Capitolo VI
Nuove fasi del pensiero italiano dal dodicesimo secolo al decimoquarto — Scrittori meridionali dei tempi normanno e svevo — Saba Malaspina — Storici del Vespro Siciliano — Vite dei Papi — Vita di Cola di Rienzo — Scrittori municipali lombardi del primo periodo — Ottone di Frisinga — Altri cronisti imperiali — Storie generali — Fra Salimbene da Parma — Cronisti di varie città dell'alta e della media Italia — Cronisti di Lombardia e della Marca Trivigiana — Albertino Mussato.
Mentre durava la lotta delle Investiture tra la Chiesa e l'Impero, un grande mutamento veniva maturandosi nelle condizioni politiche e intellettuali d'Italia, e al cessare di quella lotta la storia letteraria italiana trovasi come all'improvviso in un campo diverso. Nel Mezzogiorno, il reame fondato prima dai Normanni, radicatosi forte, divenne la sola monarchia che rimanesse ferma in Italia, accolse per un momento la sede dell'Impero, e, nè per le molte vicissitudini nè pel mutare delle dinastie, si disciolse mai più. La Chiesa Romana salita in alto per l'impulso poderoso di Gregorio VII, mentre allargava vastamente le influenze sue spirituali e politiche, veniva aumentando e rafforzando il patrimonio suo temporale, finché ai tempi d'Innocenzo III († 1216) toccò il culmine di una potenza che cominciò a scadere con Bonifazio VIII († 1303). Nell'Italia centrale e nell'alta, i Comuni dopo una laboriosa gestazione di germi latenti, fiorivano a un tratto d'ogni parte e si svolgevano rapidamente forti liberi e ricchi. Milano, Venezia, Genova, Pisa, Firenze, ad ogni passo s'incontra una città, ed ogni città è una potenza. Il sole sorto dopo i primi albori dell'età precedente, s'accampa in cielo e sale a splendere la luce di Tommaso d'Aquino, di Giotto e di Dante. Tra così rigogliosa ricchezza di vita, il laicato comincia ad uscire dalla tutela ecclesiastica, anzi la democrazia invadente nello Stato tenta d'invader la Chiesa. Dappertutto al fervore del pensiero s'accompagna il fervore dell'azione, e lo spirito filosofico appena rinato cerca subito di promuovere nuove riforme. Agitato prima da Arnaldo da Brescia esso scruta arditamente le dottrine ecclesiastiche difese da San Bernardo e più tardi dai Domenicani, e intanto varie eresie serpeggiano tra il popolo, stendono loro riti e ispirano sacri entusiasmi ed eccessi strani, mosse in parte da tendenze non diverse da quelle che muovono l'ordine democratico di Francesco d'Assisi. Le mutate condizioni mutano le condizioni dell'Impero tedesco che, s'impegna in una lotta nazionale ai tempi di Federico Barbarossa, s'italianizza un momento con Federico II, e poi trapiantato di nuovo in Germania, perde ogni forza tra noi ed è svigorito quando Arrigo VII vi discende confortato dai Ghibellini. I nomi di guelfo e di ghibellino divengono pretesto e segnacolo delle discordie italiane, che crescono quanto più esuberante è la vita, e creano lotte e anarchie e tirannidi e sventure infinite alla patria. Ma pur tra queste discordie si esplica la espressione vera del pensiero e dell'indole italiana coll'esplicarsi delle arti e più della lingua, che tenta le sue prime canzoni a Bologna e alla corte di Federico II in Sicilia, canta tra il popolo le laudi spirituali dei Francescani, e cercando perfezioni per tutta Italia, pone finalmente sede in Toscana ad aspettare la vicina musa dell'Alighieri.
Tale il periodo di cui si debbono ora esaminare gli storici. Come al rovinar dell'Impero s'erano inaridite le fonti storiche, così ora quanto più cresce e si feconda la vita del popolo tanto si moltiplicano le cronache e a poco a poco saliscono a dignità di storia. I materiali ci si affoltano intorno così aumentati d'importanza e di numero, che non è più possibile per me, e non gioverebbe oramai, il tener dietro singolarmente alle centinaia di cronisti che spuntano fuori da ogni parte d'Italia tra il dodicesimo secolo e il decimoquarto. È necessario restringersi. E per cominciare dal Mezzogiorno, ai cronisti del primo periodo normanno menzionati più sopra nel capitolo quarto, altri se ne vogliono aggiungere[132] fioriti sotto gli ultimi re di quella dinastia, i quali più o meno si collegano coi cronisti del periodo svevo che succedette (A. D. 1194-1268). Le cronache monastiche danno un secondo germoglio. Appartengono a questa età gli Annales Casinensens (1000-1212), compilazione di diversi monaci che ritesserono la storia di Montecassino traendola dagli storici che già si sono esaminati ed aggiungendovi notizie proprie per gli anni posteriori. Il monastero di S. Clemente di Casauria e quello di S. Bartolomeo di Carpineto situati entrambi in Abruzzo, entrambi di fondazione antichissima, ebbero anch'essi le loro cronache infarcite di documenti preziosi al modo della cronaca di Farfa, e compilati sul finire del dodicesimo secolo la prima da un Giovanni, la seconda da un Alessandro monaci ciascuno del monastero di cui raccolsero le memorie. Di carattere più vasto di queste cronache monastiche, la storia di Alessandro abbate di Telese sugli avvenimenti del regno di Ruggiero di Sicilia (A. D. 1127-1135), è libro notevole malgrado le tendenze panegiriche a cui l'autore s'ispira. Gli Annales Ceccanenses, pubblicati prima col titolo di Chronicon Fossae Novae dal monastero dove furono rinvenuti, e composti in forma di storia universale, cominciano dall'èra volgare e proseguono fino al principio del secolo decimoterzo in cui furono scritti, per quanto pare, da Landulfo abbate di S. Maria de Flumine presso Ceccano[133]. Inutile rabberciamento di antiche scritture nella prima parte, questo lavoro divien diffuso e circostanziato nella parte più recente. In essa, all'anno 1192, anche si contiene di diverso autore una rozza ed oscura poesia contro Enrico VI imperatore, il quale pel suo matrimonio colla principessa normanna Costanza, aveva impiantata nel mezzogiorno la dinastia sveva degli Hohenstaufen, e s'era fatto odioso così per l'influenze tedesche che introduceva, come per le sue crudeltà contro il partito normanno divenuto oramai nazionale e caro ai Siciliani. Più universale ancora è la cronaca di Romualdo Guarna arcivescovo di Salerno e celebrato tra i medici della scuola salernitana. La quale cronaca incomincia dalla creazione del mondo e scende fino alla seconda metà del secolo dodicesimo dove si interrompe. Uomo di alto affare nella Corte normanna dei due Guglielmi di Sicilia, ai quali era legato di sangue, occupò cariche eminenti presso quei due sovrani, ed ebbe gran parte nei molti rivolgimenti che agitarono quegli ultimi regni della dinastia degli Hauteville. Andò a Venezia rappresentante di Guglielmo II il Buono, e prese parte in nome del suo signore al convegno e ai trattati di pace che ivi ebbero luogo tra Alessandro III e i Comuni Italiani da un lato, e Federico Barbarossa dall'altro. Accolto con particolari attestati d'onoranza dall'Imperatore, e condotti a termine con buon esito i suoi negoziati, egli parla del convegno di Venezia con diffusa compiacenza nella sua cronaca. Questa, come può credersi, ha gran pregio quando giunge ai fatti contemporanei, sebbene una certa parzialità spiegabile in un uomo vissuto in mezzo alle lotte vive e violente dei partiti, inclini spesso l'autore a colorire i fatti o a sbiadirne le tinte o a tacerli, secondo il vantaggio del partito suo. Egli stava coi governativi e monarchici, ai quali si opponeva il partito feudale dei baroni mal sofferenti degli uomini nuovi che salivano al potere con danno loro. A questo partito apparteneva invece Ugo Falcando, robusto e generoso scrittore che si guadagnò colla sua storia dei fatti di Sicilia il glorioso soprannome di Tacito del Medio Evo[134]. È disputa sul luogo della sua nascita, ma par vero ch'egli nascesse in Francia, e venuto in Sicilia da giovane, rimanesse non breve tempo nell'isola dov'ebbe, come narra egli stesso, favore, sostegno e condizione onorata. Ripassato in Francia o, forse, in Inghilterra, scrisse la sua storia e la compì verso il 1169. Poi più tardi, nel 1189, ripresa la penna, in una lettera a Pietro di Blois toccò nuovamente delle cose di Sicilia quando Guglielmo II moriva e Tancredi di Hauteville levatosi a capo del partito siculo-normanno e proclamato re, tentò d'opporsi, e per quattro anni che durò in vita si oppose, alle pretese del tedesco Enrico VI. Partigiano ed amante della feudale nobiltà normanna stabilita in Sicilia, Falcando ne accomuna gl'interessi a quelli del Regno, che gli è caro malgrado le amare parole che di tanto in tanto volge a Siciliani e a Pugliesi, mosso piuttosto da antipatia di partito che da antipatia nazionale. Diverso in ciò da Romualdo Salernitano, egli ci parla appena di sé, e da questo riserbo deriva la povertà delle notizie che rimangono sul conto suo. Anche vi è un'altra diversità tra lui e l'arcivescovo, che dove questi tende a tacere le circostanze sfavorevoli al suo partito, Falcando invece è più coraggioso e affronta la difficoltà francamente, esponendo, mentre li giudica, i fatti pervenuti a sua notizia o per averli egli stesso veduti o per averli uditi dai ragguagli dei nobili normanni ai quali fu familiare. E sebbene egli attinga a fonti partigiane e parteggi egli stesso in cuor suo, tuttavia è più imparziale che non potrebbe aspettarsi. Inoltre, sagace com'egli è ed acuto, sente che la nuda narrazione dei fatti non basta all'ufficio di storico, e ci serba una quantità di notizie che non sapremmo altrimenti, intorno alla costituzione politica della monarchia, alle condizioni dei feudatari, dei municipî e del popolo. Il Gibbon, malgrado qualche lieve inesattezza, parla di Falcando con l'usata intuizione sua, e dice: «Falcando è stato chiamato il Tacito di Sicilia, e io dopo una giusta ma immensa riduzione dal primo al dodicesimo secolo, da un senatore ad un monaco, non lo vorrei privar del suo titolo. La sua narrazione è rapida e lucida, il suo stile ardito ed elegante, il suo spirito d'osservazione è acuto: aveva studiati gli uomini e sente come un uomo.»[135] E narrando le ultime vicende del regno normanno, e come Enrico VI se ne impadronisse coll'armi «contro l'unanime volere d'un popolo libero,» il Gibbon reca in parafrasi le profetiche parole che Falcando compiuta la sua storia mandava a Pietro di Blois sul cominciar della lotta. Le quali parole son qui ripetute per intero come le scrisse lo storico di Sicilia, a testimoniare i nobili affetti e la malinconia profonda che gl'ispirava la caduta del regno normanno.
