NOTE:
[64] Vedi “Riv. Mens. C. A. I.„ vol. XIV (1895) pag. 199.
[65] Baretti M.: Studi geologici sul Gruppo del Gran Paradiso, nelle Mem. R. Acc. Lincei, Serie 3ª, vol. Iº, 1877.
[66] Notiamo però che la suesposta legge che stabilisce una relazione fra la direzione degli strati e quella dell’asse della valle in essi scavata, ed il pendio dei fianchi di questa, non va intesa in senso assoluto essendochè nelle valli di comba o d’interstratificazione il pendio dei fianchi dipende essenzialmente dalla inclinazione degli strati. Questa nelle valli di comba influisce altresì grandemente sulla degradazione superficiale, mentre nelle valli di perfetta chiusa tale degradazione dipende essenzialmente dalla natura litologica delle rocce.
[67] De Marchi L.: Le cause dell’Êra glaciale. Pavia, Fusi, 1895.
[68] Virgilio F.: Di un antico lago glaciale presso Cogne in Valle d’Aosta, negli Atti della R. Acc. Scienze di Torino, 1886.
[69] Virgilio F., loc. cit.
[70] Baretti M.: Geologia della Provincia di Torino. Torino, F. Casanova, 1893, p. 352-53.
[71] Uzielli G. e Druetti A.: La Geologia e le sue relazioni con l’ingegneria italiana. Torino, 1890.
[72] Sullo studio del movimento dei ghiacciai: Relazione della Commissione nominata dalla Sede Centrale del C. A. I. nella “Riv. Mens.„ vol. XIV (1895) pag. 199.
[73] Santi F.: In Valle di Cogne, ecc., con appunti botanici, nella “Rivista Mensile del C. A. I.„ vol. XV (1896) num. 3.
[74] In altra pubblicazione daremo gli schizzi particolareggiati di tutti i segnali eseguiti e visuali adottate, allorquando avremo maggior copia di materiale raccolto.
[75] Bobba G.: Attorno al Gran Paradiso, nel "Boll. C. A. I." vol. XXVIII, pag. 218.
[76] Bobba G.: Attorno al Gran Paradiso, nel citato “Bollettino„, pag. 227.
[77] Porro F.: Sull’opportunità che le variazioni dei ghiacciai italiani siano sistematicamente studiate, e sulle ricerche iniziate a tale scopo. Estr. dagli “Atti del IIº Congresso Geografico Italiano„. Roma 22-27 settembre 1895.
[78] Vaccarone L.: Il Gruppo del Gran Paradiso. Torino, V. Bona, 1894, pag. 23.
[79] Virgilio F.: Di un antico lago glaciale presso Cagne, ecc., negli Atti della R. Acc. Sc. di Torino Vol. XXI 1885-86, pag. 294, nota in calce.
[80] Baretti M.: Geologia della Provincia di Torino. Torino, F. Casanova, pag. 375.
[81] Quando noi eravamo colla macchina fotografica nelle valli di Cogne ignoravamo questa circostanza, per cui non potemmo recarci nel punto sovrindacato della strada dell’Herbetet per ricavare colla fotografia la stessa veduta dall’abate Carrel stata schizzata in 9 anni diversi. Ci asteniamo pertanto dal pubblicare detti schizzi fino a quando (e sarà fra breve) avremo fotografata quella veduta, e potremo così su di essa riportare i disegni dell’abate Carrel, e ricostrurre nove diversi stati di quei ghiacciai in passato.
[82] Vedi: Echo des Agriculteurs Valdôtains. II Année, N.º 13: 1 juillet 1896.
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Escursioni e studi nelle Alpi Marittime.
Felice colui che, avendo l’ordinario suo campo di lavoro in una grande città industriale, in mezzo ad un’interminabile pianura, trova pure il tempo e l’occasione di passare una parte dell’anno sulle Alpi! Così io, stanco della vita monotona e dei molteplici studi, facevo da 6 anni ogni estate il viaggio da Lipsia a Tenda, ove villeggiavano i miei genitori. E qui, fra quel clima stimolante, in mezzo a quei monti che m’invitavano a visitarli, non solo potei rinvigorire le mie forze e ritemprare i miei nervi, ma trovai anche una natura infinitamente degna d’attenzione e di studio; e fu per me, nei freddi e brumosi inverni di Lipsia, un conforto lo studiare quello che trovai scritto sulle Alpi e sui loro fenomeni, e riunire ciò che sui monti da me percorsi potevo dire, sia secondo le osservazioni da me raccolte coi miei poveri mezzi, sia secondo quelle che fecero altri visitatori. Ed ora presento un saggio dei miei studi, premessa una breve narrazione delle escursioni da me eseguite.
Il mio lavoro è certo pieno d’imperfezioni e di lacune; ma ad intraprenderlo mi spinse più che tutto l’amore di quelle Alpi, nelle quali ho passato i più bei giorni di mia vita.
I.
Escursioni.
Dopo una salita alla Cima di Marguareis (m. 2649) che compii il 20 agosto 1892, il 12 settembre successivo, in compagnia del sig. P. Salvi, risalii con bellissimo tempo la Valle della Miniera, pernottando, dopo una breve gita al Lago di Fontanalba, nella bella casa del signor Pellegrino in Val Casterino, nella località segnata sulla carta col nome di S. Maria Maddalena.
Li 13 passammo per la Valmasca, il recesso lacustre dei laghi del Basto e la ripida Baissa di Valmasca (m. 2473), ove trovammo moltissima neve cadutavi una settimana prima, e scendemmo poi per l’orrido burrone delle Meraviglie, in cui a stento riuscimmo a scoprire taluna delle vantate incisioni. Alla sera, il sig. Salvi se ne tornò a Tenda, mentre io pernottai alle capanne di Tetto Nuovo, dal buon «Eumeo» Tribulla.
Il giorno dopo, fermatomi ai Laghi Lunghi per prendere un bagno nel rio, salii sul Passo del Trem, passando presso il Lago Carbone, benchè sia preferibile passare per i laghetti del Trem; sotto il passo v’è ancora un laghetto con pessima acqua, piena di bestioline rosse; però qui come altrove la sete mi vinse e, benchè con grave ripugnanza, dovetti bere tale liquido disgustoso. Verso le 14, mentre il cielo si copriva di nuvole, giunsi sulla Cima del Diavolo (m. 2687); tornato al Passo, misi circa un’ora per attraversare l’orrenda cassera che riempie il fondo del Vallone di Mairis; tale cassera è il più selvaggio ed il più caratteristico fra i numerosi campi di blocchi rocciosi che incontrai in quelle regioni, e non v’è, a quanto io sappia, altro mezzo di passarvi che scalando per diritto e per traverso quei grossi massi disposti in lunghe schiere in modo da formare un vero labirinto. Infine, vicino ad una fresca sorgente, trovai un sentieruzzo che rapidamente mi condusse, per l’angusto vallone disposto a scaglioni, sul terrazzo della Vastera Sottana, da cui una buona mulattiera scende per la Val Gordolasca; ivi pernottai alle Case Cluots (m. 1560).
Il giorno seguente rimontai la Gordolasca sino al Lago Lungo, la cui visita, che compiesi agevolmente per mezzo di facili sentieri da capre, raccomando caldamente ad ogni amatore di una natura veramente alpestre. Non sapendo che dal lago si può guadagnare direttamente il Passo di Monte Colomb, avevo lasciato parte dei miei bagagli alla Vastera Streit e dovetti tornarvi con molta perdita di tempo. Salii poscia ad un’insenatura della cresta ovest, più alta ed assai più a nord di quel passo; ma la cresta cominciando a velarsi dalle nebbie, fui costretto a discendere per una ripidissima frana che mi condusse sopra il laghetto di M. Colomb; ove non trovai nessuna traccia del sentiero che dovrebbe esservi, secondo la carta e la «Guida Martelli e Vaccarone»; il vallone facendosi impraticabile sotto il lago, feci un lungo giro per le roccie a nord, giungendo infine alla Vastera Sottana del Balour. Sorpreso poi dalla notte, a stento riuscii a guadagnare la Madonna delle Finestre, alle ore 20; l’albergo era chiuso, ma i pastori mi diedero un letto nell’antica trattoria.
Li 16, per la larga mulattiera che trovai in ottimo stato, attraversai il Colle delle Finestre, incontrando ancora molta neve. A San Giacomo fui accolto con squisita ospitalità dagli ufficiali della 13ª Compagnia Alpina, che conosceva fin da Tenda.
Nel 1893 feci a Tenda la conoscenza del sig. W. Symington, scozzese, il quale, avendo già visitato, come turista, tutte le Alpi Svizzere ed i paesi attorno al Mediterraneo, espresse il desiderio di conoscere anche le Alpi Marittime. Gli feci allora la proposta di accompagnarmi in una grande gita, a condizione che si conformasse ai miei disegni.
Li 17 agosto il predetto signore ed io partimmo da Tenda in compagnia di 4 altri signori e 10 signorine, passando la notte a Casterino, dopo una giornata molto allegra. Li 18, due giovani e le 6 più brave signorine ci accompagnarono sino al Lago inferiore di Valmasca; poi noi due rimanemmo soli a compire sino nella Val Gordolasca, lo stesso itinerario che avevo già seguìto nel 1892. Il giorno 19, dopo aver pernottato alle capanne del Tetto Nuovo, facemmo una gita alla Cima del Diavolo ove giungemmo assai tardi nel dopo pranzo. La cassera sotto il Passo del Trem fu pel sig. S. una cosa affatto nuova; qui ci rimase molto indietro, non essendo abituato a saltare da un masso all’altro o ad arrampicarsi su quei blocchi, di cui taluni hanno perfino da 3 a 5 metri di grossezza, giungendo infine senz’altro incidente alle case Cluots. Pernottato poi in un fienile, il giorno 20 non si fece altro che rimontare la valle fino alla Vastera Barma (m. 2160), dove il mandriano ci aveva detto esservi delle vacche; ma queste più non avendo trovate, fu fortuna che dopo parecchio passeggiare, fummo raggiunti verso sera da un capraio, che però scendeva più basso nella valle, il quale ci diede del latte.
Il ricovero del C. A. F. alla Vastera Barma, è a circa metri 50 sopra il rio, si compone di due stanze umide, con ingresso comune, munite di solide porte e chiudende di legno; la porta interna che conduce alla seconda stanza—più elevata—era chiusa a chiave[83], mentre nella prima stanza il suolo era così fangoso che non era possibile passarvi la notte. Ci decidemmo dunque di installarci nella Vastera sita poco discosto, ed acceso un fuoco di rododendri, ci avvolgemmo bene, coprendo i piedi con erba secca; la notte fu bella e molto mite.
Li 21, alle 5 proseguimmo pel grandioso anfiteatro prativo della Fous, circondato da monti ertissimi, poi per un buonissimo sentiero fra i due laghetti del Clapier sino ad una specie di terrazzo a circa m. 2600 di altezza, poco sotto il Passo Pagarì. Il tempo essendo bellissimo (si vedeva il mare), proposi al sig. S. di fare l’ascensione del Clapier che, visto da quel lato, ha l’aria tutt’altro che minacciosa. Però, sebbene sia di facile accesso, devo consigliare di non trascurare gli avvisi che danno Martelli e Vaccarone nella loro «Guida», giudicando per questa escursione necessaria la guida, poichè non è tanto semplice di trovare i passaggi più comodi per la salita, e fuori di questi non mancano i brutti posti.
Attraversata una lunga petraia, giungemmo sul grande nevato che, in forma di una striscia orizzontale, facendosi però ripida più sopra (verso nord), fiancheggia il monte ad ovest. Volevamo guadagnare l’estremità sud del nevato, dalla quale la salita si presenta più facile, ma era molto incomodo il camminare su quella neve ancora dura, e così preferimmo di salire per un ripidissimo e franoso canalone, col rischio che il signor S. mettesse in moto dei sassi, i quali m’avrebbero toccato senza che io potessi evitarli. Infine, giungemmo sul pendìo superiore del monte, che non offre la menoma difficoltà; verso le 10 ½ eravamo sulla cima (m. 3046) con aria così calma che si sarebbe potuto accendere un fiammifero (temp. +7° all’ombra); però le nebbie accumulavansi sull’orizzonte, velando il mare e la pianura. Sul maggiore dei due segnali v’era un bastone con un fazzoletto, postovi dal sig. tenente Cornaro nell’ottobre 1892.
Ci fermammo ¾ d’ora, e presi tre fotografie. Voleva poi scendere direttamente al Passo Pagarì, potendosi, secondo la citata «Guida» da questo passo «volgersi alla vetta, piegando leggermente sul versante della montagna a sinistra verso il ghiacciaio nord del Clapier, e quindi salendo per facili detriti lungo il fianco ovest». Devo confessare che, dalla cresta ovest, non vidi verso nord che rupi scoscese e nevai ripidissimi, non trovando un luogo opportuno per scendere al colle (alto poco più di m. 2800) il quale si apre immediatamente al piede del Clapier, separato dal Passo Pagarì per mezzo di una cresta quotata m. 2940.
Mentre allora il sig. S., più prudente, avrebbe preferito di fare il lunghissimo giro per la cresta sud, decisi di scendere direttamente sul fianco ovest, attraversando la parte superiore di un nevato inclinato e guadagnandone poi, per detriti, la base, che ivi si restringe e cessa bruscamente sopra una parete a picco, cosicchè chi volesse attraversarlo, se sdrucciolasse farebbe un salto mortale nel senso vero della parola. Non volendo nè arrischiare tale salto, nè risalire ancora, decisi di tenermi sulle rocce a destra, ove scendemmo talvolta coll’aiuto delle mani, giungendo infine sull’orlo superiore del grande nevato ovest del Clapier, il quale, prima di farsi piano, forma ivi una china di circa 20 a 30 m. di altezza, con una pendenza media di forse 30 gradi.
Non avendo nè piccozza nè ramponi, neppure bastoni ferrati, non ci rimase altro a fare che di scivolare giù. Il signor S. era giunto ad un punto più favorevole, almeno 5 metri più basso di me, senza che io potessi raggiungerlo, causa la ripidezza delle rocce frapposte; a stento potei ritenere una risata, vedendolo rotolare giù, con gambe e braccia per aria; i suoi effetti svolazzarono di qua e di là, ed essendosi lui seduto sulla sua giacca di lana per stare meno sul duro, questa gli rimase trattenuta in alto. Dal mio lato, il pendìo era assai più ripido; saltata la stretta, ma profonda bergsrunde, mi sentii spinto giù con rapidità vertiginosa, poichè la neve era affatto dura e di superficie molto ineguale, così venni scosso e riscosso con salti, la cui velocità ed ampiezza aumentava sempre. Credo che se l’altezza del pendìo fosse stata soltanto doppia, mi sarei rotte le ossa, mentre non ebbi che la pelle delle dita lacerata nel tentare di fermarmi. Vidi poi il sig. S. che invano tentava di riconquistare la sua giacca. Tentai anch’io e vi riuscii dopo molto tempo impiegato a intagliare passi, prima colla punta del mio stativo, poi con un miserabile temperino: discesi rifacendo la scivolata.
Riguadagnammo la base del Passo Pagarì, sul quale, per un ripidissimo pendìo, giungemmo alle ore 14. Questo passo non offre la menoma difficoltà ed è abbastanza facile il trovare la buona via; però, se è coperto di neve fresca, deve essere assai meno facile. La vista sino al mare e sui monti circostanti (specialmente sul Clapier) è molto bella, però non si vede il Lago Lungo, separato dal passo per mezzo di uno sperone roccioso. A nord comincia immediatamente il ghiacciaio della Maledìa; secondo la carta e la citata «Guida» credevo di dover scendere lungo questo, ed attraversato la piccola bergsrunde, seguii la sua parte inferiore, poco inclinata, pensando che il sig. S. mi seguisse. Voltatomi però, non lo vidi, e neppure rispose alle mie grida, ciocchè mi mise in non poca ansia; ma, mentre colla massima cautela scalavo i blocchi della morena frontale, sovrapposti in condizioni d’equilibrio veramente artistiche, lo vidi scendere rapidamente una facile china ad oriente: fu la sola volta che si discostò da me, e non ebbe a lagnarsene. Per facilissimo pendìo guadagnammo allora la strada di caccia.
È da deplorare che dalla morte del Re Galantuomo, queste strade, così ben tracciate, non siano più in maggior parte mantenute, cosicchè sono rovinate in molti punti, specialmente dove varcano torrenti; però sono ancora molto preferibili a quasi tutti i sentieri del lato sud di queste Alpi.
Non avendo nè bisogno nè voglia di scendere per le ripidissime scorciatoie, seguimmo le numerose giravolte che offrono stupende vedute sul Lago Bianco, sui nevati e sui monti circostanti (specialmente sull’altissimo muraglione di Monte Carbonè). Verso le 17 eravamo al gias Murajon. Scendendo infine la valle per la strada carreggiabile sotto il gias Colomb, riuscimmo poco prima delle 21 a San Giacomo, dopo circa 15 ore di lavoro interrotto appena da due ore di sosta.
Il giorno 22 scendemmo con sole caldissimo, il bellissimo vallone della Barra ombreggiato di boscaglie di faggi e dominato da roccie assai pittoresche, che talvolta sembrano quasi sospese sopra la testa di chi passa. Lasciata la strada carrozzabile, ci inoltrammo nel Vallone della Ruina, nel cui rio prendemmo un bel bagno, ciò che del resto facevamo quasi ogni giorno in qualche torrente (e perfino a 2000 metri nella Gordolasca, la cui temperatura era di soli 8° C).
Poi rimontammo la valle, affatto priva di boschi, sino al gias Monighet inferiore. Ivi il sig. ing. B. Sacerdote, che alloggiava coi suoi aiutanti, occupato a rilevare topograficamente i dintorni, ci ricevette colla più squisita cortesia offrendoci una buonissima cena ed un quartiere per la notte.
Avendo preso congedo da questi signori alla mattina del 23, sulle sponde del Lago della Ruina, salimmo per la buona mulattiera al gias Soprano, visitando anche il Lago Brocan. Rimontammo poi la strada di caccia del Colle Chiapous, alla cui sommità (m. 2520) si gode di una vista assai interessante e v’è un bel ricovero.
Il paesaggio del vallone Lourousa, nel quale poi si scende, è certo uno dei più grandiosi di queste Alpi, ma su tutto quel tragitto dal gias Monighet alle Terme di Valdieri non incontrammo acqua che in un solo punto, il rio Lourousa scorrendo nella valle superiore quasi continuamente sotto un ammasso di blocchi, cosicchè il suo mormorio cagiona veri supplizi di Tantalo.
Dal gias Lacarot (m. 1980), dove eravamo alle 19, la strada è quasi tutta carreggiabile, larga quasi 2 metri, e si svolge in interminabili giravolte attraverso una bella ma poco folta foresta. Qui ci avvenne uno strano incidente che dimostra bene come anche nei monti spesso si corre pericolo quando meno uno se lo aspetta. Un mulo, appartenente certo a boscaiuoli accampati in quei dintorni, stava ritto sulla strada, voltandoci la groppa; tentai di passar oltre, ma in quel momento mi sferrò due calci che mi avrebbero rotte le ginocchia, se non avessero invece toccato il mio stativo (piede dell’apparecchio fotografico). Siccome le ripide chine sotto la strada non si mostrarono praticabili, almeno in quel buio, non ci rimase altro mezzo che di cacciare giù innanzi a noi quell’animale per buon tratto, finchè ci si presentò una scorciatoia; passato poi il rio privo di ponte, giungemmo dopo le 21 alle Terme di Valdieri ove ci accolse una musica festosa, non però destinata a nostro onore; anzi i camerieri non si mostrarono entusiasmati a vedere il nostro esteriore piuttosto brigantesco, che molto contrastava colle belle toelette delle signore e colle brillanti divise degli ufficiali.
Il giorno seguente non proseguimmo che fino a Sant’Anna, ove cadde un po’ di pioggia, la sola che ebbi a vedere durante queste escursioni, anche nell’estate 1893, che sotto questo riguardo era piuttosto sfavorevole. Mangiammo e dormimmo nella Trattoria Piacenza, modestissima a dir vero, ma sufficiente per uno che è abituato allo scarso conforto dei gias.
Alla mattina, con tempo splendido, salimmo sul Monte Merqua (m. 2148), dal quale godemmo una bella veduta, poi scendemmo per boscaglie di rododendri ancora fioriti, nel vallone del Desertetto, senza trovar acqua che sotto il villaggio di San Bernardo. Alla sera eravamo ad Entraque, da dove il giorno 26 ripartimmo per Tenda.
Il risultato fotografico di questa spedizione essendo stato ben magro, mi decisi a tentarne un’altra, ciò che il pessimo tempo non mi permise per più settimane. Ma nella notte del 27 settembre, vedendo il cielo sereno e stellato, risolsi di mettermi tosto in marcia e dopo pochi preparativi partii alle ore 2. Rimontai lentamente al chiaro di luna il Vallone della Miniera e giunsi verso le 9 ai gias della Valmasca; proseguendo poi verso nord, attraverso macereti e dirupi, ebbi la fortuna di trovare subito la via di accesso più facile per guadagnare il Lago Agnel, passando a nord del rio che ne scende formando una bella cascata, che si precipita da una parete liscia, alta circa 200 metri; passai davanti all’imbocco di parecchie caverne, probabilmente poco profonde (il terreno essendo schistoso) e giunsi infine a una discreta altezza sopra il lago, senza che mai incontrassi traccia di sentiero.
Alle 14 quando mi fermai sulle sponde del lago, un vento di ovest spingeva davanti a sè la nebbia; speravo tuttavia che il tempo si rimettesse volendo ancora scendere pel Lago Bianco al gias Murajon e tornarmene l’indomani a Tenda pel Colle Vej del Bouc, quantunque tale percorso riuscisse assai faticoso. Aspettai invano fino alle 16 ½, ed allora la prudenza più elementare mi costrinse a tornare indietro. Volendo però evitare il giro sul lato nord, mi avventurai sulle roccie che fiancheggiano la cascata, e vi errai lungo tempo poichè giungevo sempre sull’orlo di precipizii, finchè sul far della notte mi decisi a rimontare sulle rive del lago. Alle 21 splendeva la luna, ma non sentendomi la voglia di ritentare la discesa, mi adattai a passare la notte dove ero. Non tirava vento, ma faceva freddo, tanto che le piccole pozze attorno a me si ghiacciavano; non trovai legna di sorta, nè un riparo qualunque, la casa rovinata, di cui parlava ancora il Coolidge nel 1879, essendo scomparsa.
Certo è che quella notte mi parve interminabile; passai il tempo alla meglio, recitando, cantando, urlando o rodendo le mie scarse provviste, ma specialmente contemplando l’indicibile orrore di quel paesaggio. Chi ebbe la fortuna di vedere un simile spettacolo, non l’avrà certo potuto dimenticare: la luce chiarissima, ma fredda dell’astro notturno si diffondeva su quelle rocce massiccie, brulle, fantastiche, scintillava sui nevati e si rifletteva nel nero ed immobile specchio del lago; le ombre poi parevano abissi senza fondo.
Alle ore 4, tremante di freddo, mi rimisi in marcia, seguendo la sponda nord del lago, molto sassosa. Alle 7 giunsi sull’altura del Colle dell’Agnel (m. 2568), giusto al levar del sole, salutato da me con una gioia che mi fe’ capire il fervore dei selvaggi adoratori di quell’astro benefico. Ebbi una vista grandiosissima sul Clapier, sui ghiacciai della Maledìa e sulle erte rupi dell’Argentera; sarebbe però difficile di immaginare una scena più desolata, più priva di ogni segno di vita; il Lago Bianco, sebbene situato quasi 100 m. sotto il Lago Agnel, era ricoperto da una spessa crosta di ghiaccio.
Il Colle dell’Agnel è certo tra quelli, che da Tenda conducono ad Entraque, il più degno di essere attraversato, ma è piuttosto malagevole, privo di ogni sentiero, e la discesa verso il Lago Bianco è piuttosto ripida; fa uno strano effetto il vedere, in mezzo a quel paesaggio squallido e polare, un palo coll’iscrizione: «Caccia riservata a S. M. il Re.»
Fermatomi a prender qualche fotografia, tornai indietro e, rifacendo l’itinerario del giorno precedente, giunsi a Casterino nel pomeriggio ed a Tenda alle 19, quasi sfinito dal sonno, al quale non avevo potuto pensare per ben 68 ore.
Nel 1894 cominciai la mia prima grande gita li 27 agosto, rimontando molto lentamente da Tenda per le case di Maima; la Ripa di Berno e la Baissa dell’Urno al Colle del Sabbione (m. 2264); il sole era caldissimo e l’insolito peso che m’ingombrava le spalle mi fece impiegare oltre 12 ore a compire quell’itinerario che si può facilmente effettuare in 5. Sul colle trovai da dormire in un casolare nel quale entrai per un finestrino: dentro vi era molta paglia, cosicchè non ebbi a soffrire dal freddo.
Il 28, passai al Lago della Vacca, vicino al quale vidi un piccolo stagno rotondo, ancora mezzo riempito di neve ghiacciata: 3 altri laghetti trovansi proprio a nord del colle, non segnati sulla nuova carta, bene invece sulla carta sarda; i due stagni sul lato sud non hanno acqua nell’estate. Poi per facile sentiero guadagnai la larga depressione del Colle Vej del Bouc (m. 2620); da questo volgendo verso nord, feci in un’ora, senza disagio, la salita della Cima della Valletta Grande (chiamata semplicemente «della Valletta» sulla nuova carta; m. 2812), la cui larga cresta, tutta frantumata, domina le petraie ed i dorsi della Schietta.
Il panorama è esteso e molto interessante; ma, se si eccettua la pianura piemontese e le pendici imboschite attorno al Vallone di Casterino, la vegetazione arborea manca quasi intieramente al paesaggio, come le due case vicino al Lago Vej del Bouc sono quasi i soli segni di vita umana in quei dintorni. Verso nord-ovest la lunga cresta dentellata di Monte Carbonè, le cui cime per buon tratto conservano un’altezza pressochè uguale (il punto più alto, chiamato Punta del Cairas sulla carta sarda, misura m. 2828), copre gran parte delle Alpi Graie e Pennine, mentre il selvaggio gruppo dell’Abisso, verso sud, cela i monti di Tenda. Brevi tratti di pascoli e qualche lago danno a quella natura desolata un aspetto più ameno: ben altro doveva essere quando folti boschi nereggiavano su tutte quelle pendici! Fra i laghi merita speciale menzione il Carboné (m. 2621), di cui si vede l’estremità orientale; esso è dominato a nord da un contrafforte con culmine quasi rettilineo (m. 2721).
