II.

Rinviene. Soffre indicibilmente; ha tutto il corpo pesto. Apre gli occhi ma non vede nulla. Il buio è fitto.

Notte? Ma prova un dolore infinito agli occhi, e sente che sono bendati; la benda gli preme la fronte; vuole muovere le membra, ma tutte sono fasciate, bendate.

Dove si trova?

Ricorda il passato; ricorda quelle scene truci; ricorda il modo crudele, nel quale è stato buttato dai suoi; ricorda e freme.

La rivoluzione è riuscita? I rivoluzionari sono rinsaviti; si sono convinti, che egli era un loro benefattore, che dovevano il trionfo a lui; lo hanno raccolto, lo hanno medicato con amore; oppure? oppure?

Prorompe in un grido. Ode un rumore di ciabatte ode una voce senile, carezzevole che gli dice:

—Non si agiti! Il medico non lo permette.

—Dove sono?

—Presso amici.

—Anarchici?

—Ella è anarchico?—domanda la voce.

—Uno dei capi. Abbiamo vinto.

—Calma, calma! Non si agiti. Il medico vuole la calma. Il suo stato è gravissimo; ma ne uscirà, purchè non si agiti—disse la voce.

—Non vedo.

—Le abbiamo bendati gli occhi. È meglio. Sono ammalati.

Un brivido gli scorse per le vene.

—Sono cieco?—domanda.

—Speriamo…—dice la voce con esitanza.

—Sono dunque cieco, cieco!—urla, vedendo confermato da quell'esitanza il suo sospetto.

—Non sono medico. Speri—osserva la voce con imbarazzo.

Egli solleva le braccia piagate, fasciate, dolenti, e vuole strappare la benda, ma una mano l'impedisce.

—Non lo faccia! Abbia pazienza! Si calmi! ed intanto prenda questa pozione calmante—dice la voce, porgendogli una tazza.

Egli la respinge bruscamente.

—Come posso essere calmo se non mi risponde?—domandò.

—Chieda. Risponderò, purchè mi prometta di essere molto calmo.

—Mi dirà la verità?

—Glielo prometto, purchè sia però calmo; chè alla prima agitazione da parte sua non parlo più.

—Tiranno!

—È il medico al quale ubbidisco.

—La rivoluzione è riuscita?

—No.

—No?—domandò con accento di amarezza.

—Il governo la ha soffocata.

—Governo maledetto! Scorse molto sangue?

—Sì.

—Anarchico?

—Borghese in modo speciale.

Viene a rilevare a furia di domande, che gli anarchici hanno bruciato chiese e palazzi, rovinato e saccheggiato case, ucciso preti, frati, monache e molti, molti innocenti.

Non potè approvare un tale operato, ma non osò neppur condannarlo. I suoi fratelli nella fede.

—Ed il governo? domandò.

—Ha soffocato la rivoluzione.

—Quali misure intende di prendere?

—Non lo so.

Egli fa una pausa lunga, lunga, nella quale riflette.

I suoi ideali sono tramontati per sempre come si è spenta la luce dei suoi occhi. Non soffre soltanto perchè la rivoluzione non è riuscita; soffre di più, assai di più, per il disinganno che gli hanno recato i suoi, perchè ha scoperto che il popolo non è maturo per certi ideali; che l'anarchìa è un ideale troppo alto per la società odierna.

Il popolo sarà un giorno maturo?

—Ella è ancora qui?—domanda dopo una pausa.

—Sì.

—Dove mi trovo?

—Nel convento dei cappuccini. Nella piccola parte risparmiata dalle fiamme—è la risposta.

—Ella è dunque?—chiese spaventato.

—Un cappuccino. La chiesa è diventata pasto delle fiamme; una parte del convento pure: il guardiano e tre frati vennero impiccati e due morirono tra le fiamme. L'abbiamo trovato semivivo sulla via, vicino al nostro convento; cinque giorni fà…

—Cinque giorni! Da tanto tempo era privo di sensi!

—Si meraviglia che l'abbiamo raccolto e cercato di conservare la vita?—domanda il cappuccino.

—Sapete chi sono?—domanda. Forse non lo sapevano.

—Il loro capo. Lo sapevano.

—Perchè mi avete raccolto, me, il loro capo?—domanda.

—Perchè Egli lo vuole.

Non chiese altro e meditò la nobilissima risposta. Intuiva chi fosse colui, che aveva imposto la propria volontà a quei frati e per ubbidire al quale essi avevano soffocato l'odio e lo sdegno che sentivano necessariamente contro di lui e gli usavano misericordia, e gli sembrò che una voce gli dicesse: Non l'anarchia ma Lui, Lui solo, è la salvezza di Italia…

Si sentiva così stanco; sfinito; le sensazioni gli si sbiadirono.
Cadde in un sonno profondo…..

Il racconto

L'orologio a pendola battè le sei.

Il dormiente tirò un profondo respiro, aprì gli occhi, girò attorno lo sguardo smarrito e chiese a sè stesso:

—Dove sono?

Attorno a lui tenebre fitte; comprese però di trovarsi sul suo letto buono, nella sua stanza.

—Un sogno!—mormorò.—Ho sognato.

Godette un istante che quello fosse stato un sogno, ma poi continuò:

—Peccato che non fu che un sogno. Sarei morto la morte dell'eroe.

Dell'eroe?

Ma il suo passato anarchico, le convinzioni politiche, le sue antiche persuasioni? No, non sarebbe morto da eroe ma piuttosto da pazzo, da seduttore o da sedotto; certo da uomo che non aveva recato vantaggio ma grave danno all'umanità.

Meglio, molto meglio essere ancora in vita.

Volle allargare il braccio per chiudere la conduttura elettrica e per fare luce nella stanza. Era sempre molto mattiniero; ma poi pensò:

—È l'ultimo giorno della mia vita. Vale la pena alzarsi e mettersi allo studio, al lavoro? Studiare? Che cosa e per chi? E lavorare? Aveva scritto il suo testamento politico; aveva disposto di ogni suo avere; aveva già confezionato le bombe e quel giorno, gettandole, avrebbe recato il maggior servizio alla patria, all'umanità. Voleva godere, per qualche istante ancora, le dolcezze del letto.