«E Dio volesse che entrata col re tedesco in Sicilia, mancasse a Costanza la fermezza del perseverare, nè le si desse copia dei campi messinesi, o di trapassare i confini dell'Etna! Là rimarrebbe benissimo quella gente dove la crudeltà dei Pirati verrebbe in cozzo colle atrocità dei Teutoni.... Ma i luoghi interni di Trinacria, massime dove splende il fulgore della città nobilissima preminente per singolar merito a tutto il Regno, sarebbe nefando e mostruoso veder polluti dall'ingresso dei Barbari, scomposti dal terrore degli irruenti, esposti alle rapine dei predoni, o turbati dalla barbarie delle leggi straniere. Ma tu mi dirai, ‘A che vuoi venire, e qual consiglio stimi che prenderanno i Siciliani? Si eleggeranno essi un Re e combatteranno a forze unite contro i Barbari, ovvero cedendo alla diffidenza e all'uggia della insolita impresa, preferiranno accettare ogni duro giogo di servitù piuttosto che provvedere alla fama e alla dignità propria, alla libertà della patria?’ Io stesso trattando tacito questi pensieri nella mente dubbiosa, tenzono tra me distratto dalle varie ragioni, nè veggo chiaro il partito da scegliere. Certo se si eleggeranno un Re di non dubbio valore, e se i Saraceni non discorderanno dai Cristiani, l'eletto Re potrà soccorrer le cose quasi disperate e perdute, e conducendosi prudentemente respinger le incursioni dei nemici. Imperocché s'egli si concilierà il favor dei soldati aumentando gli stipendî, se conferendo beneficî si cattiverà l'animo della plebe, se premunendo con cura le città e le fortezze, anche in Calabria, disporrà presidî in luoghi opportuni, ei potrà protegger per modo Sicilia e Calabria che non cadano in man de' Barbari. Ma in Puglia dove godon sempre del nuovo e voglion sempre cose diverse, non reputo che si possa riporre speranza o fiducia veruna. Che se raccogliendo soldati a forza li comanderai alla battaglia, e' ti si metteranno in fuga prima che si dia fiato alle trombe: se li porrai a difender le fortezze, ecco che gli uni tradiscono gli altri e ti introducono dentro il nemico alla insaputa o a malgrado dei compagni. E poi perché è difficile che, tolto il timore del re, in tanto turbinar delle cose i Saraceni non sieno oppressi dai Cristiani, se i Saraceni stanchi per le molte ingiurie di costoro comincieranno a discordarne, e occuperanno le castella marittime e le fortezze della montagna, per modo che si debba combatter da un lato i Tedeschi a tutta possa, e dall'altro respingere le frequenti scorrerie dei Saraceni, che credi faranno i Siculi oppressi tra queste angustie, e posti come tra il martello e l'incudine? Faranno come potranno, e arrendendosi in quella miserevole condizione ai Barbari si metteranno nella potestà loro. Oh voglia Iddio che s'accordino i voti della plebe e dei nobili de' Cristiani e de' Saraceni, affinché eleggendosi concordemente un Re, si sforzino di contrastare con ogni potere, con ogni sforzo, con ogni aspirazione alla irruenza dei Barbari. Infelice isola condannata dalla sorte a nutrire e far così prosperare i tuoi figli, che quando sono giunti alla desiderata maturità di lor forze, prima ne fanno esperimento in te, e gli allevati dalle tue pingui mammelle ti scerpono ricalcitrando le viscere! Così molti nutriti già nel tuo seno e nelle tue delizie, t'afflissero poi con infinite ingiurie e guerre infinite. Così anche Costanza educata dalla cuna alla abbondanza delle tue delizie, istruita nelle tue dottrine, informata ai tuoi costumi, se n'andò da ultimo tra i Barbari ad arricchirli delle tue ricchezze, ed ora con esercito ingente viene a ripagarti una scellerata mercede, a distrugger violenta la ornatezza della sua bella nutrice, a contaminar colla sozzura barbarica quella tua purezza per cui sovrasti ad ogni altro regno. Muoviti ora o Messina città possente e prevalente per molta nobiltà di cittadini, segui qual miglior consiglio t'è dato guardando alla salvezza tua, per fiaccare i primi sforzi dei Barbari e vietare il passo del Faro alle armi nemiche. Preme che tu maturi ponderatamente ciò che farai. Imperocché come tu prima ti presenti innanzi alle navi che vengono in Sicilia appena passato il Faro, anche t'è necessità sostenere i primi impeti dei combattenti e sperimentare i primi auspicî della guerra. Certo ti crescerà gran forza e fiducia, grande speranza e sicurezza, se guardi al valore e alla audacia dei cittadini tuoi, i vecchi atti a maturar consigli, i giovani avvezzi alle cose di guerra, il giro delle tue mura tutto cosparso intorno di torri, se pensi alle forze tue colle quali spesso frangesti la superbia dei Greci, e spogliando Affrica e Spagna ne traesti spesso preda ingente e spoglie opine. Non ti dia dunque nessun timore, nessun terrore la turbolenta barbarie di costoro, se resistendo fortemente potrai sostenere i primi assalti, scuoterai dal tuo collo un giogo durissimo e spargerai lontano la gloria immortale del celebrato tuo nome.»[136]
Con Ugo Falcando può dirsi che abbiano termine gli storici del periodo normanno, dai quali si fa passaggio a quelli del periodo svevo mediante il carme di Pietro da Eboli (A. D. 1187-1195), che in versi eleganti narrò la lotta fra Tancredi ed Enrico VI, scrivendo piuttosto un panegirico di quest'ultimo che una storia. È un periodo povero di cronisti speciali per la bassa Italia, sebbene in esso grandeggi la figura di Federico II che tanto affascinò le menti de' suoi contemporanei in Italia, e la corte sua di Sicilia divenisse convegno d'uomini dotti e di letterati, e quasi culla della poesia italiana. La cronaca anonima De rebus siculis, gli Annales Siculi, il Breve chronicon lauretanum sono scritture utili a consultar dallo storico ma di mediocre valore, e solo davvero importanti tra i cronisti meridionali di quella età sono Riccardo da San Germano, Niccolò di Jamsilla e Saba Malaspina sul continente, e nell'isola di Sicilia Niccolò Speciale e Bartolomeo da Neocastro. Il primo di questi scrittori, nato nella città di San Germano alle falde di Montecassino, fu notaio imperiale e adoperato in molti negozî da Federico II. Le molte cose vedute, l'esperienza della vita pubblica, e, forse, le tradizioni della letteratura storica attinte alla grande Badia presso cui era nato, lo invogliarono a scrivere la storia dei tempi che corsero dalla morte di Guglielmo il Buono fino al 1254. Lavoro preciso e semplice, scritto con imparzialità diligente, ricco di fatti narrati schiettamente, senza nessuno ornamento oratorio, povero di colorito, cronaca vera e non storia, esso è la guida più sicura che abbiamo per quegli anni intorno alle vicende di Federico II e delle provincie napoletane.
Onesti narratori anch'essi gli altri due, ma parteggiatori entrambi e appassionati nella lotta risorta per la terza volta tra la Chiesa e l'Impero, della quale descrivono le ultime vicende. Del ghibellino Niccolò di Jamsilla non sappiam nulla oltre il nome, e questo pur dubbiamente, ma dalla stessa opera sua può dedursi ch'egli era notaio, familiare e segretario di re Manfredi, e suo seguace negli anni 1253-1256, tanto appariscono minute e sicure le notizie che egli più specialmente ci dà per questi anni del regno di quel cavalleresco sovrano. Scrive con eleganza dignitosa, e le tendenze ghibelline non nuocciono alla sua fedeltà di storico, ché anzi lo stesso parteggiar suo gli cresce forse la naturale attitudine di connettere insieme gli avvenimenti e di giudicarne da un punto di vista complessivo e sintetico. Questa attitudine egli ha comune con Saba Malaspina, di cui pure si hanno scarse notizie. Saba nacque a Roma d'una vecchia famiglia romana, fu decano della Chiesa di Mileto in Calabria, e addetto alla Curia di papa Martino IV, durante il cui pontificato (A. D. 1281-1285) scrisse la storia sua e la dedicò ad un collegio di ufficiali della Curia. In questa storia, egli dichiara di voler narrare i fatti veri de' quali fu testimonio egli stesso, o quelli, che divulgati tra i contemporanei, gli sono giunti all'orecchio e gli paiono aver sembiante di certezza. L'opera divisa in due parti, tratta gli avvenimenti del regno dalla morte di Federico II fino alla morte di Carlo d'Angiò (A. D. 1250-1285). È la storia di un periodo agitato e pieno di rivolgimenti, e abbraccia le fortunose vicende del regno di Manfredi. Il quale da Federico II colla regia corona ereditò il mortale odio del partito guelfo, e la nimistà dei papi onde si spianò la via a Carlo d'Angiò, finché alla battaglia di Benevento cadde Manfredi cessando insieme il regno e la vita. E dopo Manfredi, continua Saba narrando lo stabilirsi di Carlo d'Angiò, e le molteplici sue relazioni col partito guelfo in tutta Italia, e specialmente coi papi e col municipio di Roma di cui fu senatore; e il tentativo del bello e infelice Corradino di Hohenstaufen che scese di Germania a sedici anni per riacquistare il regno de' suoi, ma fu vinto a Tagliacozzo, e il fosco Angioino gli fe' come un fiore reciso cader sul patibolo la testa giovinetta vendicata più tardi in Sicilia quando suonò la tremenda campana del Vespro[137]. Guelfo d'animo e addetto alla curia pontificia, Saba rende bella giustizia al valore e alle sventure di Manfredi e di Corradino, e non si studia di nascondere le colpe del re Carlo di cui, pure pregia oltremodo le doti che gli valsero di conquistare il regno e di piantarvi la sua dinastia. Gonfio ricercato oscuro di stile, rozzo nel suo latino, non difetta tuttavia d'efficacia nè di colorito, ispirato com'è dalla importanza del suo soggetto e dai sentimenti che gli desta in core il continuo mutarsi di tante fortune[138].
