CAPITOLO XXVI. I Rimorsi della colpa fruttano progetti di rivelazione.
Ne è d’uopo di lasciare per poco Mantova e quei personaggi del nostro racconto che avranno forse interessato il lettore; il marchese con tutta la sua buona fede, Angela e la marchesa coi loro presentimenti di sventura, per recarci sul luogo dove successero i primi avvenimenti che diedero principio a questa narrazione. Era di là per l’appunto che Adolfo riceveva la lettera che traevalo alla ricerca dell’assassino di suo padre, dell’uomo per opera del quale sua madre era morta dopo aver tratta fra le angoscie la vita!... Angoscie che doveva a lui solo, a quest’uomo che s’era cacciato sul sentiero della sua esistenza, ad avvelenarne ogni istante!...
In una sera trista trista, mentre il cielo era fosco di nubi, l’aria grave, mentre il tuono lontano lontano, fremeva nelle vallate, Ambrogio il carbonaro era seduto d’innanzi alla sua capanna che il lettore può riconoscere ad onta dei guasti operativi dal tempo. Non aveva più neppure la poesia di quel primo suo aspetto, quasi sinistro; allora, nascosta quasi dai ramosi alberi, circondata da un’alta siepe di frassini... pareva un agguato... oggi non era più nulla, avevan tagliata la siepe... i grandi alberi che s’incurvavano sopra il suo tetto eran morti... non restava sul terreno che il segno dove essi eran cresciuti, ad attestare che là morirono utilizzati dal carbonaro che ne fe’ legna da alimentare il suo focolare deserto.
Le assi della capanna eran sconnesse, l’aria e l’acqua vi penetravano a vicenda, non era neppur qualche cosa di orribile!... era qualche cosa di squallido, di disgustoso... l’orribile ha la sua poesia, ha il suo bello; lo squallido non ha nulla, è ciò che è... una cosa da cui si allontana per non crucciarsi l’anima!...
Il carbonaro sedeva sopra un sasso colla faccia nascosta tra le mani, assorto come in un doloroso riandare del suo passato... Egli pensava che sotto a quel misero tetto sorridevagli un giorno, una donna, che si assideva al desco ammanitogli frugalmente quando rientrava sulla sera canticchiando una canzone stanco del lavoro. Che un bambinello correvagli incontro e gli saltellava intorno aggrappandosi al suo vestito finch’egli se lo fosse recato in groppa... ripensava al certo che qualche gioja egli l’aveva gustata in quella capanna che ora non conservava di sè che una squallida nudità. Allora la sua bella siepe di frassini era verde e folta, l’usignuolo veniva a cantare là... vicino ad essi mentre erano intenti a ciarlare prima dell’ora del riposo; lo sentivano trillare i suoi gorgheggi, e gliene veniva all’animo una calma, una pace, quasi una felicità.
Poi le cose cambiarono... e la pace fuggì dalla capanna ospite spaventata. L’usignuolo non venne più a cantarvi d’intorno perchè vi sentì dentro voci di minaccia... e grida ed imprecazioni... perchè egli confidente non vedeva più al finestrino che si apriva, sporgere una bella testa di donna che lo riguardava rapito, nè più senza fuggire vedeva passarsi d’innanzi un vago fanciullino dalle bionde chiome che saltellava per il prato. Egli vi vide entrare ed uscire faccie arcigne e fosche, v’intese rumori che gli parevan strani, e che disturbando la sua pace lo decisero a scegliere un’altra siepe, un’altra casa intorno a cui intuonare le sue vaghe armonie.
La donna del carbonaro era morta... del fanciullo, ei non se ne curava e non lo vide più tornare; era morto egli pure? era stato raccolto da qualche cuore pietoso?... egli non lo sapeva e non se ne curò; al secondo giorno che più nol vide comparire egli si era detto alzando le spalle, un fastidio di meno!...
Ma gli anni passavano ed a seconda che quel vuoto spaventoso veniva a farglisi attorno, sentì nella coscienza farsi vivo il pungolo dei rimorsi... e ripensò con spavento a quella sua vita di colpe... si ricordò di Francesco... che egli aveva raccolto ferito, che aveva ospitato sotto la sua capanna, e di cui aveva venduto il cadavere... e gli parve che da quel momento la maledizione fosse scesa sulla sua casa.
Da allora, non più pace, non più lavoro... non più il sorriso della sua donna, il bacio del suo bambino... la sua donna tremava di spavento, forse d’orrore quand’egli a notte tarda si ritirava nella capanna, e vi deponeva nell’angolo più nascosto la sua carabina, forse fumante ancora per la recente scarica che avea fatto sussultare la dormiente dal suo letto, che gli aveva fatto stringere al seno palpitante la sua povera creatura.
Tutto si mutò intorno a lui, al pane del lavoro spezzato sulla tavola e diviso nella famiglia, successe l’orgia, ed il vino vuotato a colme tazze tra gli ebbri compagni... e il disordine della notte, ed in mezzo a ciò il fantasma del delitto che ne spingeva i passi errabondi...
Fu dal giorno che ei fuggì innanzi ad Adolfo spaventato come da una visione infernale, fu d’allora che questo gli sorse contro angelo sterminatore a contendere un bottino, e due vittime alla sanguinaria sua banda, che la fatalità inesorabile gli camminò a lato. Dopo aver rinunciato al lavoro egli si vide preclusa sino la strada alla colpa, perchè i suoi compagni che lo vider fuggire d’innanzi ad uomo lo chiamaron vile; essi non sapeano che quell’uomo era una fantasima per Ambrogio, che gli parve fosse sorto dalla tomba per vestire le sembianze della prima sua vittima: di Francesco che egli avea sì infamemente tradito!... Il dolore e gli stenti avevano tratto a morte la sua donna; suo figlio non era più ritornato alla capanna che stava sola là... ad attestargli il passato... rinnovatrice spietata delle sue memorie, pagina terribile del libro della sua vita in cui dovea leggervi col terrore dei rimorsi, colle paure d’un’anima nella quale il fatalismo avea snervata ogni energia...
È una maledizione!... È una maledizione!... esclamò egli alzandosi da sedere... gettò uno sguardo spaventato verso la capanna e mosse alcuni passi come per allontanarsene... È la mano di Dio!... Oh! io non avrò mai pace!...
Le campane della chiesa del paese suonavano l’avemaria della sera... Quella lenta oscillazione del bronzo arrivava insino a lui, accompagnata dal vento della sera, umido e grave; la pioggia incominciava già a cadere sottile... Il cielo s’era fatto più fosco, Ambrogio fremè in tutto il corpo come se avesse inteso una voce far eco al grido che gli era uscito dal labbro... Egli cadde in ginocchio sovra un sasso, e stette muto, tremante, finchè ogni suono cessò, e d’intorno a lui non udì che il cader della pioggia sulle fronde degli alberi, e il fischiar del vento nel basso della valle.
Avrebbe voluto pregare, ma la parola non trovava cemento, forse era dominata da un pensiero... Egli si era alzato però più calmo, entrò nella capanna, si gettò sul suo giaciglio, e stette aspettando l’indomani in cui parea avesse pensato di dar compimento ad un progetto che or vedremo farsi palese.