X.
In tutta notte Silvio non potè dormire un solo istante; il fantasma della sua sciagura s'era seduto sul suo letto; i suoi occhi lo fuggivano, ma invano — quel fantasma gli era sempre dinanzi. E pigliava le forme più spaventose, e gli atteggiamenti più strani. Terribile strazio, notte interminabile; il primo raggio di sole illuminò la sua fronte madida di sudore. Egli salutò quella luce come un benefizio.
Abbandonò il suo letto ed uscì; che aveva in mente? nulla; e tuttavia non avrebbe potuto restare un istante di più sotto quella volta, fra quelle mura che erano state testimonii di quella notte passata nel delirio e nella febbre dell'insonnia. Gironzò a caso gran tempo; senza avvedersene e quasi istintivamente, egli si era spinto fin presso all'abitazione di Carlotta. S'inoltrò; vide le sue finestre e i suoi vasi di ciclamini, i fiori che essa amava sovra tutti gli altri, e si fermò sulla via a contemplarli melanconicamente. Gli ritornarono in mente le segrete battaglie del suo timido amore.
Trascorse gran parte della mattina senza che egli avesse potuto decidersi ad abbandonare quei luoghi. Guardava tratto tratto alle finestre, sperando il povero conforto di vederla ancora una volta prima di abbandonarla per sempre.
Improvvisamente si accorso d'una donna che lo precedeva di un centinaio di passi e che egli non aveva visto passare innanzi. Vestiva semplicemente, ma con eleganza; gli volgeva le spalle, e s'allontanava a passi rapidi. Il cuore di lui rianimava le suo tempeste; parevagli di riconoscere Carlotta; all'andatura e alle spalle avrebbe giurato che era dessa. La ragione lo veniva confortando in questa credenza; quella donna gli era apparsa dinanzi in un solo tratto; sarebbe stata troppo strana cosa che gli fosse passata dinanzi ed avesse tardato tanto a vederla. Era dunque uscita da una porta; la sua distrazione gli spiegava che non l'avesse vista ad uscire; ora la porta dell'abitazione di Carlotta si trovava per l'appunto a tal distanza che tornava bene coi suoi calcoli. Così pensando affrettava il passo dietro a quella donna, procurando di tenersi alle muraglie per celarsi.
Perchè la seguiva egli? non lo sapeva. Se pure avesse avuto la certezza che quella donna era Carlotta, avrebbe egli osato arrestarla sulla via e parlarle? E parlarle di che? Certamente non pensava nulla di tutto ciò; la seguiva non già per raggiungerla, ma per seguirla; anzi quando gli parve di guadagnare troppo cammino, rallentò il passo per mantenersi alla stessa distanza.
Ella s'era voltata più volte, ed egli aveva aguzzato il suo sguardo, ma un fitto velo le nascondeva il viso. Allora solo Silvio ricordò quella parola udita il giorno prima, e gli parve d'udirla ripetere ancora malignamente al suo orecchio:
Verrete?
— Oh! ella adunque si reca a quel convegno, non vi è più dubbio — disse fra sè gemendo, e accelerò il passo.
Quella donna camminava sempre innanzi a lui. Guardandola più attento, gli parve che si fosse ingannato e che non potesse essere Carlotta; le forme e le movenze eran di Carlotta, ma mancavano due linee alla sua statura, per poter dire che la fosse davvero. Egli non poteva errare; l'aveva vista tante volte....
— Oibò, conchiuse, non è Carlotta.
Tuttavia non seppe risolversi di arrestarsi e proseguì, sebbene più lento, nel cammino che gli veniva segnato da quell'incognita.
Ad uno svolto di via il cuore gli battè più celere, il velo di quella donna s'era sollevato alquanto, e gli occhi penetranti di Silvio erano passati come un dardo in una feritoia.
— È dessa, è dessa — ripetè sconfortato.