Lo scoppio improvviso che determinò la rivoluzione del Vespro e lo stabilirsi della stirpe d'Aragona in Sicilia, trovano in Saba uno storico acuto ed onesto, che pur malgrado l'animo sfavorevole, seppe vederne le cause e le conseguenze, e con lui sono tra i principali storici di quell'avvenimento i siciliani Bartolomeo da Neocastro e Niccolò Speciale. Bartolomeo da Neocastro, messinese, giurista, magistrato repubblicano di Messina durante la rivoluzione del 1282, indi avvocato del fisco e nel 1286 ambasciatore di Giacomo I di Sicilia al pontefice Onorio IV, è forse il miglior testimonio che ci rimanga intorno a quel fatto. La sua narrazione muove dal 1250 e va fino al 1293, distendendosi nell'ultimo periodo di tempo e descrivendo gli eventi ancor freschi nella memoria dell'autore con intendimento onesto di dire il vero, salvo che un soverchio amore alla nativa Messina lo rende talvolta ingiusto ai Palermitani e a ciò ch'essi fecero per affrancar l'isola dalla tirannia dei Francesi. La Historia Sicula di Niccolò Speciale abbraccia un periodo posteriore, e, muovendo appunto dal Vespro, giunge fino al 1337, e narra la storia dei primi regni aragonesi di Sicilia. Uomo d'alto stato e ricco di buone lettere, Niccolò Speciale era stretto di amichevoli legami colla corte di Federico II d'Aragona, il quale nel 1334 mandò anche lui ambasciatore a papa Benedetto XII. Da questi legami, nota giusto l'Amari, «abbiamo un bene ed un male, il bene che fu in luoghi e in tempi da conoscere appunto, e non da uom del volgo, ciò che scrisse, veduto cogli occhi propri e ritratto da vicino; il male che poté peccar di prudenza cortigiana contro la verità.»[139]
Dalla famosa isola tornando ora di nuovo alla terra ferma, senza indugiarmi a parlare degli scrittori dei primi tempi angioini, che sono scarsi e di poco interesse allo scopo del libro, passerò d'un tratto a parlare degli scrittori romani. Anch'essi scarseggiano, e dice vero il Gregorovius osservando che le migliori notizie sulla storia municipale di Roma ci sono fornite dai cronisti inglesi, Guglielmo di Malmesbury, Rogero Hoveden, e soprattutto da Matteo Paris i cui lavori sono preziosi alla storia italiana del tredicesimo secolo. Di Saba Malaspina si è detto come, egli romano, trattasse insieme gli avvenimenti del reame napoletano e quelli di Roma allora assai mescolati. Le vite dei papi, dopo quelle che scrisse il cardinal Bosone furono prima ripigliate da un altro inglese, Giovanni di Salisbury, del quale avanza un frammento pregevolissimo per la storia di Eugenio III, che fu pubblicato col titolo di Historia Pontificalis[140]. Dopo lui un prete anonimo narrò le Gesta d'Innocenzo III (A. D. 1198-1216), e trattò le relazioni di quel pontefice illustre verso l'Oriente e la Sicilia, con diffusione e autorità di contemporaneo, ma non chiaro nè elegante. Scritta anch'essa da un contemporaneo, ma parziale assai e nemica all'imperatore Federico II, è la vita di Gregorio IX († A. D. 1241). A questo, di gran lunga più pregevole tien dietro la storia d'Innocenzo IV (A. D. 1243-1254), composta da un cappellano di lui, Niccolò da Calvi, scrittore apologetico ma bene informato e diligente, che ricorda i migliori scrittori del Libro Pontificale e li supera per la facile eleganza dello stile e per una purezza di linguaggio, che ci fa sentire come oramai la buona latinità sia risorta e s'avanzi rapida nella via di maravigliosi progressi[141]. Dopo Niccolò da Calvi non abbiam più proprie biografie di pontefici, ma solo aridi cenni riuniti più tardi nelle raccolte che si vennero compilando al secolo decimoquarto, quando la storiografia pontificia, trasformandosi, prendeva un carattere più generale nella cronaca di Martino di Troppau, famoso col nome di Martin Polono, e in quelle, men celebrate ma migliori assai, dei domenicani Bernardo Guidone e Tolomeo di Lucca, le quali muovendo entrambe dall'èra volgare, cessano nella prima parte del secolo decimoquarto[142].
Il passaggio della sede pontificia ad Avignone, togliendo ogni occasione di scriver da Roma la storia dei papi, riuscì a danno della storiografia romana ed è ragione che sia così. I municipi dell'alta e della media Italia rappresentavano propriamente uno stato, ed avevano una vita politica che difettava alla città di Roma assorbita com'era nella vita politica del Papato. Quando questa veniva meno, il valore della storia di Roma non superava quello d'ogni mezzano Comune fuorché per la grandezza del nome romano e de' suoi ricordi immortali. E ciò è così vero, che appena tra i ruderi giacenti del Fôro, si rizzò la figura fantastica di un uom singolare che, risognando la vaghezza delle glorie antiche, salì al Campidoglio, brillò quivi un momento e svanì nel buio, tosto ecco apparire una cronaca a ricordarne le gesta, ma venne isolata, e la Vita di Cola di Rienzo riman solitaria com'è solitaria la figura dell'eroe che descrive.
Tra pochi altri frammenti di mediocre valore, la Vita di Cola di Rienzo è il lavoro storico più poderoso prodotto da Roma nel secolo decimoquarto. Della autenticità di questo lavoro fu mosso dubbio e taluno anzi la negò addirittura, e neppur io, lo confesso, oserei dichiararmi scevro da ogni esitazione. Ma le ragioni per ritenerlo autentico mi sembrano tali, che quando per uno studio accurato dei manoscritti che restano, e per un esame storico e filologico del testo, si potrà pronunciare un giudizio definitivo, io fo stima che la sentenza sarà favorevole alla cronaca, e se ne avrà una edizione genuina e monda dagli errori e dalle interpolazioni che la deturpano adesso. Del resto pur così imperfetta come oggi la leggiamo, quella vita è piena d'attrattive, dettata in dialetto romano, animata da esclamazioni e da dialoghi, semplice evidente piena di movimento e di vita. Mossa da grande ammirazione per Cola, è temperata dal profondo patriottismo del cronista, il quale amante ancor più di Roma che di lui, ci mette innanzi l'immagine fantasiosa del Tribuno in tutte le sue strane contraddizioni. Quel suo misto di senno e di capricci, la grandezza classica dei propositi di un uomo quasi ispirato, e le puerili vanità di chi a un tratto salisce da umiltà di stato ad autorità illimitata, ogni impulso, ogni nota caratteristica di quella curiosa indole, ci si descrive con tanta vivacità, che egli sembra risorgerci innanzi a rivivere la clamorosa sua vita. E con lui rivediamo i legati del Papa e i baroni, ora accarezzati or minacciati da Cola, tremargli innanzi di paura e d'ira e covar la brama della vendetta in core; e le sedizioni bollire e sbollire, e agitarsi armati que' turbolenti Romani e muovere a combattere nelle piazze e talora acquetarsi e poi frementi riarder di nuovo e tornare alle ire, alle grida, ai tumulti. È quel libro un romanzo immaginoso e vivace assai più di quello del Bulwer ed è insieme storia, come il tipo del tribuno romano è di quei tipi che fermano a un tempo la mente degli storici e la fantasia dei poeti[143].
Se in Roma era grande povertà di cronisti, ben diverso accadeva in altre parti d'Italia, in Lombardia soprattutto, dove la vita comunale si svolgeva floridissima, le libertà cittadine si allargavano, e con esse i commerci e le ambizioni e il cozzar delle armi agitate talora contro le invasioni tedesche, più spesso in guerre fratricide tra le città vicine e fin dentro le mura d'una sola città. Già fin dal secolo undecimo, quando la Chiesa lottava per la supremazia, comincia in Milano a profilarsi la storia secondo le nuove tendenze, e un elemento laico e popolare penetra in essa e vi soffia dentro l'alito della vita sua. In tal modo Arnolfo, sebbene partigiano della aristocrazia ecclesiastica milanese, è inconsciamente animato ancor egli da questo elemento nelle Gesta Archiepiscoporum Mediolanensium (A. D. 925-1076). In esse egli narra quel periodo agitato d'ansie e di contrasti tra l'alto clero milanese da un lato, e dall'altro gran parte del basso clero e del popolo: quello per antica tradizione ostile alle pretese romane, geloso di sue prerogative e di sue ricchezze, contrario al celibato ecclesiastico, ma il basso clero e il popolo trascinati dalla corrente delle idee riformatrici, e addicentisi a quel partito della Pataria di cui abbiam veduto farsi campione a Piacenza e divenir martire Bonizone da Sutri. Arnolfo inizia a Milano la cronaca municipale, che ci apparve iniziata a Venezia da Giovanni diacono, e nelle pagine d'Arnolfo, dice assai bene uno scrittore recente, «non siamo più nel chiostro, siamo nella città in mezzo ai suoi tumulti e alle sue lotte.»[144] E mentre la Pataria milanese aveva anch'essa i suoi martiri in Arialdo e in Erlembaldo delle cui vite ci rimane un racconto, altri storici sorgevano a narrare le vicende delle lotte religiose e delle civili. Così due Landolfi, il seniore e il giuniore, riproducevano il popolo tra cui vivevano, il primo addetto al partito degli arcivescovi, fiero appassionato parzialissimo; assai migliore e moderato il secondo, più veritiero e ricco di maggior dottrina e di maggior diligenza. Nato sul cadere dell'undicesimo secolo, Landolfo giuniore fu educato con cura, viaggiò per motivo di studî a Parigi, dove allora conveniva d'ogni parte d'Europa la gioventù ad istruirsi, e tornato in patria fu addetto alla chiesa di San Paolo riedificata da suo zio Liprando, eloquente ardentissimo e perseguitato capo della Pataria. Perseguitato ancor egli ma pur tenuto in gran conto, Landolfo giuniore scrisse una storia di Milano dal 1095 al 1137, che, al dire del Muratori, è breve ma contiene tutti i maggiori eventi che muovevano allora Milano, e i rivolgimenti degni di memoria, ed esprime vividamente quel che poteva in que' tempi, e potrà sempre, la cupidigia del dominare. Nè la narrazione di Landolfo si restringe entro le mura della città, ma s'allarga ad illustrare molta parte della storia italiana[145].
Contemporanei a Landolfo un Magister Moyses celebrava verseggiando le lodi della nativa Bergamo, dov'era tornato dopo essersi guadagnato ricchezze ed onori alla corte di Costantinopoli, e un altro poeta, anonimo, piangeva la devastazione di Como compiuta dai Milanesi e la guerra lunga ed aspra che la precedette dal 1118 al 1127. Ma i tempi procedevano rapidi, e i nuovi avvenimenti apparecchiavan materia ai nuovi cronisti, tra i quali ci si presenta primo un Milanese, a cui dobbiamo una buona storia delle guerre sostenute dai Milanesi contro il Barbarossa[146]. Il momento solenne per la storia di Milano, che rasa al suolo e solcata dall'aratro del vincitore, era risorta a un tratto indomita e più implacabile che mai contro Federico, le feroci crudeltà di quella lotta accanita, le nimicizie mortali di talune città fra loro, e la gloriosa concordia delle altre che liberò l'Italia colla vittoria di Legnano (A. D. 1176, 29 maggio), trovano in questo cittadino di Milano un testimonio oculare che narra i fatti con calma austera e con desiderio di cavarne ammaestramento per le generazioni future: «Ciò ch'io vidi e che udii di verace, tenterò di scrivere. Imperocché è di grande utilità a chi vien dopo l'imparare da ciò che è accaduto a guardarsi per l'avvenire.» E alla voce di questo severo cronista che narra le difese della patria, dalle coste adriatiche fa eco quella del fiorentino Boncompagno che descrive con molto maggiore impeto un episodio di quel contrasto, l'assedio d'Ancona, la quale stretta dai soldati imperiali guidati da un prete guerriero, Cristiano arcivescovo di Colonia, si difese ostinata e costrinse i Tedeschi a levare l'assedio.
Guardando le cose con occhio affatto diverso e appassionati per la parte imperiale, scrissero Ottone Morena e suo figlio Acerbo, i quali lasciarono memoria delle cose operate in Italia da Federico I, e delle vicende di Lodi loro patria. Ottone che fu giudice e messo imperiale di Lotario e di Corrado III, produsse fino al 1162 il suo lavoro, continuato poi fino al 1167 dal figliuolo Acerbo, caro all'imperator Federico che lo nominò podestà di Lodi. Alla costui morte avvenuta in Siena nel 1167, un anonimo proseguì la storia interrotta, e la prolungò di qualche anno con intelletto alquanto più nazionale dei due Morena, i quali vincolati d'affetto all'Impero e accesi dell'antico odio di Lodi contro Milano, sono ardentemente nemici a quest'ultima. Ma pur con questo difetto di parzialità, per la forza dell'ingegno e della espressione, e per le molte notizie che recano, voglionsi tenere tra le migliori fonti che ci rimangono di quella età memoranda[147].
