VII. La barba di uno spettro.
Uno spettro visitava da lungo tempo un castello della Sassonia, metteva spavento in tutti coloro che ardivano prendervi alloggio, usando loro malvessazioni indiscrete, talchè già da parecchi anni era inabitato; un giovine animoso divisò di passarvi una notte, e prese seco all'uopo provvisioni, lume ed armi. A mezza notte, mentr'era sul dormire, udì da lunge un tintinnìo di catene, e dopo strascinate alcun tempo pei corritoj, si girarono le chiavi, si aprì la porta della stanza ov'egli ricovrava, e vide entrare un grande spettro pallido, macilento, colla barba lunga e che recava un astuccio. Il giovane stette fermo, lo spettro chiuse con diligenza la porta, ed accostatosi al letto fe' segno all'ospite di levarsi, gli mise un accappatojo sulle spalle, e gl'indicò colla mano un banco sul quale gli accennò di sedere. Il giovine che già erasi alquanto impaurito, sbigottì fortemente quando vide che il fantasma trasse dall'astuccio un piatto da barbiere, ed un immane rasojo; tuttavia dopo si rinfrancò, e lasciò che l'altro proseguisse. Allora lo spettro con tutta gravità, gl'insaponò il mento, gli tonse con molta diligenza la barba e i capelli; e poi gli levò l'accappatojo.
Sin qui nulla di nuovo; era noto al giovane che lo spirito tondeva in questo modo tutti quelli che dormivano nel castello; ma si aggiungeva innoltre che dopo averli rasi, malmenava a colpi del suo grosso e scarno pugno. Il giovane sbarbato si levò dal seggio senza poter soffocare un doppio spavento: fissò gli occhi allo scheletro per vedere se non gli tempestava il resto sulle spalle; tuttavia, non perdendosi affatto d'animo, si rinfrancò ancor meglio, vedendo che l'ombra si poneva sul seggio al di lui posto, e gli accennava l'astuccio che aveva deposto sur un tavolo. Tutti quelli che lo avevano preceduto nel castello, furono presi da tanta paura che erano caduti in isvenimento, mentre si tagliava loro la barba, e questa era la causa che ne fossero malmenati a pugni. Il giovane notò la lunga barba del fantasma, e tosto si accorse che dimandava lo stesso servigio che gli aveva reso; gli fece una buona saponata, e con coraggio gli rase la barba ed i capelli.
Appena fu compiuto quest'ufficio, lo spettro che fino allora era stato muto, parlò come persona viva, seppe cortesia al giovine come a proprio liberatore, e narrò che nel buon tempo passato egli era feudatario del paese, e che teneva il costume inospitale di tondere irremissibilmente tutti i pellegrini che prendevano alloggio nel proprio castello; sicchè per dargli castigo un pio levita, reduce di Palestina, lo aveva condannato a tondere dopo la morte tutti gli ospiti, finchè non capitasse uno tanto audace da radere lui pure. — Sono trecento anni che dura la mia penitenza, e tu mi hai liberato — soggiunse lo spettro, e dopo avergli rese di nuovo le maggiori grazie, partì.
Il giovane ardito, pienamente sicuro, dormì saporitamente; indi comperò il castello per picciolo prezzo e vi passò molti anni beatamente con forte maraviglia de' terrazzani, che lo spacciavano per un valente incantatore.