Tornato al colle, scesi per un sentiero, rovinato in qualche punto, sulle sponde del bel Lago Vej del Bouc (m. 2060), attorniato in gran parte da pascoli; preso un bagno nella sua freddissima acqua ed ammirato il circo romantico di monti rocciosi che ne forma il quadro, andai a bere del latte dai pastori del vicino gias; v’è anche una bella casa che probabilmente è un ricovero di caccia del Re Vittorio Emanuele, e più sotto vedonsi ancora gli avanzi di una strada quasi carreggiabile, mentre il sentiero attuale, sebbene buonissimo, non è molto largo. Alle 20 ero al gias Colomb (m. 1460), ove mi feci fare un lettuccio all’aria aperta, poichè colla notte bellissima non mi sorrideva di rinchiudermi nella fumosa capanna.
Il 29, lasciando ivi parte dei miei bagagli, presi la strada che pel gias Murajon sale fin sotto il Passo Pagarì, colla intenzione di visitare il Lago Bianco ed il ghiacciaio del Clapier; però a tale scopo avrei dovuto a metà cammino volgere verso est, ma accorgendomene troppo tardi, mi contentai di visitare il piccolo ghiacciaio che chiamerò «di Peirabroc», attorno al quale incontrai qualche passo sdrucciolevole. Una grandinata che poco dopo scoppiò mi costrinse a rifugiarmi sotto una roccia sporgente ed a rinunciare al progetto, del resto un po’ temerario, di passare lungo le scoscese pendici orientali per guadagnare il Lago Bianco. Tornai dunque indietro, visitando ancora, verso sera, la bella cascata che si trova nel fondo del vallone di Peirabroc (m. 1627) e vicino alla quale si svolge sulla pendice una strada di caccia, ora abbandonata. Dormii ancora vicino al gias Colomb.
Il giorno 30 scesi ad Entraque, e nella sera del 31 mi recai a Sant’Anna di Valdieri, ove pernottai nella Trattoria Piacenza.
Il 1º settembre rimontai il bellissimo Vallone di Meiris per strada quasi carreggiabile sino al Lago Sottano della Sella; verso il tocco ero al Lago Soprano, ed alle 14 giunsi nel vallone superiore, al punto dove comincia la salita del Colle di Valmiana. Il tempo si era fatto un po’ minaccioso, ma le nubi essendo più tardi svanite, mi decisi a compiere l’ascensione del Matto. Però, avendo scambiato un contrafforte a nord poco elevato per la vetta orientale, salii direttamente in quella direzione, finchè mi trovai su ripido ed instabile macereto; accortomi dell’errore, dovetti fare un lungo giro non troppo comodo, finchè giunsi all’estremità del grande nevato ovest del Matto; tentai di rimontarlo per guadagnare la sua parte media, ben poco inclinata, ma sotto a questa la neve era troppo dura e sdrucciolevole; scivolai allora giù, fermandomi ad un piccolo sasso isolato, senza il quale sarei andato a battere con tutta forza contro i massi che fiancheggiano il nevato. Seguendo allora l’orlo settentrionale di questo, guadagnai in breve tempo, dopo 2 ore ½ di ascensione, la punta Est del Matto (m. 3087), per una china di detriti. Su quel culmine v’era una temperatura straordinariamente mite (+12° alle ore 17); in alto correvano le nuvole, velate erano la pianura e le Alpi, fuorchè le Marittime; osservai anche un grandissimo arcobaleno doppio che innalzavasi dietro la Val Gesso. La sommità rocciosa non offre posto che per sei o sette persone; non vi cresce più nessun fiore. Messo nel segnale, allora rovinato, un biglietto col mio nome, mi separai a malincuore da quel grandioso paesaggio.
Tentai quindi, per risparmiar tempo, di scivolare giù pel grande nevato nella sua parte più stretta, ma acquistai subito una velocità tale da non poterla tollerare pel rimanente tratto; così mi fermai e seguii al passo le numerose concavità della superficie, in parte ripiene di acqua. Poi presi a scendere lungo un facile dorso di rocce montoni, credendo di poter poi raggiungere il laghetto inferiore del Matto: ma me ne separavano dappertutto muri verticali, e così dovetti risalire con perdita di tempo quel dorso e girare poi a nord finchè guadagnai il detto laghetto. Prima di raggiungerlo fui sorpreso dalla notte su quelle interminabili petraie; però, sebbene non potessi distinguere bene che gli oggetti più vicini, avevo osservate le particolarità di quella valle abbastanza bene per raggiungere, senza smarrirmi, alle ore 20 ½, la strada, al punto dove avevo lasciato parte de’ miei bagagli. Ivi era una specie di misero rifugio (circa m. 2450) costituito da un solo muro; sebbene non fosse troppo aggradevole il passare una notte affatto buia in quel deserto di sassi, privo di ogni albero e distante ben due ore dall’ultimo gias, mi vi rassegnai avviluppandomi bene nella mantellina e ficcando le gambe in una piccola cavità; così riuscii perfino a dormire un poco. È certo che tali avventure non bisogna cercarle, potendo esse anche finir male; ma stimolano in modo singolare l’energia morale.
Quanto all’ascensione del Matto, osservo che dal lato del vallone di Meiris, si può facilmente eseguire in 2 ore dal punto dove si lascia la strada, passando per le chine erbose a nord del laghetto inferiore e volgendo poi, dietro quello di mezzo, sul dorso di rocce montoni. Dal lato di Val Vallasco, si guadagna questo stesso dorso dal fondo del vallone Cabrera per mezzo di una ripida e franosa china sul lato est, ed è questo il solo punto non tanto facile, mentre nel vallone Cabrera conduce, dalla strada di caccia, un buon sentiero che se ne diparte circa mezz’ora sopra il gias Valmiana; è del resto l’itinerario descritto dal signor Marinelli («Boll. C. A. I.» vol. XII). È da notarsi che la strada di caccia non varca punto la depressione (circa m. 2650) che trovasi immediatamente ad ovest del gruppo del Matto; questo colle è invece abbastanza malagevole. Quanto a scendere direttamente dalla punta Est alle Terme di Valdieri, difficilmente vi si deciderà chi dal disopra ha visto quelle precipitose balze; però potrebbe riuscirvi piegando un certo tratto verso sud.
La testata di Val Vallasco dal Colle di Valmiana
Disegno di A. Viglino da una fotografia di F. Mader.
Il 2 settembre all’alba proseguii sulla strada, passando accanto ad una buonissima sorgente ferruginosa e guadagnando alle ore 8 il Colle di Valmiana (m. 2920) sul quale v’è un ricovero ben costrutto. Il passo forma un largo terrazzo franoso e non è che lo sperone occidentale della Rocca Valmiana (m. 2990), la cui cima Est si può guadagnare facilmente in ¾ d’ora, mentre la seconda punta, di qualche metro più alta e coronata da un segnale, è un po’ meno comoda. Ad est del passo, un muro quasi verticale scende verso i laghi del Matto. La vista, poco meno estesa dal Passo che dalla Rocca, non vale quella del Matto, ma è pure bellissima, specialmente sui monti e sui laghi del Vallasco, sul magnifico gruppo dell’Argentera, sulle Alpi Cozie e sul Matto stesso, che verso sud si prolunga dietro il burrone di Cabrera, con rocce nerastre di aspetto oltremodo fantastico. La strada è sempre larga e ben riconoscibile, cosicchè ci vorrebbe poco a renderla di nuovo praticabile ai cavalli. Il lato sud del passo è anch’esso orrido e roccioso, ma offre sempre bei punti di vista. Più volte colà incontrai camosci che non si curarono di me, cosicchè potevo ammirare la loro straordinaria agilità.
Baissa di Valmasca, crestone del M. Capelet e monti a ovest del Lago del Basto
Disegno di L. Perrachio da una fotografia di F. Mader.
Un amante della natura apprezzerà certo l’effetto del divieto di caccia nei distretti riservati a S. M. il Re, poichè vi prospera la vita animale, della quale nelle valli di Tenda non si vede quasi traccia. Sul Matto non è raro il vedere sino a cento camosci; in altri punti vidi stormi di pernici, francolini ed altri uccelli, poi anche marmotte che non fuggivano che quando ero molto vicino; i rivi sono singolarmente ricchi di ghiozzi. Però, eccetto qualche aquila ed un certo numero di timorose vipere, il solo animale dannoso che incontrai in queste Alpi, fu un lupo che nel 1891 vidi sotto di me, sulle sponde del Lago del Trem.
Incontrata una fresca sorgente sopra il gias Valmiana ed attraversato un bellissimo e profumato bosco di larici, giunsi verso mezzogiorno nel piano di Vallasco. Dopo un po’ di riposo, scesi alle Terme di Valdieri, e verso sera rimontai ancora, per un delizioso sentiero, attraverso il magnifico bosco della Stella, ad un gias (m. 1753) sul lato sud del Vallone di Lourousa, passando poi per un ponte sull’altro lato, vicino al gias inf. Lourousa, ma si può anche proseguire sulla sponda sud fino al gias Lacarot.
Non saprei troppo raccomandare, a chi dalle Terme vuol recarsi al Colle Chiapous o sulla Punta dell’Argentera, di servirsi del detto sentiero invece delle 35 giravolte della strada di caccia; risparmierà molto tempo, senza contare il pregio di un’ombra continua. Ridiscesi per lo stesso cammino alle Terme, ove giunsi alle 20, e di là in vettura proseguii per Sant’Anna.
Il 3 settembre per bellissimi castagneti salii sul monte l’Arp, a ponente di Valdieri, senza però guadagnarne la cima, poichè il cielo cominciava a velarsi. Raccomando ad ogni visitatore della Val Gesso la facilissima ascensione di questo monte, coperto in gran parte da praterie e da faggeti. Alto pressochè come il Righi (ha m. 1830), esso deve la sua bellissima vista meno all’altezza che alla sua posizione singolarmente favorevole, centrale ed isolata nello stesso tempo; se gli mancano attorno i grandi laghi, ha invece ai suoi piedi le larghe ed ubertose valli di Demonte, Desertetto, Valdieri, Entraque, Barra e Trinità, e gli è vicinissima la grande pianura, coronata da verdi colli; vedonsi numerosi villaggi, lo stabilimento delle Terme di Valdieri, i gruppi di Monte Bussaja, del Clapier, dei Gelas, dell’Argentera, di Oriol, del Matto, con tutti i loro particolari, la bella piramide della Cima del Lausetto, in gran parte rivestita da praterie, il Nodo del Mulo a nord della Val Stura, il Monviso, le Alpi Graie e Pennine, ecc. Nello stesso giorno tornai da Valdieri a Tenda.
Non feci più altra gita prima del giorno 20, nel quale partii alle ore 6 pel Vallone di Rio Freddo, giungendo alle 13 ½ sulla Cima di Marguareis[84].
II.
Osservazioni topografiche e scientifiche
1) Monti, roccie, ecc.
Della Cima di Marguareis e dei distretti rocciosi circostanti ho già data una descrizione abbastanza particolareggiata[85], e, come dissi or ora, avrò occasione di riparlarne per ulteriori studi che vi feci in parecchie visite alla medesima.
Passando alle Alpi Marittime proprie, non dirò che poco sul gruppo del Clapier.—Il Clapier stesso (m. 3046) si presenta molto diversamente, secondo il punto da cui lo si vede. Dal lato di Tenda ha quasi l’aspetto di un cubo, e si vede, all’estremità Est cadente a picco, una punta secondaria alta 3000 m. circa che costituisce l’estremità del crestone orientale. Dal lato nord, figura come una piramide rocciosa molto regolare ed acuta, la suddetta punta secondaria rimanendo nascosta. Dal lato di Val Gordolasca, infine, presenta un dolce declivio terminantesi con un corno arrotondato.
Tutto il fianco sud, dai 2800 m. in su, è coperto da massi di gneiss bruno chiaro, cosicchè il monte merita bene il suo nome; non vi trovai, oltre ai licheni, altra pianta che qualche «Leucanthemum coronopifolium», fiore abbastanza comune anche nei bassi monti e che ivi cresce fin oltre ai 3000 metri. Il muro di roccia a nord del Clapier è molto simile a quello del Marguareis; visto dal Colle dell’Agnel, non mi parve più alto di 300 a 400 metri; dalle rocce sporgenti sotto il segnale, non si vede la base della parete; al di sotto si stende il grande nevato, in parte ghiacciato, di cui parleremo più avanti.
Non ebbi la fortuna di trovarmi sul Clapier col tempo sereno, ma confesso che non credo di aver perduto molto. Le catene delle Graie e Pennine offrono quasi lo stesso aspetto, viste dal Colle di Tenda o dietro a Cuneo, come dal Clapier, e del resto, tra queste cime tanto lontane, non spiccano in modo imponente che pochi gruppi molto nevosi, quali il Gran Paradiso ed il Monte Rosa; il solo picco abbastanza lontano che per se stesso appare maestoso è il Monviso, che si vede da quasi dappertutto; molto attraente è certo l’aspetto della pianura che non è troppo lontana, ma pure spesso velata dalle nebbie; però la si vede ben meglio dalla Besimauda o dal monte l’Arp. Quanto al mare, anche nei giorni più limpidi, mai non vidi—dai monti di queste Alpi, distanti almeno 30 chilometri dalla costa—altro che una specie di piano abbastanza stretto, in apparenza immobile, senza lustro ed il cui uniforme colore bigiastro spiccava sull’azzurro dell’orizzonte. È vero che il Freshfield, dalla Cima di Nasta, vide una cappella vicina a Cannes ed il fumo del treno che proseguiva verso Nizza; ma questo deve essere un caso ben raro! In generale nelle vedute di paesaggi così lontani, c’entra più l’immaginazione che l’occhio, e l’immaginazione la si ha anche quando la nebbia vela l’orizzonte. Per me, le parti più amene del panorama del Clapier sono il bel bacino di San Grato, coronato da prati e boschi, le foreste di castagni dietro a Belvedere, i verdi monti della Valmasca ed attorno a Tenda, e sette laghetti, fra altri il Lago Bianco coperto di «icebergs» e gran parte del Lago Lungo. Imponente è invece l’aspetto di tutte quelle giogaie, per lo più nude, rocciose ed oscure; specialmente distinguonsi l’altissima Serra dell’Argentera, la lunga cresta del Carbonè, i picchi della Lusiera e del Ciaminejas, il Bego simile ad un cupolone, il Capelet, la Cima dei Gelas e la Punta della Maledìa. Quest’ultima, chiamata Cima di Caire Cabret sulla carta sarda, e lasciata senza nome sulla nuova dell’I. G. M., che le dà però 3004 m. d’altezza, mi parve visibilmente più bassa del Clapier, mentre al rev. Coolidge parve un po’ più alta; il sig. Bozano ne diede una descrizione abbastanza particolareggiata nella «Rivista Mensile» del 1891, ritenendo che la quota di m. 3004 sia alquanto inferiore al vero.
Il gruppo del Clapier e dei Gelas dal Monte Bego
Disegno di A. Viglino da una sua fotografia presa d’inverno.
Questo picco, che si vede benissimo dal Lago Lungo e dal Lago Agnel, forma una cresta molto acuta e tagliata quasi verticalmente, così che, da nord e da sud si presenta quale piramide tronca, dai lati molto ripidi; dall’est e dall’ovest invece (anche dal Clapier) perfettamente quale obelisco: il muro verticale a nord, sopra il ghiacciaio della Maledìa, è alto pressochè 200 metri (Vedi l’incisione qui contro).
Fra gli altri monti di questo gruppo, oltre la Cima dei Gelas (3135 m.), abbastanza conosciuta, meritano speciale menzione i due picchi rocciosi della Lusiera (m. 2913 e 2897), singolarmente acuti e precipitosi, con creste dentellate[86].
Anche le altre creste attorno ai laghi di Valmasca, ai laghi delle Meraviglie ed all’alta Valle della Gordolasca presentano forme oltremodo orride e fantastiche, cosicchè il Purtscheller le paragonò alle Alpi Dolomitiche, sebbene siano costituite tutte da schisti, da gneiss e da granito. Ripidissimo è il picco (m. 2600?) che s’innalza direttamente ad est della Vastera Barma: ma il monte più maestoso di tutto quel gruppo—non eccettuando il Gelas—è certo il Monte Capelet (m. 2927), che si presenta molto imponente dalla Cima del Diavolo, dal vallone di Mairis, dal Lago Lungo e dal Passo Pagarì, ma specialmente dalla giogaia occidentale di Val Gordolasca; la sua cresta frastagliata cade verso ovest con balze precipitose e nerastre, spesso velate dalle nebbie, ed alte circa 800 metri; si distinguono benissimo dai colli attorno a Nizza, di dove quel monte, colla Cima dei Gelas e la Punta dell’Argentera, sembra il gruppo più cospicuo di quelle Alpi.
Quanto alla Cima del Diavolo (m. 2687), così ben nominata a vederla dal macereto di Mairis, essa deve godere di un clima piuttosto mite, essendo protetta quasi affatto, verso nord, da monti più alti; infatti, le due volte che vi salii trovai l’aria tiepida e calma, e la flora vi è ancora veramente subalpina, crescendovi per esempio il «Veratrum album» ed il «Sempervivum arachnoideum». La vista è inferiore a quella del Bego verso nord ed est, ma certo più libera sugli altri lati; verso sud non si vede più nessun monte che ecceda i 2200 metri, e ciò produce un singolare fenomeno ottico; infatti gli altipiani boscosi e prativi del Raus, dell’Aution e di Milleforche (oltre 2000 m.) coi loro fortilizî, sembrano assai più bassi dei monti di Mentone, Monaco e Nizza (800 a 1500 m.) dai quali sono separati per mezzo di profonde valli; non meno curioso è il succedersi quasi interminabile di catene, sempre più lontane e meno distinte, verso ovest sin oltre alle sorgenti del Varo. La Valle dell’Inferno con cinque de’ suoi laghi appare piuttosto leggiadra, mentre asprissimo e severo è il carattere della profonda Val Gordolasca, coronata da rupi erte ed orride, simili ai paesaggi dei Tatra.
Punta della Maledìa e Cima del Murajon dal Passo del Pagarì.
Disegno di L. Perrachio da una fotografia di F. Mader.
Le catene sul lato nord delle Alpi Marittime, nelle Valli del Gesso, formano quasi tutte creste oltremodo precipitose e strette, acute quasi come coltelli e frastagliate come seghe; le creste sono spesso sostenute sui lati da contrafforti simili a bastioni, mentre l’ultimo sperone della cresta sembra una torre od un pane di zucchero. Le più caratteristiche fra tali creste, che assumono il nome di serre o serriera, sono quella del Carbonè, tra i valloni della Trinità e di Monte Colomb, poi quella tra i valloni della Ruina e della Barra, il cui punto culminante è la Punta Ciamberline (m. 2791).
La cresta dell’Argentera è di molto la più alta e la più maestosa delle Alpi Marittime; vista dall’Osservatorio di Nizza, dalla Valle del Varo e dalle cime ligustiche, essa appare già sensibilmente più elevata delle altre punte. Essa forma una sèrra molto sottile, lunga circa 1 km. e non mai più bassa di 3150 m., con 4 punte principali, tra le quali quella Sud (m. 3313) è la più alta, mentre delle due settentrionali quella Ovest ha sulla nuova carta (che la chiama Gelas di Lourousa) la quota di metri 3260; quella Est (il Monte della Stella di Isaia e Coolidge) sarebbe di altezza un po’ minore secondo quest’ultimo, mentre il sig. Isaia le dava 3271 m. Grandiosissimo è l’aspetto di questa giogaia dal Vallone di Lourousa, sul quale il Monte della Stella ergesi con parete quasi verticale, di aspetto oltremodo massiccio e liscio, alta ben 900 m.; essa è costituita da un granito bruno chiaro, e si estende per circa 2 chilometri fin oltre al Colle Chiapous.
Fra le altre cime di quel gruppo, la Cima del Baus (m. 3068), che torreggia sopra il Lago Brocan, colpisce più di tutte lo sguardo. Al di là del Colle Chiapous poi, ergesi il picco singolarmente aguzzo dell’Oriol (m. 2961). Faccio qui osservare che il signor Purtscheller[87] dà questo nome alla punta occidentale più bassa (m. 2945) da lui ascesa per la prima volta e chiamata Punta dell’Asta sulla Carta Sarda; egli parla vagamente della vera Cima dell’Oriol come di un picco a sud (è invece ad est) dell’altra cima e che avrebbe il nome Letous. Vuole poi che la Cima dell’Asta (m. 2871) si trovi veramente al posto dove la carta ha segnata la Cima Dragonet (m. 2684); infatti, quest’ultima mi parve raggiungere almeno i 2880 m., ma però si trova—poco più a sud della «Cima dell’Asta» della carta—una punta secondaria poco meno alta, alla quale potrebbesi riferire la prima quota. Mentre tutte queste cime sono selvaggie e di accesso difficile, la Cima del Lausetto, che vicino ad Entraque raggiunge ancora i 2740 m., si presenta invece quale bella piramide molto regolare, con declivi piuttosto dolci.
Passiamo infine al Monte Matto, che, a vederlo sulla carta, si crederebbe una punta isolata alta m. 3087. Esso costituisce invece due creste molto ragguardevoli, il cui punto di congiunzione è il picco orientale al cui segnale si riferisce la detta quota delle carte; la prima cresta corre per circa 750 metri di lunghezza verso sud-ovest, raggiungendo circa 3095 m. con un largo massiccio granitico; e circa 3092 m. con un altro picco molto acuto, poi supera ancora i 3000 metri in almeno 4 punte secondarie, di cui la maggiore mi parve raggiunga ben 3050 m., e fra le quali trovansi insenature di poco rilievo; la cresta si termina con una specie di torre rocciosa tagliata a picco (circa m. 2950), sotto la quale roccie oltremodo orride, di color nerastro, scendono fra i valloncini di Cuogne e Cabrera. L’altra cresta invece corre per circa km. 1 ½ verso nord-ovest, superando i 3000 m. ancora in quattro o cinque spuntoni di roccia (il più alto sarà circa m. 3050) e terminandosi poi con due cime di altezza pressochè uguale, di cui la settentrionale (alla quale si riferisce la quota 2803 della carta) è tagliata a picco sul lato del Vallone di Meiris, formando un muro imponentissimo, verticale per ben 500 m. L’angolo fra le due creste, rivolto verso ovest, è riempito da un grande nevato, per lo più poco inclinato, che dà acque tanto al rio di Meiris che a quello di Cabrera (Vallasco); più sotto corre un dorso di roccie montoni che si estende fino alla stretta sella (m. 2650 circa) che separa il Matto dalla Rocca di Valmiana, di cui già parlai.
I pendii della punta orientale, coperta di massi di gneiss, verso nord (sul vallone del Latous), come anche le roccie che la continuano verso est—sino all’insenatura (circa m. 2450) che la separa dal gruppo della Merà—sono ripidissimi. Verso sud-est, il Matto forma il più alto e ininterrotto pendìo di tutte le Alpi Marittime, elevandosi senza alcun contrafforte a circa 1790 m. sopra la Valle del Gesso; la parte più alta è costituita da una parete ripidissima di granito bruno, massiccia, solcata appena da qualche burrone poco profondo, quasi priva di neve e di piante, alta ben 1200 m. Vale a dire che l’aspetto ne deve essere maestosissimo, però si deve salire assai alto sui monti ad est o nel Vallone di Lourousa per farsene un’idea giusta. Già il Freshfield chiamò il Matto una montagna singolare ed imponente, estremamente precipitosa, ma troppo piana ed uniforme al culmine per essere pittoresca; infatti, dall’est esso appare come una lunga serie di denti rocciosi, di altezza pressochè uguale e separati da selle poco profonde; inoltre, nel pomeriggio tutto il pendìo si trova nell’ombra ed appare scolorito e nero, tanto più che verso la sera quasi sempre le nebbie lo velano in parte, formando spesso una cappa sul culmine e dando al monte un aspetto misterioso, quasi diabolico.
Dalle Terme di Valdieri si vedono le due punte più alte, ma si è troppo sotto alla montagna per poterne apprezzare l’intiera grandiosità; più uno si allontana verso est e più il monte sembra alzarsi nel cielo. Una buona veduta complessiva la si avrebbe dal Monte Stella, o meglio dalla cresta dell’Asta; più pittoresco ne deve essere l’aspetto dalla Cima del Lausetto e dalla lunga serriera del Latous a sud del Chiot della Sella; di là, infatti, la punta Est appare come il culmine avanzato di una sottile cresta rocciosa, formando una bifida piramide con lati precipitosi di altezza inverosimile: è la stessa apparenza svelta ed acuta che presenta il monte, quando lo si vede dalla bassa Val Gesso o dalla pianura tra Cuneo e la Chiusa di Pesio. Osservo ancora che in scritture antiche il monte è sempre chiamato «Matto grosso» matto significando evidentemente massiccio o masso, come nella lingua portoghese; infatti, non conosco altro monte di apparenza così massiccia.
Salendo sulla punta Est, non trovai altro fiore che il Leucanthemum alpinum, sino ai 2900 m. di altezza; infatti tutte quelle cime coperte di detriti sono quasi prive di fanerogame, come osservai anche sul Clapier e sulla Cima di Marguareis, la quale, nel vallone di Lourousa, spunterebbe appena fuori delle foreste, mentre in verità il suo largo dorso non conta che circa 10 specie di poveri fiorellini. La Cima del Diavolo invece, tutta rocciosa, nutre malgrado la sua strettezza ben 20 specie, tra altre l’Artemisia spicata, che coll’Eritrichium nanum cresce perfino sulle creste dei Gelas e dell’Argentera.
La vista dal Matto è tra le più attraenti, sebbene la punta occidentale, di difficile accesso, mascheri il Vallasco e buona parte dei monti a sud; le Alpi Cozie, col Monviso, vedonsi assai più da vicino e perciò meglio che dai monti di Tenda. A nord, abissi spaventevoli scendono nel vallone del Latous, e più sotto stendonsi i due Laghi della Sella; ma più sorprendente ancora è il precipizio orientale: infatti, lo stabilimento delle Terme appare così vicino e così sotto alla cima, che da questa uno si ritiene certo di poter mandare un sasso sul tetto.
