CAPITOLO XII. La capanna del carbonaro.

Diluvia la pioggia. Il vento fischia lugubremente nelle gole della montagna; le acque del lago d’un colore verdaceo, cupo, si agitano, e le creste biancastre dell’onde che si frangono contro gli scogli della riva scintillano al guizzo dei lampi. Romba ad intervalli il tuono ed echeggia nelle lontane vallate; la folgore serpeggia scrosciando nello spazio e si spegne attratta dalla fosforescenza delle acque.

Per uno dei sentieri del monte, ad onta dell’imperversar del tempo, un uomo veniva da Como verso Chiasso. A poca distanza dal paese, sul fianco sinistro della via, in fondo ad una straduccola ripida da cui si sale alla sommità della montagna che si svia poi in mezzo ad una folta boscaglia di roveri vedevasi una capanna mezzo nascosta dai giunchi, e da varj frassini alti e ramosi.

L’uomo da noi accennato camminava a passo lesto, corrugata la fronte, e pareva tanto assorto ne’ suoi pensieri da non sentire la pioggia che gli ventava sul viso a scrosci violenti, or di faccia or di fianco a seconda che la spingeva qualche buffo di vento che veniva via sibilando dalle varie gole delle circonvicine montagne.

Quando ei fu giunto presso alla capanna s’arrestò, stette qualche momento sopra pensiero, poi vi si avvicinò, battè alcuni colpi col palmo della mano, e mandò dalla bocca un fischio acuto che si confuse ai mille della procella.

La porta si aperse, un uomo si presentò sulla soglia.

— Finalmente, Bortolo!... esclamò impazientito l’arrivato; affè credeva che tu mi lasciassi annegar qui fuori con questo tempo indiavolato.

— Sei tu, Antonio!... fe’ l’altro tra sorpreso ed impensierito; qual vento ti porta da queste parti?

— Lo senti?... un vento d’inferno... mormorò egli con voce cupa, ma entriamo presto, e fa fuoco che mi riscaldi... affè ne ho intirizzite le membra.

— Fuoco! fuoco! mormorò con sommesso brontolìo il carbonaro; non ho legna da far da mangiare pei miei figli, la legna è ancora verde e da qui al dicembre c’è tempo da morire!...

Gli occhi di Antonio lampeggiarono sinistramente; Bortolo l’aveva fatto entrar nella capanna. Era un bugicattolo da far ribrezzo. Sopra ad una stoviglia stesa in un angolo, dormiva una donna bella ancora di lineamenti, ma impallidita dalle sofferenze e dalle privazioni; si stringeano intorno al suo corpo coperto da lacere vesti, due bambine seminude, avevano bionde le testine e somigliavano due volti d’angelo che uscisser fuori da un ammasso di cenci, tanto eran luride e sporche le loro vesticciuole che altro colore non avevano tranne quello che su v’impresse l’umidità del terreno su cui dormivano, ed il fango della strada in mezzo al quale si saranno avvoltolate.

Il carbonaro aveva acceso un lumicino ad olio dentro cui ne restava appena appena tanto da mandar crepitando una sinistra e smorta luce su quel miserabile quadro... Il carbonaro dormiva sovra una panca, s’era fatto guanciale della sua giacca di fustagno tenuta su a rapezzi.

Ei tolse la giacca ed invitò il compagno a sedere; depose il lume sul tavolo, e stette aspettando muto ed astioso che l’altro parlasse.

— Di’ su, Bortolo... fin quando la dovrai durare in tal modo? gli domandò Antonio gettando una bieca occhiata sul canile dove dormivano i bambini e la donna del carbonaro.

— Affè lo so... io!... gli rispose questi alzando le spalle... sino al dicembre non si lavora, il legno deve maturare, dicono i padroni, e mese più, mese meno, vai meglio aspettar che sia tempo!...

— E si può crepare intanto in buona pace se vai di questo passo, concluse Antonio.

Il carbonaro lo guardò silenzioso. — Se sei venuto a mettermi delle pulci in capo puoi tornartene per la tua strada.. Piove e t’ho aperto, non posso darti di più di quel che ho, e se vuoi aspettar il sole, aspettalo.

— Ero al castello quando incominciò a far tempo.

— E a che ti sei messo in viaggio allora?...

— Per venir qua.. Alle corte, Bortolo... disse egli abbassando la voce; c’è quaranta scudi da mettere in tasca, e questo è un acconto che ti darà da comprar tanta legna da bruciare anche la tua capanna se non vuol perder l’umido... Ei si trasse di tasca la borsa che gli aveva dato Enrico, l’oro scintillò tra le maglie, l’occhio del carbonaro si accese come d’un lampo.

Uno dei vezzosi angioletti si mosse e mandò dal petto un lamento, Bortolo fremette come se il pensiero che era balenato alla sua mente e che fu nello stesso tempo accettato dalla sua coscienza, avesse avuto un testimone; spegnè rapido il lume.

Per alcun tempo si intese nella capanna un susurrìo di voci, poi più nulla, la porta si aperse, Antonio calatosi sugli occhi il largo cappello ne uscì come uomo che sia contento de’ fatti suoi; la voce del carbonaro commossa, quasi paurosa del suo accento istesso gli mormorò dietro racchiudendo l’uscio della capanna — Buon viaggio, Antonio.

— A domani!... gli rispose questi allontanandosi.