V.
Fortunatamente i criteri della politica Colbertiana andarono poco a poco indebolendosi, ed il commercio del vino potè svolgersi in modo meno irregolare e più conforme alle esigenze determinate dal vario talento de' popoli, dalla diversa posizione de' paesi, dalla moltiforme attitudine dei produttori a somministrare gli elementi della ricchezza sociale. La produzione del vino ha una propria regione segnata dalla natura nella zona della vite. Ed in cotesta zona va notato un fenomeno curioso ed è che ne' paesi nordici abbonda il vino bianco e ne' meridionali il vino rosso, proprio come ne' primi — il riscontro m'è stato suggerito dal mio egregio collega il prof. Lombroso — prevalgono i capelli biondi e ne' secondi le chiome nere. Un'altra circostanza: i vini del mezzodì sono più alcoolici de' vini del nord. Di tale maniera vediamo posti da natura i fondamenti del traffico del vino.
In quali condizioni esso si trova ai giorni nostri?
Tra' paesi produttori della zona viticola europea predomina la Francia, la cui produzione nel decennio anteriore al 1859 segnò una media annuale di 30 milioni d'ettolitri ed è salita nel decennio posteriore alla media di 56 milioni, malgrado l'oidium e la fillossera, cause di accidentali diminuzioni riparate dall'industria col vinage. L'esportazione crebbe anch'essa sensibilmente da 2 milioni e mezzo d'ettolitri che era nel 1859, sino a 4 milioni nel 1873. Nel decennio successivo il raccolto medio annuale diede 54.636.000 ettolitri, e s'ebbe una esportazione di 3.469.000 ettolitri all'anno in media. Il valore della produzione annua si può calcolare in commercio a circa due miliardi di franchi; quello dell'esportazione tocca i 300 milioni. Al moto ascendente dell'esportazione hanno contribuito in maniera speciale la Germania — gli Alsaziani ed i Lorenesi serbano fede a' vini di Francia, — la Svizzera, l'Inghilterra ed il Belgio in Europa e Rio de la Plata nel continente americano (Tav. I).
S. Cognetti de Martiis dis
E. Loescher Editore, Torino—Roma
I vini francesi vanno divisi in tre grandi categorie, cioè: Vini ordinari della Gironda, Vini ordinari degli altri vigneti e Vini-liquori. La prima categoria soffrì una diminuzione irregolare, ma costante, nell'uscita, dal 1866 al 1871, poi s'ebbe un lieve miglioramento. La media dell'esportazione, proporzionale alla totale quantità di vini che la Francia ha mandato all'estero dal 1859 al 1875, risulta, pe' vini girondini, del 58.1 %; fu superata fino al 1866 sempre; non mai più (eccetto nel 1872) da quell'anno in poi. I vini di cotesta classe vanno a preferenza in Inghilterra e nelle colonie inglesi, al Rio de la Plata, agli Stati Uniti, all'Uruguai, in Olanda, al Perù, al Messico, in Danimarca ed al Chilì. L'esportazione della seconda categoria, quella dei vini ordinari des autres crus, aumentò costantemente sino al 1870, declinò poi sino al 1873, ma si riebbe ben presto sino ad oltrepassare la media che è 37.7 % e fu superata dal 1867 al 1872 e nel 1875. L'Algeria, il Brasile, l'Italia, l'Egitto, la Turchia, la Svezia, la Norvegia preferiscono i vini di questa classe. Ne' vini-liquori — quelli cioè la cui potenza alcoolica è maggiore di 15 gradi — si ebbe tendenza all'aumento d'uscita sino al 1863, depressione nel successivo triennio, nuovo aumento sino al 1872 e poi alti e bassi più o meno sensibili. La media 4.2 % fu sorpassata solo ne' tre anni 1863, 1872 e 1874. L'esportazione più notevole di cotesti vini si fa verso l'Inghilterra ed il Belgio.