Ho ancora qualche cosa da soggiungere sulle roccie. Tutto questo gruppo che è il più elevato delle Alpi Marittime fa parte di un nucleo di rocce sia massiccie, sia indistintamente stratificate (così dette antiche), emergenti fra schisti permici (a sud) e calcari triassici (a nord); esso corrisponde ad altre simili isole di gneiss sul lato ovest delle Alpi Occidentali (tali i gruppi del Pelvoux e del Monte Bianco) ed è chiamato dallo Zaccagna «Massiccio del Mercantour» causa un singolare errore dei cartografi sardi che attribuirono 3167 m. invece di 2775 alla Cima di Mercantour, punta piuttosto secondaria, vicina al Colle Ciriegia, e che ancora adesso da San Martino Lantosca taluno confonde colla Cresta dell’Argentera.
Le rocce, affatto prive di fossili, sono molto variate per aspetto e per durezza, trovandovisi diverse specie di granito, protogino, gneiss e micaschisto dai colori talvolta vivi e bellissimi (biancastro, bruno chiaro, verde, violaceo, rosso scuro, nerastro, ecc.); la struttura è spesso cristallina, talvolta però oltremodo compatta ed uniforme; raramente incontrai minerali cristallizzati, ma se ne rinvengono di bellissimi sulla Rocca dell’Abisso e su qualche cresta dietro ad Entraque.
Altro fenomeno molto comune in queste Alpi, dove la denudazione ha assunto vaste proporzioni, è la presenza delle «clapere» o macereti, o petraie, dovute all’azione delle meteore e del gelo sulle nude e ripide creste di roccia; i massi che se ne staccano rotolano giù, nella fredda stagione, sui ripidi campi di neve sino al punto più basso che incontrano e talvolta perfino sul lato opposto della valle; nei circhi contornati su tre lati da catene rocciose, il fondo deve naturalmente riempirsi man mano con tali massi. È ciò che ha avuto luogo nei valloncini laterali della Gordolasca, nell’alto vallone della Barra dal Prajet al Colle delle Finestre, nel vallone di Lourousa e in quello di Meiris sopra il Lago Soprano, nei rami terminali del Vallasco ed in molti altri luoghi. Altre volte le petraie ricoprono dorsi ondeggianti (come sul M. Clapier), più raramente formano ripide falde. I macereti inferiori delle Alpi calcaree, invece, ricoprono d’ordinario i fianchi inclinati dei monti e si distinguono dal resto pel loro materiale assai più minuto. Però, anche nelle vere petraie incontrai raramente blocchi di oltre 1 a 2 metri cubici di volume, salvo nella grande cassera ad ovest del Passo del Trem, ove predominano elementi grossi.
Sviluppatissimi sono in tutta quella regione i fenomeni glaciali, specialmente le rocce montoni, che nel Vallone della Miniera scendono sino a circa 800 metri, vicino a S. Dalmazzo di Tenda. In molti punti esse formano larghi dorsi ondulati o pianeggianti che col loro fianco precipitoso sbarrano la vallata, mentre il rio ne scende d’ordinario per mezzo di stretta spaccatura che vi si è scavata; simili dorsi si osservano, per es., nella Val Gordolasca sotto il Lago Lungo e sotto la Vastera Streit, poi nella Val d’Inferno, sotto i Laghi di Valmasca e dell’Agnel, nel vallone di Peirabroc e specialmente dietro al Lago della Ruina. Di questo ultimo sito, notevole per lo sperone abbastanza alto, arrotondato e tutto levigato dal ghiaccio, che s’innalza tra il sentiero ed il burrone del rio (la carta sarda lo chiama Baus del Fasà), parla il Freshfield dicendo che mai non vide un luogo che dimostri meglio la capacità dei ghiacciai di levigare le roccie e l’incapacità di rimovere seri ostacoli. Ritroveremo le rocce montoni quando tratteremo dei laghi alpestri.
Quanto alle morene, se ne vedono delle ben sviluppate nel vallone di Vallasco, in quello di Meiris davanti al gias della Sella, e specialmente nel vallone Lourousa, sbarrato più volte da terrazzi morenici a mo’ di scale regolari. Le più basse, sul lato sud, si vedono nel bacino di Tenda, poi sotto a San Dalmazzo, vicino allo sbocco del rio della Miniera (circa 650 m.); nella parte nord ne sono singolarmente ricchi i dintorni di Demonte e di Entraque, quest’ultimo villaggio è tutto attorniato da dorsi morenici colla superficie pianeggiante, ora coltivata o ridotta a praterie, mentre il corso dei torrenti vi è molto incassato, come lo è anche quello della Stura a valle di Demonte. Il maggiore dei colli morenici a sud di Entraque, chiamato Serriera dei Castagni, forma un largo dorso quasi uniforme che corre diritto per ben 3 km., elevandosi man mano da 1100 a 1330 m. e dominando il rio della Trinità dall’altezza di circa 200 metri.
Nelle Alpi Ligustiche, i fenomeni glaciali sono di minor rilievo, eccetto forse a nord del Mongioje: invece l’erosione vi ha prodotte potenti formazioni carsoidi e le vallate settentrionali vi sono anche singolarmente ricche di caverne, tra le quali quelle di Bossèa, dell’Orso, di Nava, ecc., che hanno poche rivali in Italia.
2) Formazione delle Vallate.
Le valli delle Alpi Marittime sono in maggior parte trasversali. Le poche longitudinali o parallele alla catena principale, cioè quelle dell’alta Tinea, del Varo medio e inferiore, della Stura, del Tanaro e dell’Arroscia, non sono dovute, a quanto pare, esclusivamente all’azione dell’erosione, corrispondendo invece a breccie naturali, lungo il confine dei vari sistemi orografici. Esse valli—le più antiche—sono perciò più perfette in quanto concerne la loro direzione quasi uniforme e il loro «thalweg» profondo, largo e poco inclinato per lunghi tratti. Le valli più complete sotto questo riguardo sono: quella della Stura, che presentasi larga da 1 a 2 km. sotto Demonte e più sopra fino a Vinadio, poi quella del Tanaro dalla sorgente fino ad Ormea, e quella del Gesso fin sopra Valdieri; sul lato sud quella dell’Arroscia sino a Pieve di Teco, poi lunghi tratti delle Valli della Tinea (sotto Santo Stefano), del Varo, dell’Ubaye, ecc.
La maggior parte delle valli meridionali di queste Alpi costituiscono però tipi caratteristici di valli trasversali, scavate intieramente dalle acque, talvolta in terreno molto difficile, e non presentando il carattere di valli perfette e piane che verso il loro sbocco nel mare. Così la Valle del Roja non è che una interminabile serie di chiuse strette e talvolta meandriformi, separate tra loro da bacini più o meno larghi, il più lungo—quello della Giandola—non misurando oltre a 4 km. di lunghezza. Questi bacini, in parte letti di antichi laghi, apronsi quasi sempre là dove s’incontrano due o più rivi di qualche importanza.
Le chiuse meridionali delle Alpi Marittime, per carattere selvaggio e fantastico, sono veramente uniche in Europa. Quella della Vesubia, nel terreno orgoniano, era in gran parte affatto inaccessibile, finchè due anni fa si aprì una nuova strada strategica che da Lantosca mette nella Valle del Varo; la strada postale invece corre a 200 o 300 m. sopra il torrente, sull’asprissimo fianco sud, esposto alle valanghe d’inverno, attraversando per mezzo di una galleria la roccia a picco conosciuta sotto il nome di «Salto dei Francesi»; se qui non mancò la tragedia (i montanari esaltati vi precipitarono, a quanto si dice, molti «maraudeurs» francesi nelle guerre della prima Repubblica), almeno si deve confessare che il posto era straordinariamente adatto ad avvenimenti tragici; dalla strada per lo più non si vede il fondo del precipizio.
La gola del Ciaudan, dominata da pareti calcaree, parte con stratificazioni oblique molto ben accusate, parte liscie o strapiombanti, sopra le quali erte cime s’innalzano sino a 750 m. sopra la valle, è ora attraversata dalla nuova ferrovia da Nizza a Poggeto Teniers; il Varo vi appare molto copioso nel suo stretto alveo, e nei tempi di piena vi corre con velocità incredibile; all’ingresso, il villaggio di Baussone è letteralmente sospeso sul culmine di una roccia a picco alta 250 m.; simile posizione è, del resto, di regola per tutti i luoghi abitati di quella regione.
Le gole del Cians, del Loup e quella del Varo vicino a Daluis, che comincia per mezzo di una «porta fluviale» molto caratteristica, sono veri «cañons» cioè spaccature, per lo più colla forma della lettera U, scavate in altipiani aridi e poco ondulati, dalle stratificazioni orizzontali o quasi. Vedonsi, specialmente nella gola di Daluis, roccie dalle forme più singolari, e l’insieme di quegli stretti e tortuosi canaloni è così strano ed imponente, che in molti punti ricorda vivamente le incisioni del Dorè per l’Inferno di Dante. Si aggiunga poi la luce vivissima del sole contrastante colle ombre profonde, i colori svariati e d’ordinario molto vivaci (rossi, bianchi, gialli) delle rocce, i curiosi effetti dell’erosione e degli scoscendimenti, le numerose caverne, sorgenti e cascate, poi la flora quasi del tutto ancora mediterranea, che con ricchezza infinita di fiori e di arbusti sempreverdi ricopre le nicchie, le fenditure e le sporgenze della roccia, mentre questa in altri punti appare tutta nuda o ricoperta di piccole incisioni a mo’ di geroglifici.
Bellissima è anche la gola di Gaudarena, lunga 7 km., nella alta Val Roja, con paesaggi svariatissimi, rocce di forme molto diverse, alte sino a 300 metri, costituite in gran parte da schisti permici verdi, rossi, violacei o grigi, e popolato da molti vegetali più o meno meridionali, quali il castagno, il pino silvestro, vari ginepri, un acero (A. opulifolium), il sommaco (Rhus cotinus), l’edera, il fico selvatico, l’erica arborea, il cistus albidus, lo spartium junceum, l’ostria carpinifoglia, l’inula viscosa, ecc.
Tutto alpestre invece è il carattere della grande fessura di Val Negrone, lunga 14 km., tra Upega e Carnino ed i Ponti di Nava, ed accessibile soltanto per mezzo di difficili sentieri, impraticabili per chi soffre di vertigini; le sue orride rocce si alzano fino a 500 m. sopra il letto del torrente, e sul lato sud nereggiano ancora boschi popolati da lupi.
Quanto ai vertici delle valli, i meno modificati dal tempo—cioè i più giovani—sarebbero stretti burroni, poco incisi e più o meno ripidi, come riscontrasi alla testata di molte vallette secondarie. Una forma già più sviluppata è il circo, attorniato su quattro lati da ripide ed alte pareti, dalle quali sfugge l’acqua per mezzo di una stretta spaccatura; tali circhi, d’ordinario con fondo eguale e sassoso, altre volte o ancora adesso occupato da un lago, si osservano all’estremità superiore di molte valli alpestri: i più caratteristici sono quello del vallone di Gordolasca, colla bella prateria della Fous nel fondo, e quello del Lago Brocan nel vallone della Ruina.
Non meno numerosi sono gli altipiani, spesso riempiti da laghi, coronati da erte giogaie su tre lati, mentre un dorso morenico o di rocce montoni li chiude a valle; tali sono, per esempio, i bacini terminali del vallone della Miniera, gli altipiani lacustri della Valmasca, dell’Agnel, del Lago Lungo, di Fremamorta, di Valscura e molti altri. I circhi, come gli altipiani, esistevano evidentemente già nell’epoca glaciale, che lasciò la sua varia impronta nei loro dintorni.
La Gola di Gaudarena
Disegno di A. Viglino da una fotografia di F. Mader.
Più antiche e più finite sono le valli che al loro vertice salgono con pendìo dolce verso un’insenatura della cresta, che le congiunge insensibilmente con un’altra valle, formando quasi un’interruzione della catena alpestre ed una via naturale per attraversarla; tale è il fondo della Val Stura, congiunto colla Valle dell’Ubayette per mezzo dell’altipiano della Maddalena (m. 1995), e su più piccola scala il bacino terminale del vallone di Carnino, verso il Colle dei Signori; ma è ben raro che una valle fin dal suo cominciamento raggiunga in simile modo il colmo della sua escavazione.
Sotto ai circhi od agli altipiani, le valli alpestri formano tutte una serie di scaglioni più o meno lunghi, d’ordinario con davanti una barriera di rocce montoni; strette gole o ripidi pendii con cascate congiungono questi scaglioni, al cui margine superiore si presenta spesso un pianoro ovale, antico bacino lacustre, come ve ne sono due bellissimi esempi nel vallone di Vallasco. Uno dei più estesi di tali piani è quello di Casterino, alto in media 1550 m.; lungo ben 4 chilometri e largo da 300 a 800 m.: esso costituisce certamente la più grande superficie piana del territorio di Tenda.
3) Clima, nevi, ecc.
Non essendovi, nelle Alpi Marittime, altre stazioni meteorologiche fuorchè quelle della costa, poi Cuneo e Boves, sul limitare della pianura, non possiamo dare sul clima delle alte regioni notizie di qualche rilievo. A Tenda, dal 1º luglio al 15 settembre, la temperatura di giorno è ben raramente superiore ai +25° C. (misurammo una volta +28°), mentre la notte si mantiene d’ordinario tra 15° e 19°. Però, in tutte quelle vallate aperte verso sud, ed accessibili ancora ai venti del mare, l’influenza del clima marino si fa sentire sino ad altezze molto ragguardevoli e vi cade relativamente poca neve, essendo un caso ben raro che questa, come nel 1895, perduri a Tenda più settimane. Del resto, dalla fine di giugno alla metà di settembre, è raro che nevichi nelle Alpi Marittime, mentre cade più spesso la grandine.
Il clima veramente alpestre è pertanto limitato, sul lato sud, a parecchie valli alte e molto chiuse, come quelle di Valmasca, di Gordolasca, del Borreone, di Ciastiglione, ecc. Il lato nord invece ha, causa l’alta catena che si erge per lungo tratto a meriggio, un clima singolarmente continentale ed un inverno rigidissimo, comparativamente alla sua latitudine piuttosto meridionale ed alla vicinanza del mare. Le Valli di Valdieri hanno un clima certo meno mite di quello della Lombardia e perfino della Valle d’Aosta. Nell’inverno vi cade neve in quantità straordinaria, raggiungendo, per es., ad Entraque nel febbraio 1888 quasi m. 4 ½ di altezza; anche l’estate è assai meno secca e meno stabile che sul lato sud, e alle Terme di Valdieri, protette dai venti su quasi ogni lato, la temperatura media del giorno, nei mesi più caldi, sarà poco superiore a +15°.
Risulta già da questi pochi dati che nella parte sud delle Alpi Marittime non s’avrà da aspettare molta neve eterna. Che però se ne incontri in taluni luoghi bassi favoriti dalla struttura orografica, dall’esposizione verso nord, dalla protezione contro i raggi del sole (almeno per molte ore), non può sorprendere chi conosca l’ingente volume di neve che cade d’inverno.
Nella parte sud della grande catena nevati di qualche estensione non trovai che su fianchi esposti verso nord od ovest, o almeno protetti da alte pareti verso meriggio; ve ne sono due abbastanza grandi, sovrapposti sul fianco occidentale del Clapier, scendenti sino ai 2600 m., poi uno nel canalone a nord del Monte Capelet, sopra il Lago Autier, e due cospicui sotto la Cima dei Gelas, dietro il Lago Lungo, sino alle cui sponde (m. 2572) scendono piccoli campi di neve perpetua; altri stendonsi nei rami terminali di Val Vesubia sotto il Gelas, dietro ai laghi del Balour, dove il sig. Bozano ebbe da attraversare, come dice, una larga vedretta; poi a sud del Lago Agnel ed attorno al Lago Gelato, nella Valmasca, ed in qualche altro luogo di questo alto gruppo.
Quasi affatto prive di neve estiva, sono le Alpi Ligustiche, facendo astrazione dei buchi profondi nella regione degli Scevolai a circa 2200 m. e forse di qualche avallamento al piede della grande parete nord della Cima di Marguareis.
Sulla parte nord delle Alpi Marittime, trovammo prima, li 17 agosto 1890, un grande nevato a circa 1800 m. di altezza nel circo a nord del Colle del Sabbione, e più basso, sin verso 1650 m., due altri, nei quali il torrente si era scavato delle gallerie, il cui vôlto era ancora saldo abbastanza per potervi saltare sopra con tutta forza. È vero che questi nevai non v’erano più nel 1894, e che l’inverno 1889-90 era stato particolarmente ricco di neve; però, nell’estate 1885, perdurò una quantità di neve ancora molto maggiore.
In generale non c’è forse nella parte nord un monte che superi i 2700 m., senza essere troppo ripido, che non ritenga, almeno su uno de’ suoi lati, un po’ di neve per tutto l’anno. Le più basse nevi estive si trovano nel fondo di fessure che servono regolarmente di raccoglitori delle valanghe; così trovai alla fine d’agosto 1893 un ammasso cospicuo di neve sul lato est di Val Ruina, ad appena 1450 m. d’altezza. Nevi eterne di maggiore estensione trovansi (non sotto i 2400 m.) nei recessi terminali del Vallone di Vallasco, a nord della Cima dell’Oriol e sui fianchi delle alte catene che fanno capo al Lago Brocan; ma i nevati più estesi sono limitati ai tre più alti gruppi delle Alpi Marittime.
Immediatamente sulla parte nord della catena principale, per un tratto di circa 4 km. di estensione, dal Monte Clapier alla Cima dei Gelas, v’è un complesso abbastanza considerevole di nevaj e perfino di ghiacciaj di secondo ordine (vedrette). Di questi non esisteva finora, a quanto io sappia, una descrizione qualunque. La carta sarda li segna assai inesattamente; Coolidge, che li percorse, menziona appena il loro nome e così pure Purtscheller, che parla di due soli ghiacciai, quello dei Gelas con kmq. 1 ½ e quello del Clapier con 1 ¼ di superficie; queste dimensioni sono molto esagerate, ma nel tempo in cui il sig. Purtscheller visitò questo distretto, v’era ancora tanta neve da non poter determinare l’ampiezza dei nevati eterni.
Eppure questo gruppo avrebbe meritata un’attenzione tutta speciale, costituendo la massa di ghiaccio più meridionale di tutte le Alpi, eccetto la piccolissima sul lato nord del Monte Capelet. Del resto, in tutto il sistema delle Alpi Occidentali non si trovano ghiacciai di maggiore estensione a sud del massiccio del Pelvoux e del nodo del Tabor, l’altissimo Monviso non avendo che il piccolo ghiacciaio del Triangolo, inferiore in estensione anche ai «glaciers de Marinet» sull’Aiguille de Chambeyron.
Il versante Nord del gruppo dei Gelas dalla Cima della Valletta Grande
Disegno di A. Viglino da una fotografia di F. Mader.
Parlandosi d’ordinario di soli due ghiacciai in quella regione, cioè quelli della Maledìa e del Clapier, osservo prima che se ne devono contare 6 principali, affatto distinti tra loro, e parecchi di grandezza molto minore. Il nome Maledìa è una denominazione generica usata per tutti i ghiacciai e nevai del gruppo dei Gelas, alludendo forse al loro carattere sempre invernale, nemico all’uomo, o, come si vuole anche, ad una curiosa leggenda corrente nelle Valli del Gesso.
La nuova carta dell’I. G. M. segna abbastanza bene quei ghiacciai, ma esagera non poco la loro estensione verso la valle; inoltre, il piccolo muro di roccia che separa i due ghiacciai di Murajon non vi è ben segnato; il ghiacciaio del Clapier invece, nella sua parte superiore, mi apparve veramente assai più largo che non sulla carta.
Do qui appresso, procedendo da ovest ad est, alcune notizie sommarie sui 6 principali ghiacciai, che propongo di distinguere coi nomi qui aggiunti:
| Lunghezza metri: | Larghezza massima | Superficie ettari: | Altitudine metri: | Pendenza media | |
|---|---|---|---|---|---|
| Ghiacc. dei Gelas | 850 | 600 | 35 | 2550 a 3050 | 19° |
| Ghiacc. occidentale di Murajon | 650 | 250 | 13 | 2650 a 3000 | 30° |
| Ghiacc. orientale di Murajon | 750 | 500 | 26 ½ | 2600 a 2900 | 15° |
| Ghiacc. della Maledìa | 750 | 500 | 26 | 2600 a 2800 | 9° |
| Ghiacc. di Peirabroc | 700 | 350 | 17 ½ | 2475 a 2650 | 18° |
| Ghiacc. del Clapier | 1000 | 500 | 35 | 2550 a 2800 | 11° |
Le sovra riferite cifre s’intendono approssimative e senza tener conto delle irregolarità della superficie dei ghiacciai.
Il Ghiacciaio dei Gelas, dalla cima omonima, scende verso nord nel vallone omonimo, nel quale si riversa per mezzo di 4 o 5 rivi. Una cresta poco ragguardevole—che però costituisce lo spartiacque tra i valloni della Barra e di Monte Colomb—lo separa dai due ghiacciai di Murajon, distinti tra loro per mezzo di un’altra cresta, stretta e poco elevata, ma continua; essi estendonsi a nord-ovest del gias del Murajon e formano per lo più nevati larghi, ripidi e molto bianchi, terminantisi in basso con lingue di neve ghiacciata di spessore piuttosto esiguo. Tratti ghiacciati alquanto cospicui vedonsi lungo le roccie della Cima dei Gelas, verso l’estremità superiore dei nevati. Nell’angolo nord-ovest del grande anfiteatro nel quale questi sono racchiusi, trovasi il Laghetto Bianco (m. 2544), alimentato dalle acque di neve e trattenuto da una grande morena; esso non ha emissario visibile, ma più sotto un grande rio raccoglie tutte le acque che scendono dai ghiacciai, guadagnando il rio di Monte Colomb sotto il gias Murajon. Sulla carta, pare che il nevato si estenda sino al laghetto, mentre cessa assai più in alto; però pochi lembi di neve scendono ancora sino a circa 2500 m. Altri due nevati meno importanti scendono dalla Cima dei Gelas verso ovest.
Il Ghiacciaio della Maledìa, ossia quello più particolarmente conosciuto sotto questo nome (si potrebbe anche chiamarlo «di Pagarì», dal passo sul quale comincia), è separato dai due di Murajon per mezzo della cresta chiamata Caire Murajon, molto ripida sul lato est; esso scende quasi sempre con declivio dolce, abbastanza precipitoso soltanto nella parte media, sotto la Punta della Maledìa; ivi è anche più largo di 250 metri. È attorniato lungo tutto la sua estensione dalle cosidette crepaccie periferiche (bergschrund), rare volte larghe oltre 1 metro; la sua superficie è in gran parte agevole da percorrere. Pochi tratti trovai di puro ghiaccio, di color grigiastro, raramente azzurrognolo; nella parte inferiore trovansi piccole crepaccie mediane, poi alcuni tratti foggiati a scala, con sassi disposti attorno ad ogni scalino. La morena frontale è regolare, alta circa 5 m., e consiste di blocchi abbastanza grandi disposti l’uno sopra l’altro in sorprendenti condizioni d’equilibrio; il rio vi passa sotto, precipitandosi poi tra rocce montoni ed infine per uno stretto burrone nel vallone Peirabroc[88].
Osservo qui che le morene frontali ben caratterizzate di questi ghiacciai dimostrano come essi non siano più retrocessi da molto tempo; così la lunghezza esagerata che assegna loro la carta può tutto al più dipendere dal fatto che i cartografi li rilevarono in una stagione ancora molto nevosa. Immediatamente ad est del ghiacciaio della Maledìa, altro nevato più piccolo (circa 6 ettari) scende sino a circa 2605 metri; nei giorni caldi le acque che ne scolano formano, dietro alla morena, uno stagno biancastro.
Il Ghiacciaio che chiamerò «di Peirabroc» dal nome della valle sottostante, dominato da una cresta alta m. 2940 scende più basso di tutti gli altri ed è nello stesso tempo quello sviluppato più normalmente, costituendo quasi un piccolo modello dei grandi ghiacciai alpestri. Lungo il suo orlo non mancano le crepaccie trasversali, però di modesta estensione. Nelle minori concavità osservai talvolta piccole «pulci» (probabilmente «Desoria glacialis»). Il ghiacciaio si termina con una lingua triangolare di ghiaccio puro, coperto di sassi in tal modo da potersi attraversare in ogni senso; vi trovai anche un esemplare minuscolo di tavola di ghiacciaio. Le due ripide morene laterali di questa lingua di ghiaccio hanno dimensioni veramente smisurate, e, viste dal basso, sembrano due grandissimi coni di sabbia; quella occidentale, molto regolare, è alta ben 20 m. dal lato interno e 30 dal lato esterno; vi cresce qualche Linaria alpina. La morena frontale è invece abbastanza piccola; il rio che vi passa scorre poi per un precipitoso burrone, incontrando più sotto gli emissari del ghiacciaio del Clapier, coi quali forma il rio di Peirabroc. Nel detto burrone vidi ancora qualche piccolo nevato, tra 2250 e 2350 metri.
Il Ghiacciaio del Clapier, infine, che ad oriente del monte omonimo sale fin sulle creste, spingendo parecchi rami sui ripidissimi fianchi ad ovest, forma in gran parte un campo ondulato e ininterrotto di neve piuttosto impura, con qua e là piccole morene mediane, però tutte isolate; la morena frontale è invece molto cospicua. Più sotto, parecchi lembi di neve stendonsi verso il Lago Bianco (m. 2328). Il ghiacciaio del Clapier è il più meridionale delle Alpi, trovandosi sotto la latitudine di 44°7´ e 45 km. direttamente a nord di Monaco, cioè del punto più caldo della Riviera.
La Cresta dell’Argentera, stante la sua estrema ripidezza, non contiene nevati proporzionati alla sua altezza. La carta Sarda ne segna due grandi, sovrapposti sul lato ovest; ma veramente non se ne trovano ivi che pochi di minore estensione; il più grande ha forse 2500 m., dietro il vallone dell’Argentera, sul cui lato nord osservai anche qualche stretto e ripidissimo canalone di neve. Più scarsa ancora è la quantità di neve estiva sul lato est, sopra il gias del Baus. Trovai invece parecchi nevati assai grandi, in parte ripidi, con piccole morene, nel fondo del vallone Lourousa, sotto la gran parete del M. Stella (m. 2200-2500).