Vere dolcezze, che gustava di nuovo, dopo anni, proprio oggi, nel giorno del suo eroismo e forse della sua morte. Già, della sua morte, perchè egli ha da gettare le bombe; le getterà in chiesa e, se ben ci pensa, le getterà in modo da venir sconvolto anche lui dalla rovina e da morire assieme alle sue vittime. Il partito anarchico locale ha bisogno di un martire ed egli sarà questo martire. Il suo ricordo servirà agli altri di sprone alla propaganda anarchica, li persuaderà d'imitarne l'esempio, di fare la rivoluzione sociale; e poi egli non vuole dare a questo maledetto governo borghese il gusto di catturarlo e di condannarlo. Temeva che i giudici lo avessero dichiarato irresponsabile oppure avessero chiesto una perizia medica; che lo avessero sottoposto a lunghi esami minuziosi, a misurazioni di cranio, a studi del suo angolo facciale, delle protuberanze del suo cervello e lo avessero umiliato così negli occhi delle masse. Temeva che gli avessero dato qualche anno soltanto di carcere. La prigione non basta alle masse; esse vogliono la morte dell'eroe per onorarlo. Silvio Pellico si sarebbe assicurato maggior fama se lo avessero impiccato, invece di mandarlo allo Spielberg. Non avrebbe scritto Le Mie Prigioni, ma l'Italia lo avrebbe venerato qual martire, mentre oggi lo dimentica.

Già. Morire nel lancio della bomba, in chiesa, assieme ai preti, che avrebbe ammazzato all'altare, ai preti, ciurmatori, imbroglioni, falsi, bugiardi, correi sempre e causa prima di spesso di tutto il male che colpisce il mondo, e dei fedeli, così sciocchi o cattivi da lasciarsi sedurre dai preti.

Dura lezione, ma una lezione necessaria: avrebbe reso attenti i preti a non abusare del luogo santo; a non servirsi della religione, impasto d'infinite bugie, per tenere il popolo schiavo, supinamente schiavo dei ricchi: li avrebbe resi attenti, che neppure la chiesa concedeva loro sicurezza; che l'idea anarchica sa penetrare financo nel tempio e non si arresta neppure davanti all'altare; e i devoti avrebbero incominciato ad evitare le chiese, ora che queste offrivano loro simili doni.

Le campane invitavano i fedeli alla chiesa. Ce n'erano tante Messe il giorno di Natale. I parroci non avevano bisogno di andar a mendicare una Messa di qua, di là, per completare l'orario; e le campane suonavano, ed invitavano i fedeli ad accorrere alla Messa, perchè era nato Gesù.

Il suono delle campane gli diede più che mai sui nervi.

—Maledette campane—esclamò—e pensò con una gioia feroce al frutto di quel suono. I preti facevano suonare le campane per attirare i fedeli alle loro rappresentazioni sceniche, alle loro fatiche particolari di quella giornata, ed i fedeli ne ascoltavano la voce sonora. Quella voce doveva diventare però loro fatale. Quella mattina, alle dieci, nella cattedrale……

Le campane suonano, suonano, perchè è Natale.

Natale! Il mondo è ancora sì sciocco di festeggiare il Natale, ed anche Narciso Rossi, ier sera, si era lasciato sedurre da questo ricordo.

Narciso Rossi! Sarebbe venuto quella mattina, come aveva promesso, a prendere le due bombe? Non lo dubitava, abbenchè fosse sempre possibile che si fosse lasciato sedurre dalla poesia del Natale, Oh questa Chiesa cattolica! Egli sentiva di odiarla. A venti secoli dalla sua fondazione; antica come era; combattuta da tutte le menti più elette; dimostrata falsa nelle sue dottrine e perniciosa nei suoi effetti, essa suscitava tuttavia un fascino, che egli non si sapeva spiegare, ed al quale soccombevano molti. Le sue dottrine bugiarde; il suo simbolismo ridicolo, trovano ancora degli ammiratori, persone che le accettano e seguono, in pieno secolo ventesimo.

Bisognava farla finita col cristianesimo; faceva duopo distruggere questo errore micidiale, che aveva recato tanto danno all'Italia ed all'umanità.

Ma mentre è arrivato a questo punto nella sua meditazione, ricorda i sogni della notte passata.

Che notte, che notte! Non la dimenticherà mai più!

Ha vissuto, in un paio di ore, molti anni di vita, in varie epoche della storia d'Italia. Era stato principe africano, schiavo, condannato al Circo, e Nerone; agricoltore, lavoratore del dolce suolo natio, rivoluzionario comunardo.

Ricordava i sogni con una spaventosa chiarezza. Avevano durato pochi minuti caduno; l'orologio era là ad attestarlo; si era coricato la vigilia di Natale ad ora tarda, ed allora erano le prime ore del Natale stesso. Eppure egli ricordava quella serie di lunghi fatti; la fuga nel deserto, la cattura, la marcia, gli anni di schiavitù, la traversata del mare, i mesi passati come Cesare e come agricoltore. Quelli erano stati mesi e mesi di una vita fittizia, nel sonno, ma pure mesi e non istanti. Aveva fatto viaggi, per pensare soltanto ai quali si richiede molto del tempo.

Come mai una vita di mesi ed anzi di anni può venir ristretta nel breve spazio di pochi minuti?

Lo aveva chiesto a molti, ma nessuno aveva saputo dargli risposta. La vita del sogno è così misteriosa.

Ricorda la spiegazione datagli la sera innanzi da Narciso Rossi.