La figura grandiosa di Federico Barbarossa ebbe fra i Tedeschi uno storico il cui nome di necessità si registra in queste pagine. Fu questi Ottone vescovo di Frisinga, nato verso il 1114 dalle seconde nozze di Agnese figlia dell'imperatore Enrico IV, con Liupoldo marchese d'Austria, e così fratello uterino del re Corrado III e zio del Barbarossa, che l'ebbe tra i più fidati consiglieri e partecipe negli affari dell'Impero. Ingegno pronto e versatile, indole mistica e malinconiosa, Ottone tendeva al chiostro, e dopo alcun tempo passato agli studi in Parigi, si rese monaco cisterciense nella badia di Morimund. Di quello stesso monastero fu eletto abbate, ma presto dopo fu sollevato alla sede episcopale di Frisinga, senza però ch'egli smettesse l'abito e gli affetti di monaco. Durante la seconda crociata guidò in Palestina contro i Saraceni un esercito che fu distrutto, e scampato a fatica egli stesso e visitata Gerusalemme, tornò in Occidente. Non par che fosse molta armonia di pensiero tra lui e il fratello Corrado, ma quando salì al trono Federico, ei s'accostò maggiormente alle cose del Regno. Rimase coll'Imperatore fino al 1158, ma apparecchiandosi Federico a tornare in Italia, egli per la fiaccata salute sua ottenne di rimanere in patria. Quivi morì di lì a poco in quella stessa badia di Morimund dove era stato monaco ed abbate, e alla quale era legato d'affetto come alla diocesi sua di Frisinga la cui cattedrale trasandata nelle turbolenze dei tempi precedenti, egli aveva restaurata nobilmente e resa splendida e ricca.
Meditabondo per istinto e nutrito di forti studî filosofici e teologici, Ottone dallo spettacolo degli avvenimenti umani nei quali si trovò mescolato trasse ispirazioni ad un libro di storia in cui filosofar mestamente sulla caducità delle cose mondane, e andar cercando conforto nel pensiero di un avvenire immortale. Il Chronicon, o, per chiamarlo come lo chiamò Ottone stesso, il Liber de duabus civitatibus, raccoglie sinteticamente le varie età del mondo, e dalla creazione perviene ai suoi tempi, in sette libri, ai quali se ne aggiunge un ottavo che tratta del giudizio finale e della vita futura. Informata all'erudizione storica di Paolo Orosio, e ispirata per le vedute filosofiche agli scritti di Santo Agostino, questa è forse la prima opera che in quegli albori di rinascenza tentò di conglobare tutta quanta la storia dell'umanità in un sistema preordinato di cause e d'effetti. E ciò ha gran pregio per chi cerca il vario e progressivo svolgersi degli studî storici, come senza dubbio hanno pregio per lo studio minuto della storia tedesca quei libri del Chronicon che trattano dei tempi più vicini ad Ottone. Ma il libro che ha speciale valore per la storia italiana è un altro, che s'intitola Gesta Friderici Imperatoris e discorre la prima parte delle imprese del Barbarossa. Calmo estimator del dissidio fra la Chiesa e l'Impero[148], questo vescovo monaco, zio dell'Imperatore, testimonio oculare di molti fatti, assai bene informato di molti altri, sarebbe senza paragone il migliore storico di quella età, se alcuni gravi difetti non gli vietassero quella gloria. La stessa tendenza filosofica della sua mente, che gli fa abbracciar d'uno sguardo i fatti e giudicarli abbastanza giusto quando li contempla dall'alto, lo rende spesso trascurato nei particolari e non bene sicuro. Inoltre un certo pomposo amore di frasi, un desiderio rettorico di crear contrasti d'ombre e di luce, lo inducono spesso ad alterare per modo le circostanze narrate, che se anche riman veritiero nel complesso di un fatto, nei particolari riesce inverosimile. Tale si mostra narrando la impetuosa sollevazione dei Romani contro l'esercito di Federico (A. D. 1155, 18 giugno), e il lungo ostinato contrasto e la strage che ne seguì, dove afferma che dei sollevati mille furono i morti, dugento i prigioni, innumerabili i feriti, ma aggiunge che uno solo perì dei Tedeschi e un altro ne rimase prigione, e con un mirum dictu si sbriga classicamente dell'ardua asserzione[149]. Ma se questo difetto e un cotal misto di boria nazionale e di cortigiana adulazione lo rendono men degno di fede in certi particolari, egli tuttavia è nell'insieme uno storico pregevolissimo, e in questo ancor singolare che nel rendersi conto degli avvenimenti, spesso con sottile intuito ne ritrova le ragioni storiche e politiche, e risalendo al passato spiega con grande acume il presente. Così per esempio il passo che son per citare mi sembra mirabile, specialmente se si consideri che fu dettato da un Tedesco imperialista quando la volontà di Federico e lo studio rinascente della legge romana tendevano ad esagerare oltre ogni termine i diritti e le pretese del cesarismo.
«Tuttavia i Lombardi, forse perché i lor figliuoli pei maritaggi cogli Italiani ereditavano in linea materna, e per influenza del suolo e del clima, alcunché della romana mitezza e della sagacia, deposta tutta l'asprezza della ferità loro, ritengono la eleganza del linguaggio latino e certa cortesia di costumi. Inoltre essi imitano la solerzia dei Romani antichi nel governo delle città e nella conservazione della cosa pubblica. Da ultimo essi così sono affezionati alla libertà loro, che ad evitar la insolenza de' reggitori amano meglio essere governati da consoli che da principi. E poiché sono fra loro tre ordini, quel dei capitanei, quel de' valvassori e quel della plebe, a tener giù l'arroganza, questi predetti consoli sono scelti non da un solo ordine ma da ciascuno, e affinché non li vinca la cupidigia del potere, essi quasi ogni anno sono mutati. Di che avviene che quella contrada è tutta divisa in città le quali hanno costretto quei del territorio loro a vivere in esse, e a stento troverebbesi uom nobile o grande con tanto potere da esser franco dell'obbedienza alle leggi della città sua. E usano di chiamar Contadi o Comitati questi diversi territorî, dal privilegio del vivere insieme[150]. E affinché non manchi loro il mezzo d'infrenare i vicini, e' non disdegnano di levare al grado della cavalleria, e ad ogni grado di autorità, giovani di bassa estrazione e perfino operai di spregevoli arti meccaniche, che gli altri popoli allontanano come pestiferi dalle più nobili e liberali professioni. Da ciò avviene che essi avanzano ogni altro del mondo per loro ricchezza e potenza. E a ciò, come s'è detto, sono aiutati dall'indole loro laboriosa e dalla lontananza dei loro principi residenti di solito a settentrione dell'Alpi. In ciò tuttavia essi, dimentichi della nobiltà antica, ritengono la traccia di lor barbare costumanze, che mentre si vantano di viver secondo la legge, pure alle leggi non obbediscono. Imperocché di rado o non mai accolgono riverenti il principe a cui sarebbero in obbligo di mostrare una volenterosa reverenza di soggezione, nè accettano obbedienti quel ch'egli impone secondo la giustizia delle leggi, se non sentono l'autorità sua costretti dal coadunarsi di molto esercito. Onde egli accade frequente che mentre il cittadino dovrebbe esser frenato sol dalla legge e il nemico secondo la legge essere costretto dall'armi, essi veggono colui presso il quale come lor principe dovrebbero trovar clemenza, aver più spesso ricorso alle armi per mantenere i diritti suoi. Di che viene allo Stato un doppio danno, ché il principe deve torcer sue cure a raccogliere un esercito per tenere in freno i cittadini, e questi debbono esser costretti ad obbedire al principe non senza grave dispendio della sostanza sua. Onde per la stessa ragione che il popolo è in tal caso colpevole d'improntitudine, vuolsi scusare il principe innanzi a Dio e agli uomini per la necessità del caso.
«Tra le altre città di questa nazione, è principale ora Milano posta fra il Po e le Alpi.... Ed è stimata più famosa d'altre città non pure in ragione di sua maggiore ampiezza e del suo maggior numero d'uomini d'arme, ma sì anche perché entrano nella giurisdizion sua altre due città poste nella regione medesima, ciò sono Como e Lodi. Quindi come avviene nelle umane cose pel blandir della ridente fortuna, essa per tal modo si gonfiò in ardimento d'orgoglio, che non solo non s'astenne dall'assalire i vicini suoi, ma perfino s'avventurò senza sgomento a incorrere nella recentemente offesa maestà del principe.»
È da dolere che una morte immatura togliesse ad Ottone di proseguir la sua storia oltre il 1158, quando il conflitto tra Federico e i Comuni poteva dirsi poco più che iniziato. Per fermo la esperienza dei fatti, la familiarità sua coll'Imperatore, e l'uso facile di documenti ufficiali avrebbero sempre più cresciuto valore al suo libro col progredir degli eventi. Non ce ne compensa abbastanza il suo fedel cappellano Ragevino che per comando di Federico[151] ne proseguì alquanto l'opera e la protrasse fino al 1160, testimonio anch'egli di vista e forse più diligente del suo patrono, ma come di stato così d'ingegno e di dottrina infinitamente minore. E oltre a questa continuazione, le Gesta ispirarono il poema Ligurinus o Carmina de rebus gestis Friderici I Aenobarbi che ha dato luogo alcuni anni or sono, a molte discussioni sulla autenticità sua. Qualche erudito dichiarò essere quel poema una impostura del secolo decimosesto, ma questa par sentenza esagerata. Assai più ragionevole è quella dell'erudito francese Gastone Paris, e dei tedeschi Pannenborg e Wattenbach, i quali ritengono essere il poema una specie di esercitazione letteraria scritta sul finire del dodicesimo secolo quasi intieramente sulle traccie delle Gesta di Ottone di Frisinga e di Ragevino, talché dal punto di vista storico non eccede molto il valore di una parafrasi in versi.
Nè molto più, a parer mio, valgono le Gesta Friderici di Goffredo da Viterbo, che trattò anch'egli lo stesso tema, ma rozzamente, disordinato e senza dir quasi nulla di nuovo. Goffredo scrisse alcune altre opere tra le quali una storia assai nota intitolata Pantheon, ed anche fu attribuito a lui un carme sulle imprese di Enrico VI contro Tancredi in Sicilia, ma non par che sia suo. Si disputa s'egli nascesse a Viterbo o in Germania, e il più dei critici lo ritiene Tedesco, ma io non oserei affermare migliore l'una sentenza dell'altra. Certo fu educato fanciullo a Bamberga, e addetto alla corte di Federico si adoperò molto per lui. Lo seguì nelle sue imprese, e, come dice egli stesso, viaggiò per lui «due volte in Sicilia, tre in Provenza, una in Ispagna, sovente in Francia e quaranta volte dalla Germania a Roma.» Morì a Viterbo che, se non lo vide nascere, gli fu patria adottiva negli ultimi anni suoi, e certo gli mancò piuttosto l'arte che l'occasione di salir più alto fra gli storici del suo tempo[152].