Più importante è il Ghiacciaio di Lourousa o dell’Argentera, che si estende in una conca laterale, coronata da rocce ertissime; è lungo circa 720 m., largo sino ai 250 ed alto 150, con pendenza media tutto al più di 10 gradi (superficie circa 18 ettari); la sua grande e larga morena frontale trovasi a circa 2400 o 2450 metri di altitudine; sul lato sud, il famoso canalone di neve del Monte Stella sale sino a m. 3150; Coolidge, per accedervi, dovette attraversare una bergsrunde per mezzo di un ponte di neve. Nell’agosto, la salita del canalone—impraticabile agli alpinisti inesperti—è piuttosto pericolosa, causa la durezza della ripidissima neve e l’esposizione del burrone ai sassi cadenti.
Anche il Gruppo del Matto contiene parecchi nevati, fra cui uno quasi pendente sul lato della grande parete nord, e due altri più bassi, quello inferiore scendendo forse sino a 2250 m.: essi hanno piccole morene frontali ed alimentano il rio del Latous. Assai più grande è il nevato che scende dalla sella fra le due punte principali (circa m. 3040) verso ovest; esso ha un declivio piuttosto dolce, molto più risentito però lungo le rocce meridionali, e contiene molte concavità acquose, dando acque ai rivi Meiris e Cabrera; si termina con una piccola morena (m. 2950) sopra un lungo dorso di rocce montoni; verso nord, scende sino a circa 2850 m. In complesso, la sua lunghezza è di circa 600 m. con altrettanto di larghezza massima (superficie circa ettari 22).
Dal limite inferiore dei principali nevati persistenti sul lato nord delle Alpi Marittime, risulta un’altitudine di pressochè m. 2550 quale limite medio; questa cifra dimostra bene come la costituzione orografica modifichi profondamente le condizioni naturali di un paese. Infatti, se qui a 2600 m. non è raro di incontrare neve nell’estate, non ve n’è invece, o quasi non ve n’è, al disopra di 3000 m.; e la Punta dell’Argentera dovrebbe essere forse centinaia di metri più alta per avere il culmine coperto di neve perpetua.
4) Idrografia.
I corsi d’acqua alpestri della regione di cui si tratta appartengono, sul lato nord al bacino del Tanaro; sul lato sud a quello di 5 fiumi o torrenti di costa (il Varo, il Roja, il Nervia, l’Argentina ed il Centa). Non abbiamo misure perfette in ciò che concerne la lunghezza di questi fiumi e l’estensione dei loro bacini (quest’ultima assai più importante della lunghezza dal lato idrografico); ecco però misure approssimative:
| Lunghezza chilom. | Ampiezza del bacino chilom. quadrati | ||
|---|---|---|---|
| Tanaro (dal rio Upega sino allo sbocco nel Po) | 260 | 7988 | |
| Tanaro sino a Ceva | 62 | 540 | |
| Negrone (dal rio Upega) | 15 ½ | 63 | |
| Tanarello | 12 | 52 | |
| Pesio (dal rio Marguareis) | 48 | 340 | |
| (sino a Chiusa) | 19 | ||
| Corsaglia | 42 | 320 | |
| Ellero | 41 | 215 | |
| Stura di Demonte (sino a Cherasco) | 111 | 1320 | |
| Stura (sino a Cuneo) | 73 | 600 | |
| Gesso (dal rio Balma Ghiliè) | 45 | 540 | |
| Gesso della Valletta | 22 | 135 | |
| Gesso d’Entraque (dal ghiacc. Clapier) | 19 | 165 | |
| Vermenagna (dal rio dell’Abisso) | 29 | 163 | |
| Varo (dalla sorgente al mare) | 105 | 2279 | |
| (dal rio Sanguinière) | 111 | ||
| Varo sino al confluente della Tinea | 890 | ||
| Tinea | 62 | 550 | |
| Vesubia (dal rio Borreone) | 45 | 280 | |
| Roja (dal piede del Colle di Tenda al mare) | 55 | } | 550 |
| Roja, dal Lago del Basto al mare | 63 | ||
| Miniera, id. id. a S. Dalmazzo | 20 | 75 | |
| Bevera | 39 | 135 | |
| Nervia (dal rio Incisa) | 29 | 200 | |
| Argentina (dal rio Quattrina) | 36 | 220 | |
| Centa (dal Monte Frontè al mare) | 41 | 450 | |
| Arroscia | 37 | 290 | |
NB. La lunghezza, d’ordinario, s’intende quella del principale rio che costituisce il ramo originale del fiume; nelle misure dei bacini idrografici (eccetto quelli del Tanaro e del Varo, misurati più accuratamente da altri) non si potè tener conto abbastanza delle irregolarità del suolo, così che i risultati saranno alquanto inferiori alla vera estensione.
I corsi d’acqua alpestri distinguonsi secondo che sono alimentati principalmente da sorgenti, da nevi eterne o da laghi.—Le sorgenti sono meno numerose e meno copiose nel gneiss centrale delle Alpi Marittime che nei monti calcarei; però, il gruppo granitico possiede due complessi di numerose sorgenti termali (quelle di Valdieri e di Vinadio), distinte tanto per la copia, che per l’alta temperatura dell’acqua e per la sua ricchezza di sostanze minerali. Specialmente ricchi di sorgenti sono i bacini dell’alto Tanaro, del Pesio, dell’Ellero e della Levenza; quest’ultima è alimentata dalla grande fontana intermittente vicina alla Cappella del Fontan.
I corsi d’acqua di quella regione sono raramente continui, e nelle valli superiori incontransi tratti ove gli alvei, tortuosi e riempiti da una sabbia porosa, sono quasi sempre a secco. Così mostrasi la Levenza sotto Briga, mentre più alto ha molta acqua. Su maggiore scala, tali fiumi alimentati principalmente da sorgenti osservansi nel Carso ed anche nella Provenza: ivi, quelli ad occidente del Varo sono affatto differenti dai torrenti liguri. Altra distintiva dei rivi precitati è il deposito bruno o rossastro col quale rivestono le pietre del loro letto, e che accenna alle sostanze calcaree ed al ferro contenuti nell’acqua.
Se il gruppo Centrale delle Alpi Marittime non ha molte sorgenti (pochissime si trovano sopra ai 2200, talune però fin verso i 2600 m.), i nevati ed i laghi servono invece a mantenervi i rivi più copiosi ancora di quelli delle Alpi calcaree. Il rio della Miniera, alimentato da molti laghi, è, quasi in ogni stagione, la corrente più copiosa di tutto il bacino del Roja, sebbene la parte superiore di questo, la cui valle è assai più profonda e più continua, abbia quasi la doppia estensione. La Gordolasca, i rivi di Vallasco, di Meiris, della Ruina, e quasi tutti quelli che scendono dalla catena principale, distinguonsi parimente per la costanza delle loro acque, copiose anche nell’estate e quasi sempre chiare, molto fresche e popolate da numerosi pesci. Anche nell’ottobre trovai il rio della Miniera, sebbene il suo volume fosse quasi raddoppiato, coll’acqua tutta chiara, poichè, provenendo dallo squagliarsi delle nevi o dai temporali, essa quasi tutta si purifica nei laghi.
I principali corsi d’acqua alimentati, almeno in gran parte, da nevi eterne sono la Gordolasca, il rio Meiris, quello di Lourousa ed i rami che formano il Gesso di Entraque, specialmente il rio di Monte Colomb. Anche essi hanno molta acqua tutta l’estate, e la loro portata è inoltre singolarmente regolata, sia da laghi, sia da petraie o campi di blocchi rocciosi, sotto i quali l’acqua corre per buon tratto, come nelle valli dietro ad Entraque, nel rio di Lourousa e nel bacino superiore di Meiris, nel quale s’inoltrano gli emissari dei nevati del Matto, cadenti da oltre 2900 m. Le petraie inoltre assorbono l’acqua risultante dalla neve che le ricopre nella fredda stagione. Il rio di Meiris non appare definitivamente che poco a monte del Lago soprano della Sella; quello di Lourousa solo vicino al gias Lacarot (m. 1980), e quello della Barra sotto il Prajet (m. 1800), mentre più sopra essi appaiono tutto al più per brevi tratti, lasciando però spesso sentire il loro mormorio sotto i sassi: così le petraie qui compiono quasi la stessa funzione moderatrice delle caverne sotterranee nelle regioni calcaree. Anche i boschi, naturalmente, servono a mantenere una valle umida nell’estate, come si vede per es. nel vallone del Borreone, che per profondità del rio e per costanza della sua portata è da considerarsi quale ramo terminale della Vesubia; poi anche nella Valmasca, nel cui fondo ombroso scorrono molti rigagnoli nerastri.
In media, i corsi d’acqua settentrionali delle Alpi Marittime sono comparativamente più copiosi di quelli meridionali, lo che è naturale, considerandosi l’inverno molto più nevoso, l’estate meno secca, la vegetazione più densa delle basse parti e la minore estensione che in genere detti rivi hanno da percorrere, nel tratto che sono fra i monti.
Il Tanaro, al suo sbocco nel Po, ha una portata media di circa 133 mc. al secondo, mentre nelle piene essa rimonta a circa 1700 mc.; però, in confronto a tale variabilità abbastanza grande, v’è da notare che, dopo entrato in pianura, esso si accresce di molte arterie di indole piuttosto torrenziale, talvolta importantissime, quali la Bormida. Lo stesso è da dirsi anche della Stura, che assai meno del Gesso ha il carattere di un fiume. Questo ultimo corso d’acqua, verso la fine di un’estate secca ha ancora circa 7 mc. di portata sotto a Sant’Anna, la portata del Gesso d’Entraque essendo almeno uguale. Nell’autunno e specialmente nella tarda primavera, esso appare veramente maestoso: il sig. Bodenmann, abituato ai fiumi della Svizzera, lo vide nel giugno 1890 e lo chiama uno dei più bei fiumi montani che conosca.
Tutti questi corsi d’acqua, e più ancora quelli del lato sud, hanno del resto una portata sensibilmente minore della somma delle acque che scolano nel loro bacino. Infatti, lasciano infiltrare molta acqua nel suolo sassoso ed arenoso dei loro larghi letti, ne perdono poi molta per evaporazione e per l’alimentazione dei canali fertilizzanti le basse valli e la pianura, cosicchè a Cuneo il letto del Gesso è soventi a secco.
I corsi d’acqua meridionali sono soggetti a variazioni ingenti cagionate dall’irregolarità e abbondanza delle pioggie, come anche dall’aridezza e ripidezza del suolo. Nelle Alpi Marittime occidentali, tutte francesi, costituite da roccie calcaree o da schisti molto friabili, vi sono tali torrenti perfino nelle regioni più alte: dopo forti temporali ed in seguito allo sciogliersi delle nevi, essi scorrono con rapidità veramente spaventosa, e dalle pendici rocciose si precipitano vere valanghe di acqua, che dimostrano bene i terribili effetti di un completo disboscamento. Inoltre, questi torrenti traggono seco quantità insolite di terre sciolte; in taluni, un ventesimo dell’acqua consiste in simili materie, così che essa appare tutta spessa, di colore nero come inchiostro, o rosso come sangue, o bianco come latte, o bruno come cioccolatte, secondo le rocce su cui scorre. Se già il Roja sotto a Tenda nell’autunno ha talvolta ben 10 volte più di acqua che nei mesi più caldi, non è da meravigliarsi se tali torrenti assumono talvolta un impeto pericoloso; così, nel 1892, una piena della Vesubia, fece gran danno a San Martino e nei dintorni; il villaggio di Roccabigliera ebbe più volte a soffrirne.
Il Varo inferiore, che raccoglie gran numero di rivi alpestri e di veri torrenti, ha una portata estremamente varia, secondo le stagioni. Nell’estate è sempre ancora abbastanza copioso, con circa 25 mc. di acqua, scorrente con una velocità di circa m. 1,2 al secondo e riempie forse un sesto del letto, largo da 400 a 800 metri. La portata media è di circa 40 mc., la massima, secondo Villeneuve-Flayost, di ben 4000 mc., portata assai superiore alla media del Rodano e del Reno inferiori; tuttavia non credo esagerata tale cifra, poichè il Varo, in piena assoluta, offre uno spettacolo d’una grandiosità incredibile: tutto il letto è riempito, per una profondità di almeno 2 metri, da un liquido bruno e fangoso che emana un forte odore di terra e che scorre con una velocità di ben 4 m. al secondo, facendo tremare i ponti più solidi e lasciando sentire a molta distanza il suo cupo rumore. Nelle gole del Ciaudan, dove il Varo è ristretto in un letto largo meno di 40 m., la sua velocità si aumenta talmente da essere uguale a quella di un treno ordinario.
La Tinea ha, nei tempi di magra, almeno 6 mc., il Roja 8 mc. di acqua (dei quali ben 4 forniti dal rio della Miniera); ma nelle piene sono fiumi potenti. Inutile dire che fiumi così rapidi e così variabili non possono essere navigabili, neppure con barche.
La foce di tutti i corsi d’acqua liguri, dal Varo all’Arno, assume la forma di «limani» ossia stagni di costa, prodotti dal fatto che, in tempo di basse acque, le onde del mare hanno un impeto superiore a quello del torrente, accumulando perciò le ghiaie e le sabbie davanti al largo letto di questo, cosicchè esso si espande in forma di laghetto, d’ordinario unito al mare per mezzo di un piccolo canale, mentre i limani dei rivi più piccoli ne sono talvolta affatto separati per mezzo delle ghiaie. Il Varo ed il Centa escono nel mare divisi in parecchi rami, però non hanno un vero delta, poichè ciascun ramo si termina con uno stagno. Naturalmente, nel tempo di piena gli stagni spariscono e le acque scorrono con impeto nel mare, intorbidandolo sino a parecchi chilometri dalla costa; là dove lottano contro le onde marine si formano «barre» molto alte. In sèguito alle immense quantità di materie terrose che il Varo trasporta nel mare, nei tempi di piena, le terre basse attorno alla foce del fiume si avanzano sempre più, e la linea batimetrica di 200 m., dista ben 2400 m. a sud-est della foce, mentre a Nizza è distante solo 300 m. dalla costa.—Aggiungerò che conviene distinguere i limani dagli estuarj, i quali sono pressochè limitati ai mari con forte flusso e riflusso; essi risultano dalla lotta—con forze piuttosto uguali—tra grandi fiumi e l’Oceano.
Dirò poco sulle cascate dei rivi alpestri; nelle Alpi Marittime ve ne sono di due specie. Le prime sono formate da corsi di acqua copiosi, nei punti dove la valle è sbarrata da rocce, e non raggiungono d’ordinario un’altezza molto grande: belle sono quelle della Miniera ai Conventi ed alle Mescie, della Valmasca inferiore, del Tanarello, del Nervia a Pigna, della Gordolasca sotto la Vastera Streit, e specialmente del Borreone a Ciriegia[89]. Sul lato nord, meritano menzione speciale le cascate dei rivi Meiris, Vallasco, Lourousa e del Pesio.
Assai più alte sono le cascate che scendono dalle pareti laterali o nei burroni terminali delle vallate. Sul lato sud però, esse sono d’ordinario molto piccole nell’estate, e conviene vederle nell’autunno: quella sotto il Lago Agnel, alta ben 200 m., è bellissima anche nei mesi caldi. Sul lato nord ve ne sono delle molto copiose, però il loro letto è in generale scavato profondamente nelle pareti rocciose, cosicchè non se ne può vedere bene che un certo tratto; tra le più rimarchevoli sono quelle del rivo dei Gelas, dell’Argentera, della Ruina (sopra il lago omonimo), ma particolarmente ricco ne è il vallone di M. Colomb, nel quale ogni rio ne forma delle bellissime. Quella della Valletta Grande, dietro alla Trinità (comune di Entraque), è alta oltre 400 m., e così per altezza conta ben poche rivali nelle Alpi.
Le Alpi Marittime sono singolarmente ricche di laghetti alpestri; senza contare i «gourgs» o stagni poco profondi, alimentati dalle nevi ed in parte periodici o sempre più ricolmi da materiali terrosi, se ne trovano almeno 250, dei quali ben 130 sul territorio italiano, solo fra i colli di Tenda e della Lombarda, lungo la catena principale. Le Alpi Ligustiche, che già si distinguono per le loro rocce tutte stratificate, in gran parte calcaree, e per l’assenza quasi assoluta di nevi perpetue, non ne vantano invece che pochissimi e piccoli, tra i quali quelli della Brignola e di Rascaira sono piuttosto stagni torbosi.
La superficie complessiva di tutti i laghi delle Alpi Marittime difficilmente sarà superiore ai 10 chilometri quadrati; i 13 più grandi, insieme, ne ricoprono 3. Ecco, sui più importanti di tali laghi, dei particolari presi dalle più recenti carte:
| LAGHI | lunghezza metri | larghezza metri | circonf. metri | superficie ettari | altitud. metri |
|---|---|---|---|---|---|
| Di Allos | 1350 | 700 | 3100 | 68,6 | 2237 |
| Del Basto (soprano) | 880 | 460 | 2150 | 27,8 | 2339 |
| Inferiore di Rabuons | 840 | 460 | 2800 | 25 | cª 2230 |
| Agnel | 820 | 520 | 2475 | 24,6 | 2426 |
| Lungo (Gordolasca) | 870 | 400 | 2200 | 21,3 | 2572 |
| Soprano della Sella | 780 | 320 | 1710 | 20,8 | 2328 |
| Sottano del Basto | 580 | 575 | 1520 | 15,8 | 2219 |
| Sottano della Sella | 450 | 380 | 1400 | 15,7 | 1851 |
| Della Ruina | 800 | 300 | 1800 | 15 | 1560 |
| Brocan | 460 | 420 | 1320 | 13 | 2015 |
| Negrè | 580 | 300 | 1340 | 12,5 | 2345 |
| Di las Portetas | 400 | 350 | 1100 | 12 | 2358 |
| Del Claus | 420 | 320 | 1180 | 12 | 2349 |
| Di mezzo del Basto | 400 | 380 | 1440 | 11,4 | 2280 |
| Nero della Valletta | 540 | 230 | 1340 | 10,8 | 2228 |
Vi sono poi 16 laghi che hanno tra 5 e 10 ettari, circa altri 30 da 3 a 5 ett., dei rimanenti la maggior parte almeno 1 ettaro di superficie.—Quanto poi all’altitudine sul mare, solo 9 laghi (nelle Alpi Marittime proprie) trovansi al disotto di 2000 m., i più bassi essendo quelli della Ruina e di San Grato di Gordolasca (m. 1505); ve ne sono circa 30 tra 2000 a 2200 m. ed altrettanti tra 2500 e 2600 m., quest’ultima altitudine essendo superata da circa 15 laghetti; la maggior parte però trovasi fra 2200 e 2500 metri. Fra i più elevati sono da citare, oltre al Lago Lungo: il Lago soprano dell’Ischiatour (m. 2770), quello del Balour sotto la Cima dei Gelas, i Laghi superiori di Rabuons (circa 2625 m., il maggiore misura ettari 4,3), il Lago Carbone (m. 2621, ett. 3,3) ed il Lago Gelato (ett. 3).
Noto qui che in Isvizzera e nel Tirolo pare che non ci sia lago al disopra di 2600 m., mentre sul lato italiano delle Alpi Occidentali, coperte in minor grado da nevi e ghiacci, se ne trovano 4 o 5 perfino oltre a 3000 m. (così il Lago Mongioia a m. 3092, nelle Alpi Cozie).
I laghi sono qui in maggior parte situati sia ne’ circhi terminali delle valli o vallette, sia sugli altipiani d’ordinario semicircolari o conchiformi che trovansi nel fondo o sui fianchi delle vallate; talvolta la conca è molto stretta e il lago prende una forma allungata. Sui terrazzi inferiori delle valli, ben pochi laghi hanno perdurato fin’oggi (tali il Lago sottano della Sella, quelli della Valletta, dell’Ischiatour, della Ruina), ma ve n’erano molti e grandi in un’epoca geologica assai recente, come lo dimostrano i bacini lacustri del Vallasco, del gias del Prato (Meiris), di Casterino, di Marberga, del Piz, ecc. Non è impossibile poi che la parte bassa delle grandi valli settentrionali sia stata una volta occupata da estesi laghi, come quelli della Lombardia; ma se c’erano, le tracce sono scomparse sotto le alluvioni torrenziali.
Quanto alla loro origine, i piccoli laghi alpestri appartengono all’ultima delle epoche geologiche, e sono condannati a sparire in un tempo relativamente breve, causa i materiali che i rivi e le valanghe vi accumulano man mano nel fondo; però, appunto i più grandi ed i più profondi sono situati immediatamente sotto alte catene ed alimentati da rivi molto esigui, cosicchè ci vorranno molti secoli per cambiarli sensibilmente; dei piccoli «gourgs» invece, taluni spariscono a vista d’occhio.
I laghi delle Alpi Marittime hanno raramente un bacino idrografico di oltre 4 kmq. (Lago Lungo 1,2, Lago del Basto 2,2, Lago di Allos 4, Lago Brocan 4 ½); e quelli che hanno bacino più grande (perchè alimentati da rivi importanti), ricevono quasi tutti emissari di altri laghi, con acque perciò già moderate e purificate; così il Lago sottano della Sella e quello della Ruina, i cui bacini misurano rispettivamente circa 15 e circa 13 kmq.; i rivi che li formano hanno già colmati larghi bacini a monte del lago, ora ridotti a praterie, e sboccano per mezzo di un perfetto delta che s’avanza sempre più.
Dei più piccoli laghi, taluni, di profondità molto esigua, riempiono solo piccole ineguaglianze del suolo, tra rocce montoni od altre formazioni glaciali: così i laghetti Brignola e Rascaira, i gourgs morenici dei ghiacciai della Maledìa, ecc.; altri poi si sono formati in seguito a scoscendimenti od alle alluvioni dei torrenti. Però la maggior parte dei laghetti alpestri sono chiusi a valle da una barriera poco elevata di rocce montoni, più raramente da antiche morene (come quelle del Lago della Ruina e del Lago Brocan); se con ciò è evidente la loro intima congiunzione coi fenomeni dell’epoca glaciale, non ne risulta però che siano stati scavati dai ghiacciai, e il Freshfield nota giustamente che, se questi avessero potuto scavare quei bacini per lo più molto profondi, trasportando via tutto il materiale che contenevano, non si potrebbe spiegare come quelle potenti masse di ghiaccio non abbiano neppure potuto togliere delle sporgenze poco alte delle rocce da loro lisciate.
Si dovrà dunque cercare l’origine dei bacini lacustri nella stessa struttura orografica. La profondità dei detti laghi è, infatti, abbastanza ragguardevole, ma finora non pare che sia stata misurata (eccetto che pel Lago d’Allos); sotto questo riguardo, è curioso che quasi dappertutto ove tali laghetti si trovano, la loro profondità sia considerata dai montanari quale immensurabile; le stesse fiabe circolano sullo Scaffaiolo e su certi laghi della Foresta Nera e dei Tatra. Nei Laghi di Valmasca, nel Lago Lungo, nel Lago soprano della Sella non mancano tratti di 3 a 10 m. di profondità già immediatamente sotto la riva, ma la massima, nel mezzo, difficilmente supererà i 20 o 30 m.; al Ghigliotti i valligiani dissero che quella del Lago della Ruina era di 120 m., cifra certamente esagerata. Il fondo costituisce quasi sempre un piano melmoso, pressochè uguale, interrotto soltanto qua e là da frane e più spesso da blocchi rocciosi.
La maggior parte dei laghi è alimentata da rivi che ne escono poi, d’ordinario, assai più copiosi, causa il lento scolare delle acque accumulatesi nella bassa stagione, talvolta anche causa sorgenti sotterranee; non mancano del resto—almeno nell’estate—i laghi che non hanno affluente o emissario, talvolta nè l’uno nè l’altro. Già sopra accennammo all’importantissima e felicissima influenza moderatrice e regolatrice che quei laghetti esercitano sui rivi alpestri, formando magazzeni di acqua per la stagione secca e ritenendo gran numero di materie terrose che aumenterebbero l’impeto devastatore dei torrenti.
La temperatura dei laghi varia molto secondo la grandezza, la profondità, l’altitudine, ecc. Trovai in un pomeriggio d’agosto quella dei laghi della Valle dell’Inferno pressochè uguale a quella dell’aria (però era un giorno molto mite; la temperatura del Lago Lungo superiore vi era di + 11° C.); un po’ superiore il 22 ottobre 1894 (quasi 0° nell’aria, mentre il Lago dell’Olio ne aveva + 2°). I più grandi laghi non si congelano che a parecchi gradi sotto zero; sopra i 2200 m. essi rimangono liberi d’ordinario per 5 o 6 mesi; molti però ritengono il ghiaccio sino nel maggio o nel giugno (così perfino il Lago sottano della Sella), il Lago Lungo spesso da ottobre a luglio, e parecchi più piccoli si congelano ogni notte e non sono mai affatto privi di ghiaccio, quali il Lago Gelato superiore (sopra la Valmasca), il Lago di Larè ed il piccolo Lago Bianco (m. 2328, ett. 1,4) che s’allarga dietro una grande morena sotto il ghiacciaio del Clapier, portando molti «icebergs» nell’agosto. Il 28 settembre 1893 esso era tutto ghiacciato.
Soltanto nei più bassi laghi, non molto profondi (così i Laghi Lunghi, il Lago di Fontanalba), trovai ancora piante di acqua, alghe, potamogetoni, ecc., mentre le rive ne sono talvolta paludose, con sfagni, giunchi, eriofori, primule, ecc. In molti laghi, specialmente in quelli settentrionali—nei quali la pesca è riservata a S. M. il Re—si trovano numerose le trote di grandezza notevole (perfino nel Lago delle Finestre, a 2271 m.); in altri sono numerosissime le rane (R. esculenta), specialmente nei Laghi Lunghi dell’Inferno, mentre più in alto alimentano ancora ditici, radiolarie ed infusori. Secondo il Purtscheller, il Lago Lungo di Gordolasca (2572 m.) sarebbe ancora popolato da pesci!
Circondati dalla più orrida e desolata natura alpestre, quegli specchi così solitari e tranquilli hanno una bellezza tutta speciale, quasi affascinante, dovuta specialmente al contrasto del loro piano trasparente colle creste oltremodo frastagliate e tormentate, colle squallide petraie tutt’all’intorno, poi alla singolare chiarezza della loro acqua che quasi vi suggerisce la voglia di precipitarvisi. Nessuno di questi laghi rassomiglia affatto ad un altro per forma, colore, grandezza o fisionomia; eppure se ne incontrano spesso oltre a 10 nello spazio di un giorno, e se ne vedono in complesso da 15 a 20, da parecchi belvederi, quali il Bego ed il Tinibras.