Cosa si raccoglie da questi dati? La notevolissima differenza tra le cifre della produzione e quelle dell'esportazione mostra che, pur facendo larga parte, al consumo interno, la Francia ha bisogno di sbocchi ed accenna a procurarseli ne' paesi dell'America Meridionale. Si scorge anche come al commercio vinifero francese abbia giovato la riforma economica del 1860 e quanto male avvisi la Società parigina d'agricoltura chiedendo un dazio di 20 franchi per ettolitro su' vini che entrano in Francia. L'eccellenza di questo paese nell'industria enologica e conseguentemente il suo primato nel commercio del vino non fu conseguita con la protezione di tariffe, bensì con la perfezione del prodotto, la unione de' produttori per ottenere la costanza de' tipi e l'abbondanza de' capitali applicati alla viticoltura.
La Spagna e l'Italia sono, dopo la Francia, le due regioni che esportano la maggiore quantità di vino. Ma che distanza tra esse e la consorella latina! La produzione del vino nella penisola iberica è aiutata e stimolata da capitali inglesi, specialmente nelle provincie meridionali, ed i prodotti si distinguono per gusto generoso e nutritivo. L'esportazione (Tav. I) va sviluppandosi discretamente e più si svolgerebbe, in ispecie verso il nordovest d'Europa, se la tariffa doganale inglese fosse alquanto più mite co' vini. Vero è che se la Spagna ha qualche ragione di lagnarsi dell'Inghilterra, ha più ragione ancora la Francia di dolersi della sua vicina d'oltre i Pirenei, massime se si consideri che da questa è fornita la maggior parte de' vini che entrano in Francia. Commercialmente però i vini spagnuoli non hanno grande importanza; i più noti sono adulterati e quelli non manipolati, tutt'altro che perfetti, hanno un difetto grave: l'incostanza nel profumo, nel corpo e nel colore. Prima di passare dalla penisola iberica alla nostra, è bene dare un'occhiata al Portogallo. Il più noto dei vini portoghesi è il Porto, ma ho già accennato come, con la sofisticazione, gli speculatori anglo-sassoni abbiano traviato il sapore di questo vino generoso, sicchè il genuino Douro non piace a chi è avvezzo al Portwine. Lo Stato al quale affluisce la maggiore esportazione lusitana è il Brasile, ove però comincia a coltivarsi l'industria enologica e s'è costituito un tipo nazionale, il Pao, che, se i produttori v'attendono e gl'industriali non lo sciupano, potrà acquistare un buon posto in commercio.
Ed eccomi all'Italia. La nostra esportazione è in aumento, in ispecie quella del vino in bottiglie (Tav. II) e ci siamo emancipati dalla Francia, dalla quale prendemmo 661,000 ettolitri di vino nel 1859, gradatamente discesi a 45,000 nel 1875. Anzi nel 1872 potemmo fornirne alla nostra vicina 300,000 ettolitri. Ma, o signori, non facciamoci illusioni. La massima parte del nostro vino s'esporta pel taglio e a ciò furono adoperati in Francia i 300 mila ettolitri or ora menzionati; servirono a rinforzare i fiacchi vini della Linguadoca. Il vino italiano che solo, si può dire, è conosciuto nel gran commercio, è il Marsala, un vino-liquore. E poi cos'è la nostra esportazione in confronto della francese? E dire che per ragione di clima la produzione italiana dovrebbe superare quella della Francia, ove la vite alligna bene in un terzo della superficie ed in un altro vi stenta, e l'industria enologica dovrebbe figurare tra le fonti principalissime della nostra esportazione accanto alle industrie della seta e dell'olio. C'è dippiù; noi come produttori di vino non possiamo competere nemmeno con la Spagna. La produzione annua spagnuola raggiunge, in media, la cifra di 25 milioni di ettolitri, circa la metà della produzione francese. La media nostra è di 16 milioni di ettolitri. Si è asserito che non possiamo esportare a causa dei gravi dazi che figurano nelle tariffe straniere nell'importazione de' vini; si sono invocate altre attenuanti per spiegare la figura alquanto meschina che noi si fa in questo ramo di commercio. Parole vane. La verità è stata detta chiara ed aperta da due valentuomini che da diversi punti di vista si sono occupati con amore de' vini italiani: il Luzzatti ed il Sambuy. La principal condizione per poter vendere, dice il Luzzatti, è produrre bene. Qualunque vantaggio daziario è effimero e vano, se la enologia italiana non cerca in se stessa i mezzi della propria rigenerazione. «A differenza di abilità, di competenza commerciale, qualunque diminuzione di dazio nelle tariffe estere profitterà segnatamente agli Stati più sapienti nell'arte dell'enologia e più avveduti nel commercio del vino»[[V-5]]. E il Sambuy esclama: «Facciamo meglio i nostri vini... Non si tratta di far comunque dei vini cattivi destinati alle bettole ove il misero artigiano, attirato dal buon prezzo, perde i suoi preziosi risparmi e la più preziosa sua salute, si tratta di fare dei vini-tipi, che passino i monti ed i mari con utile nostro e decoro d'Italia»[[V-6]].