Ben diversamente pregevole apparisce invece un altro poema scoperto dal professore Ernesto Monaci nella Biblioteca Vaticana e pubblicato dall'Istituto Storico Italiano. L'anonimo autore, nativo per quanto pare di Bergamo, e molto probabilmente discepolo di quel Magister Moyses che si è già menzionato, è un imperialista ammiratore del Barbarossa, e canta le costui imprese in Lombardia fino al 1160, interrompendosi a un tratto forse perché mentr'egli scriveva, intorno al 1166, Bergamo mutata parte staccavasi da Federico ed entrava nella lega lombarda. Verseggiatore abbastanza buono, dipintore vivace, testimonio contemporaneo e bene informato, egli se non accresce di molti fatti nuovi la conoscenza che abbiamo di quei tempi, ne modifica alcuni ed altri ne conferma o ne spiega. Così per esempio egli narra, modificando il racconto di Ottone di Frisinga e con molto maggior sembianza di vero, la incoronazione del Barbarossa e la zuffa avvenuta tra i Romani e gl'Imperiali. Questo episodio, molto efficace nella semplicità sua, si chiude con una digressione commovente intorno alle dottrine e al supplizio d'Arnaldo da Brescia, ch'egli ci mostra serenamente intrepido innanzi al laccio ed al rogo, martire fermo della sua fede.
«Ma come vide preparargli il supplizio e affrettandosi il fato legarglisi il laccio al collo, richiesto se volesse abbandonare il pravo dogma e confessar sue colpe a mo' de' savî, egli, mirabile a dirsi, intrepido e sicuro di sé rispose parergli salutare il suo dogma, nè dubitare di patir la morte per le sue parole nelle quali nulla era assurdo nulla nocivo. E chiese un breve indugio per pregare un momento, perché disse di voler confessar le sue colpe a Cristo. Allora piegate le ginocchia, levati gli occhi e le mani al cielo, gemette sospirando dall'imo petto, e senza parole pregò mentalmente il celeste Iddio raccomandandogli l'anima sua; e rimasto così alcun poco, diede il corpo alla morte preparato a patirla costantemente. Gli spettatori scoppiarono in lacrime, ed erano perfino alquanto commossi i littori. Finalmente pendette sospeso al laccio che lo tratteneva, e dicesi che ne dolesse al re, troppo tardi misericordioso. O dotto Arnaldo, a che ti giovò tanta letteratura? a che tanti digiuni e tanti travagli? Perché mai seguì egli sì dura vita, e spregiò i molli ozî, nè volle conceder nulla alla carne? Ah, chi mai lo persuase di volgere il dente mordace contro la Chiesa? Ecco perisce il tuo dogma pel quale, o condannato, portasti la pena, e non rimane viva la tua dottrina! Arse, e s'è risoluta teco in tenue favilla, affinché non avanzino reliquie che taluno potrebbe forse venerare.»
L'esser questo un poema storico e non propriamente una storia, le difficoltà del verseggiare, le reminiscenze classiche di cui s'infiora il libro, massime dove descrive battaglie, tolgono alquanto alla precisione storica delle notizie narrate. Ma l'amore e l'intuito del vero che trovansi in esso lo fanno prezioso, ed è ammirabile l'attitudine del poeta a scolpire in un solo verso i particolari importanti di un fatto o le intime ragioni di molti. Così allorquando, nel dir del fascino esercitato dalla eloquenza d'Arnaldo in molte città d'Italia, egli aggiunge che l'esercitò anche sulla
.... Romanam facilem nova credere plebem,
ci snuda innanzi e ci dipinge al vivo quel popolo sempre irrequieto attraverso i secoli del medio evo, sempre troppo memore del suo passato che gli pesava addosso colla sua grandezza, sempre male contento del suo presente che non poteva rivendicare ad alti destini[153].
Colla pace tra i Comuni e Federico fermata a Costanza nel 1183, cessa il primo periodo della storia comunale e un altro se n'apre ancor più fecondo di attività e di rivolgimenti interni, età di guerre intestine fiere e continue, età di commerci, d'arti, di letteratura. La storiografia se ne giova, e mentre la erudizione crescente e il propagato desiderio d'apprendere fan crescere il numero di quelle compilazioni generali che abbracciano tutta la storia, dal nascere del mondo fino ai tempi del compilatore, ogni città grande o piccola ha suoi cronisti, e tra essi ne sorge alcuno che stendendosi oltre la cinta delle sue mura è storico veramente di tutta Italia o di gran parte di essa. Anche il soffio animatore dell'arte penetra in queste pagine di storia, e cominciano a rivelarsi scrittori ricchi di pensiero, ed eleganti dettatori o nell'antico linguaggio o nel nuovo vivente parlare, che si vien formando sotto la lor penna e diventa classico. Degli autori di compilazioni generali vuolsi qui trattar brevemente, e toccherò appena alcuni dei minori tra i cronisti particolari, per potermi distendere alquanto più sui maggiori. Dei primi apparisce notevole Sicardo, eletto vescovo di Cremona nel 1185, uomo di gran zelo e di gran cuore, che molto si adoperò in favor della patria presso Federico I, esortò i Cremonesi a mandare aiuti ai Crociati in Oriente, e colà si recò egli stesso nel 1203 spingendosi fino in Armenia compagno di un legato apostolico. Scrisse varî libri tra i quali una cronaca, abbondante di favole pei tempi antichi ma assai diligente ed esatta in ciò che espone delle cose avvenute all'età sua. Altri scrittori dello stesso genere sono il domenicano Giovanni Colonna, il quale compose un Mare Historiarum che ancora è quasi tutto inedito[154]; Ricobaldo da Ferrara, che sul finire del tredicesimo secolo scrisse una storia universale intitolata Pomarium, e Iacopo d'Acqui, e Giovanni diacono veronese, e Landolfo Colonna romano, scrittori tutti le cui opere, come quella di Sicardo, non hanno verun valore per la parte antica, ma dai quali si possono estrarre utili notizie pei tempi contemporanei a loro. E molta utilità di notizie si può ricavare da frate Francesco Pipino, domenicano bolognese, che tradusse di francese in latino una storia della guerra di Terra Santa e i viaggi di Marco Polo, e, dopo essere stato anch'egli in Oriente descrisse i suoi viaggi, aggiungendo per ultimo a tanti lavori una cronaca generale dalla prima origine dei Re Franchi fino al 1314. L'ultima parte di essa abbonda di fatti avvenuti in varie parti d'Italia, ch'egli narra con diligenza accurata.
La cronaca di Francesco Pipino rappresenta una tendenza letteraria dell'ordine domenicano, il quale inteso alla predicazione e alle controversie, aveva bisogno di vaste compilazioni che facilitassero una certa erudizione, abbracciando in gran copia avvenimenti tratti dalla Scrittura, dalle storie, dalle tradizioni, propriamente enciclopedie storiche mescolate di vero e di leggende. Diversa invece la tendenza dei Francescani che s'aggiravano tra il popolo e ne avevano l'intelletto, la fantasia e gl'istinti. Mirabile libro tutto ingenuità e freschezza popolare i Fioretti di San Francesco, ardore infiammato di zelo e spirito di satira mordace nei canti di Iacopone da Todi che sfogava l'un sentimento nella mestizia solenne del suo Stabat Mater, e l'altro nelle satire sanguinose contro Bonifazio VIII. L'ordine francescano era democratico, e pur quando, accarezzato e temuto, penetrava come un'onda di popolo nei palagî e nelle corti, mai non abbandonava la primitiva tendenza, e vi penetrava colla familiarità sprezzante di una democrazia conscia della sua forza. Era naturale che il guelfismo popolare del secolo decimoterzo trovasse a rappresentarlo il suo pittore in un francescano, ché frate Salimbene da Parma più che lo storico è il pittore dei suoi tempi. Nacque a Parma nel 1221, di quindici anni abbandonò la casa paterna per rendersi francescano, e resistè ostinato alle preghiere, alle lusinghe, alle maledizioni del padre che lo supplicava di tornare alla dolce compagnia dei parenti. Di convento in convento peregrinò per l'Italia centrale e per l'alta, arrestandosi più o men lungamente nei principali paesi di quella regione; viaggiò la Francia per circa due anni, e tornato in Italia dimorò un pezzo a Ferrara, poi seguitò a muovere da città a città, sbalestrato qua e là secondo i casi, il volere dei superiori e un certo irrequieto bisogno di moto e di novità che era nella natura sua. Vide e conobbe infinita gente, varia di paese, di condizione, d'animo; papi, re, vescovi, baroni, popolani, e profeti e giullari e santi e ribaldi. Trattò parecchi affari per l'ordine suo, nel 1256 cooperò colla nomina di un arbitro a comporre certe differenze tra il Comune di Bologna e quel di Reggio. Di lì a poco lo troviamo presso Piacenza al capezzale di un contagioso, nel 1260 guida per le vie di Modena una di quelle strane processioni di flagellanti che, intorno a quegli anni, eccitavano l'ascetismo disordinato e fantastico delle popolazioni. Passato in Romagna, mentre s'occupava di studî e a Ravenna esaminava il Libro Pontificale di Agnello, vide accadergli intorno molti fatti notevoli «... e così sempre con un pié nel chiostro ed uno nel mondo, sempre in mezzo a quell'agitarsi d'idee e di passioni, di penitenze e di delitti, di libertà e di tirannide.»[155] Visse certamente fino al 1288, e probabilmente oltre il 1290, attraversando così nella sua vita la parte maggiore e più caratteristica del secolo decimoterzo. Dopo aver composte diverse opere teologiche e storiche quasi tutte perdute, finalmente per una sua nipote monaca in un monastero di Parma raccolse quanto aveva imparato dai libri o veduto nel mondo, e tutto fuse e mescolò insieme in una vasta cronaca discesa infino a noi.