Il colore di uno stesso lago è sottoposto a grandi variazioni secondo il punto di vista, la profondità, la luce, la stagione, ecc. D’ordinario, esso è più o meno verde, mostrando—se le acque sono poco profonde—tinte pallide e grigiastre od il verde chiaro dei prati, mentre i laghi più ragguardevoli hanno un bellissimo colore di smeraldo od appaiono molto scuri; taluni sono quasi neri, come il Lago Negrè e quello della Valletta; altri sono chiari lungo le sponde, mentre, col rapido aumentare della profondità, diventano sempre più cupi verso il centro, cosicchè sembrano occhi; infine ve ne ha con tinte azzurrognole e pochi—alimentati dai nevati—appaiono biancastri, cioè con un liquido latteo diffondentesi tra il verde puro dell’acqua, come nel Lago Bianco di Peirabroc. La predominanza delle tinte verdi è certo meno dovuta al colore del fondo (questo è in generale grigio e nerastro, con numerosi massi bruni o rossastri) che alla purezza dell’acqua, la quale contiene pochissimo acido carbonico, che in maggiore quantità le darebbe una tinta azzurra e più fosca, e manca quasi affatto di materie organiche, le quali la renderebbero piuttosto grigia o bruna. Naturalmente i colori dei laghi appaiono più intensi con bel tempo e con calma perfetta; quando il sole non batte direttamente sulla loro superficie, facendola scintillare come oro, essi rispecchiano in modo stupendo i loro dintorni; quando invece il vento vi solleva striscie bizzarre o piccole onde, essi appaiono cupi ed incolori.—Sembra pure che questi laghi guadagnino molto ad essere visitati sul cominciare dell’estate, quando c’è ancora molta neve nei dintorni. Il Purtscheller, che ne vide parecchi nel giugno 1890, vi trovò una varietà di colori che non hanno più nell’agosto. Il Lago Brocan—che io vidi verdastro, in parte intorbidito dai rivi che scendevano dai nevati—lo descrive come brillante in tutti i riflessi, dal verde profondo della malachite al più splendido azzurro; sulla sua acqua chiara come cristallo galleggiavano ancora pezzi di ghiaccio. L’azzurro del Lago della Ruina (verde invece nell’agosto) sembrava quello del vetriolo, ed il meraviglioso Lago superiore di Rabuons era di colore celeste chiaro. Però, in ogni stagione e con ogni tempo, queste gemme liquide e viventi costituiscono il più bell’ornamento delle alte montagne, così meste e selvaggie.
Già il Freshfield accennò sul lato ovest della Cresta dell’Argentera, tra le Cime di Nasta e del Baus, un bel laghetto non segnato su alcuna carta; io ne trovai poi tre alla sommità del Vallone di Meiris (sotto il nevato del Matto), di cui l’inferiore (circa m. 2450) ed il superiore (circa m. 2600) mi sembrava che misurassero almeno 1 ettaro; però essi, come parecchi altri meno importanti, non si vedono sulla nuova carta. Coolidge parla di una bella distesa di acqua sotto il Lago Agnel e (sulla carta aggiunta) segna un lago di ben 15 ettari a sud del rio dell’Agnel; ma deve essersi sbagliato, poichè un lago di qualche estensione ivi non esiste; ve n’è invece uno non troppo piccolo fra il lago principale ed il Colle dell’Agnel.
In molti luoghi, i laghi sono riuniti in gran numero, formando gruppi o lunghe schiere, quali i 9 laghi della Valle dell’Inferno, i 6 settentrionali ed i 6 meridionali di Fremamorta, ecc.; talvolta ve ne sono parecchi a poca distanza l’uno dall’altro, riuniti per mezzo di un rio e formando così una catena.—Il più bel gruppo è quello dei tre Laghi del Basto, distanti appena 500 m. tra loro, ma con sponde rocciose, talvolta a picco e sempre malagevoli da percorrere; sulla sponda est del lago inferiore crescono ancora bei larici, mentre attorno a quello superiore non vive pianta legnosa, se non qualche piccolo rododendro; il bacino piano a meriggio ed il terrazzo orientale sono però coperti da erba.
Il Lago soprano è veramente maestoso, specialmente visto dal detto terrazzo; il vasto circo che esso occupa sembra un immenso cratere, e la ripida cresta occidentale offre l’aspetto più fantastico che si possa immaginare.
Pochi sono i laghi dai dintorni ameni ed agresti, quali il Laghetto di Fontanalba, il Lago Verde (nella stessa valle, con un isolotto coperto di piante), il Lago di San Grato. Fra i più grandi, si potrebbe aspettare una natura più mite e più ricca attorno al Lago della Ruina, a soli 1560 m. sul mare, ma esso ha ora sponde squallide e nude, con flora piuttosto alpestre, mentre altre volte vi crescevano boschi di alto fusto, come ci dimostrò un grande tronco giacente nell’acqua; però, sul lato sud s’innalza una scoscesa barriera di rocce, coperta da fresche boscaglie ed ornata da bella cascata, rendendo così molto pittoresco il paesaggio.—Assai più ameno è il Lago sottano della Sella, il più bello nel suo genere in queste Alpi; di forma quasi rotonda, attorniato in parte da praterie, sulle quali v’è una piccola capanna, in parte da più erte pendici e da rocce montoni, coperte da bei gruppi di larici, esso è dominato da ripidi e cupi monti, fra cui si presentano imponentissime le piramidi del Matto, ricco di nevi, e del suo contrafforte settentrionale; l’insieme costituisce un quadro affatto placido ed idillico; visto dall’alto, il lago sembra di velluto verde scuro.
L’impressione più indimenticabile però l’ebbi dal Lago Lungo, il più grande delle Alpi a tale altezza (m. 2572), rinserrato fra due erte creste di roccia bruna dalle forme più orride e circondato da petraie quasi prive perfino della più umile flora. Nel fondo, specialmente dal lato della Punta della Maledìa, piccoli nevati scendono lentamente alla sponda spingendosi poco a poco nell’acqua, finchè dalla loro estremità ghiacciata si staccano piccoli icebergs, la cui parte immersa mostra il più splendido azzurro, mentre la cappa superiore è bianca o grigia, il tutto contrastando stranamente col verde scuro delle acque profonde. Dalle sponde si ha una estesa vista sopra i monti lontani imboschiti o soleggiati, sino al mare: pochi saranno i punti dove si possa contemplare nello stesso tempo il caldo Mediterraneo ed un tale oceano polare in miniatura.
Fra tanti laghi primeggia sotto ogni rapporto il Lago di Allos, sul territorio francese, nel dipartimento delle Basses-Alpes. Il Ball lo descrive quale uno dei più grandi e profondi delle Alpi Francesi, quasi rotondo, con una circonferenza di quasi 4 miglia inglesi; il Mont Pelat s’innalza nel modo più superbo dal lago. Non c’è forse parte delle Alpi più selvaggia e così chiusa come la valle ove si trova; i monti circostanti sono coperti di neve e di parecchie conifere intristite, accanto a grandi precipizi ed a profondi burroni. Il Coolidge dice seccamente che il lago è povera cosa in confronto a quello che fanno supporre le descrizioni delle guide. Tale giudizio deve risultare da aspettative esagerate in quanto concerne la grandezza del lago e l’altezza dei monti circostanti; infatti, il giro del lago è ben minore di 5 a 6 chilometri; poi il Monte Pelat (m. 3053) è distante quasi 3 chilometri dalle sue sponde, essendone separato da un vallone abbastanza profondo, e fra le cime che dominano immediatamente lo specchio, la più alta—les Grandes Tours du Lac (m. 2745)—è distante ancora 1 km. È vero però che il Lago d’Allos, in tutte le Alpi occidentali franco-italiane (senza però contare le colline lungo le pianure del Rodano e del Po), non ha per grandezza che 6 rivali, dal Lago di Ginevra a quello del Moncenisio; in tutta la regione alpestre delle Alpi, poi, soli 6 o 7 laghi sono più grandi, nessuno dei quali però trovasi ad oltre 2000 m. d’altezza; tutti i laghi dei Pirenei e dei Tatra sono, a quanto pare, più piccoli. Da ciò non è da dedursi che il Lago d’Allos sia di grandezza straordinaria; è maestoso anch’esso, ma di una maestà tutta differente, risultando dall’attonimento di vedere, frammezzo ad erte creste che sembra abbiano appena posto per strette chiuse, una piana estensione di acqua, lunga una buona mezz’ora di percorso. Quanto influisca, del resto, l’aspettativa, lo si vede dal fatto che lo stesso Coolidge chiama magnifico il Lago Agnel, il quale non è descritto in alcuna guida; ma, per bello che sia, è certo inferiore a quello di Allos per grandezza, varietà delle attrattive e perfino per l’altezza relativa dei monti circostanti.
Il Lago di Allos è dominato in parte da ripide pendici e da rocce a picco che si ergono sino a 180 m., ed in parte (ad ovest specialmente) da declivi più dolci, ricoperti da erbe offrenti nel giugno una magnifica flora. Oltre a 6 o 7 sorgenti minori esso è alimentato da un rio lungo quasi 2 km. che vi si immette dal lato sud; non ha emissario apparente, ma a poca distanza ad ovest esce dal monte, a 60 m. sotto il lago, la copiosissima sorgente del Chadoulin, affluente del Verdone; i valligiani credono che anche la grande sorgente del Varo, assai più distante, ne sia alimentata, basandosi sul fatto che il Varo, come il Chadoulin, s’intorbidisce subitaneamente, quando frane o valanghe cadono nel lago.
La profondità massima è di m. 42,5, la media di metri 12, ciò che corrisponde ad un volume di acqua di quasi 83.000.000 di mc. Si ebbe il progetto di ricolmare parte del lago per alzarne il letto, coll’intento di aumentare la sua estensione e di procurargli un emissario visibile, il quale avrebbe forniti 2 mc. al secondo al Verdone ogni estate, durante un mese. Il lago è popolato da trote rinomate; sulla sponda ovest v’è una capanna da pescatore.
5) Vegetazione.
Secondo la «Flore analytique du département des Alpes-Maritimes» di Ardoino, il lato meridionale delle Alpi Marittime, sopra uno spazio di 4500 kmq., possiede non meno di 2466 specie di piante vascolari selvatiche, che si ripartiscono sopra 708 generi e su oltre 120 ordini. Detta cifra è ancora molto inferiore alla somma di tutte le specie delle Alpi Marittime, poichè l’Ardoino seguì un metodo molto sintetico, trascurando anche qualche specie e specialmente molte varietà interessanti; poi il bacino della Duranza, il lato nord e le Alpi Ligustiche possiedono un gran numero di piante che non crescono nella regione da lui descritta; nella sola «Guida» del Dellepiane sono menzionate, tra il Roja, il Tanaro ed il Centa, 50 specie non figuranti nel detto libro. Neppure 45 specie citate da Ardoino sono rarissime, mentre 35 si sono inselvatichite in un tempo piuttosto recente.
Nell’Europa, ed in genere all’infuori di qualche paese tropicale, difficilmente si trova un altro distretto così piccolo che possieda così gran numero di specie; tutta la Lombardia e la Sicilia, contrade vaste e molto ricche di vegetazione, ne hanno poche di più, e la Svizzera non ne ha che 2213.
La ragione della straordinaria ricchezza botanica delle Alpi Marittime è da cercarsi: 1º nella riunione di tutti i climi, dal subtropicale al polare, in una zona larga appena 45 km.;—2º nella intima congiunzione della regione tiepida o subtropicale avente due grandi divisioni del regno florale del Mediterraneo (l’Italia e la Spagna, colla quale è congiunta la Provenza) colla regione fredda o polare del più grande ed alto sistema montuoso dell’Europa centrale, al quale poi ivi si unisce altro sistema importante (quello degli Appennini);—3º nella struttura orografica molto complicata, che favorisce sia l’isolamento che la diffusione delle specie, mentre, unita col clima piuttosto secco, essa produce una estrema varietà tanto di luoghi chiusi, umidi, bene irrigati, quanto di alture aride, soleggiate ed apriche;—4º nell’incontro dei bacini del Rodano e del Po, ricchi ambidue di specie appartenenti schiettamente alle regioni temperate (Europa centrale);—5º nel disboscamento, che lasciò molto spazio libero, specialmente per le piante che amano la siccità, poi per le specie avventizie.
Le Alpi Marittime si possono suddividere in più zone vegetali: generalmente se ne contano tre; quella litorale o mediterranea (sempreverde), quella montana, e quella alpestre, potendosi inoltre distinguere una zona di collina o submontana, poi una subalpina. Sul lato nord manca affatto una zona mediterranea, ma quella di collina è più distinta dalla montana che sul lato sud. Inutile dire che queste zone non sono limitate esattamente da linee altimetriche, variando invece molto la loro estensione in verticalità secondo l’esposizione, i venti dominanti, la topografia, ecc. Così le cifre proposte da Ardoino non hanno che un valore approssimativo: egli limita la zona litorale con una linea distante 12 km. dalla costa, eccettuandone i posti alti oltre a 800 m., i quali fanno parte della zona montana, come pure tutto il resto del paese sino ai 1600 m. di altitudine.
Tralasciando di occuparci della vera zona litorale, la cui flora poco invade la regione montuosa che costituisce l’esclusivo argomento di questa pubblicazione, fermiamoci a dire alcunchè del limite superiore della regione mediterranea che ci porta già a qualche centinaio di metri sul livello del mare.
Sull’estensione di tale limite mancano dati precisi pei monti di Mentone e San Remo, come per le valli della Nervia e della Bevera; probabilmente questi sono i luoghi dove essa raggiunge il suo massimo di altitudine. I cespugli delle macchie, sui monti dietro a Nizza, non salgono oltre 700 od 800 m.; fra gli alberi forestali, il Pinus pinaster sul Monte Cima tocca 875 m., e nella sua forma più piccola e più resistente al freddo circa i 1050 m. a nord di Grasse, mentre ivi il lauro ed il rosmarino rimontano fino a 600; le querce sempre verdi col ginepro ossicedro e l’ulivo sino a circa 750, il pino d’Aleppo sino a 800 m. L’ulivo, che può sopportare un freddo sino a 15 gradi senza che il tronco perisca, rimonterebbe sino a 780 m. vicino a Nizza, secondo Daum; è questa circa l’altitudine che esso raggiunge a Utelle e sul lato est del Colle di Braus.
Le lunghe vallate, massime quelle orientate da ovest ad est, se sufficientemente protette dai venti del nord, sono particolarmente favorite dal clima, così le valli della Bevera inferiore, del Varo medio (l’ulivo giungendovi sino alla chiusa di Gueydan, a 75 chilometri dalla costa), dello Sterone e dell’Arroscia. In genere, le vallate conservano una flora mediterranea sino a grande altezza nei siti ben riparati, nelle strette chiuse e sui colli che li dominano; così la Val Vesubia sino allo stretto di Lantosca (m. 500) la Val Roja sino alla Gola di Gaudarena, ecc. Sugli alti monti isolati che s’innalzano dietro alla costa, specialmente sopra Mentone, e sulle pendici esposte ai venti sopra le valli dirette a meriggio, la flora montana e perfino la subalpina scendono molto basso, mescolandosi stranamente colla mediterranea, cosicchè ne risulta una varietà straordinaria di vegetali.
Nella Val Roja, esposta alla tramontana verso il suo sbocco, le piante caratteristiche della Riviera cessano ben presto, i limoni e le palme non rimontando che sino al primo stretto dietro a Ventimiglia; l’arancio prosegue sino a Bevera; l’eucalitto, insieme al mirto, al rosmarino, al fico d’India, ecc., sino ad Airole (130 m., 12 km. dalla costa); il lauro, il leandro, la quercia sempre verde sino a San Michele (140 m., 3 km. più in là); il pino nero o marittimo (P. Pinaster) quasi sino a Giandola (380 m.), mentre quivi cresce ancora sul lato orientale una piccola foresta di pini bianchi o d’Aleppo (a 400 m.), la quale specie, secondo Raiberti, sarebbe stata usata per rimboscare le pendici sotto a Venanzone (900 a 1100 m.) nella Val Vesubia, il che ci pare dubbioso.
Nel giardino ben riparato della Causica (m. 450), a Fontana (34 km. dal mare), crescono all’aperto il lauro, il rosmarino, l’arancio (senza però maturare), il leandro, il mespilo del Giappone, ecc. Sul lato est trovansi qui gli ultimi ulivi della valle (600 m.), mentre a nord-ovest, tra la gola di Gaudarena ed il villaggio di Berghe, se ne trovano insieme a fichi sin quasi a 800 metri: vidi perfino un ulivo isolato con frutti sul territorio di Tenda, in un seno roccioso molto riparato a nord di Gragnile, a 809 m. sul mare.
Fra le specie mediterranee della Gola di Gaudarena, rimontando fin verso 800 m. sotto a Berghe, sarebbero ancora da menzionare l’Ostria, lo Spartium junceum che fiorisce ancora a Briga, l’Inula viscosa, l’Erica arborea e scoparia, l’Euforbia nicænsis, qualche cespuglio di lauro, vari citisi e cisti (specialmente il C. salvifolius), ecc. Il cedro di Spagna (Juniperus oxycedrus), che forma spesso un piccolo albero, trovasi sino a 1000 metri, a nord-ovest di San Dalmazzo di Tenda, ed a nord di Briga; dietro il piano di Tenda, su di una pendice scoscesa e calda (850 m.) esso cresce insieme ad alcuni alberi di vita (Thuya orientalis) ivi piantati ed a esemplari nani del Quercus ilex, di cui ne prosperano invece due colossali, con tronchi da metri 3 a 3-½ di circonferenza e con rami molto estesi, davanti al monastero di Cimella sopra Nizza, e trovansi alberi secolari di questa specie ancora perfino a Courmettes sopra Vence (850 m.). Sotto le arcate della strada maestra, a quasi 800 m., prima di giungere a Tenda, vedonsi pochi esemplari dell’Arundo donax, la quale più in giù nella valle non vedemmo che ben sotto Breglio (a 200 m.); sino a Briga rimonta poi l’Osyris alba; sino a Tenda e sul lato sud della Colla di Briga il Centranthus ruber, fiorente quasi tutto l’anno, e nell’ultima delle dette località, come anche oltre a 1000 m. vicino a Gragnile, incontrasi un bellissimo cardo (Echinops ritro), il quale sale ai 1200 m. dietro a Grasse. Il fico cresce a Briga (m. 770), selvatico incontrasi fin sulla Colla di Briga e, sotto una roccia riparata, vicino a Canaresse (m. 1017), un po’ a sud di Vievola. Pesche e mandorle maturano a Tenda (800 m.) verso la fine di ottobre.
La regione montana, nel suo insieme, comprende circa 1450 specie di piante. Nelle vallate, il sostituirsi della flora montana alla mediterranea è segnalato specialmente dai prati, dalle file di alberi a foglie caduche e dalla mancanza ormai quasi assoluta delle colture arboree sui terrazzi costrutti lungo le scoscese pendici. Ma non v’è, nella parte meridionale delle Alpi Marittime, una zona continua di foreste a foglie caduche, predominando invece le conifere dalla costa al limite della vegetazione arborea, specialmente nei grandi ed antichi boschi. Però tali boschi, nella regione montana, cominciano d’ordinario a discreta altezza sopra il fondo delle vallate, caratterizzati da gruppi di alberi verdi solo nella calda stagione, i quali con poche eccezioni non escono dalla zona submontana, potendosi così denominare questa la regione del castagno e della quercia, mentre l’albero più comune della vera zona montana è il pino selvatico (sul lato nord invece il faggio).—È notevole che il castagno sul lato meridionale non scende così basso come la maggior parte degli altri amentacei, mentre nello stesso tempo sale più in alto che quasi tutti. Il Risso menziona 38 varietà di questo albero, tanto magnifico quanto utile, e che ivi deve esistere dai tempi più remoti, essendosene trovati residui fossili. Sebbene esso non cresca in generale che nei terreni primordiali o schistosi, non è raro qui anche in parecchie regioni calcaree, mancando però quasi affatto all’altipiano giurassico a nord di Grasse; verso Nizza, lungo il Varo, pare che non si trovi sotto ai 350 m. Nella Val Roja, esso non diventa comune che da Saorgio in su, colla disparizione dell’ulivo, ed è dapprima piantato sopra terrazzi artificiali, mentre attorno a S. Dalmazzo, e specialmente nella bassa Valle delle Miniere, trovasi in folte foreste e cresce perfino su pendii rocciosi; nella valle principale, esso cessa già, cogli schisti permici, a 750 m. tra San Dalmazzo e Tenda, non incontrandosi più in alto che un piccolo gruppo dietro a questo borgo, mentre se ne trovano nella Val Levenza sino a Marignol (1000 m.) ed in quella della Miniera sino ai 1020 m.; a nord-ovest di S. Dalmazzo, nella regione degli Spegi, esso albero rimonta perfino a 1250 o 1300 m., raggiungendo un’altitudine simile anche vicino alla Bollina (comune di Valdiblora). Spesso se ne vedono in queste valli degli esemplari maestosi con una circonferenza di 4 a 6 metri.
Il nocciuolo, il bosso, il Rhus cotinus crescono in questi boschi, accompagnati da felci, ginestri (Genista germanica, mantica, sagittalis), da grandi umbellifere (Angelica silvestre, Peucedanum cervaria), da talune piante rampicanti (il luppolo, l’edera, la clematite, ecc.) e da fiori ed erbe più o meno comuni (Malva moschata, Geranium silvaticum, Odontites lutea, Melampyrum nemorosum, Dantonia provincialis, ecc.) L’edera, sulle rocce a nord-ovest di Tenda, rimonta sino a 1050 m., e si trova anche sul lato nord a Demonte (m. 800).
Mentre il castagno è stimato pel prodotto dei suoi frutti, e perciò raramente soccombe al disboscamento, gli altri alberi forestali della zona submontana sono diventati ben rari. I pochi boschi a foglie caduche che ivi si trovano sono quasi tutti di origine recente, dovuti ad un pur troppo scarso rimboscamento; se ne trovano sui due lati di Val Roja vicino a Breglio ed a Giandola, nel bacino del Varo medio, ecc. Molto diffuso è dappertutto l’Ailanthus glandulosa, albero giapponese dalle foglie simili a quelle della robinia pseudo-acacia; esso cresce rapidamente anche sul suolo più ingrato, per esempio sugli aridi macereti calcarei dietro a Tenda, sino a 1000 m.
La quercia (Q. pubescens Willd) forma, insieme agli stessi cespugli che crescono nei boschi di castagni, delle folte ed estese boscaglie, di apparenza ancora giovani, sugli aridi altipiani tra Grasse e la gola del Loup, in Provenza; è poi comune sulle pendici superiori di Val Roja sopra Fontana, rimontando sino ai 1100 m. dietro a Gragnile; però, gli alberi quivi sono molto distanti tra loro ed hanno rami piccolissimi, taluni essendone affatto privi, causa probabilmente la rapacità della popolazione; la pianta ridiventa poi comune nelle Alpi Ligustiche, verso Albenga. E sotto a questa quercia che s’incontrano specialmente i tartufi. Più raramente trovansi le due altre specie o forme di quercia dell’Europa centrale (Quercus sessiliflora Sm. e Q. pedunculata Ehrh).
Ancora più raro è il tiglio (Tilia silvestris Desf.), se non piantato sulle passeggiate; esso s’incontra selvatico nelle gole di Saorgio, nella parte inferiore della foresta del Siruol (Val Vesubia, ad oltre 1000 m., ove se ne trovano esemplari colossali), e nella foresta del Piné sopra Briga (1450 m.).
L’olmo (Ulmus campestris) nella zona montana spesseggia sulle piazze pubbliche dei villaggi, da Nizza a Tenda, non incontrandosi però in istato selvatico, almeno nella Val Roja, mentre abbonda nelle vallette nizzardi. In pochi luoghi vedonsi boscaglie di pioppi (P. tremula) o gruppi di aceri (A. campestre: sopra la gola di Gaudarena, ecc., qua e là sino ai valloni del litorale).
Il faggio è abbastanza diffuso in quella zona, da Tenda in su, ma sparso in generale nelle foreste ed abbondante solo in pochi siti, come la valle delle sorgenti di Berthemont, sopra Roccabigliera; è invece comunissimo nell’alta Provenza, cominciando dai monti a nord-ovest di Grasse, poi di nuovo nelle Alpi Ligustiche, ove se ne trova un bel bosco sul Monte Ceppo (fin verso i 1500 m.), mentre più ad oriente esso sostituisce man mano affatto il pino selvatico, quale albero principale delle foreste montane.
Lungo i corsi d’acqua delle vallate più larghe (raramente sopra i 1000 m.) corrono fitte, ma semplici o tutto al più doppie file di vari alberi, specialmente pioppi (P. tremula, alba, nigra), ontani (Alnus glutinosa, incana), frassini (F. excelsior), carpini, ailanti e salici (S. alba, fragilis, caprea), ai quali unisconsi nocciuoli, clematidi e diverse erbe abbastanza alte; nella fresca ombra crescono talvolta anche piante delle foreste subalpine, cosicchè trovai attorno a Tenda (800 m.), la fragola, la genziana cruciata e l’aconito napello.
Le piante che nella regione montana compongono i prati o crescono lungo i rivi, sono più o meno comuni in tutta l’Europa, e così anche le erbe che si trovano nei luoghi coltivati o sulle macerie; ci basti dire che in tutte queste località la flora è singolarmente svariata. I prati, perfino nell’agosto (molto meno florido del maggio), sono smaltati di fiori bianchi (Daucus carota, Achillea millefolium, Leucanthemun vulgare), gialli (Ranunculus acris), rosei (Onobrychis montana, Trifolium pratense), violacei (Medicago sativa, Campanula persicifolia, Prunella vulgaris), ecc. Nei luoghi fangosi e sulle sponde dei rivi crescono, tra arbusti di salici, erbe rigogliose, quali il Petasites officinalis con foglie larghe sino a 1 metro, la Mentha aquatica, l’Eupatorium cannabinum, grandi umbellifere (Peucedanum venetum, Oenanthe peucedanifolia), Lythrum salicaria, Vincetoxicum officinale (molto più grande che nei luoghi aridi), diverse Felci e l’Equisetum ramosissimum. Mancano invece quasi affatto le piante palustri, causa la rarità e l’esiguità dei luoghi proprii al loro sviluppo, non trovandosi quasi piccole paludi che sugli altipiani giurassici a nord di Grasse.