Il nostro gran guaio è appunto la mancanza di vini-tipi. La nomenclatura dei vini italiani è lunghissima e svariatissima, e questo nuoce assai al nostro commercio enologico. I produttori vogliono fare sfoggio di qualità diverse e il prodotto risulta scarso per ogni qualità e per giunta incostante.
Aggiungete la mala pratica dell'adulterazione, che pur troppo è vizio vecchio e fece nel secolo scorso perdere all'Italia i mercati della Germania e dell'Inghilterra[[V-7]]. A questi difetti intrinseci della nostra enologia, se ne accoppiano altri che chiamerò estrinseci. Uno riguarda l'imbottigliamento. In molti paesi d'Italia s'imbottigliano i vini nella primavera susseguente al raccolto. Cosa accade? Il vino, dopo un certo tempo, prende un sapore disgustoso comunicato dalle feccie. Bisogna poi anche badare più che non s'usi ai tappi di sughero. All'esposizione di Filadelfia una partita di Valpolicella d'ottima qualità fu esposta in bottiglie malissimo turate, e non fu avuto in quel conto che forse meritava. All'esposizione di Vienna si dovettero cambiare i tappi a molte bottiglie di espositori italiani. Non è tutto. Noi non curiamo l'apparenza della bottiglia così come si dovrebbe per allettare i consumatori. Non diamo importanza o ne diamo ben poca alle etichette, e salvo poche eccezioni, le nostre bottiglie hanno aspetto grossolano e non reggono al confronto di quelle del Reno, di Francia, di Spagna, degli Stati Uniti e del Portogallo.
Così, signori, la fama antica de' vini latini è mantenuta non dalla terra veramente latina, non dalla vecchia Enotria, ma dalla Francia.
La Germania anch'essa ci sta innanzi nel commercio enologico. I vini del Reno si distinguono non solo per la loro eccellenza, ma eziandio per la costanza del tipo, nella quale si riflette l'indole pertinace della robusta e perseverante stirpe alemanna. I Tedeschi poi si acquistarono una grande reputazione come cantinieri. Niuno li supera nella preparazione e nella conservazione de' vini che curano con mezzi perfetti. Il signor Secchi de Casali, giurato per l'Italia alla sezione agricola della Mostra di Filadelfia, scrive nella sua Relazione che i cantinieri tedeschi sono i più accetti agli Stati Uniti, e l'imbottigliamento de' liquidi v'è, si può dire, monipolizzato da essi, abili al punto d'allestire ciascuno diciotto dozzine di bottiglie, dovendo lavarne i vetri, riempirle, turarle, mettervi le capsule e le etichette, avvilupparle nella carta e nella paglia e finalmente incassarle, stampandovi le debite iscrizioni, e tutto ciò in nove ore di lavoro.