E questa volta accelerava il passo con frenesia; se non che non andò molto che si arrestò un'altra volta. Aveva misurato ancora la statura di quella donna, e assolutamente le mancavano due linee per farne una Carlotta.
Non osando più affermare nulla dentro di sè, si lasciò guidare macchinalmente, spinto da quella che si può chiamare la forza d'inerzia della volontà, e che è pelle nature variabili e deboli la sola direttrice delle azioni.
Camminò di tal guisa gran tempo; parea che quella donna errasse capricciosamente, come se temesse d'essere seguita, e volesse sviare ogni ricerca. Pure egli era certo di non essere stato veduto.
D'un tratto l'incognita si fermò, e guardandosi attorno, entrò d'un balzo in una carrozza da piazza, che pochi istanti dopo partì al galoppo.
Silvio s'arrestò sbigottito.
Un'altra carrozza gli veniva incontro, e il cocchiere dall'alto del cassetto agitava lo staffile per richiamarne l'attenzione ed offerirgli i suoi servigi.
Silvio corse incontro a quell'uomo.
— Hai tu veduto quella carrozza che è partita or ora?
— Il numero 102.
— Ti basta l'animo di raggiungerla e di seguirla?
— Per raggiungerla gli è l'affare di cinque minuti; le gambe di Lupo, ed accennava il suo cavallo, sono d'acciaio. In quanto a seguirla, se anche io chiudessi gli occhi, Lupo le terrebbe dietro ugualmente; egli conosce meglio di me il numero 102, perchè lo ha giorno e notte dinanzi agli orchi. Vedete ho il numero 103 io...
Silvio non aveva ascoltato che a metà le ciancie di quell'uomo; s'era cacciato in carrozza e avea rinchiuso, sbattendolo, lo sportello.
La carrozza partì come una furia.
In breve il numero 103 fu dietro al numero 102; allora rallentò il passo.
Il numero 102 svoltò in una via, svoltò in un'altra, in un'altra ancora, e il 103 dietro sempre come un'ombra. Allora parve che l'incognita si fosse accorta d'essere seguita, perchè d'un tratto il 102 si slanciò al galoppo. E il numero 103 dietro egli pure al galoppo.
A quella corsa sfrenata i passeggieri si davano da banda spaventati.
— Passale innanzi — gridò Silvio al cocchiere.
La povera rozza tremò sotto lo scoppiettio della frusta, e accelerò ancora la sua corsa. Silvio appoggiò il capo allo sportello, tenendosi nascosto dietro le tende; aveva speranza di veder quella donna e di riconoscerla, e voleva darle a credere di non essere inseguita, per non stornarla dal suo proposito.
Il numero 103 raggiunse il 102.
La corsa delle due carrozze era così rapida, che, prima di passar oltre, si trovarono di fronte un breve tratto. Silvio vide le tende calate, e l'estremità di una mano che spuntava dietro i vetri. Il volto di quella donna era là... dietro... sbigottito forse e tremante.
La carrozza passò oltre.
Il 102 approfittò di quel momento, e voltò a sinistra. Silvio non sentì più il rumore delle ruote dietro di sè. Ahi! essa dunque gli era sfuggita.
Lungi dall'arrestarsi, il cocchiere tirava diritto al galoppo, e giù staffilate sul disgraziato Lupo.
— Lasciatemi fare, gridava dal suo cassetto a Silvio che gli comandava d'arrestarsi.
La carrozza volava, radendo il terreno come una freccia. Silvio intese il rumore delle ruote farsi più sordo, e cessò affatto d'udire l'alternato scalpitare delle zampe di Lupo sul lastrico. Allora levò il capo dallo sportello, e conobbe d'essere nella Piazza d'Armi.
Una carrozza privata era ferma nel mezzo della piazza; parve che il cocchiere di quella, vedendo una carrozza accostarsi, si ripiegasse indietro per pigliare degli ordini; infatti poco dopo tirò le redini, e mosse lentamente incontro al numero 103. Il cocchiere del numero 103 dal suo canto rallentò le redini sul collo di Lupo, e lasciò che egli si avanzasse al piccolo trotto.
