CAPITOLO XXXII. Un banchetto di nozze che non finisce come tutti i banchetti.
Splendono di faci le ampie sale del palazzo della Valle; vi si ode un rumore insolito, la gente vi trae d’intorno e si parla a sommessa voce come d’un avvenimento. Si guarda a quell’edificio che fu silenzioso e muto come una tomba sino a quella notte in cui vi si sviluppa la vita!... e si susurrano strane cose Si era parlato del matrimonio della figlia del marchese Gian Paolo... Nello sposo si era riconosciuto il nipote del vecchio negromante... e parve di sinistro augurio quel festeggiarsi nella casa del diavolo, quelle nozze che s’eran strette tacitamente al letto d’una moribonda. Non vi era concorsa la splendida pompa di un rito; non si eran veduti splendidi equipaggi scorazzare la città. Una carrozza chiusa era entrata dal portone del palazzo. La sposa ne era scesa pallida ed abbattuta. Un’altra carrozza vi formava corteggio; i battenti dell’ampio portone si eran rinchiusi... Tra gli sposi ed il resto della città sorgevano le alte mura disadorne del palazzo; parea a tutti che intorno a quelle mura che solean guardare con paura si scorgesse un cerchio magico di fuoco come quello che segnan le streghe intorno al campo delle lor tregende. Era tanto tempo che non si parlava di Enrico... L’erede della casa della Valle che era partito da qualche anno, nè si sapea per dove!... Parea ad alcuni che fosse comparso qualche volta nei dintorni della casa deserta, che vi fosse entrato una notte e ne fosse uscito tosto, e si vociferava di un delitto che si era compiuto quella notte istessa. Ma erano voci vaghe, eran parole che s’avea paura a pronunciare per tema che il diavolo che metteva mano nelle cose del nipote del mago e che avea stanza nel palazzo maledetto, mettesse le corna negli affari di chi si interessasse troppo dei suoi!...
Quell’uomo che aveva patteggiato col demonio la sua sorte, che avea fatto echeggiare le vôlte delle vaste camere del palazzo della Valle delle scomposte grida dell’orgia! che poi era sparito!... come mai poteva aver contratto matrimonio con una sì vaga fanciulla qual era la figlia del marchese Paolo?...
Quello che pareva più strano ancora era ch’egli avesse lasciata deserta la casa della Valle, mentre per aver sposata la figlia del marchese dovea pur aver abitato la città... la corte, con cui la famiglia del marchese era in contatto... e le dicerie sbrigliandosi all’impazzata prendevan strane forme, e si diceva che per compiere quella sua opera di stregheria avesse assunti aspetti sotto cui passava incognito agli occhi di tutti, e si lasciava solo vedere da quelli da cui volea esser veduto. Dicevasi ch’egli entrava nel palazzo senza che la porta si aprisse, e che quand’egli entrava si sentivano rispondergli gli spiriti che lo abitavano; quegli spiriti, dicevasi, aveano una voce che parea un canto di sepolcro quando salutavano il lor signore.
Angela sentì il rumore della porta del palazzo che si chiudeva dietro lei piombargli sul cuore come quello d’una prigione che separa il recluso dall’esistenza.
Entrava nella casa del suo sposo, lasciava quella ove era nata. Ciò era naturale. Eppure le parve che si staccasse da tutto ciò che le era caro; sino dalle memorie del suo passato. E l’avvenire?... la povera fanciulla non osava spingervi il pensiero... l’uomo che sua madre aveale dato dal suo letto di morte a compagno de’ suoi giorni, le aveva detto: Venite... Ella era andata!...
Aveva dato un addio al giardino dove correva giuliva cogliendo fiori e farfalle!... dove più tardi avea sentito l’alito ardente di un bacio infuocargli la guancia!... Al balcone dove lo aspettava trapuntando un nome in sembianza di fiore!... a tutto ciò che gli parlava di lui, della sua infanzia. Aveva chinata la fronte come una martire... volea veder sorridere sua madre, e pagava quel sorriso col prezzo della sua vita! era pagarlo molto!...
Quando la carrozza si fermò nella corte essa si riscosse dai suoi pensieri... Suo marito le porse la mano, essa vi si appoggiò tremando; un sogghigno errò sulle labbra di quell’uomo il cui occhio nero e scintillante parea scrutasse le più segrete latebre di quel giovane cuore per trarvi il mistero de’ suoi palpiti anelanti.
— Vi faccio sempre paura?... domandò egli coll’accento di una compita galanteria, ch’era in lui il più insultante dei cinismi.
La giovinetta fremè e non osò levare sopra lui il suo sguardo di vergine, che avrebbe indovinato la lascivia del demone!...
In un angolo del cortile si vide agitarsi una forma vivente. Era una specie di saio bigio mezzo nascosto dalle tenebre, da cui usciva una testa bianca che si tese intenta a guardare.
Angela impaurita, si strinse al braccio del marito.
— Affè! disse questi ridendo, vi sgomentate per ben poco! è la vecchia custode del palazzo che vorrebbe vedere la sposa! Marta!... vecchia strega!... gridò egli con accento di mordace ironia; cacciati nella tua tana e non metter fuori i tuoi occhiacci che spaventan la mia bella!... Affè! nol sai ancora che fai paura ai morti con quel tuo viso da megera?