—La vita del sogno è qualche cosa di straordinario. L'anima vive allora, di spesso, mesi ed anni in un solo minuto secondo. Questo mi prova, che la sua vita è del tutto diversa da quella del corpo e che perciò misura il tempo in un modo diverso. Nella vita del corpo esso si misura da aurora a tramonto, a giorni, mesi, ed anni; nell'altra vita invece…

Una spiegazione che non spiegava nulla, perchè per spiegare un mistero ricorreva ad un altro mistero; per spiegare come nel sogno un evento lunghissimo non richieda che pochi secondi di tempo ricorreva ad un mistero, ancora più difficile a venir compreso; ricorreva ad un'anima spirituale ed immortale, diversa dal corpo e da lui così distinta, da poter vivere senza di lui, ciò che è un assurdo.

L'anima? Mai! Ed allora?

Proruppe in una risata breve, di scherno. Egli era pazzo, davvero pazzo! Distava di qualche ora dalla morte e si occupava della vita del sogno e di alta psicologia. Stava per piombare nel nulla e strologava su problemi, la cui soluzione era priva di un vantaggio pratico. Quale utile ne avrebbero avuto le masse dalla sua soluzione? Quale vantaggio l'anarchia?

Ma i suoi sogni?

Cercò di dimenticarli ma nol potè. Aveva sognato cose strane. Ma le poteva dire false? Non era forse vero quanto aveva sognato; non era la storia, la maestra della vita, là ad insegnare un tanto? La Chiesa, l'odiata Chiesa cattolica…

Non volle continuare. La conclusione era troppo spaventosa; non voleva, non poteva, non doveva ammettere, che la Chiesa cattolica…

Eppure…

Cercò di distrarre il pensiero; d'immaginare il tempio, pieno di fedeli, che circondavano l'altare, dove il prete celebra. Egli è passato tra la folla; chissà? lo crederanno pure un devoto e qualche beatella piangerà lagrime di commozione e loderà Dio che lui, un uomo, si trova nel tempio, ascolta la Messa e crede; prega e crede in questo secolo ventesimo, dove la fede e la preghiera sembravano diventate un privilegio delle donne, che il sesso forte abbandona loro incontrastato. Avessero saputo quelle beate ciò che egli stringeva al suo petto; che cosa sarebbe volato di lì a qualche istante nella chiesa.

Sorrise con scherno. I credenti asseriscono che Gesù è Dio e Figlio di Dio, onnisciente ed onnipotente, e che diventa presente nell'Ostia. Ma se davvero è là presente, come va, che non ignori ciò che egli porta sul petto, e se lo sa, perchè non lo impedisce? Col far scoppiare la bomba in chiesa egli prova che Dio non esiste, oppure, se esiste, nulla sa e nulla può; neppure difendere i suoi fedeli, i suoi ministri, la sua chiesa, sè stesso.

Questo pensiero dura un solo istante, chè poi la sua mente torna ad occuparsi dei suoi sogni. Cerca di distrarsi di nuovo. Come mai gli sono venuti quei sogni? V'è chi sostiene che il sogno è causato da qualche grande sensazione del giorno innanzi, oppure dallo stato fisico dell'individuo; ma egli non aveva mai pensato alle benemerenze della Chiesa, nelle quali non credeva, ed era da anni, che non pensava nè a Cartagine nè a Nerone o a Napoleone, a Filippo II, alla storia d'Italia, e fisicamente si sentiva così bene; digeriva bene; mangiava bene; beveva bene; non sentiva nessun malessere. Donde dunque quei sogni?

Ma più, assai più dell'origine dei sogni, lo interessava il loro contenuto; cercava di smentirlo; di convincersi, che quelle erano le pazze fantasie di una mente esaltata; ma non riusciva.

Non volle occuparsi più a lungo di quei sogni; ne temeva l'influenza. Chiuse la corrente elettrica; la stanza venne inondata di luce; balzò dal letto abbenchè facesse freddo, perchè non aveva la stufa ed il fuoco del caminetto, la sua specialità, era spento da ore, e si gettò nei suoi panni. Ma mentre si vestiva lo perseguitava il ricordo dei suoi sogni. Voleva smentirli. Diceva a sè stesso: Non sono veri! La Chiesa è stata sempre la maggior nemica dell'Italia ed anzi del genere umano. Ma una voce interna rispondeva:

—Tu menti, sapendo di mentire. Non è vero! non è vero!

Per fugare quei pensieri tuffò la testa nell'acqua diaccia della bacinella, ma neppure il freddo li cacciò.

Passò all'armadio, lo aprì e guardò le quattro bombe di bronzo lucido, bel giallo come l'oro caldo. Provò da principio un immenso piacere alla vista di quei terribili gingilli. Li aveva fatti lui; erano sue fatture; opera sua; egli li aveva saldati, li aveva costruiti con tanta pazienza, li aveva lucidati con amore; non dovevano essere soltanto micidiali ma anche belli; li aveva riempiti colla dinamite…. Fu, per un istante, fiero di questi lavori. Ed a dire che essi contenevano la morte di decine di persone; che sarebbero stati la grande voce dell'anarchia; un monito severissimo alla Chiesa, alla borghesia, al putridume strozzinesco, i quali avviliscono l'umanità.

Allungò il braccio, quasi per accarezzare quelle bombe micidiali, e specialmente una, la più elegante, a forma d'ovo, che egli aveva destinata per se stesso, che avrebbe lanciata in chiesa, avanti all'altare, per punire…

Chi?

…. per vendicare…

Chi?

Ed i suoi sogni gli si affacciavano imperiosi e gli dicevano:

—Mentitore! Inganni te stesso sapendo di essere nell'inganno. La Chiesa non è stata mai la nemica del popolo ne d'Italia, ma anzi tutelò sempre i diritti del popolo ed insorse a difendere l'Italia; s'interpose tra lei ed i barbari; e se l'Italia è tuttora faro di civiltà, lo si deve a lei!

—No, non è vero!—gridò angoscioso.—Tutto il male venne al mondo dall'altare, il maggior puntello del trono, che lo sostiene da canto suo.

Tutto il male viene dalla Chiesa e perciò…

Non potè continuare.

