IV.
Egli infuria nelle sale del suo palazzo. Nessuno osa avvicinarlo, tanto è adirato.
La folla infuria essa pure. La delusione è stata troppo grande. Inveiscono contro di lui, e le loro imprecazioni arrivano al suo orecchio e lo fanno fremere: Matricida! Matricida!
Già. Egli ha fatto uccidere sua madre; ma questo era un suo diritto. Chi può proibire ad Apollo, al padrone del mondo, di fare quanto più gli piace e di ammazzare chi vuole?
Hanno atterrato le sue statue nelle piazze e sul foro e negano soccorso alle sue truppe.
—I miei pretoriani!
Vuole mettersi alla loro testa, marciare contro la folla e decimarla.
I pretoriani lo hanno abbandonato.
—Le amazzoni!
—Sono fuggite. Sono andate a cercare altri protettori. Anche i mimi lo hanno abbandonato.
Schiavi, liberti, cortigiani saccheggiano il palazzo. Gli portano via tutto; financo le coperte del letto e la fiala preziosa, che Lomita gli aveva preparato. Vuole difendere le sue corone di alloro. È solo. Non riesce. I suoi strumenti musicali; la sua cetra. Anche questi gli vengono tolti. Nessuno ne ascolta i comandi, le proteste, le suppliche; si ride del suo pianto; egli viene schernito, beffeggiato od ignorato. Un sovrano decaduto.
Quanto soffre! Pazzi pensieri gli passano per la mente: vuole recarsi nelle Gallie, incontro all'esercito ribelle. Domerà i soldati col suo canto; s'inginocchierà avanti a loro e piangerà. Le sue lagrime li commuoveranno, il suo canto li renderà propizi. Ma poi cambia pensiero. Vuole rifugiarsi dai Parti e riconquistare col loro aiuto il trono; si recherà a Roma, salirà la tribuna e commuoverà il popolo, coll'eloquenza appresa da Seneca. Manda messi da Virgilio Rufo. È disposto di rinunziare al trono, purchè gli lascino la prefettura d'Egitto. Manda messi a Roma. Lo lascino in vita, l'Apollo novello. Non ne sa che fare del trono. Se lo tengano. Anela glorie maggiori.
Quanto soffre! Oh questa ingrata plebe! Avesse l'umanità una testa sola, per spiccarla dal busto, con un taglio solo! Solo il re del canto, il dio Apollo, ha diritto alla vita!
Nessuno si cura di lui; trova a stento uno schiavo che gli prepara un boccone. Il palazzo svaligiato è deserto, ma la folla non è contenta della sua umiliazione; ne chiede il sangue. Chi lo difenderà?
Oh queste umiliazioni, queste ingiurie, questa solitudine! Lo accascia tanto.
Un uomo, vestito poveramente, entra nel palazzo e lo avvicina.
—Cesare. Un pugno di fedeli è deciso di salvarti.
Di fedeli? Vi erano adunque ancora degli uomini che gli erano rimasti fedeli? Tutti lo avevano abbandonato.
Respira.
—Salvatemi!
Promette loro ricchezze, cariche, condividerà con loro il dominio del mondo, purchè lo salvino.
Sono decisi di salvarlo. Verranno a prenderlo, di notte, con una lettiga; lo porteranno in una villa romita, dove se ne starà nascosto, finchè la procella si sarà calmata. Non possono conservargli il trono; non sta nella loro potestà. Gli vogliono conservare almeno la vita.
Egli paventa un tranello.
—Non temere. Noi ti difenderemo col nostro sangue. Andremo volentieri per te alla morte, lieti di morire per te, è la risposta.
Gli viene un sospetto.
—Chi siete?
L'uomo non risponde.
—Mi volete salvare, perchè adorate in me l'Apollo vivente, perchè siete entusiasmati della mia voce, del mio canto?
—Perchè il nostro Dio ci ha imposto di esserti fedeli e di dare per te anche il sangue.
—Cristiani? chiede, fremendo dallo sdegno.
—Cristiani!
L'uomo non può continuare. Il pugnale del sovrano lo ha trafitto nel petto. È caduto morto al suolo.
Freme al vedere quel morto. È adirato seco stesso che ha ucciso quell'uomo. Chissà?…. Forse?….. Ora avrà anche i cristiani contro di sè, ed i cristiani sono grandi fattucchieri, che vorranno vendicare su di lui tutto il sangue che egli ha sparso. Deve fuggire.
