CAPITOLO IX. Il vendicatore.
Erano scorsi tre giorni, non si sapeva alcuna notizia di Francesco, il suo principale era tuttora a Milano, e nell’animo di Giulietta andavano formandosi le più allarmanti inquietudini.
Tramontava il giorno; le campane del villaggio suonavano l’ave maria della sera, e quel suono mesto e monotono scendeva sul cuore della giovane madre come l’incubo di uno di quei presentimenti contro cui la ragione non sa trovar argine per quanto essa sofistichi sulla incoerenza indefinita delle umane passioni. Si è tristi talvolta per qualcuna di quello impressioni di cui a sè stessi non si sa render ragione, ma egli è perchè talvolta si mente a noi stessi per farci d’un’illusione un conforto della vita. In queste apprensioni dell’animo, ove si cerchi v’ha sempre il perchè, come non v’ha moto senza vita, o vita senza moto... Il presentimento, la divinazione, non è una follia stigmatizzata dal materialismo che vorrebbe ridurre le aspirazioni dell’anima, a più o minori gradi d’azoto, o d’altro!... che costituisca l’organismo animale dell’uomo.
Come un corpo si compone di infinite particelle, corpi essi puri legati insieme da questo grande organizzatore della materia che è il tutto della creazione, il presentimento si forma ed ingrandisce o scema a seconda che i mille palpiti del cuor variano nel loro svolgersi a seconda che le impressioni dell’anima subiscono quelle modificazioni che sono prodotte dai fatti che le promuovono. È un senso dominante il pensiero che si forma coi varj sensi che vi danno vita, e che li riassume quando abbiano raggiunto il loro sviluppo; è una conseguenza psicologica delle relazioni della vita per la qualità dei fatti che le danno movimento.... E queste indefinite sì, ma pur reali cause ai presentimenti vaghi di Giulietta non esistevano forse negli strani incontri dell’incognito di cui subì sempre quell’involontaria ascendenza quasi che alla sua vita fosse legata qualche causa che lo riguardasse?... e le previsioni di Francesco non erano unite a quella lettera che lo separava da lei, nel momento appunto che la fatalità pareva ruggirgli sul capo minacciosa?... In tutto ciò v’era qualche cosa di più che non fosse il sogno d’una mente inquieta. Giulietta contemplava assorta in così tristi pensieri il sole che tramontava recando ad altre terre il suo saluto mattiniero e tingeva l’orizzonte di quel colore di fuoco onde rilucevano le vette della montagna.
Il suono dell’ave maria vagava giù per la vallata tristo tristo, s’udiva da lungi il tintinnar dei sonagli delle mandrie guidate alle cascine dalla lenta cantilena del mandriano che le accompagnava, e la vaga canzone delle spigolatrici che a frotte se ne ritornavano al domestico focolare.
Il fanciullo piangeva dal suo letticciuolo e respingeva le carezze della vecchia nonna chiamando la sua mamma con alte strida... Accorse Giulietta ad acquetarlo, ond’egli a poco a poco s’addormentò. Giulietta lo posò nella sua culla, lo baciò sovra i suoi labbruzzi di color carminio e si accinse a lavorare una sua cuffiettina di pizzo.
Si bussò alla porta della stanza; un fremito corse per le membra di Giulietta, ella si alzò di soprassalto, prima che ella avesse toccata la soglia, la porta si aperse ed un uomo le si affacciò; ritto sulla soglia, atteggiate le labbra ad uno di quei sogghigni che sono l’insulto beffardo che la forza lascia cadere sulla debolezza nella impudente violazione del diritto e della coscienza.
Era un giovine, bello ed elegante, nere ciocche di capelli gli sfuggivano sotto alle larghe tese del suo cappello andaluso, alla moda di quei tempi in cui tutto era infestato dalla Spagna che invadeva le nostre più belle provincie sotto il titolo di tutelatrice delle nostre franchigie, che manometteva a sua voglia.
Egli stette per qualche istante come assorto nella sua cinica ammirazione a contemplare la bella giovane che nel suo smarrimento era restata essa pure immobile nel mezzo della stanza e come annichilita da quella apparizione che realizzava tutte le vaghe paure della sua anima.
— Ebbene? siamo soli, mia bella fanciulla!... disse l’incognito avanzando d’un passo ardito...
Giulietta si slanciò verso il balcone.
— Non avrei che a modulare un fischio e i miei fidi mi attornierebbero, continuò l’incognito conservando una calma che più di qualunque trasporto spaventò la giovane.
La parola che era per uscire dalle sue labbra vi morì soffocata; un gemito angoscioso irruppe dal suo petto. — Deh, per pietà!... sono una povera donna e non vi ho mai fatto alcun male, mormorò essa fissandolo col suo sguardo umido di lagrime che a stento poteva trattenere.
Il bimbo mandò un grido dalla sua culla, la povera madre se lo strinse al cuore come volesse farsene egida, ella si sentì forte... e voltasi all’incognito che la guardava colla sua calma insultante. — Signore, gli disse, che volete voi qui? io sono donna, sono madre, e questa è mia casa, posso dunque imporvi di parlare o d’uscire.
— Eh, eh, mia cara!... non tanta furia se vi piace, seguitò l’incognito; se è una spiegazione per la mia presenza che volete, nulla di meglio, in quanto ad uscire poi ne uscirò siate certa... affè pare che quel marmocchio v’abbia cacciata di dosso la paura, ma siete bella anche così, forse più bella, e si può perdonarvi una trasfigurazione che non offende per nulla la plasticità dei vostri lineamenti da Venere.
