SCENA V.

CARLO dalla destra, pallidissimo, e poi EGISTO dal fondo. Detto.

Carlo (corre sulla soglia del giardino senza vedere Faustini, e ne ritorna subito con Egisto). — Vedi ciò che mi rispondono i Richard!

Egisto (leggendo il dispaccio). — «Il non aver ricevuto vostre macchine ci pone in dolorosa, ma assoluta impossibilità ordinare pagamento, malgrado nostra buona volontà; ad ogni evento, ricordate che vi offriamo posto Direttore nostro grande stabilimento». Vedi se noi avevamo ragione?

Carlo (supplichevole). — Egisto, te ne prego, non abbandonarmi in questo momento in cui tutto fallisce alle mie previsioni!

Egisto. — Mio caro, a chi lo devi, se non a quegli operai che non rifinivi di portare in palma di mano? E poichè gli operai sono così fatti anche con chi li ama, io sarei un matto se affidassi ai loro capricci una somma tanto ragguardevole.

Carlo. — Ma io ti darei tutte le guarentigie che puoi desiderare, pur di non rimanere vinto per difetto di armi in una battaglia che deve terminare colla mia vittoria!

Egisto. — Già: la solita illusione di tutti gli inventori! Ma che cosa ci posso fare io? Dopo quei disordini, ho quasi disposto del mio capitale, con ipoteca su poderi ed officine...

Carlo. — Al Faustini adunque?

Egisto. — Oh insomma, non voglio e non debbo darti quel denaro... Tutti i giorni la stessa canzone!

Carlo. — Egisto, tu non sai quanto possa costarmi il tuo rifiuto.

Egisto. — Potrebbe anche essere per il tuo meglio.

Carlo. — Ma sai tu di che si tratta?

Egisto. — Sì, sì; del popolo, dell'industria, dell'Italia..... Lo so a memoria: far l'Italia; come se prima di voi altri l'Italia non ci fosse!

Carlo. — Non se ne parli più. Ritorna in giardino...

Egisto. — Che abbia ballato io, passi; ma il capitale? La sorella mi strapperebbe gli occhi! (via dal fondo)

Carlo (smarrito, scendendo lentamente dal fondo). — Ed ora?

Faust. (presentandogli le cambiali). — Domani.

Carlo (una breve pausa). — Voleva essere mio socio..... lo sia.

Faust. — Troppo tardi.

Carlo. — (La vendetta!)

Faust. — Non voglio fare scandali. Mi piglio l'officina, straccio le cambiali e le rifaccio venti mila lire.

Carlo. — Ventimila!

Faust. — È vero che le ho offerto altrettanto per la sola società; ma ora non ho più bisogno della sua invenzione; ne ho una quasi uguale, che dà gli stessi risultati.

Carlo. — Anche la casa si pigli, anche la casa!

Faust. — Tanto meglio; per la casa le do altre venti mila lire, semprechè, s'intende, domani non mi paghi. Posso vedere intanto l'officina?

Carlo. (gli accenna la porta a sinistra).

Faust. — (Eppure non ho osato dirgli quello che voleva) (esce dalla sinistra)

Carlo (porta le mani al collo come un uomo che si senta strangolare; vacilla e finisce per cadere sopra una seggiola). — Come mio padre! Ora comprendo la tua morte! Noi, o si vince, o si muore. La vita ci assolve, la morte ci vendica. Vivere deriso dai maligni o alle spalle della moglie, giammai! (guardando verso la sinistra) Vieni, vieni, mercante di carne umana, a godere il tuo trionfo su queste rovine..... E voi pure che io ho voluto strappare alla miseria, all'ignoranza, che ho amato come figliuoli, venite a leggere scritta col mio sangue su queste rovine la vittoria dell'ozio e della invidia! (trae di tasca la rivoltella, ma ve la ripone subito sentendo venire Cesarino)