Un cortigiano gli suggerisce:
—Apriti le vene.
È il solo, che gli è rimasto fedele.
Il suicidio! Mai! Non può privare il mondo del suo canto. La fuga! Si getta ai piedi del cortigiano.
—Salvami!
Poi cambia pensiero.—Uccidimi! lo supplica.
Nessuno osa farlo, si teme.
—Suicidati!
Non ha coraggio. Fugge sopra un povero ronzino, seguito da quattro servi; uno solo gli è fedele, gli altri lo seguono costretti.
Un servo fedele; un fenice—Chi sei? Perchè non mi abbandoni tu pure?
Il servo, il povero schiavo, gli parla; cerca di sollevarne lo spirito, di destare in lui fiducia in Dio. Un cristiano! Maledetti cristiani!
Giunge al Tevere. Si vuole gettare nelle sue acque ma non ha coraggio.
—Alla villa di Faone.
È un liberto che ha beneficato, che ha amato, che gli sarà rimasto fedele.
La via è polverosa; il caldo soffocante. I rari passanti guardano con indifferenza il cavaliere, madido di sudore, in groppa al magro ronzino, seguito da quattro schiavi; certo un uomo povero. Ignorano, che egli è il dominatore del mondo.
Lo era. Ora non lo era più.
Sciocco! Perchè non ha rinunziato all'impero? Gli dei gli hanno pur dato il canto!
Giunge da Faone.
—Il senato ti ha deposto; ti ha giudicato. Sei stato dichiarato nemico della patria. Ti hanno condannato alle forche!
Il senato! Quei senatori, che ha tanto beneficato, che ha avuto ai suoi piedi, che lo hanno dichiarato l'amore e la delizia del genere umano, il miglior tra i Cesari. Il senato! Maledetti, maledetti!
È adirato con se stesso, che li ha tollerati in vita, che non li ha fatti scannare tutti, tutti. Eppoi pensa a se stesso. Deposto, condannato alle forche! Gli avessero lasciato almeno l'Egitto!
—Suicidati!
Deve suicidarsi. Le forche. Mai! Ma non sa decidersi.
—Scavatemi la fossa.
Mentre la scavano gira desolato per la villa, per i giardini. Il sudore dell'angoscia gl'imperla la fronte; il cuore gli si stringe come in una morsa; gli si fa scuro avanti agli occhi; si sente tanto infelice.—Un grande artista perisce! esclama.
Soffre, pensando al suo canto, e rumina fughe. Vuole salvare la vita, andare in Grecia, e colà cantare, cantare.
—Suicidati!
—Il mio canto?
—Non suicidarti! Ricorri a Dio. Lo prega; invoca il suo aiuto e ti rassegna alla sua volontà! Quello che vuole il Signore!
È lo schiavo cristiano che gli suggerisce così. Egli si avventa sdegnato contro di lui.
—Maledetto! Mi vuoi vivo acciocchè il senato mi conduca alle forche!
Lo uccide.
E mentre osserva sdegnato quel cadavere, imbrattato di sangue, che giace ai suoi piedi, viene ansante un nunzio.
—Cesare. Vengono!
—Chi?
—I messi del senato per catturarti e condurti alle forche. Odi.
Ode il calpestio dei cavalli. Le forche! Mai! Non può indugiare.
Vuole cacciare il pugnale insanguinato nelle mani del messo.
—Uccidimi! Ti prego, ti scongiuro! Uccidimi! esclama con angoscia di morte. Ha tanta paura della morte. Gli manca il coraggio del suicidio.
—Suicidati!
Il calpestio si fa più vicino. Ecco apparire i soldati a cavallo.
Deve, deve!
Un ultimo sguardo al sole, che splende infuocato sul cielo: agli alberi verdi del giardino, La vita è cosi bella, e dover piombare nel regno delle ombre!
Uno sguardo al cadavere ai suoi piedi. Un grande scatto di odio, contro i cristiani. Sono essi la causa della sua sventura. Ogni male viene dai cristiani. Un grande rimpianto. Muore il più grande cantante di ogni tempo.