Tra' paesi che forniscono al commercio tipi buoni e accreditati, merita una speciale menzione l'Ungheria, patria del Tokay, pregevolissimo per finezza e profumo. In quanto alla Grecia e alla Turchia, la cattiva fabbricazione nuoce allo spaccio de' vini dell'arcipelago e dell'Asia Minore, che, come abbiamo visto, tennero in altri tempi il primissimo posto nel commercio enologico.
Negli Stati Uniti d'America si dànno molte cure e si applicano vistosi capitali alla produzione del vino. Vi s'è costituito un tipo nazionale, la Catawba, il più stimato tra' vini americani. Ma la Repubblica federale transatlantica non è pel vino un paese d'esportazione, come lo è, e considerevolissimo, pel frumento e per il bestiame. Un sensibile movimento d'esportazione s'accenna invece nella lontana Australia, e specialmente nella Victoria e nell'Australia Meridionale, ove grossi capitali s'investono nella viticoltura, si piantano nella vallata del Murray viti spagnuole, si riproducono con buon esito nelle regioni nordiche i tipi spagnuoli e portoghesi e in quelle poste al sud i francesi e tedeschi. Anche lì s'è costituito un tipo dominante, il Verdeilho, e gli arditi coloni del mondo nuovissimo affrettano co' voti e con l'opera il giorno in cui la loro terra competerà co' più reputati paesi viniferi europei.
Intanto il consumo del vino si va estendendo e si allarga così il mercato di questo prodotto, il cui prezzo, sul posto, s'è più che raddoppiato in dieci anni, mentre il prezzo medio di vendita, in commercio, che, in Francia, verso la metà del secolo scorso, s'allontanava poco dai 35 franchi, è salito a non più di 50 franchi, grazie al progresso dei mezzi di trasporto.
Ma lo sviluppo progressivo del commercio enologico ha tre nemici: l'imperizia, la frode e il dazio.
Abbiamo veduto come l'imperfezione dell'elemento tecnico nella viticoltura e nell'arte di fare il vino nuocia ai paesi che per ragione di clima sono pure i più adatti alla produzione. Il buon vino s'apre da sè la via sul mercato mondiale. In questo, come in ogni altro ramo dell'attività umana, chi più sa, più può.
In quanto alla frode, tutti conosciamo in quali proporzioni sia praticata e sotto quante e svariate forme. Tutti i tipi più accreditati, tutte le qualità più gradite, tutte le specie più note e diffuse sono prese di mira. Un arguto scienziato tedesco dimostrò che l'uva non c'entrava per nulla nello Château Margaux vecchio che una Corte di Germania riceveva dal suo fornitore brevettato, il quale le dava a bere una miscela composta con acqua pura, acquavite di frumento, estratti diversi, acido, sale, glicerina e materie coloranti. Io non voglio invadere il campo riservato a chi tratterà dal punto di vista igienico il tema comune, ma m'importa dichiarare che l'economista non meno del medico riprova e condanna le adulterazioni e contraffazioni, dalle quali è profondamente viziata l'industria enologica, con danno grave della salute dei consumatori, di quelli specialmente che appartengono alle classi lavoratrici. In Germania fu preparata l'anno scorso una legge per prevenire e reprimere lo spaccio di generi alimentari malsani. Le misure preventive consistono nella facoltà attribuita ai funzionari amministrativi di sorvegliare la vendita delle cose più nocive alla salute, esaminarle per verificarne le condizioni, indicare i procedimenti, le pratiche e anche le materie o derrate insalubri e mettervi il proprio divieto. Delle misure repressive menzionerò solo quella che minaccia sei mesi di carcere e una multa estensibile fino a 1500 marchi contro chiunque alteri e vizii i generi di consumo, senza renderli malsani, e l'altra che punisce con la prigione, e in certi casi anche con la perdita de' diritti civili e politici coloro che fabbrichino o spaccino sostanze alimentari e bevande insalubri.