Più importanti sono le formazioni siepiformi lungo le sponde inferiori delle vallate submontane, specialmente sulle pendici che separano tra loro i terrazzi coltivati: esse si compongono di una grande varietà di arbusti, d’ordinario strettamente intrecciati; predominano le rosacee, quali Rosa sphærica, R. sepium, ecc., Rubus discolor, Prunus spinosa, Cratægus monogyna, Cotoneaster vulgaris, poi i sambuchi (S. nigra, S. ebulus), il Ligustrum vulgare, il Cornus sanguinea, il Ginepro, varj Salici; aggiungonsi parecchie piante rampicanti (Clematis vitalba, Aristolochia clematitis, Bryonia dioica) e varie erbe molto grandi (Campanula, rapunculus, Galium aparine, Artemisia vulgaris, Vicia sepium, Ægopodium podagraria, Calamintha clinopodium, Urtica dioica, varii cardi, ecc.).
Quanto poi alle piante coltivate della zona submontana, la principale è la vite, allo sviluppo della quale il clima ed il suolo sono molto propizi, eccetto nei luoghi troppo secchi. Se la viticoltura qui non ha, a dir vero, che un’importanza puramente locale, ci sembra dipendere meno dalla natura del paese che dall’inesperienza dei contadini e dall’insufficienza dei loro mezzi; pure vi hanno anche qui vini rinomati, quali il vino di Bellet (territorio di Nizza), quello di Cosio d’Arroscia, la cui vite alligna a 760 m. sul mare, ecc. Nel dipartimento delle Alpi Marittime si calcolò che verso il 1890 la superficie delle terre piantate a viti era di pressochè 9700 ettari. La vite è quasi del tutto limitata alla zona submontana; sul lato sud della Colletta di Briga si coltiva sino a 1000 m. sul mare, e dietro a Gragnile sino a circa 1050 m. Fra le piante che qui abitualmente l’accompagnano, talune non escono dai colli vicino al mare; così il Phytolacca decandra, il Melagrano ed il Mandorlo, tutti e tre inselvatichiti; il Physalis alkekengi rimonta sino al vallone di Rio Freddo vicino a Tenda.
Fra i cereali il più comune è il frumento (Triticum vulgare), che rimonta, in luoghi riparati, sin verso i 1300 m.; ben pochi comuni però ne fanno un raccolto bastante pel proprio consumo.
Gli alberi fruttiferi più importanti sono: il gelso bianco (però non molto diffuso nelle vallate meridionali), che insieme al pero nella Val Roja rimonta sino a 850 m.; il noce, di cui robustissimi esemplari trovansi tra 1000 e 1200 m., nella Val Vesubia secondo Raiberti sino a 1300 m., insieme al melo che sul territorio di Tenda non si vede al disopra di 1125 m. (nel vallone di Rio Freddo); infine il pruno, abbondantissimo nelle vallate e sugli altipiani della Provenza sin oltre a 1000 m., ed il ciliegio che rimonta a 1300 m., e perfino a 1550 m. nei valloni di Casterino e di Rio Freddo, ove però sembra che ben raramente il frutto maturi.
Assai più originale di quella dei luoghi umidi e coltivati è la flora dei luoghi aridi in tutta la zona montana, il suo carattere essendo ancora in gran parte meridionale, assai differente dalla flora montana delle Alpi Settentrionali. Le formazioni di cespugli delle macchie litorali distinguonsi specialmente perchè prevale d’ordinario una sola specie: è sopratutto abbondante il nocciuolo, che, limitato nella zona litorale ai posti più ombrosi ed umidi, quivi invece riveste le pendici soleggiate non troppo sassose; lo si incontra spesso perfino a 1500 m. sul mare, però al disopra di 1200 m. abita di preferenza i boschi; eccezionalmente lo vedemmo sul lato nord del vallone di Rio Freddo, formante boscaglie sino ai 1600 m. Nei luoghi molto aridi lo surroga un ginestro (G. cincrea) dai rami grigiastri e sfilati, con foglie piccolissime, mentre il Sarothamnus scoparius, più grande, è assai più raro, abbondantissimo però nella Provenza. Il bosso (Buxus sempervirens) è comune sul lato settentrionale dei monti di questa zona: nella foresta del Siruol (Val Vesubia) se ne trovano esemplari di straordinaria grandezza. Veramente caratteristico è questo vegetale pei Carsi o altipiani calcarei di Caussols, a nord di Grasse, ove cresce tra 1050 e 1200 m. (nella Valle della Miniera sino a 1100 m.). Il sommaco o albero a parrucche (Rhus cotinus), talvolta abbastanza elevato, riveste specialmente pendici rocciose col suo fogliame verde-chiaro nella primavera e rosso di fuoco nell’autunno; abbonda già nelle aride foreste della zona litorale, ma specialmente nelle gole del Ciaudan (Varo) e di Gaudarena, rimontando attorno a Tenda e dietro a Briga sino ai 950 m. Similmente diffuso è il Prunus mahaleb, comune nei boschi sassosi della regione di collina.
Le erbe, che nei luoghi più secchi prendono il posto degli arbusti, hanno qui un carattere simile a quelle crescenti nei luoghi analoghi della zona litorale, ma costituiscono in gran parte specie differenti; quasi tutte sono aromatiche e profumate. Le più diffuse sono: Iberis umbellata, Anthyllis vulneraria, Laserpitium gallicum (abbondante sino ai 1400 m.), L. siler, Pimpinella magna, Eryngium campestre, Cephalaria leucantha, Carlina vulgaris, C. acanthifolia con fiori di 18 cm. di diametro, simili a piccoli soli; Inula montana, Anthemis tinctoria, Artemisia campestris, A. absinthium (abbondante sino ai 1500 m. e ricercato per la distillazione del vermouth), A. camphorata, Linaria striata, Globularia vulgaris, Alchemilla vulgaris, numerosi liliacei, il graminaceo Lasiagrostis calamagrostis, e sopratutto molte labiate, quali la Calamintha nepeta, il Timo volgare, ecc.
Sulle scoscese rocce crescono specie di Rosa, Rubus e Prunus, l’Amelanchier vulgaris, l’Acer opulifolium, ecc.; ma l’arbusto più interessante di tali rocce è un grande ginepro (Juniperus phœnicea) simile ad un cipresso e che, comunissimo sulle rupi del litorale, abbonda sulle calde rocce calcaree attorno a Tenda, rimontando perfino a circa 1420 m. sul lato nord del Vallone di Rio Freddo (sulla Rocca di Turno), mentre sull’altro lato a simile altezza cresce già il larice, incontrandosi dunque qui le conifere della Siria e della Siberia. Fra le altre piante rupestri citeremo: la Pæonia peregrina con grandissimi fiori rosei (sui caldi monti tra 900 e 1300 m.), l’Hesperis laciniata, la Pimpinella saxifraga, il Lilium pomponium, l’Allium pulchellum, diverse specie di Sedum e di Sassifraghe, ecc. Infine, sarebbero da menzionare parecchie specie che predominano specialmente nei boschi di pini, rimanendo limitate quasi affatto alla regione submontana; tali sono il Cistus salvifolius, il Cytisus hirsutus, la bella Colutea arborescens, l’Ilex aquifolium (non comune), la Daphne laureola, la Vinca minor, l’Asfodelo cerasifero, varie orchidee, ecc.
Nella zona montana superiore, solo i boschi e le formazioni aride mostransi veramente distinte dalle formazioni analoghe della zona di collina. Nei boschi predomina, come già dicemmo, il pino volgare (P. silvestris), specialmente nella varietà con scorza rossa. È questo un albero di aspetto molto variabile: gli esemplari isolati assumono d’ordinario la forma del pino parasole, il tronco ramificandosi soltanto a discreta altezza, mentre nelle foreste gli alberi appariscono piuttosto piramidali; i pini giovani hanno più grossi e più lunghi ciuffi di foglie; del resto questa specie cresce anche in luoghi aridissimi, sui macereti e perfino sulle pareti di roccia, insinuando le sue radici nelle piccole fenditure; quivi poi si mostra in generale quale umile arbusto, talvolta con rami depressi. Incontreremo quest’albero ancora nella regione alpestre. Le foreste di pini sono d’ordinario poco folte, di aspetto piuttosto severo; sui tronchi cresce qua e là il Viscum album; tra le numerose erbe che ricoprono il suolo citeremo l’Antriscus silvestris, l’Astrantia major, il Melampyrum nemorosum; tra i cespugli il Rhamnus cathartica ed il caprifolio (Lonicera Xylosteum).
La regione montana è quella nella quale il disboscamento raggiunge le più estese proporzioni: nel dipartimento delle Alpi Marittime nel 1890 si contarono ancora 90.418 ettari, in quello delle Basse Alpi 115.000 coperti da boschi, cioè rispettivamente quasi un quarto e neppure un sesto della superficie totale. Ritenendo che nelle zone litorale e subalpina un terzo del suolo è ancora imboschito, non rimangono—nel primo dipartimento—che circa 40.000 ettari imboschiti nella zona montana, cioè un quinto del totale: nelle Basse Alpi poi, le lande e le terre incolte occupano un buon terzo di tutto il paese; infatti, questo dipartimento, la cui popolazione diminuisce rapidamente, minacciava di diventare uno spaventoso deserto di roccia, dimostrando su grande scala le funeste conseguenze del disboscamento: isterilimento delle terre, disseccamento delle sorgenti, incredibile variabilità dei corsi d’acqua, torrenti devastatori e perfino vere «valanghe di acqua» cadenti dalle scoscese pendici in seguito ai temporali ed al rapido sciogliersi delle nevi. Così il governo francese si vide costretto ad istituire, con spese molto ragguardevoli, importantissimi lavori di rimboscamento generale e di regolamento nei corsi d’acqua. Nelle vere Alpi Marittime, il male non è così grande, eccettuati gli altipiani rocciosi della Provenza, tra Grasse ed il Cheirone, che sembrano paesaggi dell’Arabia, un ottavo del suolo essendo appena coperto da alberi; ivi infatti, la popolazione dei 20 comuni diminuì di ben 1700 anime dal 1870 al 1890, e vi si contano circa 15 comunità disertate dopo il medio evo.
Anche nel Nizzardo non mancano simili scene di orrenda desolazione, ed in parecchi punti, dove il suolo consiste in ghiaie poco coerenti od in conglomerati, si produssero e produconsi ancora spesso scoscendimenti notevoli, i quali per es. più volte interruppero la strada che conduce da Ventimiglia a Breglio. Però, qua e là sulle Alpi Marittime incontransi ancora foreste piuttosto estese, specialmente sul lato nord, nei bacini italiani del Gesso, della Vermenagna e del Pesio, ove tratti di terreno abbastanza grandi furono rimboscati da parecchie decine di anni, poi anche nelle Alpi Ligustiche, tra il Nervia e l’Arroscia; sul lato francese, Napoleone III fece piantare grandi foreste attorno a Nizza, ed ora si ripiantarono parecchie pendici nella Val Vesubia con pini austriaci, ailanti, ecc.; molto però rimane da fare, massime nel bacino della Tinea, nel territorio di Tenda, ecc.
È poi da deplorare che, a quanto pare, non ci sia (come c’è in Baviera ed in Isvizzera) una legge che divieti il taglio dei boschi sui fianchi scoscesi dominanti le vallate. Infatti, tali fianchi—come spesso si può vedere—sono interamente rovinati, talvolta in pochi anni, dopo la sparizione degli alberi. Altro inconveniente è la troppo grande libertà che si accorda al piccolo bestiame che distrugge le giovani piante e schiaccia la terra; vedemmo su un monte vicino a Tenda un palo coll’iscrizione: «proibito per capre»; ma siccome non v’è guardiano apposito, e nè le capre nè i pastorelli sanno leggere, dubito dell’efficacia di tale divieto.
Fra gli arbusti che crescono nei luoghi aridi di questa zona, il più volgare è il ginepro (Juniperus communis), che talvolta forma un piccolo albero, associandosi spesso alla Genista cinerea sino ai 1450 m. e trovandosi ancora fin verso 1600 m. nei boschi. L’Erica (Calluna vulgaris) spesseggia parimente nelle foreste e nelle boscaglie aride fin verso 1500 m.
Le erbe caratteristiche di quelle pendici crescono, tra 800 e 1400 m., insieme a quelle della zona submontana, ma salgono assai più alto, trovandosene molte ancora sul culmine del Monte Corto (m. 1719), a nord di Tenda. Primeggiano fra esse: l’Helleborus fœtidus, dalle foglie palmate, l’Helianthemum italicum, la Polygala chamæbuxus (sui monti soleggiati delle Prealpi fino a circa 1800 m.), la Carlina acaulis, l’Erinus alpinus, che scende fin sulle roccie vicino a Mentone, la Chondrilla juncea, il Vincetoxicum officinale, il Thymus serpyllum, la Lavandula officinalis, l’Hyssopus officinalis (abbondante in alcuni punti delle rocce calcaree attorno a Tenda), l’Origanum vulgare, la Saturcia montana, la Stachys recta, la Calamintha nepetoides e alpina, la Nepeta nepetella, l’Euphorbia falcata, la Daphne mezereum e la felce comune (Pteris aquilina: molto abbondante su parecchie pendici secchissime sin verso i 1800 m.). Fra le piante rupestri citeremo il Sempervivum arachnoideum, parecchie sassifraghe (S. stellaris, S. aizoides), l’Antennaria dioica, l’Hieracium lanatum, la Globularia cordifolia.
Assai spiccata è nelle zone montane la differenza floristica fra il Giura Provenzale, le vere Alpi Marittime, le Alpi Ligustiche ed il lato nord (bacino del Po). Oltre a 20 specie non trovansi, a quanto pare, ad est del Varo, tra altre un tiglio (T. platyphylla Scop.) e la Fritillaria caussolensis, limitata agli altipiani rocciosi tra Grasse e la Valle dello Sterone. L’antico contado di Nizza possiede una varietà speciale del pino nero (Pinus pinaster f. Hamiltonii, Pinus Escarena del Risso) che si trovò sui monti attorno alla Valle del Paglione. Ardoino dice poi che un pruno (vicino al P. brigantiaca) incontrato nella foresta della Mairis, con foglie obovate e pubescenti sul lato inferiore, potrebbe bene costituire una specie distinta. Altre specialità interessanti sono: il Cytisus Ardoini, molto differente dai suoi congeneri, trovato sulle rocce tra Mentone e Scarena; il Ranunculus Canuti Coss. del Colle di Braus, la rara Asperula hexaphylla (dal Gran Monte sopra Mentone fino alle vallette subalpine del Roja e della Vesubia), la Micromeria piperella Benth (non rara da Tenda al Bress e all’Aggel, a 1000 m. sopra Mentone) e la subalpina Saxifraga lantoscana; la Saxifraga lingulata è più diffusa, dai monti di Grasse all’Appennino genovese, e la bellissima S. cochlearis, abbondante nel bacino del Roja, incontrasi ancora nella Liguria orientale, sul capo di Portofino. Il Plagius Allionii L’Hérit., assai distinto dai leucantemi, trovasi dalla bassa Valle del Varo sino a Tenda e sui monti di Genova. La Campanula macrorrhiza, con radice legnosa, abbonda sulle rocce del Nizzardo, passando anche su quelle dietro a Grasse; similmente diffusa è la singolare Potentilla saxifraga Ard., bella pianta con radici legnose e foglie argentee sul lato inferiore, trovata a 870 m. sopra Mentone, a Saorgio, a Briga, sulle rupi del Varo, ed a Thorenc dietro a Grasse.
Tra le specie che ivi non sembrano uscire dalle Alpi Ligustiche, citeremo: l’Asperula odorata, l’Inula oculus Christi (Monte Toraggio), la Saxifraga valdensis, il Cyclamen europæum (Rocca Ferraira, sopra Ormea, a 1300 m.), la Koniga halimifolia, l’Aquilegia Reuteri Boiss., il Leucojum vernum.—V’è da notare poi la mancanza di certe specie diffuse nelle attigue regioni della Provenza e dell’Italia, quali l’Elæagnus angustifolia, il Juniperus sabina, l’Ephedra Villarsii (speciale delle Bassi Alpi) e sopratutto il pino di Corsica (Pinus laricio f. Poiretiana), che negli Appennini e nella Corsica forma magnifiche foreste, notevoli per l’altezza e la regolarità delle piante; questa specie molto resinosa, di cui il pino austriaco non è che una varietà, dovrebbe introdursi qui a scopo di rimboscamento, essendo utile pel suo legno apprezzatissimo e offrendo il vantaggio assai importante di essere quasi affatto ribelle agli insetti che rovinano i pini selvatichi.
Della flora del lato nord delle Alpi Marittime non esiste, a quanto sappiamo, un catalogo, essendosi perduta la Flora limonese di G. Viale, che contava 1500 specie. È probabile che un numero abbastanza grande di piante montane si trovi su quel lato, mancando su quello meridionale, e forse v’è anche qualche specie indigena; certo è però che un numero assai più grande di specie diffuse sul fianco sud manca a quello nord, essendovi minore la varietà della flora. Siccome specialmente i bacini del Gesso, della Stura e del Pesio sono affatto chiusi ai venti marini, per cui il loro clima è assai continentale, ben poche sono le specie mediterranee che ivi crescono, mancandovi perfino molte specie che si trovano nelle Alpi Lombarde o nel Vallese. Vedemmo nel giardino della prefettura a Cuneo palme nane, jucche ed acacie, ma certo esse dovranno coprirsi nell’inverno. Senza contare piante di clima meridionale, che però vegetano anche in Lombardia (quali Pistacia lentiscus, Osyris alba, Celtis australis, Erica arborea, varii Cisti), nè il Ginepro fenicio, essenzialmente mediterraneo, avremo da citare, quali specie caratteristiche del lato sud che non incontrammo su quello nord: Genista cinerea, il Bosso (allo stato selvatico), il Rhus cotinus, il Timo, l’Issopo, la Cephalaria leucantha, il Centranthus ruber, ecc. Del resto, la flora dei luoghi aridi è molto simile a quella delle vallate meridionali, senonchè le formazioni di arbusti e specialmente le siepi delle pendici inferiori sono assai meno sviluppate; attorno a Valdieri, il Biancospino, il Pruno spinoso e la Calluna volgare rimontano sino a 1300 m., il Nocciuolo ed il Rubus discolor sino a 1400 m. Le piante palustri ed acquatiche, invece, trovano le loro condizioni di esistenza in assai maggior numero di siti che sull’altro lato dei monti.
All’intima correlazione climatica ed orografica di queste valli settentrionali colla pianura padana, devesi un’indole detta vegetazione assai diversa di quella delle vallate mediterranee, essendo anche molto più notevole la quantità delle piogge (specialmente estive) e delle nevi, come pure quella delle acque usate per l’irrigazione. I larghi piani della Val Stura sino a Vinadio, della Valle del Tanaro sino ad Ormea, della Val Gesso sotto ad Entraque, mostransi molto fertili ed ubertosi, coi loro vasti prati, coi campi di grano turco, di fromento e di canape (sino a circa 1100 metri nella Val Stura), colle viti (sino a 920 m. vicino a Vinadio), con numerosi e grandi alberi; il gelso raggiunge gli 800 m. sotto ad Entraque ed a Demonte, fichi e peschi trovansi a Valdieri (750 m.); il pero ivi (nel vallone del Colletto) sale a 1000 m., il melo, il pruno ed il noce a 1200 m., il ciliegio trovasi ancora a San Giacomo (m. 1250).
Come quasi tutta la penisola appenninica e come la pianura del Po, il lato nord delle Alpi Marittime distinguesi per la prevalenza assoluta degli alberi a foglie caduche, prevalenza dovuta forse meno a ragioni climatiche che all’isolamento di queste vallate, aperte soltanto verso la pianura, ed agli anteriori disboscamenti, usandosi poi quasi soltanto castagni, faggi e simili pel rimboscamento. Le numerose vecchie foreste isolate di conifere lungo l’Appennino e nelle Alpi Ligustiche (bacino del Pesio, ecc.) sembrano infatti accennare ad un’antica zona continua di foreste resinose, ora in gran parte distrutte. Il pino selvatico, che del resto manca quasi affatto all’Appennino, non incontrasi, a quanto io sappia, sul lato nord che in pochi esemplari coltivati (per esempio ai Bagni di Vinadio), e così non v’è, in quelle valli inferiori, nessuna conifera selvatica, se non il ginepro. Anche sul lato sud delle Alpi Ligustiche, partendo da San Remo, il pino diventa raro nella stessa misura che cresce il numero dei faggi. Tutti quelli che passarono il Colle di Tenda saranno certo stati colpiti da tale cambiamento di carattere della vegetazione.
Il castagno forma, sui colli che cingono la pianura, bellissime foreste che non la cedono in maestà alle più belle che si conoscono del genere (nella Corsica e nelle Alpi Graie). L’estensione complessiva di quelle foreste non sarà minore di 300 kmq. tra il Gesso ed il Tanaro. Magnifici esemplari secolari crescono specialmente nella Valle del Pesio e di Casotto; piuttosto raro attorno ad Entraque e nella Val Vermenagna (sino a 1000 m.), esso albero raggiunge, in esemplari spesso intristiti, i 1200 m. sopra le Pianche nella Val Stura. Circa nella stessa zona v’è la quercia che mostra quasi sempre un fusto a mo’ di colonna, simile al pioppo di Lombardia (Quercus pedunculata f. fastigiata), e che trovasi spesso lungo le Alpi Ligustiche, dal Colle di Melogno ad ovest, rimontando ai 1200 m. sopra Sant’Anna di Valdieri.
La stessa forma slanciata è del resto qui particolare a molti alberi e troppo comune per essere casuale; la mostrano la tremula, il frassino (di cui non incontrammo che un solo esemplare a corona rotonda, a Valdieri), l’ontano nero, il sorbo, il biancospino arboreo, il ciliegio e spesso il sicomoro, più raramente il faggio ed il salice. L’albero più comune delle vallate settentrionali è il frassino (F. excelsior), dal tronco tutto rivestito da foglie nerastre e pinnate; esso rimonta fin quasi a 1400 m. sul Colle di Tenda, e nel vallone della Trinità, a 1300 m., forma un bel bosco insieme al nocciuolo; vicino alla strada sotto ad Entraque, si vede un frassino abbastanza grande che cresce nei detriti accumulatisi fra la cima di un largo salice. Nella stessa zona tengonsi poi, rimontando raramente più alto di 1200 m., l’ontano nero e bianco, i salici (S. alba, incana ecc., sino a 1200 m.), il pioppo bianco, la tremula (nel vallone di Vallasco a 1500 m.) e la forma arborescente del biancospino; più rari sono il tiglio (m. 1020 a Limone), il carpino e l’olmo (a 1150 m. sul Colle di Tenda); di quest’ultimo però trovansi esemplari secolari con una circonferenza di 5 metri sulle piazze pubbliche di Roccavione, Robilante e Boves.
Talune piante rampicanti adornano i castagni e i suddetti alberi, così la Clematis vitalba, il Luppolo (a 1200 m. sul Colle di Tenda), la Cuscuta major (nello stesso sito, sui sambuchi), il Convolvulus sepium.
Per la regione montana superiore del lato nord è caratteristico il faggio (Fagus silvatica) che forma belle foreste sulle Alpi Ligustiche, dal Monte Settepani al Monte Armetta sopra Ormea, poi dalla Valle del Tanaro a quella del Gesso. Nella Val Stura, al cui lato settentrionale sembra manchi affatto, s’incontra raramente sopra Vinadio; gli esemplari colossali e secolari che si vedono nella foresta bandita di Callières, dietro ai bagni di Vinadio, sono probabilmente i più occidentali che ivi s’incontrino. Quando il faggio, per ragioni climatiche, non può più raggiungere le proporzioni di un albero, esso forma un cespuglio spesso disteso e depresso, costituendo grandi boscaglie, di cui parleremo trattando della regione alpestre. Sono rari gli alberi di faggi sopra i 1500 m.; di alto fusto ne crescono ancora dei bellissimi sul monte l’Arp sopra Valdieri (m. 1200 a 1750) e nel bosco della Stella ad est delle Terme di Valdieri (m. 1700), gli esemplari più in alto essendo però assai più piccoli di quelli inferiori e con tronchi spesso contorti.—Nella stessa zona tengonsi: il sambuco nero (in tutte queste valli, specialmente la Val Stura, e sino a 1460 m. nel vallone di Monte Colomb), formante d’ordinario un grande cespuglio, il sicomoro (Acer pseudo-platanus: val Pesio, Pianche di Vinadio, Colle di Tenda fra 1200 e 1300 m.), molto meno grande che nelle Alpi Settentrionali e ridotto ad arbusto nei luoghi più alti (parete di roccia a sud del Lago di Ruina e vallone di Meiris, circa a 1700 m.) e la betulla (B. alba f. verrucosa: fra i castagni nella Val Vermenagna, a 1300 m. a nord di Valdieri, a meriggio di Vinadio e nel vallone dei Bagni; in quello di Vallasco a 1600 m.). I due ultimi alberi nominati mancano quasi affatto sul lato sud, trovandosi appena in parecchie vallate della Tinea, della Vesubia e del Roja, verso il limite superiore della zona montana.
Passiamo ora alla regione alpestre, dalla quale potrebbesi distinguere la zona subalpina, stendentesi sino al limite superiore degli alberi. La superficie di tutta la regione (sopra i 1600 m.) nelle Alpi Marittime e Ligustiche (solo ad oriente della Tinea) è di circa 1000 kmq., che possonsi dividere approssimativamente così:
| Terre coltivate, edifizi, ecc.: | ettari 2000 | |
| Foreste subalpine | » 23000 | |
| Boscaglie | » 8000 | |
| Prati (alpi) | » 19000 | |
| Rocce, detriti, acque (zona subalpina) | » 13000 | |
| Zona più alta del limite climatico dei boschi (creste, nevi, ecc.) | » 18000 | |
Da queste cifre risulta che i boschi occupano ancora adesso circa la metà dei terreni che dovrebbero coprire, secondo il clima naturale; però v’è da considerare che forse un terzo o più dei terreni scarsi di vegetazione, al disotto del limite climatico dei boschi, sono tali in seguito a condizioni naturali e non al disboscamento, risultandone che la zona subalpina è relativamente la meglio imboschita di queste Alpi. Però, le foreste vi sono diffuse molto inegualmente, e vi sono grandi tratti affatto spogli; sul lato nord, le sole valli veramente ricche di alberi in questa zona sono quelle del Tanarello, dell’Upega, del Pesio, del Gesso superiore e dei bagni di Vinadio, cosicchè su quel lato gli alberi ricoprono forse appena 2500 ettari, cioè un ventesimo circa della superficie totale, mentre nella zona montana quivi abbondano i boschi.