All'improvviso la carrozza privata mutò direzione, e volse a sinistra; da quella parte un'altra carrozza arrivava di galoppo. Silvio riconobbe in essa il numero 102, smarrì le forze, e dovette abbandonare lo sportello.
Un'istante dopo diede ordine al cocchiere di passar oltre per non insospettire.
Allora appoggiò la fronte ardentissima sul piccolo finestrino posteriore, e guardò con occhio smarrito ciò che stava per succedere. E vide le due carrozze arrestarsi l'una presso all'altra, e lo sportello del numero 102 aprirsi, e contemporaneamente aprirsi lo sportello dell'altra; poi un piede piccolo appoggiarsi sul predellino del numero 102, ed uscirne una donna velata. Silvio rattenne il respiro per concentrare negli occhi tutta la sua vita... Un grido proruppe soffocato dal suo petto; no, egli non poteva più oltre dubitare: quella donna era Carlotta.
La vide attraversare il breve tratto di via che la separava dall'altra carrozza; e una mano sporgersi per aiutarla a salire; poi null'altro; le lagrime gli oscuravano la vista.
Poco dopo un polverio lontano segnava ancora il sentiero di quella fuga.
— Devo seguirli?... domandò il cocchiere, accennando col dito la carrozza che si allontanava.
— No; rispose Silvio con voce cupa.
— Volete che mi accosti al numero 102?...
Senza aspettare la risposta, spinse Lupo al galoppo.
— Arresta; gridò Silvio.
La carrozza si fermò. Silvio si fe' condurre dinanzi all'abitazione del signor Verni; e quivi discese.
— Uscirò da questa incertezza fatale, mormorava fra i denti salendo le scalinate.
— Voi qui, signor Silvio! disse una voce daccanto a lui.
— Voi, signor Verni!
— Vi fa meraviglia?
— Tutt'altro, vi cercavo.
— A meraviglia; sono agli ordini vostri.
— Voi uscite?
— La mia solita passeggiata. E che cosa volevate dunque da me?
— E la vostra signora moglie?
— Sta bene; è uscita anch'essa.
— Uscita....
— Da un'ora, una visita ai suoi poverelli; quest'oggi è il sabbato. Attaccatevi al mio braccio, mi parlerete del vostro affare passeggiando.
XI. Silvio ad Eugenio.
«Non so darmene pace. Ed è possibile spingere la semplicità a questo punto? e voler ritessere di propria mano nuovi inganni alla mente, perchè ella asserisca ciò che non può pensare? Pure è questa da qualche giorno la mia tortura. E m'affatico stoltamente a deludere il mio buon senso, per poter credere ancora alla virtù di quella donna.
La virtù, la virtù! sempre questa parola che enfia pomposamente le gote degli ipocriti; questa che noi chiamiamo virtù è maschera di più fino lavoro delle altre, ma maschera al pari delle altre; il mondo tutto è una mascherata ridicola; e chi non ha labbra da ghigni beffardi, non ha petto da starsene fra gli uomini e farà meglio ad andarsene. Poni la virtù sopra una bilancia, e dimmi quanto pesi; interroga i mercati, e che ti si dica il prezzo di questa merce; incontrerai molte virtù da vendere — ma la virtù non già, perchè non è cosa di terra — Se oggi ci venisse un istante, un usuraio la porrebbe all'incanto, e domattina l'avrebbero violata.
Hai forse ragione, mio ottimo Eugenio; e in questo momento sono assai più disposto a convenire teco; ma sono ben otto giorni che mi arrovello a contraddirti e a persuadermi del contrario. Che vuoi? Sono oramai così debole, che mi appiglio ad ogni cosa che possa arrestarmi in qualche modo su questo fatalissimo pendio che mena all'apatia. Gli uomini sentono di buon'ora questo bisogno; se non che, quando si ha esuberanza di passioni e di forza, il dubbio sfiora il cuore senza passarlo; e se un disinganno tarpa le ali per un istante, bentosto la speranza le rinnova più robuste.