Aveva fatto da ragazzo il proponimento di non fare mai contro la luce. Non voleva respingere mai una verità riconosciuta, nè abbracciare mai un evidente errore. E nel momento stesso, nel quale la dottrina più cara, l'assioma più gradito, la teoria più desiderata gli sarebbe apparso errore l'avrebbe tosto abbandonato, perchè per lui la verità era superiore a tutto.

Quando poi era andato a militare nelle file dell'anarchia, aveva detto a tutti i suoi aderenti di questo suo proposito; lo sapevano tutti, che egli era passato alle file anarchiche per persuasione; erano fieri di averlo compagno e lo additavano agli altri partiti, come una grande prova della bontà del loro sistema.

—Se non fosse convinto, che l'anarchia è il miglior sistema e contiene la verità, non militerebbe nelle nostre file—dicevano.

Ed ora una voce lo rimproverava:

—Tu fai contro la luce.

—Pah! Per un sogno! per un sogno sciocco!

Chiuse l'armadio e consultò l'orologio. Le sette erano passate di poco. L'amico Narciso sarebbe venuto attorno le otto. Aveva tempo di prendere un caffè.

Passò alla finestra e aprì le invetriate, per poter spalancare le persiane. Una raffica di vento freddo entrò nella stanza. Di fuori il buio era ancora perfetto; il cielo gravido di nubi; il lastrico coperto di un alto strato di neve candida; le vie deserte. Per il momento non nevicava.

Chiuse rapidamente la finestra, cacciò una berretta di pelle in capo, tirò su il collare del pastrano, cacciò nelle tasche le mani inguantate, uscì dal suo piccolo appartamento, scese le scale e passò sulla via.

Il pensiero: tu scendi per l'ultima volta queste scale, gli sembrò così strano; lo fece trasalire.

Pensò: Non potrei lanciare ora la bomba e approfittare della confusione, che avverrà, per svignarmela? Era per lo meno probabile che avrebbe messo al sicuro la propria vita. Ma poi cacciò questo pensiero. Non voleva sembrare vile; non voleva che si fosse detto l'indomani: la bomba venne lanciata da uno dei nostri soliti avversari, gente vile, capace di commettere il delitto, ma incapace di sopportarne le conseguenze.

Giunse sulla via e l'attraversò. Era deserta.

Chi mai esce a quell'ora il giorno di Natale?

Il freddo era cane; la neve, dura, scricchiolava sotto i suoi piedi, che imprimevano in quella orme profonde. Giunse alla piccola piazza, dove c'era un caffè.

Era aperto. Attraverso le lastre, appannate dall'alito di chi si trovava entro, trapelava uno scialbo bagliore. Pose la mano sul saliscendi, aprì l'uscio ed entrò.

Il caffè era deserto; non v'era allora anima vivente. Chi mai va alla mattina di Natale, alle sette, al caffè? A quell'ora i più dormono ancora; e chi non dorme è in chiesa oppur prende il caffè a casa sua. I pochi frequentatori assidui del caffè nelle prime ore del mattino, operai ed impiegati, non ci vanno il giorno di Natale. Nessuno lavorava in questo giorno ed essi potevano custodire perciò un po' più a lungo le piume.

I camerieri sbadigliavano annoiati. Uno gli si fa incontro.

—Buon Natale!

Egli non risponde. Gli viene il prurito di protestare contro il saluto, contro il Natale, contro i gonzi, che ancora lo festeggiano, ma comprende, che ciò non avrebbe giovato. Ci voleva la rivoluzione ed il trionfo dell'anarchia, per cancellare ogni traccia di superstizione.

Si fece portare il suo solito caffè ed i giornali.

Fu di malumore al rilevare, che i giornali del mattino non erano usciti, in omaggio alla festa.

—Maledetto Natale!—mormorò tra sè e sè..

Il cameriere del suo tavolo gli domandò colla confidenza che concede una lunga conoscenza:

—Ha passato bene la notte di Natale?

—Ho dormito—fu la brusca risposta.

—Non è stato invitato a cena da nessuno; non ha atteso la mezzanotte?

Egli proruppe in una breve risata di scherno.

—Sono superiore a queste scioccaggini! Per me il Natale è un giorno come tutti gli altri, e la notte di Natale ho dormito e sognato, come in tutte le altre notti—rispose.

Il cameriere sorrise. Sorrideva sempre: Osservò:

—C'è chi ci tiene moltissimo ai sogni della notte di Natale.

Giovanni Giunti non rispose ma si occupò del suo caffè. Il cameriere comprese e si allontanò.

Vuotò in fretta la tazza. Non si sentiva ad agio in quell'ambiente pubblico, allora vuoto, sotto gli occhi curiosi dei camerieri sfaccendati, i quali lo osservavano come una rara avis, una bestia strana. Non voleva pascere, colla sua persona, l'altrui curiosità.

Fece un breve giro per la città silenziosa, alla luce grigia di un'alba, contrastata dalle dense nubi, che velavano il cielo, e poi ritornò a casa per attendere Narciso Rossi.

Erano le sette e tre quarti.

Che cosa aveva da fare; come ammazzare il tempo fino alle dieci, quando sarebbe andato alla cattedrale, per gettare la bomba tra i fedeli?

Girò irrequieto su e giù nella stanza da studio, tormentato dai suoi antichi sogni, il cui ricordo, strana cosa, non lo abbandonava. Aprì due volte lo stipo e lo rinchiuse. La vista delle bombe non gli faceva più piacere. Una voce interna lo rimproverava:

—Tu fai contro la luce. Ed egli sentiva, che la voce non aveva tutti i torti.

L'anarchia?

L'unica tavola di salvezza.

Gettare la bomba?

Era necessario

In chiesa?

Voleva attendere Narciso Rossi.

Il tempo passava, lentamente, molto lentamente, ma pur passava. Passano anche le ore delle maggiori angoscie, che sembrano interminabili, e quanto più interminabìle sembrò uno spazio di tempo prima d'incominciarlo o mentre ci si era dentro, perchè tempo di sofferenze, di dolori, d'ignominia, tanto più breve esso sembra di poi, quando è terminato, osservato alla serena luce di giorni lontani.