Una parola sui dazi e ho finito. Voi avete sotto gli occhi, disposti in ordine, questi nemici del vino (Tav. III). Varia è la loro misura, varii i criterii che servono di base alla tassazione. Si dazia secondo la capacità del recipiente, secondo il peso del recipiente pieno, secondo la forza alcoolica o il valore del liquido. Due soli paesi lasciano entrare liberamente il vino: la Cina e l'Olanda.
| DAZI SULL'IMPORTAZIONE DEL VINO | |||
|---|---|---|---|
| Per 1 Ettolitro. | |||
| AUSTRALIA | spumanti | L. | 153,30 |
| » | ordinari | » | 102,20 |
| BAHAMA | » | 51,10 | |
| BELGIO | in fusti | » | — 50 |
| » | in bottiglie | » | 1,50 |
| CANADÀ | spumanti in fusti | » | 135 — |
| » | id. in bottiglie (1 dozzina) | » | 15 — |
| » | non spumanti in fusti | » | 66 — |
| » | id. in bottiglie (1 dozzina) | » | 7,50 |
| » | qualità inferiore | » | 33 — |
| CEYLAN | in fusti | » | 25,55 |
| » | in bottiglie | » | 64,32 |
| COLONIA DEL CAPO | » | 111,01 | |
| FIDGI | spumanti | » | 153,30 |
| » | non spumanti | » | 102,20 |
| » | clarets australiani | » | 52,64 |
| FILIPPINE | spumanti | » | 50 — |
| » | non spumanti | » | 25 — |
| FRANCIA | ordinari | » | — 30 |
| » | vini liquori (+15°) | » | — 30 |
| GIAMAICA | » | 64,32 | |
| GIAVA | in fusti | » | 18,90 |
| » | in bottiglie | » | 22,05 |
| » | spumanti (100 bottiglie) | » | 44,10 |
| GRECIA | in fusti | » | 28,12 |
| » | in bottiglie | » | 70,31 |
| GUIANA INGL. | in fusti | » | 91,41 |
| » | in bottiglie | » | 76 — |
| INDIA BRIT. | spumanti | » | 65,20 |
| » | ordinari | » | 52,64 |
| INGHILTERRA | (+14°,9) | » | 68,76 |
| » | (-14°,9) | » | 27,51 |
| ITALIA | in fusti | » | 15 — |
| » | per 100 bottiglie | » | 30 — |
| MALTA | (più di L. 78,71 l'ett.) | » | 32,37 |
| » | (menoid. ) | » | 6,74 |
| NATALE | » | 102,20 | |
| PORTOGALLO | » | 31,20 | |
| SPAGNA | spumanti | » | 108 — |
| » | ordinari | » | 54 — |
| Per 100 Chilogrammi. | |||
| AUSTRIA-UNGHERIA | in fusti | L. | 53,50 |
| » | in bottiglie | » | 67,75 |
| DANIMARCA | in fusti | » | 19 — |
| » | in bottiglie | » | 48,40 |
| GERMANIA | in fusti | » | 29,52 |
| » | in bottiglie | » | 59,04 |
| RUSSIA | in fusti | » | 56,16 |
| » | spumanti in bottiglie (1 bottiglia) | » | 4 — |
| » | ordinari in bottiglie (1 bottiglia) | » | 1,32 |
| STATI UNITI | in fusti | » | 54,74 |
| » | spumanti ogni bottiglia | » | 2,60 |
| » | ordinari | » | — 70 |
| SVEZIA | in fusti | » | 23 — |
| » | in bottiglie | » | 29 — |
| SVIZZERA | in fusti | » | 3 — |
| » | in bottiglie | » | 7 — |
| Per 100 Lire. | |||
| ARGENTINA | L. | 100 — | |
| ANTIGUA | » | 25 — | |
| BARBADE | » | 15 — | |
| BRASILE | in fusti | » | 30 — |
| » | in bottiglie | » | 80 — |
| CHILÌ | » | 100 — | |
| GIAPPONE | » | 5 — | |
| PERÙ | » | 100 — | |
| Esenzione da Dazio. | |||
| CINA — OLANDA | |||
Il dazio troppo elevato alimenta la frode, che è peggiore del contrabbando. La storia del consumo del vino in Inghilterra è forse la migliore illustrazione dell'influenza che esercita in proposito la misura de' dazi. Sotto il regime de' dazi alti, il consumo de' vini francesi in Inghilterra ebbe un aumento medio annuo di 80 tonnellate; sotto il regime d'una tariffa più moderata, l'aumento annuo è salito ad una media di 1800 tonnellate (Tav. IV). Io non dico che il vino non sia una buona materia tassabile nel sistema doganale, ma non conviene aggravar troppo la mano. Dazi moderati giovano alla finanza senza nuocere alla produzione e al consumo. È molto meglio, o signori, lasciar passare il vino schietto e sano che veder diffondersi nelle popolazioni e specialmente nelle classi operaie l'uso funesto dell'acquavite e degli altri liquori che gli anglo-sassoni con energica ma appropriata denominazione chiamano bevande attossicatrici.