Il secolo in cui visse Salimbene si riproduce in questa cronaca come in uno specchio luminoso. Diverso in ciò da quasi tutti i principali cronisti italiani, questo frate fu piuttosto spettatore che attore nella storia del suo tempo, ma spettatore acuto sagacissimo pieno d'osservazione, abbastanza sciolto dai pregiudizi del suo partito e della età sua per giudicar liberamente ogni cosa, abbastanza legato ad essi per rifletterli inconsciamente. Francescano del tredicesimo secolo, l'abito e i tempi gl'ispiravano un certo misticismo ascetico, che non era nel fondo dell'indole sua ruvidamente schietta e piena di buon senso. Scrivendo, diceva senza reticenze il vero d'ogni uomo, o lo coprisse l'elmetto o il cappuccio o la mitra, e del pari giudicava le cose alla libera con quel suo stile andante e pittoresco, e quel suo latino rozzo e così pieno di forme italiane che della latinità non ritien quasi nulla. Non è uno storico, è un raccontatore che viene man mano descrivendo quanto gli cade sott'occhio, familiarmente, senza ordine e quasi senza proposito, tra digressioni continue, inframettendo ai suoi racconti osservazioni e giudizî arguti che mostrano in lui una lucidezza di mente usata a cogliere per intuito il vero delle cose. La lotta tra Federico II e i Comuni guelfi di Lombardia, è narrata a frammenti in mille episodi nei quali appariscono e si muovono tutti que' personaggi secondarî, e molti anche degl'infimi, che sono tanta parte della storia eppur trovano appena rade e fuggevoli menzioni presso gli storici di professione. E coi minori uomini dipinge a larghi tratti anche i grandi, e l'imperatore Federico II «non avea punta fede, fu uomo scaltro, furbo, lussurioso, malizioso, iracondo; e tuttavia fu valente uomo quando gli piacque mostrar sue bontà e cortesie; sollazzevole, giocondo, industrioso; sapea leggere, scrivere e cantare e trovar cantilene e canzoni.... sapeva parlar molte e diverse lingue: e, a sbrigarmi in breve, se fosse stato buon cattolico.... pochi uguali avrebbe avuto nell'Impero.... fu bell'uomo e ben formato ma di mezzana statura. Io l'ho veduto alcuna volta e mi piacque.» E dopo aver parlato di alcune crudeltà commesse da Federigo per curiosità d'investigazione scientifica, aggiunge ch'egli era epicureo «e quanto poteva per sé o pei suoi sapienti ricavare nella Divina Scrittura che dopo morte non ci fosse altra vita, tutto tirava fuori.»[156] Ed era sua intenzione che «tanto il papa che i cardinali e gli altri prelati fosser poveri e andassero a piedi, e ciò non intendea fare per zelo divino, ma perché avaro era molto e cupido, e voleva avere le ricchezze e i tesori della Chiesa per sé e pe' figliuoli suoi.... e ciò egli riferiva ad alcuni dei suoi segretarî.» E altrove aggiunge che Federico «coi suoi principali si sforzava di rovesciare la libertà ecclesiastica e corrompere la unità dei fedeli,» la quale accusa che dovette essere popolare a que' dì, par quasi accostarsi all'opinione di chi tra i moderni attribuisce a Federico e a Pier della Vigna il disegno di volersi staccar dal Papato e fondar nuova Chiesa, e spiega sempre più il favore accordato dai Papi a Carlo d'Angiò contro gli Hohenstaufen. E questo principe fortunato, ipocrita simulator di pietà, per interesse e senza affetto capo e rovina del guelfismo italiano, anch'esso qual fu vien descritto in più luoghi della cronaca di Salimbene, che prima lo vide in un monastero di Francia in compagnia del fratello, il re santo Luigi. Ma in questa cronaca più d'ogni cosa è attraente e pregevole la dipintura larga insieme e minuziosa dello stato d'Italia, quale scaturisce in ogni pagina, in ogni episodio ch'ei narra[157]. L'agitarsi delle dottrine teologiche e la tenace fermezza di Roma tra quel nuovo fermento indagatore degli spiriti, o volgenti come Federico II verso una specie di epicureismo negativo, o come i gioachimiti verso un misticismo visionario, è mirabilmente ritratto da Salimbene. Il quale, seguace egli stesso per alcun tempo dell'abate Gioachino, non rimase a lungo in quelle dottrine per l'indole sua inclinata al pratico e troppo diversa dalle tendenze fantastiche del visionario calabrese. Onde, nella cronaca egli si volge naturalmente a molti episodî che descrivono la vita dei varî ceti del clero e le virtù loro e i vizî, e le relazioni di essi col popolo, e le stranezze religiose di questo, che in parte approva e in parte talor disapprova. Del pari la vita politica del suo tempo, il largo spandersi delle libertà repubblicane, e i mali a cui le guerre di Federico II conducevano la Lombardia, ch'egli dipinge «ridotta in solitudine tanto che non avea più cultori nè passeggieri.... Non potevano arare gli uomini, nè seminare nè mietere nè far vendemmia nè abitare in villa.... Tuttavia presso le città si lavorava colla scorta dei soldati.... E bisognava far così, a motivo dei berrovieri e predoni che erano moltiplicati a dismisura. E pigliavan la gente e la incarceravano affinché si riscattasse a denaro.... E così volentieri in quel tempo un uomo incontrava un'altr'uomo in sulla via, come vedrebbe volentieri il diavolo.»[158] Dolorose circostanze, aggravate dalle lotte parziali e continue, che Salimbene descrive ad ogni tratto, tra il guelfismo popolare e la vecchia nobiltà ghibellina sdegnosa della democrazia che la sforzava di curvarsi alle leggi. Ma seguir negli infiniti meandri suoi questa cronaca, tutta digressioni ed episodî di piccoli fatti e di grandi, è impossibile. Tanto varrebbe quanto il volere stringere in una pagina la compiuta dipintura degli uomini e dei costumi d'Italia in quel periodo di rivolgimento, quando la vita comunale distendeva più rigogliosi intorno i suoi rami, e il sangue scorreva più fervido nelle vene di quel popolo ringiovanito.
La cronaca di Salimbene arriva al 1288 ed ha relazioni con esse un'altra cronaca che si prolunga fino al 1290, e fu pubblicata come anonima dal Muratori col titolo di Memoriale Potestatum Reginensium. Tratta questa le cose della città di Reggio e si distende molto sulla storia della Lombardia e dell'Emilia. E discendendo da esse a parlare delle altre cronache particolari, può dirsi che appena si trovi una città in quelle parti, la quale, tra il secolo decimoterzo e i primi anni del decimoquinto, non conti una o più cronache quasi tutte abbondanti di notizie pregevoli. Bologna, Ferrara, Modena, Parma, Piacenza hanno principalmente cronache degne di nota; Piacenza soprattutto, la cui storia si è recentemente arricchita di altre due cronache del più alto valore pei tempi di Federico II, pubblicate prima dall'Huillard Bréholles, poi dal Pertz, e con una edizione corredata di buone note, dalla Società storica di Parma e Piacenza. A Milano, Stefanardo da Vimercate, domenicano, teologo e dotto scrittore di libri legali e canonici, in un poema dettato con eleganza scrisse intorno alle cose avvenute colà tra il 1262 e il 1295 mentre era arcivescovo Ottone Visconti. Un altro frate di San Domenico, Gualvano Fiamma milanese, nato sul cadere del secolo decimoterzo, scrisse varie opere importanti per la storia milanese e della casa Visconti, delle quali opere la più nota finora che ha per titolo Manipulus Florum fu pubblicata dal Muratori nella sua grande raccolta[159]. Milanese anch'egli ed amico al Fiamma, fu il notaio Giovanni da Cermenate, che ebbe qualche parte negli avvenimenti della patria e ne descrisse quelli che occorsero dal 1309 al 1314 con gran precisione e vigorosa eleganza di stile[160]. Men buono scrittore ma sincerissimo, fu Pietro Azario da Novara, che narrò la storia della famiglia Visconti dal 1250 al 1362, e un anonimo la storia di Fra Dolcino eretico novarese, e Bonincontro Morigia quella di Monza fino al 1349, testimonio oculare anch'egli e partecipe dei fatti narrati nel suo lavoro. Del Piemonte, più scarso allora di cronisti, basterà citar solo la cronaca d'Asti, scritta da un Ogerio uscito dalla famiglia degli Alfieri, un'altra cronaca pur d'Asti di Guglielmo Ventura, ed il Chronicon Imaginis Mundi di Giacomo d'Acqui[161]. Molto ricca invece per copia e qualità di scrittori la Marca Trivigiana, e specialmente Verona, Vicenza e Padova. Per la prima di queste città merita menzione il cronista guelfo Parisio da Cereta, che riferì con semplice stile e con animo molto imparziale gli avvenimenti di Verona nella prima parte del tredicesimo secolo, fermandosi principalmente sui fatti di Ezzelino e di Mastino della Scala. Ma gli storici maggiori di tutta quella regione son vicentini e padovani. Mescolato sovente alle vicende che narra, Gerardo Maurisio scrisse con spirito ardente di ghibellino le imprese della famiglia da Romano dal 1182 al 1237, e trattò specialmente dei primi tempi d'Ezzelino. Profuse lodi a costui, che stupirebbero se non fosse che il Maurisio scriveva quando Ezzelino non aveva ancora rivelata la mostruosa efferatezza dell'anima sua, e inoltre l'opera del Maurisio fu raffazzonata in versi leonini dal contemporaneo Taddeo notaio, il quale molto probabilmente esagerò quelle lodi. E pur di Vicenza e dei paesi che furono in relazione d'amicizia o di guerra con essa nel secolo XIV, scrissero Antonio Godi e Nicolò Smerego[162] il quale fu continuato da un anonimo monaco di Santa Giustina di Padova, ma superiori a tutti furono gli storici Ferreto da Vicenza e i due padovani Rolandino e Albertino Mussato.
Nato verso il 1295 di buona e ricca famiglia vicentina, Ferreto Ferreti, dal pronto e immaginoso ingegno, e dall'indole vivace e satirica fu tratto alle lettere. Lo guidò alla poesia Benvenuto de' Campesani celebrato per un poema in lode di Arrigo VII e di Cangrande Della Scala, e in vitupero di Padova. Seguendo il salutare impulso della età sua, studiò con grande affetto i classici e cercò d'imitarli. Lodato dal Muratori come uno dei migliori latinisti di quel tempo, egli tuttavia non evitò di cadere in quella stentata affettazione da cui nei due secoli seguenti si salvarono appena i migliori umanisti del rinascimento. Scrisse una storia delle cose avvenute in Italia tra il 1250 e il 1318, ch'egli trattò specialmente in relazione cogli avvenimenti a cui si trovava più prossimo, mostrandosi abilissimo a raggruppare i fatti e, scegliendoli acconciamente, a rappresentarli con vivacità alla fantasia del lettore. Ma questa abilità stessa che gli veniva da una ricca vena poetica, più che a minute indagini lo trascinava a cercare nelle azioni umane la parte abbagliante, e a servirsene per crear begli effetti nel quadro che dipingeva. Rerum gestarum splendida facta percurrimus, egli esclama, e davvero, come osserva il professor Zanella nel suo bel saggio sopra Ferreto «campo migliore non poteva desiderare al suo ingegno; poiché quel periodo che prese a narrare, dal 1250 al 1317, è de' più splendidi e fecondi di avvenimenti che abbiano le storie italiane. Niuno negherà che Carlo d'Angiò, Piero d'Aragona, Bonifacio VIII, le fazioni di Toscana, Corso Donati, Clemente V, Arrigo VII, Cangrande, Matteo Visconti, Uguccione della Faggiuola non sieno vivamente ritratti da Ferreto, che si compiace parimente di descrivere con ricchezza di stile, siti, battaglie, assedii, ingressi, coronazioni, morti di papi e d'imperatori. Ma quanto alla professione che fa di essere sempre veridico e di non lasciarsi indurre a menzogne nè per amore nè per odio, credo che spesso dimenticasse la fatta promessa. È notabile come di molte voci che corsero intorno ad un fatto, mai non trascuri quelle che tornano a vituperio di qualche potente; propensione satirica che male si concilia coll'amore del vero.»[163] Anche come poeta Ferreto tentò soggetti storici, e il suo poema sull'origine della gente Scaligera dedicato a Cangrande, abbonda di notizie intorno alle principali città del Veneto, e specialmente, oltre Vicenza e Padova, a Verona la quale per la estesa influenza degli Scaligeri che v'ebbero sede, viene ad essere illustrata da tutti i cronisti di quella parte d'Italia. E come aveva celebrato gli Scaligeri, così Ferreto celebrò in un carme la morte del grande fuoruscito che aveva trovato alla loro corte il primo suo rifugio e il primo ostello, e ch'egli probabilmente aveva conosciuto di persona, ma questo tributo antico alla tomba dell'Alighieri sventuratamente è perduto.