La gioventù è l'inno dell'amore — si è giovani, e si ama — a qualunque prezzo, anche a prezzo del dolore e del sagrifizio — si ama perchè giovani, si è giovani perchè si ama.
In questa effervescenza di vita e di affetti si esaurisce rapidamente la gioventù e l'amore — colla gioventù la forza, coll'amore la fede, però che la fede è un'amore.
L'indifferenza, fredda, muta, desolata ci galoppa alle spalle; ieri era l'avvenire e il passato; oggi è l'oggi — inesorabilmente.
Io lo sento, e vorrei sottrarmi a questa barbara legge, vorrei sottrarmi a me stesso, al peso della mia memoria e della inerzia della mia fantasia. Vorrei... oh! sì; strapparlo dal seno questo cuore impotente.
Ecco forse perchè m'affanno a credere ancora alla virtù di Carlotta.
È un fantasma vano, tu dici; che importa? è pur sempre una fede, è pur sempre un amore; non è più Carlotta che io domando al cielo, sono le mie passioni, i miei affetti, il mio cuore. Non è Carlotta, ma il pensiero di Carlotta.
Ah! la memoria di quel giorno mi toglie il senno. Spingere a tal punto la perfidia; ingannare un uomo che non vive che di lei, che ella dice d'amare, con cui divide il tetto, la mensa e l'avvenire.... e ingannarlo per chi?
Quel signor Verni è pure la buona persona; affettuoso, cortese, dignitosamente austero; ma che monta tutto ciò? egli è un marito; conviene che egli sia giudicato come tale, e amato come tale. Amato... sì; e non è possibile che io m'inganni. Carlotta ama suo marito... E perchè dunque?... Enigma tormentoso, indefinibile mistero del cuore d'una donna, chi mai saprà leggere nelle tue pagine capricciose?
Mi sono recato più volte, dopo quella giornata, in casa di Carlotta. La vidi mesta, pallida, stravolta: tale un giorno, tale sempre. Che può ella avere che l'affanni? Il rimorso forse? Menzognera e meschina e falsa riparazione questa del rimorso... «La poveretta ha errato, ne soffre». Infamia, infamia; nissuna pietà per la colpa che mendica il perdono colle vesti del pentimento.
Se l'immagine della vostra colpa può tanto sull'animo vostro da rendervi infelice, perchè mai non potè arrestarvi prima di commetterla? «Un istante di debolezza». Verissimo. Ma poichè foste deboli nell'errare, siate forti nel subirne la penitenza — non vogliate lavare l'onta colle lagrime, la debolezza colla debolezza, il vizio colla menzogna.
Quell'uomo, quel cavaliere Salvani, non è più venuto in casa Verni dopo quel giorno. M'ingannerei io dunque? Io sono pure lo stolto giocoliero ad affannarmi per ingannare me stesso. Potessi colle mie stupide querele arrestare un istante il fantasma della mia fede, e morire con essa! Morire benedicendo ed amando, morire col pensiero di lei, coll'immagine di lei dinanzi agli occhi, la mia bocca fremente sulla sua fronte purissima... la sua fronte purissima!... Irridimi cinico, irridimi; la tua beffa non può ferire il mio delirio».
XII. Silvio ad Eugenio.
«Ancora.... sì, ancora di lei; ne ho la mente piena, ne ho il cuore pieno. Non posso nulla contro la prepotenza di questo affetto.
Le dure parole della tua ultima di dieci giorni fa mi hanno ferito vivamente nel mio amor proprio. Ho voluto aspettare a risponderti per dirti: «Rifaccio i tuoi passi, sarò ad Huesca quanto prima...» Che mi rattiene ora dal farlo? Lo ignoro, ma mi è tuttavia impossibile abbandonare Milano. E d'altra parte abbandonare una città non è abbandonare i nostri affetti, le nostre memorie; e se potessi spogliarmi di queste, non vorrei allontanarmi da Milano.