[V-1] Οἴνωτρος dicevasi il palo con cui si sorregge la vite. Lo Stefano nel Thes. spiega: palus, pedamentum vitis, vallis qua vitis ceu adminiculo fulcitur. Il nome Enotria accennerebbe forse alla costumanza di sostenere le viti con paletti, che è antichissima e dura tuttavia nella Basilicata?
[V-2] Nat. hist., libro XIV. Jam intelligente suum bonum Italia.
[V-3] A ciò sembra alludere la tradizione dell'alleanza di Mezenzio coi Latini contro i Rutuli, vini mercede, menzionata da Varrone, Plinio e Ovidio.
[V-4] Prima che finisse la seconda guerra Punica, Roma prese possesso degli antichi Stati di Jerone, posti nella regione orientale della Sicilia; lì, poco lungi da Lentini, c'era Morgantia.
[V-5] Luzzatti, L'inchiesta industriale e i trattati di commercio, Roma, 1878, pag. 129.
[V-6] Sambuy, Conferenza tenuta in Chieri, ecc., 1876.
[V-7] Vedi nella Raccolta del Custodi, Opere di G. R. Carli, T. II, p. 356.
G. ARCANGELI
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LA BOTANICA DEL VINO
(Conferenza tenuta la sera del 23 febbraio 1880).
Quantunque la Botanica non manchi di argomenti che possano formare soggetto per una lettura piacevole ed istruttiva, mi sembra che quello di cui debbo trattare questa sera, la Botanica del vino, non sia a nessun altro secondo. Voi comprenderete infatti che sotto questo titolo potendosi riunire tutte quelle cognizioni botaniche che si riferiscono alla vite ed al vino, il nostro argomento interessa una delle più importanti nostre colture, la coltura della vite, e l'industria che ad essa si collega, la fabbricazione del vino.
La brevità del tempo e la pochezza delle mie forze non permettendomi di trattare per esteso siffatto argomento, di sua natura vastissimo, nient'altro farò che toccarne le parti principali.
Voi ben sapete che la vite è un arboscello che nel suo portamento somiglia le liane dei paesi caldi. Il suo fusto non potendo di per sè sostenersi verticalmente sul terreno, prende appoggio sui fusti di altre piante. I suoi rami nodosi sono forniti di foglie alterne assai grandi, palmato-quinquelobe irregolarmente dentate e di appendici filiformi, dette viticci, per mezzo delle quali si attaccano ai fusti di altre piante. I suoi fiori sono piccoli, di color verdastro, di ben poca apparenza e raccolti in pannocchie che si producono in opposizione alle foglie. Il frutto n'è una bacca.
La vite ha servito di tipo ad un gruppo speciale, cui dai botanici è stato dato il nome di ordine delle Ampelidee, dal nome greco della vite stessa, gruppo che attualmente si ritiene prossimo a quelli delle Celastrinee e delle Ramnacee, con i quali si riunisce in un'unica classe. In quest'ordine s'includono attualmente tre generi: il genere Vitis, il genere Pterisanthes ed il genere Leea, che fra tutti abbracciano un numero di specie non superiore a 250, delle quali 230 spettano al solo genere Vitis, compreso pure il genere Cissus, che una volta si teneva separato da quello.