Rolandino da Padova scrisse la storia di sua patria dal 1200 al 1260. Aveva studiato alla Università di Bologna, e nel 1221 ricevuto ivi il titolo di Maestro e Dottore in grammatica e rettorica. Tornato presso suo padre ch'era notaio in Padova, questi gli cedette alcune note ch'era venuto scrivendo sulle cose più memorabili accadute a' suoi tempi, e l'esortò a scriver la storia della loro città. Rolandino seguì l'esortazione paterna, e aiutato dagli studî fatti in Bologna, dettò in dodici libri il suo lavoro con tanta chiarezza e così diligente e ordinata conoscenza dei fatti, che si meritò subito fama di storico insigne. Nel 1262, due anni dopo ch'egli l'ebbe condotta a termine, la sua storia fu in segno di grande onore letta pubblicamente nella Università di Padova al cospetto dei professori e della scolaresca che l'approvarono solennemente, e i posteri han confermato il giudizio[164].
A Rolandino tenne dietro uno storico anche maggiore, in verità uno dei maggiori letterati d'Italia, Albertino Mussato che fu contemporaneo ed amico di Ferreto da Vicenza. Nacque in Padova nel 1262. La povertà gli fu maestra, e fin da giovinetto dovette provvedere a sé e ai fratelli minori col copiar libri per gli scolari dello studio padovano, finché facendosi man mano erudito collo stesso copiarli, cominciò a trattar qualche causa nel fôro. La potenza dell'ingegno e la grandezza generosa dell'animo gli procacciarono favore e lo sollevarono rapidamente in fama e in agiatezza, talché nel 1296 era fatto cavaliere e chiamato al Consiglio di Padova che allora si reggeva liberamente in Repubblica. Quivi in breve salì a tanto credito nelle cose di Stato, che nel 1302 fu inviato ambasciadore a papa Bonifazio VIII, ebbe pubblici incarichi a Firenze, e da quei primi tempi in poi, egli tra le varie vicende della patria, anche quando le procelle della fortuna lo sbattevano al fondo, statista, soldato, storico, poeta, sempre, fino al fin della vita, rimase in evidenza e fu tenuto in gran conto pur dai nemici.
Quando, tormentandosi Italia tra la fazione guelfa e la ghibellina, Arrigo VII di Lussemburgo scese, invocato da quest'ultima, a prender la corona imperiale, fu un grande rimescolarsi nella parte superiore e centrale della penisola. Non che il novello imperatore avesse in sé vera potenza, ma i partiti percorsi da un nuovo fremito per la sua venuta, e agitati da indefinite speranze e indefiniti timori, divampavano in fuoco più acceso. Le città guelfe di Lombardia, gelose di loro libertà e memori delle resistenze opposte in passato a ben altri imperatori, accoglievan quest'ultimo freddamente o gli negavano risolute l'ingresso. Lo favorivano invece le città ghibelline, ma e nell'une e nell'altre rigogliose com'erano di vita propria, l'autorità sua era assai poca, e la parte che egli credeva far di paciero riusciva invano. Più che la reverenza o l'odio dell'Impero potevano le ire cittadine, e ciascuna città era divisa in due parti, di cui la prevalente s'affannava di reggersi, mentre la soccombente era sempre agitata nella speranza d'abbatter l'altra, e afferrato il timon dello stato dirizzarne altrove la prora. Di che spesso un salire e discendere delle fazioni, e la città guelfa mutarsi a un tratto in ghibellina e la ghibellina in guelfa, e un combattere entro le mura di cittadini contro cittadini, e i vincitori radere al suolo le case dei vinti, e questi andar profughi sbanditi in esilio col rancore nell'anima e l'invincibile speranza del ritorno e delle vendette. Questa agitata vita viveva anche Padova, guelfa per la prevalenza di quella parte e pel timor che Vicenza, su cui dominava, scosso il suo giogo si desse a Cangrande della Scala, signore di Verona e capo dei Ghibellini in quelle provincie. Al primo giungere di Arrigo VII in Italia, Padova con qualche riluttanza, ma con savio consiglio, aveva mandato un'ambasciata a salutarlo in Milano (A. D. 1311). Degli ambasciatori uno fu Albertino Mussato, ormai glorioso tra i letterati del tempo suo, e già noto come uno dei primi restauratori della poesia latina in Italia. Arrigo VII lo accolse con tanta e così singolare benevolenza, da ispirargli un affetto che mai non si smentì, neppur quando i suoi doveri di cittadino l'obbligarono di far tacere il suo sentimento privato e d'opporsi coll'armi alla volontà imperiale. Dopo alcun tempo, Albertino Mussato di nuovo fu inviato in ambasceria ad Arrigo VII, per chiedere guarentigie alla libertà padovana, che furono consentite con qualche condizione. Ma tornando in Padova, gli ambasciatori trovarono i lor cittadini forte agitati per la voce corsa che Arrigo avesse nominato Cangrande della Scala a Vicario Imperiale per Padova, titolo abborrito dai guelfi e quasi sempre sinonimo di signore e tiranno. Si respinsero le condizioni proposte da Arrigo, il quale se ne irritò. Il momento parve propizio ai Vicentini, i quali si ribellarono a Padova e si buttarono in braccio allo Scaligero, che fu principio di una guerra lunga e accanitamente contrastata tra le due città (A. D. 1311). Albertino Mussato che aveva fatto tutto il poter suo per impedirla, ebbe più volte a recarsi presso Arrigo cercando di compor le cose verso la pace, e d'ottener la conferma delle prime concessioni. Ma l'opera sua era malagevole tra lo sdegnato sovrano e gli animi eccitati de' suoi concittadini, che piegavano a stento verso le proposte pacifiche solo quando il pericolo pareva maggiore. Di questo stato pieno di ondeggiamenti pativa il contraccolpo Albertino, che tornava dalle frequenti ambascerie ora accolto in patria come un salvatore, or cupamente come se recasse con sé il tradimento e la vergogna. Le cose si facevan sempre più gravi. Nel settembre del 1311, Arrigo VII, a tenore di certe condizioni pattuite, scelse tra quattro persone proposte dallo stesso Consiglio Padovano, Gherardo da Enzola come Vicario Imperiale in Padova. Il nome odiato di Vicario accrebbe i malumori nel popolo, e si faceva oramai impossibile vincer le proposte pacifiche nel Consiglio. Nel 1312 tornando da Genova cogli ultimi patti ottenuti dall'Imperatore, Albertino trovò la città in gran tumulto. Lo Scaligero era stato nominato Vicario per la città di Vicenza, certo lo sarebbe in breve per Padova, forse la nomina era già decretata in segreto e s'aspettava il momento opportuno per pubblicarla. Tali le voci che concitavano la città fiera e desiderosa di guerra, e l'ira di tutto il popolo echeggiava in core dei consiglieri adunati nella gran Sala della Ragione. Era un fremito in tutta l'Assemblea. Rolando da Piazzola ch'era stato dell'Ambasceria col Mussato, levatosi, con impeto grande ricordò le calamità già sofferte per altri Vicarî imperiali, e profetando nello Scaligero un nuovo Ezzelino: «Vidi io» esclamava infiammato riferendosi al recente suo viaggio presso l'Imperatore, «vidi città poco innanzi floridissime, ora scacciatine i cittadini andare in rovina, le campagne deserte abbandonate alle ortiche, le facce dei nobili divenute squallide per inedia, la plebe esausta per fame. O vergogna! La ferace terra lombarda, inculta adesso, è paragonabile a un deserto selvaggio.... E chi abita le nobili castella? I vecchi tiranni ammantati del titolo di Vicarî Imperiali. Da loro oggi son consumate le reliquie ultime di Lombardia.... Vidi Genova.... la vidi bella e la rividi sformata in tre giorni; bella per l'allegrezza dei cittadini che accoglievano questo fantasma di felicità, sformata pel mutato aspetto del popolo vivente a comune, cui s'eran cangiate le usanze patrie in principati dispotici. Come se, o cittadini, rimosso questo nostro Preside, si sostituisse a lui un ignoto, e rescissi e distrutti fossero i plebisciti vostri e le leggi, e questo Senato disciolto, e i tribuni che voi chiamate gastaldioni turpemente e ignominiosamente deposti.... S'ebbe forse vergogna, mutando il sodalizio di Vicenza e Padova in pace tra loro, d'eleggere questo Cane, uom nefando, a Vicario di Vicenza proprio in sull'uscio di questa nostra fiorente città? Non solo non se n'ebbe vergogna, o cittadini, ma fu consiglio di partigiani affinché questo Cane vi tragga alla sua tirannide e muova guerra civile tra i vicini nel seno di questa città. Oh vi torni in memoria la fiera strage dei padri nostri, orribile pure a ridirsi, e quel figlio di Satana Ezzelino da Romano che lo scellerato Federico, predecessore di questo Enrico di Lussemburgo, costituì qui ministro solamente di stragi, con questo falso titolo del Vicariato Imperiale....» e rivolgendosi al Vicario Imperiale seguitava: «E tu, Gherardo, se così ti piacerà di fare, giura di rinunziare al Vicariato e ripigliare il dolce e sacro ufficio e nome di Podestà nostro, e di reggere pel semestre questa città nella libertà sua, se no, prendi il tuo stipendio e vattene. Abbiam qui Rodolfo da San Miniato eccellente uomo, che io stimo adatto a pigliare la sede di questa beata e libera podestà e a reggerla.»[165]
Fu un grido di plauso[166]. Invano Albertino tentò rimetter calma negli animi, espose lo stato dubbio delle cose in Italia, mostrò come la parte ghibellina ancor vigorosa potrebbe divenire un aiuto dell'Imperatore pericoloso alla patria, invano pregò, scongiurò, per più mite consiglio. Tutta la sua eloquenza si franse contro l'ira popolare, e vinse il partito dell'armi.