Giulietta si strinse con angoscia al seno del bamboletto che le sorrideva; madre, si sentiva insultata nella sua creatura, donna nel suo pudore, e l’uomo che l’insultava era là, freddo, impassibile, col cinismo vigliacco sulle labbra impure, e ne godeva gli spasimi... ma perchè? che pretendeva egli da lei?... innocente creatura che passava sul cammino della vita ignara di tutto ciò che non fosse il suo amore... la sua famiglia!... la casa dove era cresciuta; che nessuno aveva mai offeso, che di nessuno avrebbe dovuto temere!... qual delitto era il suo?... che aveva fatto?...
— Sei bella!... gli mormorò vicino la voce dell’incognito, e questa volta quella voce aveva perduto quel suono freddo, ed accentato, quasi straniero; v’era la febbre della voluttà in quel monosillabo susurratole coll’alito ardente della passione. Giulietta tremò per tutte le membra.
— Uscite signore!... ripetè ella ritrovando nella sua disperazione la forza di reagire contro il senso del terrore che ne paralizzava la vigoria.
— Senti, Giulietta... le mormorò l’incognito a voce bassa, soffocata, e pure accesa d’un’espressione indefinibile; ti ricordi quel giorno che inginocchiata ai piedi dell’altare pregavi, non so chi, ma pregavi?... i tuoi occhi eran sì belli, la tua fronte sì pura!... Un uomo ti divorava collo sguardo ardente, fisso, rapito in te, era io!... uscisti dal tempio, e lo hai veduto muto ed immobile sul limitare della grande porta del santuario, era io, e per me nella casa di Dio non esisteva che un essere, eri tu!... l’avrei profanata, ed avrei fatto dell’altare il letto dell’amore!...
Giulietta mandò un singhiozzo dal fondo del suo petto convulso.
— Io ti ho seguito in ogni tuo passo, continuò l’incognito, mi posi fra te e l’uomo che era beato del tuo amore, come l’ombra che è indivisibile dal corpo che si agita in mezzo alla luce; t’amo, Giulietta... e vedi che qui nessuno può toglierti in questo istante al mio bacio...
Egli aveva mosso un passo verso la giovane che stringendosi sempre più al petto il bimbo, si rannicchiava nell’estremo angolo della stanza, pallida di terrore, tremante, a cui la vertigine saliva alla fronte colle sue vampe di fuoco. Col voto del cuore ella supplicava Iddio a non assopire le sue forze, ella non volea cadere corpo inerte tra le braccia di quell’uomo che non l’avrebbe rispettata.... essa lottava, disperatamente lottava contro le sue forze che si esaurivano, e nella lotta lo sfinimento vicino intorpidiva tutte le sue membra, un sogghigno da demone contraeva i lineamenti dell’incognito che misurava con l’occhio avido l’agonia convulsa di quell’essere frale che si dibatteva contro il deliquio che gelava le sue fibbre spossate... già innanzi ai suoi sguardi scendeva una fitta nebbia, in mezzo a cui si elevava sinistra una figura di satiro che rideva un riso da demone, e vedeva tendersi su lei un’immonda branca, e sentiva l’alito infuocato d’una bocca soffocarle sulle labbra il respiro; mandò un gemito cupo, angoscioso, come d’un’anima che si schianta sotto la foga d’un dolore che mente umana non può ideare, protese una mano nel vuoto e serrandosi coll’altra al petto la sua creatura cadde.
Nel medesimo istante uno sparo rintronò nella stanza e ne fe’ tremare la vôlta, s’intese un grido di rabbia e di dolore, l’incognito che s’era inclinato verso la giovane donna riverso rotolò al suolo colpito dal piombo fulminatore.
Un uomo si slanciò verso Giulietta, era Francesco... non curandosi che di lei che vide stesa inanime sul terreno, egli la recò tra le sue braccia sul letto della vicina stanza; disperatamente egli la chiamava per nome, ne spruzzava coll’acqua la fronte coperta d’un pallore mortale; dal petto dell’infelice uscì un sospiro, il giovane alzò lo sguardo al cielo ebbro di tutta la viva riconoscenza della sua anima...
— A me, a me!... grida contorcendosi fra gli spasimi della ferita l’incognito; all’assassino!... all’assassino!...
La vecchia si precipitò dalla stanza ove Francesco stava prodigando a Giulietta le cure che la ritornavano alla vita; svegliata da quel frastuono, spaventata nel vedere un uomo giacersi in mezzo della stanza in un lago di sangue. — Essi vengono!... essi vengono, gridò essa presentendo vagamente l’avvenuto... fuggite, Francesco!... fuggite!..
Le grida degli assalitori si elevavano formidabili dalla strada... Francesco strappò la spada dal fianco dell’incognito che bestemmiando ruggiva come un tigre atterrato dal mastino, armò la pistola che gli rimaneva carica alla cintola, e gettò una furtiva occhiata dal balcone. — Una folla d’armigeri e di bravacci, che riconobbe per la sgherraglia del duca installata nel suo castello di Baradello, dove facevan gazzarra di tripudi, s’accalcava alla porta di strada; v’era ancora una speranza, ed essa lampeggiò nel pensiero del giovane, quasi nello stesso momento la porta cedette, e mossi da un solo impeto tutti vi si precipitaron contro slanciandosi su per le scale da cui irruppero. Francesco raccomandò con un cenno alla vecchia Gaetana l’infelice che rinveniva allora dal suo torpore, e ratto si slanciò dal balcone guadagnando in brevi istanti la montagna...
La sgherraglia penetrata nella stanza non appena egli era scomparso, non vi trovò che il corpo quasi esanime del condottiero ed una donna svenuta a cui la vecchia governante prodigava tutte le cure d’una madre; si caricarono del corpo del lor capitano e bestemmiando e ringhiando quai mastini cui sia mancata la preda lasciarono quella casa che fu campo a sì tristo spettacolo.