Vennero le otto e un quarto, la mezza, i tre quarti. Incominciò a diventare impaziente. Avevano pur deciso di lanciare la bomba quella mattina!

Quanto più attende, tanto più si concretizza in lui un pensiero, e questo, si è: Attendere. Attendiamo, che la calma ritorni nel mio spirito.

Non era detto, che si dovevano lanciare le bombe proprio quella mattina. Non era neppur detto che dovevano venir lanciate. La direzione del partito, forte a parole e vile a fatti, aveva anzi deciso che non dovevano venir lanciate, che il loro getto avrebbe danneggiato la causa piuttosto di favorirla. Voleva dire a Narciso Rossi:

—Ti tengo legato alla tua promessa, ma oggi non è ancora venuto il giorno opportuno. È meglio attendere alquanto e fare i preparativi con maggior calma. Le lancieremo più tardi, in un giorno di maggior concorso, di gran folla, dopo di aver combinato le cose in modo da poter fuggire.

L'amico avrebbe accettato con voluttà la proposta, ed intanto egli avrebbe potuto riflettere; sciogliere le potenti obiezioni, causate dai terribili sogni; cercare prove per dimostrare, che la Chiesa è il maggior nemico dell'umanità.

Avrebbe continuato a vivere, per qualche giorno ancora. La vita non è spiacevole neppur per un anarchico. L'attuale società è la peggiore che immaginar si possa eppure non la si abbandona volentieri.

Ma un evento venne a turbare i suoi calcoli.

Erano le nove, quando bussarono.

—Chi può essere?—esclamò. La visita gli veniva importuna. Non poteva essere Marcello. Questi sapeva che c'era il campanello elettrico; non la domestica la quale aveva le chiavi dell'abitazione, per poter venire quando le sarebbe parso bene. Una visita la mattina di Natale; in quella mattina così brutta, così piena di vento, di neve, alle nove?

Andò all'uscio e lo aperse. Gli si presentò la faccia rossa di un fattorino, dal grosso naso a peperone, che brillava di una luce rossastra, intensa, e dall'alito, che puzzava di alcool. Il fattorino aveva fatto già il sacrifizio mattutino a Dio Bacco. Tra le dita, coperte da un paio di guanti di lana, una volta grigi, ed ora coperti di sudiciume, egli teneva una lettera.

—È lei il signor Giunti?—domandò.

—Chi manda?

—È lei o non è lei?—insistè il fattorino

—Date qui.

—È lei o non è lei?—ripetè il fattorino, il quale aveva fatto delle libazioni durante tutta la notte e non sembrava disposto a cedere la lettera senza aver prima risposta a quella domanda.

—Sì—rispose l'anarchico, che si era accorto dello stato anormale del fattorino.

—Prenda—rispose questi soddisfatto, dandogli la lettera.

—Chi manda?—insistè Giunti da canto suo.

Il fattorino rise.

—Un uomo in calzoni.—rispose.—Matta idea la sua. Mi diede la lettera qua, sulla strada. Buona idea la mia di appostarmi il giorno di Natale. Cioè. Non mi era appostato. Ero stato a Messa Diamine. Ci vado a Natale ed a Pasqua. Non sono mica un cane io. Eppoi ero andato a bere un bicchierino. Tempo cane, signori. Loro signori non sentono l'inverno. Hanno una bella abitazione, mangiano bene, bevono meglio, sono ben vestiti. Ma verrà il giorno, sa! Non sono anarchico io! il ciel mi guardi! Ma verrà il giorno; deve venire il giorno..!—esclamò il fattorino, e i suoi piccoli occhi lustri, brillavano di una luce strana, tra il minaccioso e l'allegro. Egli assaporava già ora le gioie di quel dì, vicino o lontano, ma che doveva certo venire, nel quale sarebbero state livellate le condizioni sociali ed egli avrebbe potuto passarsela come i signori, liberi questi di fare i fattorini se credevano, e magari di mendicare.

Giunti non dimenticò di essere anarchico. Volle fare un po' di propaganda alle sue persuasioni, e disse perciò:

—Il giorno è vicino!

Stupore del vecchio.

—Lo dice anche lei?—domandò.

—Sì.

—Allora si farà tutto a parte?

—Tutto sarà di tutti.

—Ella, un signore, lo dice?

—Ne sono convinto ed anelo, ed anelo il momento.

Il fattorino rise. Il suo riso era ironico. Il popolo ha un'ironia sublime.

—Se il signore vuole può affrettare quel momento. Si decida. Io sono disposto di accettare tutto. Mettiamo in comune la sua abitazione. Sono pronto di entrare subito—disse.

Una leggera nube velò il volto di Giunti. È questa la solita obiezione che i non anarchici fanno a chi professa queste dottrine.—Voi siete anche comunardi. Ebbene: Procedete coll'esempio.

—Lo farò, quando lo faranno tutti. Per guarire la società è necessario che il capitale sparisca, che spariscano i superiori, le autorità, le leggi, e che tutto diventi proprietà di tutti—osservò.

Il fattorino rise.

—Così lo dicono tutti. E mentre l'uno attende che incomincino gli altri, noi si muore di fame e di freddo—osservò.

Giunti sentì nausea di quell'uomo.

—Se spendeste un po' meglio il vostro danaro; se invece di ricorrere al bicchierino ed ai liquori vi compraste pane, non avreste da lamentarvi—disse.

Il fattorino rise.

—Non ho bisogno di lezioni—osservò.

Giunti prese la lettera e diede al fattorino una lira di mancia. Questi neppure ringraziò. La lira gli sembrava troppo poca cosa per un uomo, il quale si vantava comunardo e predicava venuto il tempo della divisione, nel quale tutto doveva diventare proprietà di tutti.

Giunti rientrò nella sua stanza calda, ben illuminata.

—Manda Marcello. Cosa scrive?—disse, osservando la soprascritta.

Gli venne un sospetto.