La guerra incominciò indi a pochi giorni, interrotta e ripresa ogni tratto, e condotta molti anni con varia vicenda e con tutto l'odio che solevasi mettere allora da quegli appassionati animi in quelle guerre fraterne. Albertino Mussato che s'era mostrato così blando al consigliare, apparve un leone al combattere, sempre nelle più arrischiate fazioni, primo a gettarsi nel folto del pericolo, ultimo a ritrarsene. Pareva che gli fosse scomparso dalla mente quell'Arrigo VII ch'egli amava tanto e di cui descriveva le imprese, le quali egli, come Dante, si lusingava dovessero riuscire a benefizio d'Italia. Padova la cara patria era in guerra, ed egli ne combatteva i nemici. Nel novembre dei 1313, parve che l'odio cedesse un momento. Albertino Mussato ed un altro padovano andarono a discutere le parole di pace che lo Scaligero faceva proporre, ma le trattative si ruppero senza alcun frutto, e si tornò di nuovo a pensar di guerra. Intanto Arrigo VII era morto (24 agosto 1313), e con lui si spezzavano molte speranze dei Ghibellini più ardenti, molte illusioni di coloro che guardavano a lui come ad un angelo annunziatore di pace. Il partito guelfo ne saliva in superbia, e a Padova sotto colore di riforme impadronitosi d'ogni potere si sfrenava non pur contro i ghibellini ma contro i cittadini più temperati e diveniva tiranno (A. D. 1314). Ne seguì una sommossa popolare violenta, nella quale contro ogni ragione fu preso di mira il Mussato, alle cui case si volse una plebaglia inferocita per portarvi l'incendio e la morte. In vista del pericolo, Albertino non si smarrì: consigliato di nascondersi, non volle, e per non macchiarsi nel sangue del popolo non volle difendersi, ma inforcato un cavallo, venne fuori arditamente dalla casa infestata, e di gran corsa uscì incolume dalla città e si ritrasse in salvo. Fu un gran dolore al cuor del Mussato, a cui pareva tanto più amara l'offesa e l'esilio quanto più gli era cara la patria e se ne sentiva benemerito. Onde in una concione ch'egli dettò a sua difesa, e inserì poi nella storia, esclamava dolente e sdegnoso: «Dovrei io vergognarmi o arrossire, se avendo bene meritato in alcuna cosa, la tanta ingratitudine onde son circondato mi sforza a recitar da me le mie lodi? Anche se lo facessi con petulanza? No, perché quando una cagione di passati contrasti ci costringe a parlare per respinger le ingiurie, la violenza del timore vince la calma d'ogni più forte uomo. Dopo le uccisioni compiute il dì innanzi da quegli iniqui, e le stragi orrende, una turma tumultuaria concorse alla casa di me Albertino Mussato, la tenne assediata da manipoli di gente che le infuriava attorno chiedendo i miei penati, i miei figli, il sangue mio. Se posso parlare col Redentore del mondo: ‘O popol mio’ Egli diceva ‘che t'ho mai fatto? Per quarant'anni ti guidai nel deserto.’ Io ti condussi, dico io Mussato, o popol di Padova, per altrettanti mesi tra vasti pericoli dietro le orme mie sulla mia strada, da cui tu stessa confessi d'aver deviato per tua ignavia....» E dopo avere enumerata una lunga serie di servigi resi alla patria, e i miti consigli dati ai Padovani nella prospera fortuna, alludendo al loro timore nei pericoli, procede: «.... Ma tardo viene dopo la grandine il pentimento. E che rimedî si son trovati a tanti mali? O tribuni della plebe, ricordatevene. Parlo a voi conscî ed autori di tanto provvedimento. Voi, pensaste, Ottimati della città, che se era fattibile, Cesare doveva esser placato. E in che modo? con quale ingegno? con quali arti? E che? la opportunità, la difficoltà chiamò innanzi Albertino Mussato. Costui, si asserì, può far salva la repubblica e rovinata rialzarla. Se avanzava da far qualche cosa, a lui solo ricorreste, a lui privo d'ogni speranza di trattar gli affari e prostrato, e vi consigliaste seco, e lui unico imploraste. E Vitaliano de' Basilii, che allora quasi dominava sul volgo, a mani giunte, a ginocchia piegate, lacrimando, stipato da voi tutti, o Tribuni, mi supplicò di andare al Re.... Io guardo a me stesso ammirando e compassionando. È necessario che la penna mandi tutto alla posterità. Forse mi resi colpevole verso questa Repubblica? Tralascio le diurne, le notturne, le annuali fatiche. Non vale la pena di allegare le vigilie, le cure, le sollecitudini mordaci. Non si nascondano gli assertori; attestino affinché io sia creduto. Consumai forse il denaro pubblico? E quale? e quando? Mi son forse arricchito coi danni dei privati? Di quali? Venga fuori un solo vessato o spogliato da me. Abbiatevi, o Tribuni, un argomento efficace della sincerità nostra. In queste ultime calende di decembre, per non ricondurvi indietro al non ricordabile, la sorte mi prepose allo ufficio di Anziano, onore uguale quasi al consolato dei Romani. Questo Pietro d'Alticlino potentissimo uomo e formidabile contro cui si esclamava, e molti altri dell'ordine equestre e plebeo, io convenni in giudizio di restituzione, li feci incatenare, li convinsi, e li costrinsi a rimettere nell'erario la mal tolta moneta con rigido e severo ardore. Così mi persuadevano a fare i miei costumi, così l'audacia, l'amor della patria, l'atrocità di quelle rapine e la giustizia.» E dopo queste calde parole altre ne aggiunge enumerando le prodezze compiute in guerra, spiega per quali ragioni egli avesse promossa la imposizione di una tassa utile e giusta che gli aveva procacciato l'odio del volgo e l'esilio, e conchiude con disdegnosa fierezza: «A ragione il gregge macchiato odia il vello della pecora dorata. Sia lungi da voi, o Tribuni, la ferocia delle vili belve assetate di sangue innocente. Salvato, io voto la mia salute, le mie fortune ed ogni poter del mio ingegno e delle facoltà mie, ai Padri, ai Maggiori e al Popolo più sano.»[167]
Pagine eloquenti davvero, che strappavano l'ammirazione ai contemporanei, e ancora l'ispirano ai posteri richiamati per esse come a un ricordo della romana repubblica, e di quella forte eloquenza che scoppiava in Grecia e in Roma nel tumultuoso bollire degli affetti politici quando la democrazia stendeva sovr'esse l'agitato suo impero! Sedato finalmente il disordine e ricomposta la quiete nella città, si adunò il Consiglio, e, abolite le esorbitanti riforme e ripristinato il vecchio stato, decretò unanime il richiamo d'Albertino Mussato, e pubbliche solenni onoranze per compensarlo dello sfregio patito. Ne esultò il buon cittadino, ma prima pure del suo ritorno, i Padovani mossero improvvisamente ad oste contro Vicenza ed egli s'aggiunse agli armati. Nelle fazioni che seguirono egli combattè con l'usato ardimento, finché in una mischia, precipitando da un ponte in una fossa, accerchiato dagli uomini di Cangrande, fu con undici ferite preso e condotto a Vicenza. Quivi egli rimase onorato prigioniero di Cane, che con la sua corte andava a visitarlo e a scambiar con lui amicamente gravi discorsi e celie frizzanti, esempio non unico di quell'età, che all'abbassar delle spade stillanti sangue, l'ammirazione prevalesse sull'ira, e un prepotente barone rendesse onore alle virtù e all'ingegno d'un semplice cittadino.
Nel novembre del 1314, al conchiudere d'una pace, Albertino liberato dalla prigionia tornava in patria a ricevere le decretate onoranze, e a cinger le tempia di quell'alloro poetico a cui sospirò tutta la vita Dante nella vana speranza che il poema sacro vincesse la crudeltà che lo serrava fuori della patria. Pieno di compiacenza egli descrive a lungo e con tratti caratteristici nella sua storia la festa che gli fu fatta e che riuscì solenne, perché a celebrarla concorse col Senato e colla Università la città tutta quanta, altera adesso di questo suo figlio la cui fama letteraria spargevasi ormai onorata per tutta Italia.
E veramente le opere letterarie di Albertino Mussato meritavano quegli onori[168]. Latinista ottimo pei suoi tempi, egli, con Giovanni Del Virgilio, con Dante e gli altri latinisti contemporanei, superiore forse a tutti, spiana le vie della rinascenza al Petrarca, e mentre studia gli antichi e ne ritenta le forme del dire, nel concetto e nell'architettura de' suoi lavori apparisce scrittore originalissimo. Poeta dettò epistole, sermoni, egloghe, elegie non prive di pregio, ma soprattutto si rivelò creatore potente nella sua tragedia l'Ezzelino. Spastoiatosi d'ogni teoria preconcetta, pur senza abbandonare le orme classiche che trovava tracciate da Seneca, egli primo tra i moderni italiani scelse un soggetto moderno, vivo anzi ancora nella memoria e nel terrore del popol suo, soggetto cupamente tragico ch'egli trattò con evidenza drammatica e, soprattutto nei cori, con impeto lirico maraviglioso. L'argomento storico ch'egli scelse e che accrebbe di tanto la popolarità del suo lavoro, annunzia la tendenza storica dell'intelletto del Mussato. Il quale, innamorato degli antichi scrittori e dei tempi romani, colla mente vigorosa d'immaginazione e di pensiero, doveva sentirsi irresistibilmente attratto a raccontar la storia ch'egli aveva vissuto, e ridir le cose vedute e pensate fra tanto tumulto di azione, fra tanta grandezza di virtù e di vizî. E io son venuto finora descrivendo così lungamente la vita di quest'uomo, perché mi parve di veder compendiata in lui una gran parte dell'età sua come egli la descrisse e come fu veramente. Dettò la Historia Augusta delle gesta in Italia di Arrigo VII (A. D. 1308- 1313), principe di buone intenzioni ma di debole potere, caldamente invocato dai Ghibellini, pregiato anche dai Guelfi, ma nè obbedito nè temuto veramente mai, sceso dall'Alpi a risuscitare il fantasma d'un Impero che aveva perduto i nervi in Italia tra tante repubbliche e coi papi avversi e ancor potenti per l'aiuto dei Guelfi e degli Angioini. Scrisse Albertino con imparzialità grande, ma con tutto l'ardore di chi ha preso parte nelle cose pubbliche e postovi tutta l'anima sua desiderosa del bene. Il viaggiar suo frequente, per lo più come ambasciatore, in molte parti d'Italia (e negli ultimi anni andò anche ambasciatore in Germania) gli avean dato modo di veder d'appresso le condizioni dei diversi paesi che eran teatro della sua storia, di conoscer gli uomini principali, e d'attingere dappertutto o d'appurare molte notizie. Non tutto guelfo nè tutto ghibellino, diresti ch'egli ondeggia intra due, ed è ondeggiamento non raro nelle menti più elevate di quella età. Vorrebbe dall'Impero una forte unità di comando a cessar le discordie dei partiti, mentre piega ai Guelfi per le tradizioni repubblicane e la cura di una libertà gelosa dell'aquila imperiale e dei tirannelli che col nome di Vicarî crescevano all'ombra dell'ale sue. Amico e ammiratore d'Arrigo, ma storico libero e austero, nel dedicargli la sua storia lo avvertiva che in quelle pagine non avrebbe trovato lusinghe nè solo le imprese degne di lode, ma gli errori altresì dai quali, come uomo, anche egli Arrigo non era immune. La morte d'Arrigo troncò il suo lavoro, ma più tardi egli lo continuò con una seconda storia che intitolò Gesta degli Italiani dopo la morte di Enrico VII, divisa in dodici libri, dei quali tre in versi descrivono l'assedio sostenuto da Padova nel 1320. Lavoro piuttosto abbozzato che finito, presenta qua e là varie lacune di tempo ed è assai men perfetto di stile che non la Historia Augusta, ma non è inferiore ad essa per la importanza storica. Lo intraprese per esortazione di Pagano della Torre, vescovo allora di Padova, e tra le molte cure che lo affaticavano[169], lo condusse innanzi molti anni per andarlo a terminare nell'esilio di Chioggia, dove abbozzò anche uno scritto su Ludovico il Bavaro rimasto in frammento. Poiché il 31 maggio 1329 concluse in esilio la forte e onorata vita Albertino Mussato. Dopo molti altri servigi resi alla patria e molto travagliar di fortuna, egli fu nuovamente sbandito, nè lo richiamarono questa volta. Fu lasciato morir fuori, nella miseria, colla vecchiezza aggravata dal dolore di una cara amicizia tradita, dalla ingratitudine di un figlio, dalla vista delle libertà padovane spente per mano di tiranni. Malinconica fine e piena di pietà, eppur confortevole e bella di quella morale bellezza che splende da una vita pura ed eguale a sé stessa nella fortuna prospera e nella avversa, da una vita destinata a mostrarci nelle stesse ingiustizie delle sorti terrene, la testimonianza certa di una giustizia immortale.