanità d'essere chiamato filosofo può pagare un solo battito d'un cuore innamorato.

Poi che tu dici d'aver indovinato il suo nome, tanto meglio; lo scriverò senza titubanza: «Carlotta.»

Intendo il rimprovero che tu mi fai; non vo' affannarmi a ribatterlo, ma tuttavia ti giuro che non ho in mente una colpa.

Io non voglio nulla, non domando nulla, solo che mi si lasci amarla. La mia felicità è opera sua, ma pure non è in essa; è in me, nell'amor mio. In appresso... e che so io del futuro? ma ho fede che saprei resistermi in ogni evento.

Non tenermi il broncio se io non pongo mente alle tue raccomandazioni; se tu sapessi quante volte io ti ho benedetto per avermi fatto conoscere questa donna, se tu potessi vedere la mia gioia, non ti reggerebbe l'animo di contraddirmi più oltre; e la mia gratitudine ti compenserebbe ad usura della mia disobbedienza.

Tu ignori quanto si possa essere felici amando questa donna; la tua mente, comunque ci si affatichi, non può riprodurti che una pallida immagine della sua bellezza; però nella tua cecità tu accomuni questa creatura colle mille che paghi col disprezzo, mentre... Nè io vo' tormi la briga di farti ricredere; ma se tu la vedessi... Vestiva un abito nero semplicissimo, colle maniche che lasciavano vedere le sue braccia ignude; pure quanto più leggiadra di tutte le altre, nonostante i loro pizzi, le loro trine e i cento altri fronzoli a cui mendicavano la grazia!

Me le accostai tremante; mi sorrise, mi porse una mano breve, affilata, candidissima, e mi salutò per nome. Un nonnulla per l'indifferente, un'epopea pel mio cuore.

Oh! dimmi che questa mia non è illusione, che quel saluto e quel sorriso erano da più che non volessero parere, che io posso... No, non voglio nulla; non dirmi nulla — ho io bisogno d'alimentarmi di menzogne e di speranze audaci come un fanciullo? A che fine uscire dalla mia paga serenità, ed abbandonarmi ciecamente al desiderio?

Il desiderio! Oh! gli è questo un mare senza confini, un assai tristo mare per una nave sdruscita; nè io vo' avventurarvi il mio cuore».

V. Silvio ad Eugenio.

«Mancano ancora otto giorni all'arrivo del corriere che deve recarmi una tua lettera; però dovrei starmene tutto questo tempo ad aspettare in silenzio, mentre, se la mia impazienza non m'inganna, mi pare d'avere un mondo di cose a dirti. Quindi innanzi aspettati di sovente a siffatte anticipazioni; e questa sarà la tua parte di guaio, se ti ostini a credere che io non me la caverò da quest'amore senza malanni.

Giovedì scorso mi sono recato, secondo il consueto, in casa del signor Verni. L'impazienza, e da qualche tempo la turbolenta va facendomi spesso di siffatti tiri, mi vi aveva condotto mezz'ora prima; però consultato il mio orologio, e avvedutomi, stavo fra due se dovessi entrare od allontanarmi; e intanto non mi moveva dal limitare della porta.

Il signor Verni salì le scale in quel momento, e mi sorprese nella mia indecisione.

Vedendolo mi si imporporarono le guancie di rossore, e fu ventura che fosse notte, e mi trovassi quasi nascosto nell'ombra. Per meglio dissimulare il mio turbamento diedi una strappata vigorosa al campanello, poi mi rivolsi fingendo sorpresa e salutai il signor Verni. Mi corrispose cortesissimo, mi ringraziò della premura, dicendo di tenersene onorato, e cianciò meco cordialmente.

Il signor Verni è uomo di bei modi, colto, e facile parlatore. Ebbi agio d'esaminarlo, e mi parve anche bello, e quel che è più, di quella bellezza simpatica che si rivela prima al cuore che agli occhi.

Ho provato un senso di gelosia, che ho cercato invano di soffocare, e devo aver risposto al suo spirito con molte sciocchezze. Tuttavia egli è uomo che non potrei odiare giammai, che vorrei quasi amare, se sapessi perdonargli la felicità d'essere marito di Carlotta.

In quella mezz'ora di cicaleccio sono sceso dentro di me, e vi ho interrogato le mie debolezze che non sono poche. Ne uscii netto, te lo giuro: e guardai in volto quell'uomo con sicurezza e con orgoglio, come a dirgli: «io non abbasserò mai la mia fronte innanzi a te».

Nel pensarlo non ho titubato un solo istante, e mi compiacqui di me medesimo. E mancò poco che, preso da prepotente trasporto d'espansione, non confidassi a lui stesso il mio amore. Le convenienze uccisero in buon punto l'entusiasmo; ma giuro che la sola paura del ridicolo non avrebbe potuto abbastanza.

Che non darei io per poter dire a Carlotta l'animo mio? Parmi che il sapere conosciuto da lei il mio affetto, me lo farebbe più caro, ed allevierebbe il mio spirito.

Ho pensato mille modi, ho accarezzato i progetti più assurdi; e tuttavia, trovatomi solo al suo fianco, me ne è venuto meno l'ardire. Che mi ha trattenuto?...

Essa lo ama — ne ho la certezza; lo chiama teneramente: «mio buon Antonio» — e si attacca al suo braccio, e gli parla confidenzialmente, e gli sorride...

Affè, perchè non gli salta dunque al collo in mia presenza?...

Credilo, Eugenio, questa sì, è tortura. Egli è pur suo marito. — Qual merito? dico io. Se un villano raccatta una perla fra i solchi, s'ha a dire: fortuna, non merito.

Ma tanto è tutt'uno; la legge vuole che il tesoro appartenga a chi l'ha ritrovato, e che la moglie segua il marito. È cosa da smarrirne la ragione.

Perchè non l'ho io incontrata sul mio cammino prima di quell'uomo? Il cielo mi è testimonio se l'avrei amata; e tu sai quanto io avrei saputo amare in quel tempo. Pure, pensandoci, non so ribellarmi alla sorte. Forse è meglio che sia così — in fine essi si amano entrambi; Dio sa se ella avrebbe amato me altrettanto. E son pur degni l'uno dell'altro; e se questa mia natura codarda sapesse spogliarsi d'una gelosia insensata, e li incontrassi per via, da passeggiero pietoso io mi rivolgerei a benedire, e direi dentro di me: «che bella coppia!»

Che Iddio adunque li benedica, e l'azzurro del cielo sorrida loro, e gli astri danzino sullo loro teste innamorate, finchè la baldanza dei loro anni giovanili li allieterà sulla terra!

Tant'è, darei un anno della mia vita per averle detto che l'amo. Questo segreto — ed è pure un segreto, poichè tu solo ne sei a parte — mi pesa sul cuore come un rimorso. L'amore è come vampa — si può soffocare, nascondere non mai. Talvolta, soffocato un istante, riarde più potente e si svela. Le anime amanti ardono, le ardenti amano; però se l'amore è fiamma, può essere che la fiamma sia un amore».