SCENA XIV.

FAUSTINI dalla destra. Detti.

Faust. — Signor cavaliere, eccomi ai suoi ordini.

Carlo. — (In questo momento! Eppure bisogna aver pazienza!) Rimani, Egisto, rimani; con due parole mi sbrigo. Ella mi perdonerà se l'ho fatto venire da me; ma sono stato due volte alla sua officina...

Faust. — Non dica di più; fra di noi non si fanno complimenti.

Carlo. — Io vorrei pregarla di accordarmi la dilazione di un mese alla scadenza delle cambiali.

Egisto. — (Ora capisco perchè mi ha fatto restare).

Faust. — Se ella non può assolutamente pagarmi all'epoca fissata...

Carlo. — No, la posso pagare; ma con troppo disturbo. Io sono occupatissimo nel mandare a termine la commissione della casa Richard; ma debbo pure prevedere un motivo per cui le macchine non fossero finite o spedite. Mentre il tempo stringe, il caldo soffocante può rallentare il lavoro o togliermi il tempo necessario alla spedizione... Insomma, se mi accorda questa dilazione, mi obbliga assai.

Faust. — (Non sa dove dare il capo!) Io gliela accordo volentieri...

Carlo. — Alle stesse condizioni d'interesse?

Faust. — Alle stesse. Carta, penna e calamaio.

Carlo. — Ecco; s'accomodi. (Respiro!)

Egisto. — (Che l'impresa di Carlo sia migliore di quanto credo?)

Faust. (colla penna in mano). — Ora che ci penso, è curiosa davvero: anch'io voleva chiedere a lei un favore; ma non vorrei la credesse che io voglia dettare delle condizioni.

Carlo. — Sarò anzi lieto di dimostrarle la mia riconoscenza.

Faust. — Allora mi senta. Mi è venuta un'idea.

Egisto. — (A tutti vengono delle idee; a me nessuna).

Faust. — Gli operai, si vede a chiare note, fanno lega contro i principali. Ora io dico: perchè anche noi non la facciamo contro di loro, noi tre, cioè lei, io e Ramaccini?...

Carlo. — Una lega contro gli operai?

Faust. — Accresciamo un pochino l'orario e scemiamo un altro pochino le paghe: due pochini che in fin d'anno voglion fare un bel guadagno. Qualche operaio strillerà, qualche altro se ne andrà; ma quelli che hanno i mezzi di portare via la famiglia sono pochi, e così finiremo per averli tutti quanti a nostra discrezione.

Carlo. — In qualunque altra cosa, ma in questa non posso compiacerla.

Egisto. — (Me lo aspettava, coi suoi principii!)

Faust. — Ma ha compreso bene che non usiamo che d'un diritto di rappresaglia?

Carlo. — Può essere; ma è impossibile che io la approvi.

Faust. — Ah! ricusa e disapprova per giunta? Allora non ne facciamo nulla neanche delle cambiali.

Carlo. — Come?

Faust. — Spero non pretenderà ch'io faccia un favore così grande a chi mi ricusa un favore così da poco!

Carlo. — Ma lei mi ha promesso!...

Faust. — Promesso, promesso, e sia pure, promesso; ebbene? Ora non voglio più. Io me ne rido dei suoi principii e delle sue teorie! Non sono mica un milionario io per avere tante fisime!

Carlo. — Dica piuttosto che lei ha promesso di accordarmi una dilazione dopo di aver indagato in quali ristrettezze io mi trovassi; e quando si è pensato di avermi legato mani e piedi alla sua discrezione, ha creduto di potermi far speculare sulla carne umana, sulla miseria! Ma che cosa ha trovato nella mia vita o sulla mia faccia che possa averlo incoraggiato a farmi una tale proposta?

Faust. — Se poi la piglia su questo tuono, caro lei...

Carlo. — Oh basta con questo caro! Faccio di cappello a tutti, ma non accordo la mia amicizia che alle persone provate che mi stanno pari nei sentimenti.

Faust. — Ed io non sono suo pari? Chi è lei alla fin fine? Oh mi faccia il piacere, il signor cavaliere della democrazia!

Carlo. — Si, democratico con tutti quelli che valgono quanto me, a qualunque classe appartengano; ma con lei che mi propone un atto vergognoso, rammento, non che ci separa la nascita e lo studio, ma quell'abisso che separa gli uomini pari suoi dall'uomo onesto!

Egisto. — Carlo...

Faust. — Così tratta il suo creditore?

Carlo. — Ringrazi che questa è casa mia e se ne vada prima che dica peggio.

Faust. — Casa sua? Ah! ah!

Carlo. — Che cosa vuol dire?