CAPITOLO II. Una notte infernale.
Fischiava il vento curvando i canneti della valle, dall’orizzonte avanzavano neri nuvoloni carichi di tempesta; s’avanzavano come se gli uni sugli altri si rotolassero per lo spazio. L’aria istessa grave, quasi ferma, pareva stesse trepitando in attesa d’uno di que’ sconvolgimenti che fanno desiderare al viaggiatore il focolare domestico lasciato deserto, e pesano sull’animo involontariamente come il preludio di quelle sventure che stanno nascoste nell’infinito, come le folgori che si fondono in quel caos tempestoso.
Il temporale saliva, saliva... dal fianco sinistro di Porta Leona; il nibbio volteggiava in larghe ruote, l’atmosfera soffocante, satura di elettrico lampeggiava foschi baleni... Regnò per qualche momento quella calma queta non rotta da un soffio, che precorre sempre gli uragani!.... Poi come onda sfrenata un sibilo passò agitando gli alti pioppi, fuvvi un lampeggiare spesso, incessante, un fragore di tuoni. Le folgori scrosciando pareva volessero aprire le caterate del cielo. Sulla cima d’un albero un nero uccellaccio gracchiava movendo il lungo becco come se intuonasse uno strano canto!.. L’albero colpito a mezzo dal fulmine cadde, il nero uccello spiegando le larghe ali, ristette immoto come sospeso nello spazio..... poi chiudendo l’ali, ratto qual freccia si disperse travolto forse dalla buffera; la grandine tempestò, l’acqua si riversò a torrenti sulla terra.
Nella casa della valle tutto era silenzio... Vedevi solo un lume passar rapido da una all’altra delle finestre.
Nella stanza abitata dal vecchio alchimista il fornello era spento. Nel vasto laboratorio terreno, le storte di vetro, gli imbuti, i cilindri giacevano polverosi ed abbandonati ingombrando le larghe tavole di legno, che ne occupavano le latitudini; la vecchia Marta dimentica del suo pollajo e delle sue galline che solea chiamarsi attorno al suo seggiolone di legno, se ne stava in una camera vicina a quella dell’alchimista, immersa in un cupo meditare.
Le sue labbra si movevano come agitate impercettibilmente, mentre nessuna parte del suo corpo dava segno di vita; la testa aveva china sul petto, l’occhio fisso sul terreno, le mani incrociate sulle ginocchia quasi ratrappite....
Ti pareva una di quelle bizzarre creazioni della vecchia scuola germanica... un essere non umano raggomitolato in quell’angolo della stanza.
— Marta!... Marta!... s’intese mormorare una voce fiocca, rauca.
La vecchia si scosse — Chiama me, borbottò fra i denti, scuotendo la testa grigia, ed il suo occhio mandò un lampo di viva intelligenza. E cosa sono venuti a fare i suoi nipoti se ha bisogno ancora di me?... continuò essa, come se queste parole fossero la chiusa di chi sa quale ragionamento che era passato nel suo pensiero durante la sua lunga meditazione.
— Marta!... chiamò di nuovo la voce, fatta più stridula dal fremito dell’impazienza che scuoteva le fibbre del vecchio.
Marta levatasi si mosse... si appressò alla porta, l’aperse ed entrò. Era una stanzaccia larga e disadorna, le pareti nere ed umide erano tappezzate di quadri, ad alcuni dei quali si attribuiva un valore immenso; sul camino ardeva il fuoco e riverberava tutto all’intorno una luce oscillante; sovra ad un mobile vicino al letto era situata una lucerna di ferro sormontata da un coperchio di pergamena ingiallita dal tempo che stringeva la luce in un circolo e lasciava in una semi oscurità il resto della stanza; sul camino i tizzoni ardenti crepitavano, si sentiva al di fuori infuriare la procella.
Marta entrò e mosse verso il letto che era di fianco al camino, e sovra il quale giaceva il vecchio.
Quasi sepolto sotto alle coperte che si era ammonticchiate addosso onde difendersi forse dal freddo della morte che già l’agguantava col suo inesorabile artiglio, non scorgevasi di lui che la smunta faccia ed il crine rabbuffo sovra cui in atto d’impazienza si agitava un braccio quasi di scheletro che si movesse nella tomba.
Le pupille roteavano dentro alle livide occhiaje come fosse sotto l’impressione d’uno spasimo convulso... — Marta... Marta... strega del demonio.... vuoi farmi morir dannato che non ti avvicini al mio letto?.... strideva egli con tuono gutturale. Un violento impeto di tosse gli ruppe la foga del dire... e bianche le labbra, per lo sforzo operato agitatosi un istante sul letto ricadde.