—Che sia davvero vile?—domandò a se stesso. Stracciò la busta e lesse le poche righe.

—Vile!—esclamò.—Davvero vile!

Il biglietto, scritto colla mano tremante, diceva:

—Non posso! Tanti innocenti..?

—Tanti, tanti innocenti!—motteggiò.

Innocenti? No, non erano innocenti. Erano correi; correi magari senza volerlo, senza saperlo; correi per l'istruzione sbagliata, ricevuta dai genitori, dagli avi; correi, perchè non avevano saputo sollevarsi in alto, a più spirabil aere; eppoi tutta la società era folle, era fiacca; aveva bisogno di una lezione.

Innocenti? Non lo erano; perchè frequentavano la chiesa, i passeggi, perchè facevano sfoggio del loro lusso, perchè erano borghesi, perchè volevano che sopravvivesse una società avariata, perchè volevano conservare le disuguaglianze sociali? Ma anche se fossero stati innocenti, il mondo è fatto così. La natura non bada nè agli innocenti nè ai rei; sacrifica quanti occorrono venir sacrificati, per il raggiungimento dei propri fini; il falcone e l'aquila fanno allo stesso modo scempio della pacifica gallina e del superbo tacchino, il falcone divora egualmente il passero, così dannoso, e il rosignolo canoro, e gli uragani schiantano l'inutile pioppo e la quercia, il melo, il pero, il susino ed altri alberi, così utili alla vita.

Innocenti? La sua era opera necessaria e purificatrice; si trattava di ricostruire una società nuova sulle rovine dell'antica; e questa non volendo crollare da sè andava atterrata. Non era per colpa sua se nel suo crollo essa avrebbe schiacciato e seppellito sotto le macerie anche qualche innocente. Egli non voleva che il bene altrui; non era per colpa sua, se, per ottenere il bene, doveva schiantare coloro che vi si opponevano.

Narciso Rossi si rifiutava. Vile! Vile! Già; il Natale; la pazza poesia della sacra notte. Egli l'aveva passata coi congiunti, alla luce di qualche albero, scioccamente ornato di fiori e di lumi; aveva udito il canto di inni e canzoni natalizie, e si era commosso. Vile, vile!

Non pensò, che qualche minuto prima aveva deciso di non gettare la bomba; di rinunziare, per il momento, a quell'atto di vendetta sociale; di dire a Narciso, che avrebbe atteso tempi migliori. Non sentì che rabbia e sdegno per l'antico amico ed un'avversione grande contro di lui…

Che aveva da fare? Rimanere fedele alla decisione presa poc'anzi e procrastinare il getto delle bombe?

Ma che ne avrebbe detto Narciso Rossi?

Lo avrebbe giudicato egualmente vile; oppure avrebbe pensato che non si poteva fare senza di lui; che egli, Narciso, era indispensabile?

Avrebbe potuto rimproverargli la sua colpa?

No.

L'altro gli avrebbe potuto dire: Perchè rimproveri a me quanto dovresti rimproverare prima a te stesso? sei forse un bambino, che non osi agire da solo; che dipendi da me nel tuo operato? se io sono un vile, che mi sono rifiutato di gettare la bomba, lo sei tu pure. Era proprio necessario che due scoppiassero allo stesso tempo? Non bastava una sola, la tua?

Potenza dell'orgoglio umano, di un falso amor proprio, della tema di venir giudicato male! Egli mutò rapidamente pensiero. Aveva deciso di soprassedere a quel getto; di attendere un istante più opportuno. La sua prudenza gli aveva suggerito questo. Aveva preso questa decisione dopo un esame maturo e prudente, ed ora bastò quello scritto, bastò la tema di venir creduto vile, per fargli mutare pensiero.

—Non avrà il gusto di rimproverarmi la sua viltà!—disse, e prese la rapida decisione di attuare il suo progetto e di diventare, quella mattina ancora, assassino e omicida.

La ragione gli diceva: Attendi, attendi! Ma egli ne faceva tacere con violenza la voce.

La coscienza gli diceva: Bada che fai contro la luce; ed i suoi sogni si ergevano maestosi, terribili, avanti a lui e gridavano: Tu agisci male; tu inganni la tua coscienza; la Chiesa non ha mai avversato la vera libertà, non è nemica d'Italia.

Il suo falso amor proprio fece tacere anche questa voce. Non gli riuscì di ridurla al silenzio; pure la soffocò dicendo a se stesso: Non essere vile!

Prese posto al tavolo e scrisse a Narciso Rossi. Gli scrisse parole molto amare, di grande rimprovero per la sua viltà senza nome.

Vile, che non sai mantenere una promessa!

Vile, che non sai sacrificarti per un ideale!

Vile, che paventi le conseguenze di un'azione, che riconosci doverosa e giusta!

Vile, vile! Ora e sempre vile!

Sii maledetto, da chi va a morire per il suo ideale; va a morire solo, perchè ti rifiuti; va a morire colla certezza, che il suo sacrifizio non porterà lo isperato frutto, perchè tu gli neghi la tua cooperazione!

Vile! Disonore del partito; sii maledetto!

Chiuse la lettera in una busta, vergò la soprascritta e l'abbandonò sul tavolo.

Dopo la sua morte l'avrebbero trovata e pubblicata.

Ne era lieto. Avrebbe procurato così a Narciso Rossi la maggior onta. I veri anarchici avrebbero disprezzato il traditore, e gli altri, i partiti dell'ordine, i borghesi, avrebbero lodato il giovane onesto, che si era rifiutato di commettere un delitto di lanciare una bomba, di macchiarsi di tanta colpa; e le lodi, l'approvazione delle autorità e dei circoli borghesi, già avrebbero recato un'onta ancora maggiore del biasimo dei suoi antichi consenzienti.

Narciso Rossi era spacciato. Non gli rimaneva che il suicidio.

Sogghignò a questo pensiero. Consultò l'orologio. Erano le nove e mezzo. Doveva spicciarsi se voleva arrivare nella cattedrale a tempo.

