IL ROSETO DI RAVELLO.
Fra quante mai visioni
ne' suoi giri lenti la sorte ci compone,
tanto avara e pur generosa tanto,
insuperata rimarrà
la visione di ieri,
delle rose a Ravello,
ieri lassù di mezzo maggio
nel giardino aperto su l'infinito,
oh silenzio squisito, oh incenso!
Sfolgoravano dai mille cespi.
Ed ogni rosa
in sua essenza preziosa
chiedeva d'essere adorata
e ognuna i nostri sguardi smarrivano
nel profuso bel firmamento,
terrestre firmamento di corolle
così tessute tutte d'ebbrezza,
così allucinanti di colori o bianche
tutte morbide boccheggianti misteriose!
Forse non mai,
oh amato,
tanto negli occhi noi ci somigliammo.
È il mare
giù giù a picco ed arcuato,
a dare
con la sua saliente gioia
tale dovizia veemente
al vasto roseto incantato,
o è il monte
con la postura tranquilla
de' suoi casolari
ignari
nell'aria che brilla?
Per la meraviglia tacita odorosa
di quell'unica ora, pareva,
per noi soli, noi due dal mondo lontani,
le rose
alte sugli innumerabili steli raggiavano,
più abbagliante la luce della vita facevano,
Gioia dal mare veniva
e pace dal monte
alle estatiche corolle.
Oh Ravello, Ravello,
nel sole grande di mezzo maggio
incenso ai nostri confusi cuori!
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