Non si agitò più nulla nell’angolo del cortile.
— È sparita come ad uno scongiuro, disse ridendo Enrico, che si passò sotto al braccio la mano tremante d’Angela.
Dalla carrozza del corteggio era scesa una brigata di giovani che si fecer intorno agli sposi.
— Amici! la tavola ci aspetta, disse loro Enrico accennando coll’atto di precederli, ed affè! che le mura di questa casa hanno ben bisogno di sentire un po’ l’allegro cozzo dei bicchieri vuotati in un giorno di festa!...
Era imbandita una sontuosa mensa nella gran sala del palazzo. Era una vasta sala che abbracciava tutta l’ampiezza del fabbricato. Splendeva di doppieri, e le pareti ornate di vaghi dipinti, parean sorridere agli sposi; il sorriso degli amorini e degli angeli pareva fatto più vago da quello sfarzo di luce, da quella pompa di ricchezza.
Diroccata come è, la si vede anche ora nell’immensa vastità del suo spazio, co’ suoi quadri che appena appena conservano qualche vestigio della loro antica splendidezza. Dovevano essere capolavori d’arte; ora non sono più che informi frastagli... scheggiature di ciò che erano, intorno a cui si ammucchia il frumento. Era una magnifica sala che ora si è terrazzata facendone due piani da usufruttare come magazzeno.
Dopo qualche ora l’orgia vi si era accampata regina!... s’era inneggiato agli sposi, ed all’amore; si era inneggiato alla voluttà ed al piacere, ed Angela che pensava al pallido viso di sua madre morente, sentiva alle sue orecchie rintronate da quel fragore un ronzío di parole che suonavan bestemmie al suo animo non contaminato. Pallida e muta come una statua di marmo a quel banchetto del vizio che calpestava ogni pudore per sbrigliarsi nella sua dimostrazione più aperta. Oh come essa avrebbe benedetto a Dio, se Dio avesse potuto toglierla a quell’abisso in cui si sentiva trascinata da una inesorabile fatalità!... Ma a che serve la preghiera? stolto delirio del pensiero che si tributa ad una larva muta ed impotente nella sua fatua impassibilità... Ella comprese tutto!... tutta la menzogna di quella vita di apparenti sagrificii, di false abnegazioni!... essa comprese la ragione dei suoi arcani presentimenti... si vide perduta!... le balenò trucemente al pensiero la sparizione del fratello... quella di Adolfo... Guardò suo marito e vide sulle sue labbra uno di quei sogghigni che tante volte vi avea colti a volo quando stavan per vestirsi coll’ipocrisia del sorriso!... comprese tutto... e dinanzi a lei vide l’indissolubilità d’un nodo che l’univa a quell’uomo per cui il suo orrore era pari al disprezzo!... Amare un essere da cui si sente d’esser divisi, e divisi dalla mano stessa che vi stringe come in un artiglio di demone!... Voler, potendo, rinunciare alla vita per sottrarsi a lui!... Voler, potendo, patteggiare l’eternità d’un supplizio per avere un’ora di gioia!... e dover darsi a questo essere mostruoso da cui sentite che vi vengono tutte le vostre sventure!... Esser vicini a concedergli ciò che custodite gelosamente nel sacrario della vostra anima e dover dire: quest’uomo è mio marito!... quest’uomo ha un diritto sopra di me che la legge gli accorda, a cui io non posso sottrarmi!... È una cosa ben orribile!... Era questo lo stato d’Angela dal momento che le si squarciò dinanzi la benda! dal momento in cui imprudentemente suo marito gli avea detto: guardami!... sono non come fui, ma come mi avrai per sempre! La povera fanciulla sentì che la ragione si smarriva; sentì le sue tempia battere come se il cervello stesse per schizzargli fuori!... e volse uno sguardo supplice a quell’uomo che la dominava col suo fascino da serpente.
— Amici! esclamò egli levando colma la tazza; alla salute di mia moglie!... ho divorato un’eredità, ma ho dato la caccia ad una dote! Parce sepultis! ed ora posto a tutti!... Egli lasciò cadere il bicchiere vuoto sulla tavola e ricadde ebbro. Angela gettò un grido e si lanciò verso la porta.
Scrosciò un riso sotto alle vôlte della sala; sulla soglia era apparsa la vecchia Marta avvolta nel suo scialle grigio. Essa avea l’aspetto di un fantasma; la sua testa bianca e calva usciva come da quella forma d’imbuto attortigliato: le occhiaie profonde mandavano un raggio... quel raggio si posò melanconicamente in volto alla fanciulla... quella fronte di marmo livida e raggrinzata si animò come accesa dal soffio d’un pensiero... le sue braccia scarne si protesero verso Angela, che non arretrò impaurita... Il largo sciallo si aperse... e fanciulla e fantasima sparvero come un baleno!... I convitati balzarono dalle seggiole, ma vi ricaddero guardandosi in volto pallidi di terrore. Enrico mandava dalla gola il suo rantolo d’ubbriaco. Un silenzio di morte era succeduto al vivo frastuono dell’orgia!...