— I vostri nipoti non sono ancora arrivati... ma arriveranno in tempo, state sicuro... e la vecchia lo guardò scuotendo il capo come allora che s’era alzata dalla sua seggiola.
— Marta... vuoi farmi dannar l’anima sconoscendo il mio sangue!... balbettò il morente... e dal suo ciglio uscì un lampo.
— Enrico e Carlo s’ubbriacano alla taverna del Gallo nero, ribattè Marta. Nelle fibbre del vecchio corse un fremito!...
— Dannazione!... urlò sollevandosi come macchina inerte allo scatto d’una molla... E il mio oro a chi lo lascierò io?... e ne ho molto dell’oro!... dell’oro!... ripetè tra sè... dell’oro!...
— Verranno a tempo.... mormorò la vecchia.
Un lampo seguìto da uno scroscio di folgore passò dalla finestra, un buffo di vento vi gettò contro la pioggia che diluviava.
Il vecchio rise... stese il braccio ed afferrò l’aggrinzata mano di Marta.
— La dicono la casa dello stregone... gli susurrò piano all’orecchio, e il demonio riderà. Ah si ubbriacano alla taverna mentre io muojo qua?... solo, come un cane arrabbiato?... e tu, vecchia strega, dici che verranno in tempo per avere il mio oro?... Ma sai tu ciò che io lascio loro?...
— Quella cassa là... disse Marta segnando un angolo della stanza... tanto di grazia di Dio!... che sarà gettata come un osso nella bocca del lupo!...
— No... Marta... no... tu sei scema e non vedi un palmo al di là del naso!...
Il vecchio s’era rizzato sul letto; Marta lo guardò e diè addietro d’un passo; quasi ebbe paura di quella sua faccia che rideva d’un riso da demone. — No, Marta, no!... ripetè egli... è la dannazione che io lascio loro!... e l’ho accumulato per loro tutto quel tesoro... guardalo, vecchia!... vi sono gemme che abbagliano, verghe d’oro che pesano... ho sofferto ed essi non hanno mai avuto una parola per me... li ho chiamati e mi hanno riso in volto... mi credevano povero, e mi lasciano morire come m’hanno lasciato vivere... bisognava bene che mi vendicassi dei loro torti!... bisognava bene che loro rendessi il male che m’avevano fatto!...
— Ed avete lavorato e studiato, e vegliate le notti, e consumati i giorni per far ciò?...
— Sì, ripetè il vecchio, il cui aspetto divenne cupo e severo. Sì, Marta!... ho lavorato, ho studiato, ho vegliato le notti sui libri, ho consumati i giorni chiuso nel mio laboratorio, mi abbisognava dell’oro per coricarmi vendicato nel mio sepolcro... e ne ebbi... fra poche ore... ebbri dall’orgia essi cacceranno le mani entro quelle gemme.... palleggeranno quelle verghe che io ho fuse... e sai tu che sia l’oro per due anime dannate... in cui non ha alimento un’idea che non sia una colpa?...
— Quell’oro dev’esser diviso, Marta!.. essi si uccideranno per non dividerlo!...
Marta arretrò spaventata e biascicò tra le labbra non so quali parole.
— Sì, continuò il vecchio, aveva bisogno d’aver dell’oro perchè voleva che fosse d’oro il pugnale avvelenato con cui voleva colpire... L’oro... questa leva potente delle umane passioni è in mia mano.... ed io me ne faccio strumento... Io punisco... Dio perdoni!...
Il vecchio erasi sollevato sul letto grande d’una maestosa imponenza... L’avresti detto bello!... la lunga barba cadevagli sul petto e vi tremolava sopra; il capo maestosamente teneva alto, sulla sua fronte eransi appianate le rughe, il fuoco dell’animo ridesto come da focolare sotto la di cui cenere si rimuova la bragia, lampeggiava sinistramente... Egli lasciò il braccio di Marta che lo trasse intormentito e levò gli occhi al cielo quasi chiamandolo a testimone, giudice ei della colpa, a cui faceva tribunale la sua coscienza... La procella infuriava sempre più, Marta attonita guardava il vecchio alchimista la cui figura assumeva in faccia al suo spirito agitato strane e fantastiche forme... le parve intendere all’orecchio un ronzio di leggende, di fantasimi e di morti, e di diavoli che sulla groppa portavano le anime che avevano comperate, e si ricantucciò presso al fuoco ascoltando lo sbatter delle imposte scosse dal vento, il rimbalzar della pioggia sui vetri delle finestre, e sogguardando furtiva verso il letto, tal quale il vecchio si era disteso in un assopimento che assomigliava l’immobilità della morte.