È la centesima volta che io giuro a me stesso di non rivederla più; questa volta mancò poco che io riuscissi, e sarebbe stato merito tuo. Non è mia colpa se il mio proposito, ed era saldissimo, ha fallito; giudicane tu stesso.
Erano quindici giorni che non era stato in casa di Carlotta; non vi sarei andato più; se non fossero bastate le mie forze, avrei riparato nelle tue braccia per sottrarmi ad ogni tentazione. Propositi saggi, tu lo vedi. Questa mattina sono stato svegliato da un raggio di sole, e mi sono levato meno triste. Ho aperto le finestre, e un'onda di lieti pispigli ha invaso la mia piccola casa. Razza spensierata quei passeri! Uscii meglio disposto a sopportare la noia di me medesimo.
Ho gironzato alcune ore senza pensiero; mi sono cacciato dappertutto; ho guardato con molta attenzione le mostre dei negozii, ed ho interrogalo con insistenza il volto dei passanti. «Costoro sono tutti galantuomini, mi sussurrava il mio demonio; camminano a due a due; e si danno il braccio, e cianciano. Cianciano tutti, e di che mai? Vedi soave ricambio di sentimenti!»
Ascoltavo stupefatto le rotte frasi dei loro discorsi, e tentavo indovinarne il senso. Buona occupazione per gli sfaccendati; ma per me era più che un'occupazione, era meraviglia; e ti giuro che ce ne volle prima che mi ricordassi che appartengo anch'io alla razza dei galantuomini.
Suonava il mezzogiorno, e senza avvedermene io m'era spinto entro i viali serpeggianti dei giardini. Le belle anitrelle! le belle magnolie! e sopratutto i bei raggi di sole!
Guardai innanzi a me — povero mio cuore! — era dessa!
Veniva lentamente appoggiata al braccio di suo marito. Il mio primo pensiero, credilo, fu quello di sfuggirla, e girai intorno la sguardo ricercando un sentiero per la mia fuga; ma essi mi avevano già visto.
Carlotta era pallida, abbattuta, come se fosse uscita appena allora di malattia; il suo profilo s'era allungato, e i suoi grandi occhi pareano ingrossati più ancora, e guardavano con sguardi così languidi... Ma io sono pur sciocco a intrattenere il tuo cinismo di queste miserie.
Mi salutarono per i primi; il rossore mi salì alle guancie.
Domandai notizie della salute di Carlotta, balbettai alcune scuse per non essermi più recato in casa loro. Non udii le loro parole di rimprovero; ma mi parvero tali. Dolci rimproveri!
Quel signor Verni è proprio una carissima persona, e sua moglie così bella! Io vorrei pure amarli entrambi...
Mi accompagnai un breve tratto con essi, e vollero farmi promettere che sarei andato a far loro visita. Promisi. Poteva io non farlo?
Ed ora? Tutt'oggi non ho fatto che pensare ad essa: ho ripetuto mille volte ogni sua parola. È così dolce la sua voce! Ne sento ancora l'armonia, come fremito d'arpa lontana. Ho dimenticato i miei passeri; il loro cinguettìo mi è indifferente, quasi importuno; e se penso alla gioia d'essere amato da quella donna e udirlo ripetere dalle suo labbra... credo che impazzirei.
E dire!... ah, perchè non posso io contemplare un istante questa cara visione, senza che vi si mesca quell'orribile pensiero? E se io la calunniassi, se non fosse lei quella che ho veduto? Incertezza crudele.
Ritornerò, sì, ritornerò nella sua casa; un'ultima volta, e ti prometto che avrò fatto prima le mie valigie. E sarò teco a dividere la solitudine di quel dannato paese più presto che tu non immagini; e ci consoleremo a vicenda».