CAPITOLO XXXVII. Timori e speranze.

Come il lettore avrà potuto facilmente indovinarlo il giovine dal feltro nero che era capitato così d’improvviso in mezzo al circolo del barbiere non era altri che Adolfo... Egli aveva lasciato il paese appena le forze glielo consentirono, ed ardente d’amore e di vendetta, dopo aver trovato colla mente il filo tenebroso che era stato dalla fatalità allacciato intorno alla sua esistenza, veniva in cerca dell’uomo che dopo aver assassinato suo padre, fatta morire di dolore sua madre, s’era frapposto tra lui e la felicità, e da cui presentiva tutta l’immensità della sventura che doveva essersi compiuta durante la sua lunga agonia.

Egli si era recato a Mantova, ed aveva trovata deserta la casa del marchese; egli era occupato ancora della sua missione, la marchesa Caterina era morta, Angela la seppe sposa dell’uomo che solo egli odiava con tutto il veleno del cuore in mezzo a coloro a cui prodigava i tesori del suo affetto.

Gli si era parlato del giovan signore del palazzo della valle come di persona nei cui fatti il volgo non fermò mai il pensiero compreso dal superstizioso terrore che avvolgeva un tal luogo. Aveva inteso di quello strano matrimonio, di quella sparizione più strana ancora... Adolfo gli si era cacciato alle peste da buon segugio!... Che che dovesse succedere, di lui!... di quanti lo circondavano! era d’uopo ch’egli avesse la vita di quest’uomo, di questo miserabile con cui doveva saldare un ben serio conto, in quel giuoco terribile alla cui posta aveva messa la vita!...

Mille pensieri tumultuavano nella mente di Adolfo dopo che mastro Antonio accennatogli quanto gli chiedeva e che sembrava tanto interessarlo, lo lasciò solo d’innanzi a quella casa dentro cui un segreto presentimento gli faceva creder che si celasse rapita ad ogni sguardo, in preda a chi sa quali tristi vessazioni la sua Angela!... Egli stette immoto, contemplando quell’imponente edificio che assumeva le strane forme d’un immane fantasima, d’un mostro vivente che avesse la potenza dell’operare!... e questa sua opera era un’opera d’inferno!... il giovane sentiva quasi l’impotenza di continuare nel disordine del pensiero, lotta contro l’ignoto, quella larva infame che egli doveva afferrare per far sua...

Egli avrebbe chiesto a Dio un attimo della sua onniscienza se avesse creduto che Dio!... questa chimera dell’immaginazione, avesse potuto ascoltarlo; ma egli era qual si trovava; solo in faccia a ciò che voleva compiere, solo colla cupa disperazione della sua anima, compresa da una speranza a cui domandava la vita, fosse pure coll’illusione d’un sogno!

La notte scendeva intanto umida di nebbia, e densa di tenebre; non spirava vento, s’udiva solo il passo di qualche borghigiano di Portaleona che si recava alla sua casa, la canzone di qualche operaio e il mormorio dell’acqua che rasente al fianco sinistro del palazzo, correva via per la sua strada, calma e tranquilla sovra il suo letto d’alghe e di sassi.

Concentrato così in quel suo disordinato vaneggiare, il giovane non s’era accorto che il tempo era scorso: ei quasi non si ricordava più perchè fosse venuto colà, perchè colà si trovasse, a quell’ora... era rapito così lontano... in tal profonda astrazione che non si saria più ricordato di vivere se la campana del castello non l’avesse richiamato in sè col batter della mezzanotte!

Mezzanotte!... è l’ora dei convegni... l’ora in cui l’amante scambia il bacio furtivo, e rinnova un giuro sulle labbra della sua bella, che dimentica poi l’indomani con un’altra!... è l’ora in cui l’assassino aspetta silenzioso, forse tremante, che la fatalità metta una qualche vittima alla portata del suo pugnale avido di sangue.

La casa della valle giganteggiava isolata in mezzo alle tenebre, non vi si vedeva indizio di vita, non lume oscillava la sua luce dalle ampie finestre, tutto ad un tratto un fremito corse le fibre del giovane... tese l’orecchio... gli pareva d’aver inteso... aspettò ansioso... Lungo la riva che fiancheggia la casa vide agitarsi qualche cosa che aveva una forma umana... Intese un canto che gli parve strano come quella visione... era monotono e gutturale, pareva un rantolo d’agonizzante... ei guardò ed ascoltò concentrando in quell’azione suprema della sua volontà tutta la vita della sua anima, giungendo così a quella percezione acustica che ha talvolta dal prodigio... a quella percezione per cui i figli del deserto indovinano lo sbalzo della tigre quando ancora non ne sentono il ruggito, lo scalpito del cavallo, o lo strisciar del serpe. Pare che in certi momenti l’anima sia soggetta ad arcane divinazioni!... che le facoltà umane si moltiplichino, si sformino e si informino schiave e dominatrici nello stesso tempo, per servire allo sviluppo di quell’attività del pensiero che sembra tacere in noi e scattar improvvisa quando si sia sotto la pressione di qualche fatto eccezionale.

Adolfo vedeva ad onta delle tenebre che lo circondavano, sentiva!... Vale a dire che per lui, la cui intelligenza era rischiarata dal racconto del barbiere, per quanto strano ed inverosimile ei si fosse, quella forma di fantasima come a tutti era parso, era un essere vivente, quel canto era un segnale!... Lo comprendeva per la stranezza istessa di quelle note che avevano un suono informe e strano appunto perchè chi le mandava dava loro quell’impronta che valesse a non farle credere umane!

Quell’oggetto su cui si fissava tutta l’attenzione del giovane avanzava lentamente e con precauzione rasente al fianco della casa, poi ad un tratto scomparve... dal labbro di Adolfo sfuggì un piccol grido... ch’ei soffocò per la tema che a qualcuno potesse rivelare colà la sua presenza, avanzò di qualche passo ed attese... non sentì più nulla... il canto era cessato... Scorse un mezz’ora d’ansia indicibile... Era certo che qualche mistero si nascondeva dentro alle mura di quel palazzo fatto segno dal pregiudizio alla paura del volgo.

Quell’ombra che era già stata veduta da mastro Antonio, non essendo un’impressione della sua stravolta e delirante fantasia, era dunque un essere reale... Veniva da qualche luogo e si recava in un luogo prefisso per compiervi un’opera qualunque.

Onde venire a conoscenza di ciò, l’unico mezzo era di scoprire chi fosse quella strana creatura o cosa venisse a fare colà.

L’aveva veduta sboccare dietro alla casa, rasente a quel ramo dicorrente che ne bagnava il fianco sinistro; veniva dunque dalle Pradelle, dalla valle, ed era entrata nel palazzo.

Adolfo girò intorno a quella casa, e si appostò di dietro al palazzo sulla strada da dove poteva supporre che fosse venuto quell’essere che gli era scomparso sotto agli occhi, entrando nella casa della valle, come la notte prima era per mastro Antonio sparito sotto l’acqua del fiume...