Aprì l'armadio, levò la bomba sua, l'accarezzò, la baciò e la celò sul petto, sopra il cuore. Indossò il mantello di uscita, tirò alto il collare, cacciò la beretta fin sugli occhi e uscì di stanza.

Chiuse l'uscio della propria abitazione.

L'abbandonava per sempre.

Chi ci sarebbe andato ad abitare? Che se ne curava? Di chi sarebbero stati i suoi mobili? Che gl'importava? Aveva lasciato erede universale Gianni Carpi, il solo onesto fra gli anarchici; il solo veramente povero ed audace tra di loro, coll'incarico di usare dell'asse ereditario soltanto per scopi di partito, per diffondere l'anarchia.

Gianni Carpi avrebbe fatto un buon uso di quel danaro e del ricavato dei mobili; non avrebbe tenuto nulla per sè. Egli non dubitava della di lui onestà…

Giunse sulla via. Nevicava di nuovo, ed il vento impetuoso gli sbatteva la neve sul volto accecandolo quasi. Doveva procedere con grande cautela per non scivolare. Una caduta sarebbe stata disastrosissima; avrebbe causato lo scoppio della bomba, ed era questo che egli voleva impedire. Sacrificare la vita, sì, ma con costrutto. Abbenchè il tempo fosse brutto c'era della gente sulla via. Vide delle faccie allegre. La grande festa del Natale aveva riempito gli animi di letizia. Gente andava a fare certi piccoli acquisti nelle pasticcerie, i soli ambienti aperti nella sacra giornata; andavano a fare delle visite, andavano in chiesa.

Quei volti allegri gli davano sui nervi. Sentiva di odiare gli uomini; provava una grande nausea. Eterni malcontenti, protestavano continuamente contro la Chiesa, contro l'autorità, contro ogni sorta di tirannide; e bastava che la Chiesa, ricordando antiche favole, offrisse loro un giorno un po' diverso dagli altri, per far loro dimenticare il passato e renderli scioccamente, stupidamente felici. Valeva la pena sacrificarsi per simile gente: valeva la pena morire per loro?

Portò la mano al petto, alla bomba. Che avrebbe giovato il suo getto? Avrebbe esso scosso le coscienze e destato le masse; quello sarebbe stato il primo segno di una grande rivoluzione sociale, oppure?… Già; il suo eroico attentato sarebbe passato forse inosservato. Le masse non erano ancora mature.

Doveva attendere?

Oh, se non fosse stata quella infame lettera di Narciso Rossi. Ma ora non poteva assolutamente desistere. Nessuno doveva neppur lontanamente sospettare che egli fosse vile.

Giunse alla cattedrale. Le campane suonavano allegramente. Il Vescovo faceva il suo ingresso nella chiesa illuminata a festa e piena, zeppa di una folla festante.

Il vescovo! Uno degli oppressori delle masse. Quanto l'odiava! Non lo aveva veduto ancora mai; ora lo vedeva per la prima volta: un povero vecchio, dal volto di asceta, con un sorriso buono, paterno, sulle labbra, che procedeva ricurvo, schiacciato dal peso degli anni e dalle cure, dalle brighe, dalle fatiche del suo ministero; un vecchio buono, tanto diverso dall'immagine che egli si era formata di lui.

Si cacciò tra la folla.

L'organo cominciò a suonare e la Messa ebbe principio.

Vide i volti atteggiati a grande letizia. Comprese che quella giornata rappresentava per l'umanità un grande punto di riposo: era quello un giorno, nel quale il povero dimenticava per un istante le proprie miserie; l'operaio riposava dal lavoro snervante; il ricco scendeva al povero e ne comprendeva, per un istante, le miserie; un giorno di pace, di letizia per tutti.

Doveva egli turbare la serenità di quel giorno? Doveva portare la desolazione, la morte, in quel luogo di pace?

Oh, i suoi sogni! La Chiesa ha fatto sempre quanto stava nelle sue forze per il bene dell'umanità. Non era lei responsabile dei danni che le classi povere ed umili risentivano, nè dell'abuso di libertà nelle classi dirigenti, o dello squilibrio sociale.

Certo. La religione aveva fatto il suo tempo. Ma perchè non lasciarla morire in pace; perchè voler punire nella Chiesa gli altrui delitti?

Cercò di allontanare il ricordo dei suoi sogni.

La Chiesa è stata sempre il puntello dei troni; essa ha benedetto la guerra e sanzionato ogni sorta di ingiustizie sociali. Eppoi non poteva tollerare la taccia di vile.

La Messa ha incominciato.

Il venerando veglio è salito all'altare e lo avvolge in profumi che escono dal ricolmo incensiere.

Chi ha da colpire? Dove ha da lanciare la bomba? Nel presbitero? Ha da colpire il vescovo, i canonici, oppure la ha da lanciare in mezzo alla folla che ora?

Il vescovo è ritornato al suo trono.

Gloria in excelsis Deo!

Già! Dio! Dio! Non si pensa che al nume trascendentale e crudele, che risiede in cielo e non si cura nè si è mai curato dei propri figli, chiede da loro gloria e non dà loro in cambio nulla.

Il coro canta giulivo: Gloria, gloria in excelsis Deo!

Sono voci di fanciulli che scendono dall'alto della cantoria nella chiesa, accompagnate dal suono grave dell'organo e da alcuni violini, sapientemente toccati.

Le voci erano così dolci, così soavi, così carezzevoli. Sembrava udire il canto degli angeli nella notte di Natale.

Fuori imperversa la bufera; il vento scuote le gigantesche invetriate multicolori, attraverso le quali giunge scarsa la luce scialba di quella mattina; nel suo cuore imperversavano pure le bufere, ed intanto i fanciulli cantavano il loro Gloria in excelsis Deo!

Subentra un coro di uomini forte, solenne.

Et in terra pax….

Egli ride ironicamente.

Pace! Quale menzogna! Dal giorno della nascita del bambino ebreo ad oggi si ripete la bugiarda promessa. In terra pax! Ma quando mai venne pace alla terra?

