CAPITOLO XXIX.

I cortili del palazzo ducale erano affollati di paggi e di staffieri; nelle sale del principesco appartamento splendevano i dorati doppieri e scintillavano di luce le vetriate degli ampj veroni!... Il duca Federico più che mai gajo era sceso nel salone seguito dal suo codazzo di cavalieri e vi riceveva l’ambasciatore di Sassonia che erasi recato alla sua corte onde intendersi seco lui per alcune vertenze politiche che la corte dei Gonzaga avea contratte colla famiglia reale sassone.

Il più eletto fiore della nobiltà erasi dato convegno nelle sale dei Gonzaga onde festeggiarvi il fortunato ospite; eranvi arrivati ricchi equipaggi dalle vicine castella e vi portavano vaghe donzelle sfavillanti di gemmate treccie, con tutta la pompa d’un lusso che si voleva metter in mostra, gareggiando ogni famiglia un po’ alto locata, a non lasciarsi offuscare, se non altro dalle esteriori splendidezze dalle corti amiche con cui nello stesso tempo si giocava a dispetti ed a cortigianerie!...

La famiglia del marchese Gian Paolo stavasi tutta raccolta nel suo dolore... Sanguinava il cuore sotto l’impressione di quella dolorosa catastrofe di cui non sapevano cosa pensare... Nulla v’ha di più orribile del dubbio, di quest’aspide che si attortiglia al verde tronco della vita e ne sugge tutta l’anima col suo alito avvelenato!... Esser certi d’una sventura, toccarla con mano, averla d’innanzi allo sguardo nella sua forma anche la più terribile, è pur sempre minor affanno che dubitarne, mentre l’anima che s’attacca alla speranza onde mentir a sè stessa con una pietosa illusione, veste di sembianze ognor più crudeli, ciò che è una timorosa apprensione, od una spaventevole verità!... Alcuni colpi vibrano sul maglio della mesta dimora. Un paggio mandato dal duca invita il marchese a recarsi immantinenti alla Corte... la fanciulla e la madre si guardano in volto chiedendosi se siavi una sventura da temere!... si è così facili a pensare al male quando si è infelici!... quando tutto quello che ci attornia, non ha che quella sola e triste sembianza; quando sembra che ogni atto della nostra vita sia un nuovo anello che ci unisca a quella pesante catena sotto il cui peso ci sentiamo venir meno, nè ci è permessa pur la speranza della felicità nella tema di renderci più terribile la delusione.

Il marchese tranquillata Angela e la sposa, si allestì alla meglio e vi si recò; sapeva dell’arrivo dell’ambasciatore sassone e credette fosse chiamato a null’altro che ad un convegno d’etichetta!...

Il duca Federico s’era trattenuto intanto coll’ambasciatore, e la lor faccenda parea avesse raggiunto il suo sviluppo, perchè stringendosi la mano chiusero il loro segreto colloquio... e rientrarono uniti nelle sale dove i convitati tutti attendevano con un sorriso sulle labbra l’apparire di sua altezza!...

················

— Come va, marchese, gli disse il duca Ferdinando porgendogli la mano quando lo vide presentarsi sulla soglia.

— Male, altezza!... ad onta delle investigazioni fattesi in nome di vostra altezza ed ordinate da voi, nulla si è potuto rintracciare su quel disgraziato avvenimento!... Non so ancora, duca, se debba piangere un morto, o temere, chi sa qual trista sventura!...

— Bisogna convenire, marchese, esclamò il duca stizzito, che se fosse avvenuta disgrazia a vostro figlio, avremmo qui dei maledetti mariuoli che si dan molta briga per isfuggire alle travi de miei patiboli!...

— Vostra eccellenza sa che voci ben strane corrono tutto giorno... e di cui la città si allarma invano!...

— Parliamo d’altro, marchese!...

Il marchese guardò in volto al duca sulla cui fronte parea si stendesse quel velo di noja che da una circonlocuzione che tardi ad arrivare al suo scopo, e ricacciandosi nel petto un sospiro, ripetè egli pure... Parliamo d’altro, altezza!... sono ai vostri ordini!...

— Alla buon’ora!... Avete veduto l’ambasciatore?...

— No, duca!...

— Ve lo presenterò più tardi... vorreste fare per distrarvi un viaggio in Sassonia?... ve lo do a compagno e non ne sarete malcontento.

— In Sassonia, altezza?... domandò il marchese un po’ imbarazzato.

— Un magnifico paese, marchese... d’altronde sarete presto di ritorno, vi manderei a trattare colà più un affare di famiglia che una politica bisogna...

— Quando piaccia all’altezza vostra...

— Siamo dunque intesi?...

— Perfettamente!...

— Viaggerete coll’ambasciatore.

— Non importa con chi quando si tratti di servire il mio principe!...

— Sempre bravo e leale!... marchese, m’impegno a metter sossopra la città per aver nuove di vostro figlio, e le avremo.

Il marchese sorrise, di quel sorriso che non accetta la speranza. Il duca lo portò fuor della sala e s’intrattenne lungo tempo seco lui...

Due giorni dopo egli partiva per la Sassonia, lasciando Angela piangente al letto della madre. Mentre confortava entrambe colla promessa d’un sollecito ritorno, il suo cavallo sbuffante batteva nel cortile l’ugna ferrata; egli partì salutando di nuovo Angela, la vaga fanciulla che, asciugandosi gli occhi umidi di lagrime, si sforzava a sorridergli dal balcone.