Una differenza notevole fra le Alpi Marittime e quelle settentrionali è poi la mancanza, superiormente alle foreste, di quella zona quasi continua di prati alpestri che attornia gran parte delle valli svizzere. L’estensione dei prati è qui di poco rilievo, specialmente sul lato sud, ove occupano appena 3000 ettari, mentre su quello nord si estendono almeno a 16.000. Sulle catene meridionali s’incontrano poche belle praterie (sugli altipiani di Marta, di Peirafica, del Piano Tendasco, dell’Aution, di Prals, di Millefuons, ecc.), predominando, sulle pendici poco inclinate, le erbe sottili, secche e giallastre. Il lato nord vanta bei prati, specialmente lungo certi dorsi montuosi (e sulle loro pendici superiori) quali il Colle Sestrera, la Colla Piana, la cresta Pianard, la cui bellissima prateria (1500 a 2200 m. sul mare) ricopre oltre a 800 ettari, il monte Merqua, ecc., poi nelle depressioni delle catene e nei circhi delle alte vallate. Quanto alle colture, esse forse in nessun punto raggiungono qui il loro limite climatico, rimanendo talvolta molto disotto a questo, causa le condizioni orografiche sfavorevoli; anche i campi di segala e di patate, nelle vere Alpi Marittime, non s’incontrano mai sopra ai 1800 metri.
Passando ora alla composizione ed al carattere della flora, troviamo ancora 325 specie nelle Prealpi e 274 nella zona veramente alpina (sopra i 2500 m.), la zona subalpina contando ancora 51 piante legnose e 16 piante annuali. Quasi tutte queste specie sono strettamente alpestri, mancando ben poche specie diffuse generalmente nelle Alpi; anzi vi si trovano ancora quasi tutte quelle pianticelle che in Isvizzera crescono perfino sulle più alte rocce, contandosi qui, fra una trentina di specie nivali, il Ranunculus glacialis, la Silene acaulis, la Cherleria sedoides, la Saxifraga moschata e la bryoides, la Gaya simplex, l’Artemisia spicata e la glacialis, il Senecio incanus, l’Eritrichium nanum, la Gregoria Vitaliana, ecc.; e, tra le specie eminentemente alpestri che però scendono più basso, l’Aster alpinus (scende a Casterino a m. 1560), la Viola tricolor e calcarata, la Sagina glabra, il Mulgedium alpinum, la Campanula Allionii Vill., la Linaria alpina, il Papaver alpinum, la Soldanella alpina, la Primula viscosa e hirsuta, la Nigritella angustifolia, la Gentiana verna e la germanica, ecc. Poche specie mostrano un carattere generico piuttosto mediterraneo: così la Iberis nana, il Linum alpinum, la Nepeta nuda.
In genere, la flora delle Alpi Marittime superiori si distingue per la grande varietà delle specie, ma ben raramente forma un tappeto denso, quasi pratoide. La maggior parte delle piante fiorisce nel giugno e nel luglio; le epoche più splendide però sono il principio di giugno, quando accanto alle nevi tuttora abbondantissime, sui detriti appena scoperti, si aprono numerosi fiorellini, quando le boscaglie di rododendri rivestonsi con miriadi di campanelle rosee, quando spuntano gli aghi del larice e le foglie degli ontani, dal colore così vivido; poi l’autunno, quando, sotto le creste già ricoperte da candido manto, i mirtilli, che rivestono vasti tratti delle vallate settentrionali, risplendono con una incredibile varietà di tinte verdi, brune, gialle e rosse.
La differenza floristica tra i due lati delle Alpi Marittime non è molto risentita nella zona alpestre, essendo molto più notevole quella fra le Alpi Ligustiche (o anche i monti calcarei in genere) ed il massiccio centrale delle Marittime. Fra le specie qui limitate, a quanto pare, sui monti calcarei e calcescistici, citeremo: Helianthemum italicum, Polygala alpestris e chamœbuxus, Rhamnus pumilus, Cytisus pumilus, Astragalus aristatus, Paronychia serpyllifolia, Scabiosa graminifolia e italica, Erica carnea (a sud-ovest del Colle di Tenda tra 1100 e 2050 m.; Val Pesio), Nepeta nepetella, Stachys alpina, Globularia nudicaulis, Crocus vernus; di specie alpestri poi Ranunculus glacialis, Aquilegia alpina, Iberis nana, Helianthemum œlandicus, Rhamnus alpina, Papaver alpinum, le specie di Oxytropis e di Phaca, Dryas octopetala, Saxifraga moschata, Ligusticum ferulaceum, Myrrhis odorata, Campanula stenocodon, ecc. Speciali di quelle formazioni subalpine sono il Trifolium Balbisianum Dc., le Sassifraghe già menzionate nella regione montana e l’Iberis garrexiana, diffusa dalla Valle del Tanaro sino al dipartimento delle Basse Alpi.—Fra le specie ligustiche non trovate, a quanto pare, ad ovest del Colle di Tenda citeremo: Helianthemum lunulatum, Dianthus Carthusianorum, Cerastium alpinum, Trifolium pannonicum, Libanotis montana, Cephalaria alpina, Anthemis Triumfetti, Hieracium Morisianum, Loiseleuria procumbens, Gentiana tenella e germanica, Salix myrsinites, Calamagrostis arundinacea, Poa sudetica. Speciale alle Alpi Ligustiche è forse il Senecio Persoonii De Not. della catena a nord dell’alto Tanaro (Pizzo di Cornia e creste vicine).
Le specie che sembrano limitate al massiccio centrale, passando tutto al più sulle roccie permiche, sono per lo più vere piante nivali; tra le altre citeremo Dianthus deltoides, Sagina procumbens, Sibbaldia procumbens, Sedum Rhodiola, Senecio incanus e Balbisianus, Tozzia alpina, Scabiosa vestita, Lloydia serotina, Oreochloa pedemontana. Originari di questo gruppo delle Alpi Marittime (però diffuse per lo più anche sulle alte catene calcaree) sono, a quanto pare: il Cytisus alpestris Thuret (alte vallate della Vesubia), la Viola valderia All., la Viola nummularifolia (abbondante attorno ai laghi di Mercantour e di Rabuons), la Silene cordifolia All., la Potentilla valderia, la Centaurea uniflora, l’Achillea herba rota, il Cirsium Allionii Thuret (praterie umide del bacino della Vesubia, Sant’Anna di Vinadio), ma sopratutto la magnifica Saxifraga florulenta Morr., specie differentissima dai suoi congeneri e ben raramente fiorita.
Le paludi subalpine occupano, nelle Alpi Marittime, un posto ben modesto, cosicchè la flora limitata ai luoghi umidi v’è abbastanza povera; trovansi fra altri il Thalictrum alpinum, il Cirsium palustre, l’Epilobium parviflorum e alpinum, la Primula farinosa, la Tofielda calyculata, vari Eriofori (E. alpinum, ecc.), lo Sfagno; poi, accanto ai rivi e nelle loro acque, la Caltha palustris, la Saxifraga aizoides, l’Adenostyles albifrons, il Petasites albus, la Pinguicula vulgaris, l’Umbilicus pendulinus, il Nasturtium pyrenaicum, il Myriophyllum verticillatum; nei laghetti vegetano ancora Potamogetoni (P. alpinus, P. marinus). E nei siti umidi che talune specie alpestri scendono più basso, come l’Erinus alpinus, la Gentiana acaulis (insieme all’Arnica montana ed all’Asphodelus albus sul monte Fascia dietro a Genova, ad appena 605 m. sul mare).
Le formazioni più degne d’interesse, in questa regione, si possono raggruppare così: le foreste subalpine, le boscaglie di arbusti, le associazioni di grandi erbe, ed infine la vegetazione caratteristica dei luoghi aridi delle Prealpi.
I boschi superiori delle Alpi Marittime non la cedono in maestà ai più belli d’Europa; sono molto meno monotoni di quelli della Foresta Nera e della Norvegia, e, con tutto il loro aspetto severo, col silenzio profondo che vi regna d’ordinario, mostrano pure un lusso di vegetazione, una varietà di forme e di colori che li rende assai più attraenti di quelle antichissime foreste bandite della Svizzera e della Boemia. Così essi boschi portano la vita vegetale nella sua forma più grandiosa e più svariata sino nei più selvaggi recessi montuosi; manca loro il fogliame spesso, largo e fresco delle basse foreste, ma se queste sono più leggiadre, quelle invece sono più nobili. Chi ha percorsi quei boschi, d’ordinario solitari e ben lontani dai villaggi, pensa certo con mestizia ai tempi passati, quando tutt’attorno le pendici erano rivestite in simile modo dagli alberi. Ora il disboscamento, anche nelle valli superiori (specialmente in quelle della Gordolasca, del Borreone, di Mollières), ha fatto rapidi progressi, essendosi perfino costrutte importanti dighe per ritenere i rivi, nei quali accumulansi i tronchi tagliati, aprendo poi le cataratte, cosicchè il torrente con forza raddoppiata trascina il legno fino nelle basse valli. I Laghi dell’Inferno, che Gioffredo, due secoli fa, chiamava «attorniati da fitta selva di larici», hanno ora sponde squallide e nude, ed appena mostrasi nei loro dintorni qualche vecchio larice isolato. In molti boschi i larici sono ora così radi che vedonsi due volte tanti tronchi tagliati quanti viventi, e spesso incontransi pendici intieramente spogliate sulle quali spuntano ancora i ceppi degli alberi scomparsi.
Le più belle foreste subalpine vedonsi tuttora sulle alte catene meridionali: tra la Tinea e la Vesubia esse ricoprono almeno 4500 ettari, estendendosi da Clanzo, da Valdiblora e da Venanzone fino sui monti Tournairet (m. 2085) e Siruol; ancora oggidì vi sono abbastanza numerosi i lupi, le linci, le volpi, ecc., mentre nel medio evo ricoveravano anche cinghiali, daini e caprioli; sin verso il 1830 la foresta di Clanzo era una vera foresta vergine. Quella di Saleses, che dal passo omonimo (m. 2020) per un’amenissima valletta scende a Ciriegia sul Borreone, misura quasi 500 ettari, distinguendosi per le acque chiare ed abbondanti che vi scorrono, per lo splendore della flora che vi conta specie rarissime e talune piuttosto meridionali, per la bellezza dei prati intercalati, poi per il fusto regolare delle piante, la rimarchevole beltà delle essenze e la grandezza degli alberi, di cui taluni raggiungono 40 m. di altezza. Magnifici boschi sono poi quelli di Fremamorta, del Cavallé, di Devensè, di Clapeiruole (Val Gordolasca), della Mairis (tra la Vesubia e la Bevera), della Valmasca; nelle Alpi Ligustiche quelli della Bendola, del Gerbonte, di Rezzo, delle Navette, di Sestrera (Val Pesio), ecc. La più bella foresta che incontrammo nel bacino del Roja è quella che colle sue varie ramificazioni si stende da Briga in Val Levenza sin sotto alla Cima di Marta (2138 m.), tra le vallette della Madonna e del Riosecco, occupando quasi 1100 ettari e portando, nelle sue diverse parti, i nomi di Piné, Montneir, Sanson e Nava. La varietà della flora, stante il grande dislivello fra i suoi estremi (800 a 1900 m.), vi è infinita, ed inoltre essa è qua e là interrotta da belle praterie, da scoscesi burroni e da radure rocciose dalle quali si hanno estese vedute e si può apprezzare lo strano cambiamento di fisionomia prodotto dal disboscamento nelle catene tutt’attorno, di pari altezza, le quali sono per lo più affatto squallide, appena popolate da ginepri o ginestri. Nelle precipitose vallette che scendono verso il Riosecco sonvi ancora abeti giganteschi; sul lato del vallone di Sanson v’è un vecchio abete di circa m. 5 ½ di circonferenza. La foresta è percorsa da parecchie strade orizzontali ad uso dei boscaiuoli.
I caratteri distintivi di tutte le precitate foreste sono: la varietà abbastanza grande degli alberi, essendo però dappertutto rari quegli a foglie caduche; lo spazio abbondante fra i tronchi, permettendo il libero sviluppo di ciascun individuo; infine la foltezza, l’altezza e la ricchezza dei cespugli, come delle erbe che vegetano negli spazi: si contano ben 40 specie di arbusti, limitati in parte alle località più basse, quali il Clematis vitalba che cresce ancora a 1450 m. sul Piné e sopra le Terme di Valdieri; poi varie Rose, il Nocciuolo, il Biancospino, il Rubus discolor, il Ribes uva crispa, il Salix nigricans, il Faggio, il Sicomoro, il Ginepro, ecc.; in parte ai siti veramente alpestri, quali l’Atragene alpina, il Cytisus alpinus, la Rosa alpina e spinosissima, il Lampone (comune tra 900 e 1800 m.), il Cotoneaster vulgaris, il Sorbus aucuparia, il Ribes alpinum, la Lonicera nigra, i Mirtilli, l’Uva d’orso, il Rododendro, la Daphne mezereum, il Ginepro nano, ecc.—Tra le erbe, trovansi, nelle parti più secche dei boschi: Carlina vulgaris, Solidago virga aurea, Prenanthes purpurea, Euphrasia officinalis, Melampyrum nemorosum; poi, più in alto, Cirsium erisithales dai fiori gialli, Carlina acaulis, Arnica montana, varie Orchidee (O. odoratissima, ecc.), Pteris aquilina (talvolta molto grande). Predominano invece nei siti più ombreggiati ed umidi: il Ranunculus ficaria, l’Oxalis acetosella, la Viola silvestris, la Polygala vulgaris, il Geranium silvaticum, la Potentilla tormentilla, la Fragola (diffusa da 800 a 1200 m.), varie umbellifere talvolta alte sino a 2 m. (Trochiscanthes nodiflorus, Laserpitium latifolium, Molopospermum cicutarium), il Senecio silvaticus, il Phyteuma orbicolare, l’Atropa belladonna, la Salvia glutinosa, la Pulmonaria azurea, il Myosotis silvatica, il Digitalis lutea, l’Euphorbia hibernica, la Paris quadrifolia, il Polygonatum officinale, il magnifico Lilium martagon, la Fritillaria involucrata e delphinensis, l’Asphodelus cerasifer, la Scilla bifolia, il graminaceo Festuca gigantea (abbastanza raro, alto da 1 a 2 m.), varie felci (Polypodium dryopteris, Aspidium lonchitis, A. filix mas, A. oreopteris, Asplenium filix fœmina), la Selaginella helvetica; poi, in simili località, ma generalmente non sotto ai 1500 m.: Anemone narcissiflora, Pirola minor, Dianthus silvestris, Sagina Linnei, Stellaria nemorum, Epilobium spicatum (alto sino a m. 1 ½), Peucedanum Ostruthium, Astrantia minor, Doronicum Pardalianches (boschi del Borreone), Senecio aurantiacus, Leucanthemum maximum (bosco di Nava tra 1400 e 1900 m.), Achillea tanacetifolia, Phyteuma Michelii, Ph. Halleri, Gentiana lutea, G. cruciata, Digitalis ambigua, Urtica dioica, Convallaria maialis (Mollières, Val Pesio), Veratrum album, Allosurus crispus, Lycopodium selago, Selaginella spinulosa, ecc. Sulle larghe radici degli alberi, le muffe formano spessissimi tappeti verdi, mentre dai rami pende la strana Usnea barbata; ricchissimi sono poi quei boschi di funghi sia mangerecci (quali Boletus edulis e fragrans, Agaricus cæsareus, A. deliciosus, Morchella esculenta), sia velenosi, ma molto belli (quali Agaricus phalloides, A. muscarius, ecc.).
Attorno al limite superiore della vegetazione arborea, v’è da notare in genere che esso è in media molto più basso di quanto le condizioni climatiche dovrebbero farlo trovare; però, tale fatto non proviene dappertutto dal disboscamento. A che altitudine ivi fosse altre volte il limite della vegetazione arborea, non possiamo dirlo; forse era molto vicino alle cime. Peraltro non mancano nel basso delle vallate i luoghi che dall’epoca glaciale in poi non portarono mai boschi: così molte pareti scoscese, le rocce montoni così sviluppate in queste valli, certe gole strette e cupe, i passi dell’alte creste ove si scatenano troppo spesso forti venti, i carsi delle Alpi Ligustiche, i circhi terminali delle valli, esposti alle valanghe e ripieni gran parte dell’anno di ingenti masse di neve, ecc. È poi facilmente spiegabile come gli alberi rimontino più alto sui fianchi delle valli (specialmente verso lo sbocco) che nel loro fondo, più freddo e meno esposto al sole, come pure che le valli longitudinali siano più favorite sotto questo aspetto che quelle trasversali.
Assai più complicato, ma troppo generale per essere fortuito, è il fatto che sempre su uno dei lati delle valli gli alberi salgono molto più alto, od i boschi vi sono meglio sviluppati. Nelle valli dirette da est ad ovest o viceversa, è quasi senza eccezione il fianco meridionale che mostrasi più favorito, sebbene sia mena esposto al sole ed ai venti del sud, più esposto invece a quelli del nord. Su grande scala questo si osserva nelle Valli della Stura e del Tanaro (di questa il lato nord è spoglio di alberi fin da Carnino, da 1500 m. sul mare!), inoltre specialmente nelle Valli del Rio Freddo di Tenda, della Levenza, della Valmasca, del Cairos, di Ceva, del Borreone, di Mollières, di Ciastiglione, di Meiris, di Vallasco, ecc. È da osservare qui che i fianchi meridionali di queste valli sono d’ordinario più irregolari, più solcati da vallette secondarie che i fianchi opposti, offrendo quindi una maggiore varietà di luoghi propizi agli alberi ed essendo inoltre meno facilmente percorribili. Infatti, in parecchi casi dove ha luogo il contrario (così per brevi tratti nei valloni di Ciastiglione, di Valmasca, di Fontanalba, ecc.), il lato nord è anche favorito sotto il detto riguardo. Inoltre, lo spartiacque principale, quale limite nord di molte vallate trasversali, riceve assai più precipitazioni (specialmente sotto forma di neve) che non le catene meridionali, ed il suo clima, in ragione dell’altezza, è sensibilmente più freddo. Nelle valli settentrionali è da ritenersi che pendici favorevoli alla formazione di valanghe o all’accumulo delle nevi non potranno nutrire alberi, stante le ingenti quantità di neve che vi cadono e perdurano talvolta da 5 a 8 mesi ben sotto ai 2000 m. A tale fatto (non meno spesso che alla difficoltà di accesso che allontana gli uomini e le capre) sarà in parte dovuto il curioso fenomeno che in molte valli le sponde dei torrenti e le pendici inferiori sono prive di alberi, mentre ne crescono assai più in alto, sugli stretti terrazzi lungo le pareti a picco, e perfino sulle creste rocciose. Nelle valli longitudinali, il fianco orientale è più spesso il favorito, così nelle Valli della Gordolasca, del Pesio, della Vermenagna, dei Bagni, ecc.
Da una comparazione del limite superiore approssimativo degli alberi avemmo per 14 valli sul lato sud di queste Alpi (dalla Levenza al Ciastiglione) la media generale di soli m. 2095 per il punto culminante (media nel fondo della valle 1893, sui fianchi meridionali 2230, sui settentrionali 2186, sugli occidentali 2200, sugli orientali 2116); per 10 valli a nord del grande spartiacque, dal Pesio al Vallasco ed al Meiris, la media è di circa m. 1895 (nel fondo delle valli m. 1805, sui fianchi meridionali m. 2520, su quelli settentrionali 2016, su quelli occidentali 1950, sugli orientali 1750); ne risulta, quale media generale sui due lati, un’altitudine di m. 2035. Si deve però notare che in alcune valli, il detto limite degli alberi (specialmente laddove mancano le conifere) è enormemente abbassato; sul lato nord, le valli della Ruina, della Barra, di Monte Colomb, del Sabbione, della Vermenagna, dell’Ellero, e forse anche del Corsaglia, sono affatto prive di foreste al disopra di 1500 m.; trovansi però degli alberi isolati superiormente a questa quota nei tre primi dei suddetti valloni.
Trattandosi ora degli alberi che rimontano nella zona alpestre, comincieremo col pino selvatico, abbastanza diffuso nelle foreste superiori di Val Vesubia, del Tournairet, dell’Aution e di Val Roja, e spesso limitato ad uno dei fianchi, mentre sull’altro primeggiano abeti o larici. In generale, il pino si mostra nei siti più secchi, contentandosi di un suolo piuttosto ingrato. Laddove esso forma il limite arboreo (così sul Monte Tavan, a nord di Tenda, tra 1700 e 1900 m., sul Colle di Tenda a 1709, nel vallone di Caramagna a 2050, a nord della Valmasca a 1900 e sul lato est del vallone di Casterino, a circa 2120 m. sul mare), esso raramente è ridotto ad arbusto, mostrandosi però molto differente dagli esemplari della zona montana, di cui taluni scendono fin verso Mentone. La forma più comune è quella di un piccolo albero, con cima depressa, simile ad una cappa, con rami brevi e contorti; spesso due o più alberi escono da una sola radice, formando tronchi di oltre 3 m. di circonferenza, mentre la loro altezza non eccede i 10 m. Nel vallone delle Finestre, dove grandi pini crescono sino ai 2000 m., il Reclus ne menziona uno, il cui tronco mostra protuberanze anulari e semi-anulari tra loro divise da spazi regolari; quivi anche, nel bellissimo anfiteatro della Poncia (1678 m.), trovansi, secondo Broilliart, parecchi begli esemplari giovani di una forma tanto eccezionale che maestosa, il pino di alberatura, dritto, con forti radici, terminantesi con una cima sagittiforme dai rami brevi e sottili.
L’abete bianco (Abies pectinata) è quivi diffuso dalle foreste dell’Esterel e dalla vallata di Thorenc, dietro a Grasse, sino al Bric dell’Agnellino, tra Finale e Bardineto, scendendo però appena più basso di 800 m. ed in generale meno comune del pino e del larice; però, esso forma gran parte delle folte foreste subalpine nelle Alpi Ligustiche, specialmente a sud di Briga, ove sale sino ai 1900 m., e perfino nel bacino del Nervia, ove ne crescono esemplari colossali sul Monte Frasce (territorio di Apricale); spesseggia poi nelle foreste della Valmasca, dell’Urno (sino ai 1950 m., e un esemplare isolato trovasi a 2000 m.), dell’Aution, di Venanzone, di Mollières, ecc. Sul lato nord, se ne trovano dei secolari, insieme a faggi ed a larici, nella foresta del vallone di Sauma, che protegge dalle valanghe il villaggio di Callieri, poi sopra le Terme di Vinadio, e in tutte le vallate attorno a questo ultimo paese. Nel bacino del Gesso, pare che non si trovi se non attorno alle Terme di Valdieri, ove ne crescono bellissime e numerose piante sino ai 1800 m. (sulla Rocca di San Giovanni); infine è comune nel bacino del Pesio.
L’abete rosso (Picea vulgaris Lk.), l’albero più comune delle Alpi Svizzere e Bavaresi, ed anche della Norvegia, non si trova, a sud delle Alpi Marittime, che nei Pirenei, e pare manchi affatto alle Alpi Ligustiche. Nel bacino del Roja non vedemmo che un solo esemplare, a 1400 m., nella foresta di Maima, e in Val Gordolasca soli due; però non è rara questa specie nelle foreste di Mollières, Clanzo, Meiris, Salèses, Cavallé e delle Finestre (a 2000 m.), raggiungendovi talvolta una grandezza ed una bellezza rimarchevoli; taluni esemplari scendono fin vicino a Mentone. Sul lato nord, non trovammo quest’abete che attorno alle Terme di Valdieri. Giovani alberi di questa specie trasportansi nel dicembre sulla Riviera, ad uso dei tedeschi che conservano la bella usanza dell’albero di Natale.
Il larice (Larix europea), il prossimo parente del cedro nell’Europa e nello stesso tempo l’albero più ribelle al freddo che si conosca, non cresce selvatico che nella Siberia (ove una sua varietà poco distinta dalla nostrana forma il limite settentrionale della vegetazione arborea), nelle Alpi e, a quanto si dice, nella Corsica. È l’albero più comune della regione alpestre, dalle Basse Alpi e dai monti di Val Stura sino ai bacini del Roja, del Tanarello e dell’Upega. Sugli altipiani provenzali cresce forse vicino a Thorenc, sopra Grasse; manca, a quanto pare, ai monti di Mentone, in Val Nervia e ad oriente del Colle di Nava; nel bacino del Gesso è limitato ai valloni di Valletta, Vallasco, Lourousa e Meiris; trovansi inoltre pochi esemplari isolati sulla parete a sud del Lago della Ruina. Ben raramente scende sotto ai 1200 m. (nel vallone della Miniera a 1160 m., nella Val Stura a 1100 m.); prospera però ancora nel giardino dell’albergo di San Dalmazzo di Tenda (m. 690).
Il larice, che offre un aspetto così ridente nell’estate coi suoi aghi verde-smeraldo, così strano nell’autunno col fogliame tutto color d’arancio, così triste nell’inverno quando i suoi sottili rami sono tutti nudi, si compiace di un clima piuttosto secco e sereno, soffrendo molto meno dai freddi venti, dalle nevi invernali o dalla povertà del suolo che dall’umidità del terreno o da nebbie continue. Vale a dire che esso deve trovarsi benissimo nelle Alpi Marittime, le quali perciò, su tutte le altre catene montuose attorno al Mediterraneo, hanno il notevole vantaggio di contenere l’albero che, anche nel resto delle Alpi, sale più alto di tutti, ed inoltre di offrirgli condizioni di esistenza molto favorevoli, ciocchè dimostrano bene i bellissimi esemplari che s’incontrano in tutte queste valli; e sono appunto i larici dei siti più elevati che hanno d’ordinario un fusto superbo, se anche sono vecchi e talvolta danneggiati dai fulmini. Però, sul lato sud del grande spartiacque, anche laddove forma da sè solo estesi boschi, il larice non raggiunge un’altitudine molto grande; è vero che supera sempre d’assai, sotto questo riguardo, il pino e gli abeti, formando spesso, nelle foreste ove questi predominano più o meno, una zona superiore speciale.