Il coro continua:

Hominibus bonae voluntatìs.

Queste parole sono una rivelazione.

Pace agli uomini di buon volere!

Ed il mondo non vuole la pace! A chi si deve ascrivere la mancanza di pace?

Non ode altro.

Non è per la colpa della Chiesa e del Nume, se pure esso esiste, che la pace non regna sul mondo, ma per la mala volontà degli uomini.

Gli angeli annunziarono la pace. Non crede che furono gli angeli, ma l'annunzio fu dato. Si promise la pace ma si chiese in cambio buon volere Qual meraviglia, se gli uomini non avendo offerto la loro buona volontà non abbiano avuto la sospirata pace?

La pace? Poteva egli portare al mondo la vera pace, fondata su di una forte, ben sentita e ben radicata anarchia, se gli uomini non erano di buon volere?

A che cosa avrebbe giovato il gettito della bomba se gli uomini, ed i più bisognosi, i più reietti in modo speciale, facevano brutto viso all'anarchia e si rifiutavano di occuparsi della loro misera sorte e di cercare i remedi opportuni al loro male ed a quello della società?

Doveva gettare la bomba?

Non in chiesa.

Dunque sulla via; in qualche ritrovo di ricchi, di gaudenti, al caffè, in teatro?

Con qual profitto?

Urgeva qualche cosa di ben più importante. Bisognava organizzare le file anarchiche e fare la propaganda al vangelo dell'anarchia. Un libro anarchico, diffuso in migliaia di esemplari, avrebbe giovato assai di più di cento bombe.

Non doveva dunque lanciarla?

Narciso Rossi che cosa avrebbe detto? Lo avrebbe schernito, avrebbe raccontato a tutti la sua viltà, perchè egli, l'idealista, si era rifiutato di aiutarlo, per disciplina di partito, per stare agli ordini dei superiori, mentre l'altro, il ribelle, l'audace, non aveva trovato il coraggio necessario. Da vero bambino aveva bisogno di un compagno, e da solo non sapeva, non poteva fare nulla… Sentì uno sdegno infinito contro Narciso Rossi e la brama di punirlo. Voleva affrontarlo, giungere a lui, costringerlo ad uscire in sua compagnia, menarlo in qualche ritrovo e allora lanciare la bomba, per compromettere lui pure, per unirlo alle altre vittime e per fargli subire la morte del traditore.

Non ne poteva più in chiesa. Si fece largo tra la folla, giunse all'uscio e passò sulla via.

Il vento soffiava più forte che mai; la neve scendeva fitta; i passanti procedevano frettolosi; nessuno si curava dell'uomo, che portava sul petto la morte.

Un grido, un urlo. Una fanciulla è scivolata; fa degli sforzi immensi per tenersi in piedi ed urla dalla paura, dallo spavento di dover stramazzare al suolo, a rischio di rompersi le gambe e le braccia.

Egli le è vicino; ad un passo di distanza. Corre da lei per aiutarla. Essa getta disperata le braccia al suo collo, per sostenersi a lui: una fanciulla modesta, poveramente vestita. Dal collo le pende una medaglina della Madonna.

Povera fanciulla; la sua esile persona cozza col suo maschio petto sul quale riposa la bomba. Un rombo terribile, spaventoso, e sul suolo candido di neve giacciono due cadaveri insanguinati, sfracellati, orrendamente mutilati, sui quali scende fitta, fitta la neve, coprendo tutti e due, l'assassino e l'assassinata, di un candido mantello.

Candido per l'umile vergine, che era stata quella mattina alla Comunione ed ora si recava con un incarico della madre inferma dalla zia. Candido anche per lui, l'assassino, che era colpevole al cospetto degli uomini.

Lo era anche al cospetto di Dio?

La grazia aveva picchiato al suo cuore più volte, e specialmente quella notte nel sonno; ed egli le aveva fatto il sordo. Ma quante volte disprezziamo la grazia, perchè non la conosciamo, perchè ci hanno insegnato a non farne conto, perchè ci hanno educato male?

Quante volte tutta la colpa non l'abbiamo noi, ma essa è di coloro che ci hanno educato, dell'ambiente, di quel libro, che fu galeotto come chi lo scrisse?

Dio solo conosce tutto: l'ambiente nel quale ci troviamo e le cause del nostro traviamento.

Non dobbiamo perciò disperare della salvezza spirituale di nessuno e pregare per tutti.

Perchè, se è grande la giustizia di Dio, ben maggiore ne è la misericordia.

Quando noi abbiamo da agire riflettiamo alla sua giustizia; quando abbiamo da giudicare pensiamo agli abissi della sua misericordia infinita.

FINE.

INDICE

Preambolo pag. 3
I. Lo schiavo » 19
II. Cesare » 41
Primo intermezzo » 65
III. Il monaco » 69
IV. Rovine fumanti » 86
Secondo intermezzo » 98
V. Il signorotto » 101
VI. Sulla via di Savona » 113
VII. Rivoluzione » 120
Il racconto » 131

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NOTA del trascrittore: Sono stati corretti i seguenti refusi (tra [parentesi] l'originale):

felici attorno all'albergo[albergo], grate al Bambino Gesù per i bei Il cavallo, spronato[sprontato] dalla voce supplichevole del padrone, Gioia [giova] al pensiero di quell'eccidio, e gli sembrava di prima invincibili, da [dai] un pugno di nemici, inferiori di catene! Vivere, magari sorretti soltanto[soltando] dalla speranza Nessuno[Nesuno] si curò delle sue proteste. Volle opporsi. La non ve n'era nessuno. È facile cosa governare un impero[un'impero], corsa? È [E] così semplice, così umile; viene trascinata da speciale la brama del possesso, il desiderio di [dei] accumulare ma incapace di sopportarne le conseguenze[consegunze]. una società avariata[avareata], perchè volevano conservare presa poc'anzi e procrastinare[procastinare] il getto delle bombe?