Vibra il pugnale e se lo caccia nel petto. L'acciaio freddo, freddo, entra lentamente nelle sue carni…. sente brividi di morte…
Primo intermezzo
Il vento soffia impetuoso, e sbatte la neve contro le lastre, scuotendo i telai delle finestre; passa sibilando per le vie, agita i fili del telegrafo e del telefono, che corrono sulle case, producendo certi suoni, i quali sembrano melanconici lamenti, che scendono dall'alto; e poi le campane di tutte le chiese incominciano a suonare a gran festa. Annunziano che il Verbo si è fatto carne ed abitò tra di noi; annunziano la grande Natività.
In una povera stalla, nel rigore dell'inverno, nelle tenebre della mezzanotte, viene alla luce un piccolo fanciullo ebreo; la giovanetta madre lo avvolge in un pannolino e lo reclina nel presepio. Questo Bambino è il Verbo incarnato, e attorno a questa culla gravitano i destini dell'umanità.
Il suono giulivo delle campane supera il sibilare del vento, che per qualche tempo non viene udito, supera il gemito lamentoso delle condutture aeree, e sembra voce di angeli che nelle tenebre di un secolo, nel quale imperversano i venti delle passioni, trionfa il gelo dell'egoismo più brutale e l'umanità si lamenta per inaudite sofferenze, annunziano il grande mistero dell'amore di Dio e auspicano pace agli uomini di buon volere.
Il suono festivo delle campane giunge ai fedeli che si pigiano nelle chiese, vagamente illuminate, e fissano lo sguardo sull'altare della vita, al quale il sacerdote celebra i divini misteri e dove egli evoca quello stesso divino Infante che è nato a Betlemme. Essi uniscono la loro voce a quella del celebrante. Cantano: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà!, professano in mezzo alle tenebre di un ateismo profondo: «Tu sei il solo santo, tu il solo Signore, tu il solo Altissimo, Gesù Cristo» e sono così lieti di questa franca professione della loro fede e della loro convinzione, che lungi dal piccolo bambino ebreo non havvi salvezza.
Il suono delle campane giunge nelle case, dove le famiglie sono ancora deste, in attesa della mezzanotte. Mezzanotte!
Buon Natale! Lo dicono tutti. In molte case il genitore credente racconta ai figli il grande avvenimento, e li trasporta colla navicella della fantasia a Betlemme, nella stalletta: in altre, dove la fede è svanita, il suono delle campane evoca lontani ricordi, così dolci, così soavi; il ricordo dei defunti genitori, dei nonni, che avevano creduto; toccano certe corde nell'anima, che da anni danno suono lontano in quella notte fortunata e destano la nostalgia di un passato che non ritorna, di un futuro, al quale non vogliono tendere e che pure sentono così desiderabile; desta la nostalgia di un raggio di fede nella notte della loro vita mondana; di un grande raggio di fede, che illumini la loro esistenza così egoistica e faccia luce sul mistero della morte.
Entra in certe osterie, in certi luoghi di peccato, dove il Natale viene festeggiato nell'orgia e nell'ebbrezza dei sensi; ed è simile ad un rimorso dì coscienza, grande, che non viene ascoltato, ma che li avrebbe resi poi non scusabili.
Entra nella stanza, dove sotto soffici coltri riposa un uomo.
Egli ha avuto fino allora un sonno molto irrequieto. Deve soffrire nel sonno, perchè sudori affannosi gl'imperlano la fronte; le braccia si agitano convulsive, la mano stringe il pugno, e voci di lamento escon di quando in quando dalle sue labbra; di un'angoscia grande, infinita.
Il suono delle campane non lo desta, ma gli procura un po' di calma. Egli si tranquilla per un momento. I solchi della fronte si spianano, il volto perde l'antica espressione di grande angoscia, di un infinito affanno; i pugni si chiudono; sembra che la calma sia ritornata in quel cuore.
È questo l'effetto delle campane; la loro voce benedetta ha donato la pace a quel poveretto, quella pace che esse annunziavano in quella sacratissima notte all'umanità credente, oppure, per un processo fisiologico qualunque, i terribili sogni, che forse agitavano quello spirito sono cessati ed il sonno è diventato più tranquillo?
Chi lo può dire?
Fatto sta, che nello stesso istante, nel quale le campane cessano di suonare, il volto del dormiente prende l'antica espressione di terrore e le sue labbra si schiudono all'antico gemito doloroso, fugato dal suono dei sacri bronzi.
Un infermo? No, che sul comodino non ci sono boccette di medicine, scatole con pillole, polverine.
Ed allora?
Gli affanni di una cattiva coscienza, calmata da quel suono dolce, maestoso, sereno?
Chi lo sa?