Nei valloni del Borreone, di Mollières e di Ciastiglione, il larice oltrepassa appena i 2350 m., altitudine che non sembra raggiunga nel bacino della Stura, avvicinandosi però ai 2300 m., attorno alle Terme di Vinadio e nel Bosco Bandito a sud di Argentera. I larici più alti del lato sud sembrano essere quelli sulla ripidissima parete del monte (m. 2751) che separa il vallone dell’Agnel dal Lago sottano di Valmasca; ivi gli alberi crescono, crediamo, sino ai 2450 m., mentre sull’altro lato della comba dell’Agnel salgono solo a circa 2350 m.; mancano invece quasi affatto alla parte più orientale della sponda nord della Valmasca. Anche sopra la Val Gordolasca (senza tener conto della foresta di Clapeiruole) i larici rimontano più alto sulle creste inaccessibili, specialmente su una torre di roccia (m. 2361) a sud del valloncino di Mairis, il cui fondo non contiene alberi sopra i 2000 m.; il fianco ovest della valle è quasi privo di alberi sopra San Grato (m. 1505), ed ogni vegetazione arborea cessa al grandissimo muro di rocce montoni che chiude la valle sotto alla Vastera Streit, essendo aridi in simile modo i recessi rocciosi terminali di tutte queste valli, per esempio i circhi del Lago del Basto, del Lago Agnel, delle Meraviglie, ecc. A nord del grande spartiacque, il larice manca sui fianchi settentrionali della Valle del Tanaro (da Ormea al Colle dei Signori) e del vallone di Meiris, affatto spoglio di alberi (a nord della strada) partendo da 1400 m.; manca poi anche a tutta la Valle del Pesio. Del resto, laddove incontrasi nelle vallate settentrionali, esso sale a singolare altezza: a circa m. 2300 nel vallone Balma di Ghiliè e sotto alla Cima di Mercantour, a circa 2400 nel vallone dell’Argentera (il cui fianco sud ne porta ad un’altezza di almeno 2440 m., secondo Freshfield) e sul fianco ovest della Stella, ove il bosco continuo cessa a 2300 m.; infine a forse m. 2450, sul Becco di San Giovanni. Sulla parete quasi verticale del contrafforte nord del Matto (m. 2803), il quale domina il Lago sottano della Sella, i larici salgono dal vallone di Latous ad incredibile altezza, non inferiore a 2500 m.
In nessun luogo però trovammo il limite della vegetazione arborea spinto così in alto come nel vallone di Lourousa, ad est delle Terme di Valdieri. Ivi i pendii dei terrazzi morenici sono quasi i soli luoghi rivestiti da alberi, sino a m. 2300 circa; un grandissimo larice cresce vicino al gias inferiore. Sul fianco nord però vedonsene gruppi più o meno folti fin sul dorso dell’Asta (m. 2520: chiamato Cresta della Marzarea sulla Carta Sarda), e se ne hanno altri ancora assai più in alto sul fianco della Cima Dragonet; almeno, i luoghi dove crescono sono visibilmente più alti del Colle Chiapous (m. 2520), dal quale ebbi occasione di osservarli. Il fianco sud della valle è affatto privo di alberi tra il detto colle ed il burrone che dal ghiacciaio di Lourousa scende al gias Lacarot (m. 1980), la roccia essendovi troppo ripida e liscia per portare altri vegetali che non siano licheni e fiorellini minuscoli. Più sotto invece, il folto bosco della Stella sale almeno a 2500 m., e, a quanto ci parve, gruppi di larici rimontano ancora sino alla cima del monte omonimo (m. 2612); nel burrone più ad est, essi rimontano fino sulla morena del ghiacciaio di Lourousa, salendo poi a ragguardevolissima altezza (forse più alto ancora della Cima Stella) sul ripidissimo fianco della cresta meridionale (m. 2820).
Ad ogni, modo, ci pare quasi certo che i larici della Stella siano gli alberi viventi più in alto non solo dell’Europa, ma anche di tutte le catene attorno al Mediterraneo e sino alle isole Canarie, eccettuando forse il Caucaso. Nelle Alpi settentrionali non vi sono alberi sopra i 2450 m.; nel Delfinato, secondo Schlagintweit, crescono larici ed arole sino ai 2500 m., e nei Pirenei, sul Canigou, abeti rossi a 2410 m.; perfino il Juniperus fœtidissima, nel Tauro, non sembra superi i 2600 m. È vero che non sappiamo niente di sicuro sul limite degli alberi nelle Alpi Marittime ad ovest della Tinea; ma, stante la denudazione molto avanzata di quelle montagne, è molto improbabile che abbiano alberi sopra i 2500 m., tranne forse nel vecchio e bandito bosco della Sylve, sul fianco meridionale della Valle dell’Ubayette.
Rileviamo qui il fatto che la cresta della Stella si trova sul lato nord delle Alpi Marittime, quindi essa non ha più alcun rapporto col clima mediterraneo; inoltre è degna di nota (sebbene fortuita) la sua vicinanza alla più alta montagna delle Alpi Marittime, di cui non è che un contrafforte. Non è però difficile spiegare la straordinaria estensione in altitudine degli alberi sopra il vallone Lourousa: i fianchi della Stella formano un dorso diretto a nord-ovest, dai fianchi ripidi, ma non troppo precipitosi per impedire lo sviluppo di un bosco, e sempre più dolci man mano che si scende; vi mancano i burroni sassosi, le frane ed i canali di valanghe; i monti a settentrione ritengono i venti del nord, e densi vapori caldi salgono, quasi ogni sera, dalle sorgenti solforose verso oriente. Più importante ancora è il fatto, che il bosco della Stella è molto distante dall’abitato di Valdieri e poche decine di anni fa era accessibile con difficoltà; ora, da oltre trenta anni, esso fu lasciato e perfino ingrandito, affine di proteggere lo stabilimento delle Terme contro possibili valanghe e per offrire piacevole passeggio ai villeggianti. Esso occupa circa cento ettari, cominciando immediatamente dietro lo Stabilimento, dal quale un delizioso sentiero conduce per esso nel vallone Lourousa. Le radure prative, i solchi che servono allo scolo delle acque nella primavera, ed i dirupi che ne interrompono qua e là la continuità, aumentano il pittoresco del paesaggio, e permettono di gettare lo sguardo sui monti veramente colossali che s’innalzano d’attorno. Nella parte più bassa abbondano i faggi, tra i quali vedonsi esemplari di magnifico fusto, slanciati e diritti: uno dei più grossi porta sulla corteccia le parole «Dio grande» incise da un ammiratore. Più in alto cominciano a predominare gli abeti bianchi, generalmente molto regolari ed eleganti. Sopra i 1500 m. mostransi poi magnifici abeti rossi, e quindi i larici si fanno sempre più numerosi, finchè rimangono i soli rappresentanti.
Oltre al pino, ai due abeti ed al larice, le Alpi Marittime superiori vantano ancora tre conifere assai meno comuni.—Il tasso (taxus baccata), albero diffuso dalla Siberia orientale sino all’Algeria ed alle isole Azzorre e di cui nell’Inghilterra trovansi esemplari la cui età venne calcolata a circa 4000 anni, oggidì è dappertutto raro, cosicchè sparirà tosto o tardi dalle foreste. Nelle Alpi Marittime si trova sparso qua e là, tra 1000 e 1800 m. nei boschi di Mairis, di Libarè vicino a Venanzone, di Beuil tra il Varo e la Tinea, di Courmes (circondario di Grasse), ecc.; secondo il dott. Henry se ne incontrerebbero parecchi grandi tronchi nel basso vallone di Fontanalba, sopra Casterino, in mezzo ai larici, ed uno di essi misura 5 m. di circonferenza, ciò che corrisponderebbe ad una età molto ragguardevole tenuto conto del lentissimo sviluppo di questa specie, di cui ivi mancano affatto gli esemplari giovani.
Il pinus montana Mill., limitato ai sistemi montuosi centrali dell’Europa, con numerose e svariate forme, si distingue dal pino selvatico per il suo fusto più compatto, i suoi aghi pronunziatamente verdi, i coni ottusi e talvolta curvati, ecc. La sua forma arborea (f. uncinata) predomina sul versante spagnuolo dei Pirenei, mentre nelle Alpi è diffusa dal Ventoux all’Engadina. Nelle Alpi Marittime viene menzionata nelle foreste di Mollières, di Fremamorta, di Salèses, di Cavallé, delle Finestre e dell’Aution; trovasi anche, secondo l’Ardoino, sul Colle di Tenda, mentre noi non lo trovammo nel bacino del Roja, ma nella Valmasca (da m. 1750 sul fianco sud a 2150 m. nel vallone dell’Agnel) e su ambidue i fianchi del Monte Urno, ove cresce a 2100 m. insieme agli ultimi larici. V’è una delle varietà arbustiformi di questa specie, probabilmente la f. pumilio, la quale dalle Alpi, in cui non fu finora menzionata a sud del Delfinato, passa ai Carpazi, al sistema Sudetico ed ai Balcani settentrionali, mentre sull’Appennino, dalla Majella all’Aspromonte, cresce un’altra forma (f. magellensis, da taluni però considerata quale varietà nana del pino di Corsica). Gli esemplari che trovai sono arbusti alti da 1 a 3 m., con tronchi in parte abbastanza larghi e lunghi, però curvati in forma di S, con rami drizzati all’estremità, gli aghi mostranti un verde vivo, e coi coni radunati tre per tre (due orizzontali ed uno verticale). Il Dellepiane menziona foreste di Pinus montana sui fianchi meridionali dei Pizzi di Cornia e d’Ormea, sopra la Valle del Tanaro, quasi sino a 2400 m.
L’arola (Pinus cembra) è, come il larice, un’albero di Siberia confinato, nell’Europa, alle Alpi ed ai Tatra, e facentesi sempre più raro. Però, nelle Alpi Marittime non è così raro come lo fa credere Ardoino, che lo menziona solo in pochi luoghi isolati, tra il vallone di Jallorgues sopra San Dalmazzo Selvatico e la Cima di Nauca sopra Fontana; sul fianco sud delle Alpi Ligustiche pare manchi affatto, eccettuati gli esemplari recentemente piantati a sud-est del Colle di Tenda; non credo poi che si trovi nelle valli di Vinadio. Quest’albero si trova qui ben raramente sotto a 1750 m. (in Val Gordolasca forse già a 1600 m.); è comune nei boschi di larici della Valmasca, ove rimonta quasi tanto alto che il larice, sul Monte Peiracuerta e sopra il vallone dell’Agnel (forse ad oltre 2300 m.), nella Valle dell’Inferno (sino a 2350 m. a sud-est del Lago Carbone) e sul fianco orientale della Val Gordolasca; trovasi poi nelle foreste del Borreone, del Cavallé, di Saléses e di Fremamorta (quivi sino a 2350 m.). Ma specialmente rimarchevole è la sua diffusione sul lato nord delle Alpi Marittime. Già nel 1892 notammo, nel vallone della Barra, dietro a San Giacomo, ad oltre 2000 m. sulle ripide creste laterali, alberi nerastri molto distinti dalle boscaglie di faggi ed ontani, che soli crescono sui fianchi inferiori; negli anni seguenti, ritrovammo lo stesso fenomeno nelle valli attigue, e riconoscemmo che tali alberi erano arole. Nel vallone di Monte Colomb, ove trovansi giovani boscaglie di faggi, al di sopra di questi da 1850 m. in su, vedonsi in molti siti le arole, sempre separate tra loro da spazi abbastanza grandi e spesso affatto isolate, raramente riunite in piccoli gruppi; sulle scoscese creste che dominano il gias Murajon, se ne vedono sino a 2350 m.; sulla cresta del Tor sino a circa 2400 m., ed a simile altitudine ne crescono numerose tra le balze sotto il Lago della Roccia, mentre mancano affatto nel vallone del Vej del Bouc. Nel vallone della Ruina, oggidì affatto privo di boschi, le prime arole si mostrano tra 1700 e 1800 m. sulla parete a sud del lago e sulla cresta orientale; sopra il bacino del Monighet soprano rimontano molto alto su ambidue i lati, specialmente sulla Rocca Barbis, sotto il Colle Chiapous, ove ve n’è una a 2400 m. Nei boschi di conifere attorno alle Terme di Valdieri non incontrammo arole, ma se ne trovano nel vallone di Meiris, insieme a larici, a sud del Lago Sottano (1850 m.) ed a 2000 m. sulle rocce vicino alla strada. Da questa diffusione dell’arola si potrà argomentare che in queste valli v’erano un tempo grandi foreste di tali alberi, rivestenti le pendici forse da 1600 m. in su; ora non ne sono rimaste che poche traccie nei siti più favorevoli od inaccessibili all’uomo.
Le boscaglie della regione alpestre si possono suddividere in quelle dei luoghi freschi e bene irrigati, ove predomina una grande varietà di cespugli a foglie caduche e in quelle delle secche pendici, costituite per lo più da una specie sola.—Le prime trovansi specialmente nei burroni umidi, lungo i rivi e su pendii non troppo ripidi, esposti verso nord; le più estese sono nelle vallate settentrionali, specialmente dietro al gias Murajon, nel vallone della Barra sotto il Prajet, sulla parete a sud del Lago della Ruina, sul fianco ovest di Val Pesio, ecc., mentre a meriggio della grande catena le trovammo meglio sviluppate nella Valmasca. La loro fisonomia è molto differente da quella delle foreste subalpine, rassomigliando esse piuttosto alle boscaglie di betulle nane della Lapponia. Scendendo dalle tristissime petraie dei circhi superiori, si giunge quasi all’improvviso in quei folti e freschi recessi di grandi arbusti verdi, il cui fogliame molto svariato, ma sempre abbastanza largo, mantiene l’umidità del suolo, cosicchè tra le muffe e lungo i ruscelli crescono alte erbe e felci, che mancano quasi affatto ai radi e secchi boschi di larici; gli animali vi trovano un sicuro riparo, le farfalle, gli insetti e gli uccellini animano questa vegetazione attraente, che nell’autunno brilla dei più vivi colori, mentre nell’inverno sparisce affatto sotto le nevi.
Nelle valli settentrionali è specialmente comune il faggio, che, sotto forma di arbusto, riveste pendici abbastanza ripide, nel vallone di Meiris (lungo la strada fino a pressochè m. 1850), sul Matto dietro le Terme di Valdieri, nel vallone di Monte Colomb (a m. 1700 sul fianco orientale, a quasi m. 1800 sulla Cucetta e vicino al gias Murajon), nei burroni ad ovest della Val Pesio (tra 1400 e 1800 m.), ecc.
L’ontano verde (Alnus viridis), che comincia in generale laddove cessa il nocciuolo, accompagna spesso gli arbusti di faggi, mentre più in alto forma talvolta per sè solo boscaglie abbastanza estese, lungo le balze rocciose; sul lato sud, scende a 1200 m. ad ovest di Tenda e a 1300 m. sul Monte Mulacier dietro a Mentone. Nel vallone di Meiris trovasi fra 1500 e 2250 m.; ad est del Lago Brocan e a sud del gias Murajon sino a 2150; sul fianco del Colle Chiapous, come sulle creste della Mourionera e della Cucetta, sino a circa 2300 m.
Il sorbo (S. aucuparia) non è raro già lungo i rivi delle vallate montane, scendendo fino a Robilante (m. 700) sulla Vermenagna, a Demonte, ecc.; nelle valli superiori trovasi specialmente sotto forma di arbusto bellissimo, col suo fogliame pinnato, verde chiaro, dentellato e colle ombrelle di frutti simili a coralli; però non è raro incontrarlo, sino ai più alti siti dove cresce, sotto forma di albero alto parecchi metri; trovasi in tutte queste valli, a 1750 m. nel vallone di Vallasco, a 1800 m. nella Valmasca, nel bosco della Stella, a sud del Lago della Ruina, e perfino a 2000 m. tra le arole a sud del gias Murajon.
Il Cotoneaster vulgaris ed il Prunus brigantiaca non sembrano oltrepassare i 1800 m., essendo questo anche pressochè il limite superiore di diverse rose (R. alpina a m. 1850, sopra il vallone Vej del Bouc) e del Rhamnus alpinus. Il lampone (Rubus idæus) rimonta talvolta più alto di 2000 m. (a 2300 m. sul fianco est del Colle Chiapous). Il Salix nigricans (sugli schisti umidi) a 2050 m. (vallone di Caramagna, ecc.). Il Cytisus alpinus, sotto forma di piccolo albero, è comune tra 1400 e 1700 m. nelle boscaglie e nelle foreste attorno alle Terme di Valdieri, poi nella Val Gordolasca, ecc., mentre il Sambucus racemosa si tiene circa nella stessa zona. A tutti questi cespugli aggiungesi poi il rododendro, che nelle boscaglie a sud del Lago della Ruina vedesi in esemplari molto cospicui, con foglie abbastanza lunghe; più raramente il Ginepro nano e la Dafne alpina.
Assai più bassi sono i vaccinii, che specialmente nelle valli settentrionali rivestono da loro soli gran parte delle pendici superiori; predomina il mirtillo (V. myrtillus), che scende raramente sotto ai 1600 m. (a 1500 m. nei valloni di Meiris e Desertetto), rimontando a 2300 m. sopra il Lago sottano di Valmasca e quello dell’Olio come anche ad est del Colle Chiapous, a 2350 m. dietro il Lago Vej del Bouc, ecc. Il V. uliginosum, più piccolo, non si trova quasi sotto a 1800 m. (nel bosco della Stella a 1700 m.), ma cresce ancora tra aride rocce, perfino sulle cime del Diavolo e della Valletta Grande, e sul Passo di Valmiana (circa m. 2920). Il V. vitis idæa, dal fogliame sempre verde, sembra sia limitato qui alle alte vallate della Stura e della Tinea. Nella stessa zona trovansi l’Arctostaphylos uva-ursi (Cima del Diavolo, ecc.) e l’Empetrum nigrum, abbastanza raro, mentre tre piccolissimi salici (S. reticulata, S. retusa, S. herbacea) sono limitati alle alte cime, quest’ultima trovandosi per esempio sulla Cima del Diavolo (m. 2687).
Sulle pendici più aride, formano a loro soli grandi boscaglie il rododendro ed il ginepro nano, quasi mai riuniti, ma dividendosi talvolta i due fianchi di una valletta. Il rododendro (R. ferrugineum), alto sino ad un metro, è il più comune fra tutti gli arbusti delle Alpi Marittime, tra 1500 e 2200 m.; però non abbiamo particolari sulla sua diffusione nel territorio francese, ove manca almeno, a quanto pare, alle calde montagne calcaree dei circondari di Grasse e di Nizza, mentre nelle Alpi Ligustiche trovasi ancora sul lato nord del Bric dell’Agnellino tra Finale e Bardineto, ad appena m. 1300 sul mare, la cui costa rivestita da palme ed aranci è ivi distante appena 10 chilometri. Nella Val Roja, vedonsi rododendri a 1400 m. nella foresta di Maima a nord-ovest di Tenda. Il magnifico aspetto di quei cespugli fioriti si può avere qui nel giugno e sino alla metà di luglio; sul lato nord non raramente ancora verso la fine d’agosto, mentre trovai perfino un’esemplare fiorito il 15 settembre 1892 nella Val Gordolasca; sui rami trovansi escrescenze simili a piccole pesche e che hanno un gusto dolcigno, alquanto resinoso.
Il rododendro, come anche tutti i cespugli robusti, manca affatto ai carsi che attorniano la Cima di Marguareis, ma si trova però nelle Alpi Ligustiche, sulle rocce marmoree del Colle della Boaira, sulla Cima di Velega, nei rami terminali di Val Pesio, sul Monte Armetta sopra Ormea, ecc. Nel gruppo centrale delle Alpi Marittime esso forma invece spesso boscaglie fittissime, quasi impenetrabili all’uomo, cosicchè costituiscono il rifugio preferito dai fagiani e da altra selvaggina. Nella Valmasca, piccoli esemplari vedonsi ancora sopra il Lago del Basto e poco sotto al Lago Agnel (m. 2426), mentre sui fianchi dei valloni della Gordolasca e di Peirabroc trovansi sino a 2500 m.; i più alto-viventi li vedemmo sulla Cima del Diavolo (m. 2687), nelle fessure ad oriente del Colletto Ciaminejas (m. 2770), sul Colle Chiapous (a quasi m. 2520) ed attraverso i massi sul fianco nord del Passo di Valmiana, a circa 2700 m.
Il Juniperus nana, che pare non scenda sotto ai 1600 m., è specialmente diffuso nei burroni laterali di Val Gordolasca, sui colli Chiapous e Vej del Bouc (sino a 2300 m.), ecc.
Accanto alle boscaglie crescono spesso grandi e fittissime erbe, che ricoprono, per es., gran parte dei valloncini ad ovest della Val Pesio, del vallone della Barra, delle balze a sud del Lago della Ruina, ecc., distinguendosi pel loro fogliame largo ed elegante, come per la varietà dei loro vistosissimi fiori. Primeggiano fra essi: Delphinium elatum (talvolta alto da 1 a 2 metri), Aconitum napellus e lycoctonum, Anemone alpina, Aquilegia alpina (lungo i rivi nel bacino del Roja, ecc.), Polygala alpestris, Fragaria vesca, Athamanta cretensis, Eryngium alpinum (la «regina delle Alpi», abbastanza rara: vallone di Finestre, del Piz, ecc.), Valeriana montana e saliunca, Cirsium eriophorum e spinosissimum, Carlina acaulis, Solidago virgo aurea, Petasites albus, Aster alpinus, Arnica montana, Phyteuma orbiculare e Halleri, Campanula spicata, diverse genziane (così la G. asclepiadea, coi fiori d’un bell’azzurro), Digitalis ambigua, Nepeta nepetella (nei luoghi piuttosto secchi, così sul Colle di Tenda), Plantago alpina, Polygonum bistorta (attorno ai gias), Chenopodium Bonus Henricus, Thesium alpinum, Urtica dioica, Alchemilla alpina, Veratrum album, Fritillaria involucrata, Allium Schœnoprasum, Pteris aquilina, Lycopodium selago, ecc.
Fra i tratti aridi della zona subalpina i più tristi forse, sotto il riguardo della flora, sono gli altipiani calcarei del Marguareis, ove non cresce altra pianta legnosa tranne la Daphne cneorum, mentre primeggiano erbe grigie e spinose che ricordano i monti della Siria; numerosi sono i cardi. Poco più ricca è la flora delle clapere, comprendendo oltre ai licheni (Lecidea geographica, ecc.), parecchie delle grandi erbe già citate. Spesseggiano l’Aconitum lycoctonum, la Scabiosa vestita, l’Adenostyles leucophylla (Lago Agnel ecc.) e alpina (ancora oltre i 2900 m. sul Passo di Valmiana), l’Arnica montana, l’Aronicum doronicum, l’Armeria alpina, il Myosotis alpestris, il Verbascum nigrum, il Thymus serpyllum (a quasi 2620 m. sul lato ovest del Colle Vej del Bouc, ecc.), la Stipa pennata e parecchie felci (Pteris aquilina, sui fianchi del Passo di Valmiana a quasi m. 2500; Allosurus crispus, sulla Cima del Diavolo e su quella della Valletta Grande m. 2812).
Fra le specie che crescono nelle anfrattuosità delle rocce meritano speciale menzione: Paronychia serpyllifolia (rocce calcaree), Dianthus neglectus, Sedum anacampseros, Sempervivum piliferum e arachnoideum, Saxifraga aspera, S. aizoon, S. cæsia, Hieracium villosum, Gentiana verna, Allium narcissiflorum, ecc.; in una zona più elevata tengonsi Viola calcarata, Lychnis flos Jovis, Arenaria recurva, Meum athamanticum, Erigeron alpinus, Phyteuma pauciflorum, Veronica Allionii e alpina, Pedicularis Allionii, Carex sempervirens, ecc.
L’edelweiss (Leontopodium alpinum) non fu trovato da noi nel massiccio di gneiss; però, a quanto si dice, esiste sui monti attorno al Lago Agnel. Sulle alture di Peirafica è forse più comune che in nessun altro luogo delle Alpi, e sulle rupi scoscese calcaree delle Alpi Ligustiche se ne trovano bellissimi esemplari (sin oltre a 4 centim. di diametro). Il più basso punto ove cresce questo celebre fiore è forse la cresta di Monte Armetta (m. 1700), il più alto invece il Capelet di Raus (m. 2627).
Ponendo qui termine a questo nostro saggio, certamente incompleto per quanto risulti esteso, non esitiamo a soggiungere che ben altro di notevole vi è da dire sulle Alpi Marittime. Chi volesse descrivere la loro fauna, avrebbe da menzionare specie affatto meridionali, quali il gecco, la lacerta ocellata (lunga quasi un metro), la genetta, il fiammingo, la tarantola, non mancando per contro gli animali strettamente alpini.
Dai tempi più remoti poi, questo paese, limitrofo tra Gallia e Italia, offrendo i passi alpestri più vicini al mare, fu attraversato e disputato dai popoli più diversi, occupandolo in parte i Fenici, gli Etruschi, i Greci, i Celti, i Romani, i Longobardi, i Saraceni, ecc. Delle epoche storiche più diverse rimangono traccie: le imponenti fortezze neolitiche, costrutte con enormi massi sulle alture di Grasse e del Varo; le rozze incisioni delle Meraviglie, i dolmen, le tombe celtiche e romane, la strada militare che anticamente conduceva dalla Valle della Tinea alle Alpi Cozie, l’altare romano sul Monte Tournairet, le antiche escavazioni della Miniera di Valauria, attribuite ai Saraceni, le numerose e ben conservate rovine medioevali, come il borgo abbandonato di Castelnuovo sopra Nizza, e mille altre vestigia di più civiltà.
Quanto varie sono poi anche oggidì le condizioni della popolazione e dell’incivilimento: a Nizza il lusso più raffinato, la vita parigina, le splendide feste, e poco lungi contrade selvaggie, poveri villaggi piantati su rocce a picco;—a Monaco, giardini affascinanti, nei quali pur troppo spesso giacciono le salme degli infelici che v’hanno perduto la loro fortuna, ed in fondo alla Val Tinea i casolari di Prat, i cui abitanti non poterono trovare finora le seicento lire necessarie per acquistare un terreno ad uso di cimitero, cosicchè devono seppellire i loro morti in un’orribile sentina!
Ma lasciamo le miserie umane, e torniamo fra la semplice e cordiale popolazione alpestre, la più naturale forse che ora esiste. Facciamo di meglio, saliamo sulle alte cime ove spira quella vivida aria che ritempra il corpo e l’anima. Ed allora vedremo con uno sguardo, distesa sotto di noi, tutta questa ricchezza e varietà degli incanti, dal mare alla pianura, dai sempreverdi giardini alle cupe foreste, ai prati alpestri ed ai fiorellini che crescono sull’orlo dei nevati. E se allora non sentiamo in noi qualche riflesso dell’eterna forza e virtù della natura, avremo perduto il sentimento che dà il maggior pregio alla vita umana ed a cui si deve ogni progresso: l’amore dell’alto!
Fritz Mader
(Sezione di Torino).
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