La maggior parte di queste specie vegeta nei climi tropicali; se ne conoscono dell'Asia, dell'Africa, dell'America e dell'Australia. Poche però sono quelle che furono esperimentate nell'agricoltura. Oltre la Vitis vinifera, Linn., propria del vecchio mondo asiatico-europeo, il cui tipo sarebbe la nostra vite selvatica, detta comunemente Abrostine, furono prese di mira dai coltivatori, la V. Labrusca L., la V. rotundifolia Michx., la V. aestivalis Michx. e la V. cordifolia Torrey et Gray, che appartengono al nuovo e più specialmente agli Stati Uniti.
Le varietà cui ha dato origine la vite sono molto numerose e si può ritenere che il loro numero andò progressivamente aumentando dagli antichi tempi ai nostri giorni. Fra gli antichi, Plinio ci riferisce che ai suoi tempi si riteneva fossero innumerevoli e ce ne descrive 85. Secondo il Villafranchi, verso la fine del secolo decorso, in Toscana si conoscevano 87 varietà di viti, e 94 in Francia. Nel catalogo della Società di orticultura di Londra, nel 1842, erano registrate 99 varietà. Se si deve prestar fede all'Odart, in tutto il mondo esisterebbero da 700 ad 800 varietà, e forse fino a 1000, se pur non si vuol seguire l'opinione di coloro che porterebbero questo numero fino a 1300. Si può ritenere per la vite quanto si dice di molte altre specie utili all'uomo, cioè che nelle sue mani essa ha prodotto un grandissimo numero di forme, modellandosi quasi a suo piacere e piegandosi a soddisfare tutti i suoi desiderii. Per convincersi poi del come questo numero vada progressivamente aumentando, basti l'osservare che nelle stufe dei nostri orticultori quasi ogni anno si produce qualche nuova forma, che merita d'essere dalle altre distinta. Le sementi fatte su vaste proporzioni offrono uno dei migliori mezzi per ottenere queste nuove forme, con le quali via via si accresce il ricco patrimonio delle nostre collezioni.
La classificazione di tutte queste varietà ha molto imbarazzato gli enologi, e ciò non tanto per la grandezza del loro numero, ma principalmente a cagione della nomenclatura che n'è estesissima e sommamente intricata. Voi sapete che si possono distinguere le varietà che dànno uva da mensa da quelle che dànno uva da vino. Fra le prime vi citerò l'uva Salamanna, la Regina, la Paradisa di Bologna, la Galletta, la Maddalena nera, il Cari nero, il Moscato reale, la Barbarossa, l'Astigiano, la Lugliatica, l'Uva di Corinto. Fra le uve da vino, nei paesi più meridionali, troviamo la Malvasia con cui si prepara il Moscato di Candia ed il Madera, il Pedro Ximenes della Spagna che produce i vini di Malaga e di Xeres, la Passerina nera del Vesuvio che produce il Lacrima nero del Vesuvio. In Toscana abbiamo il Canajolo che, associato al Sangioveto ed alla Malvasia od al Trebbiano, fornisce il vino fiorentino e del Chianti. In Piemonte troviamo la Fresia e la Bonarda delle colline di Torino, la Pelaverga di Saluzzo, il Grignolino, il Dolcetto ed il Barbera dello Astigiano, ed il Nebiolo di Barolo che fornisce il re dei vini del Piemonte, il Barolo, tutte varietà da vino nero; e l'Erba-luce di Caluso da vino bianco. In Francia voi trovate il Pinot grigio, principale vitigno della Borgogna, il Carbenet Sauvignon del distretto di Bordeaux, l'Aramon, principale varietà dell'Herault, il Morillon blanc chablis da cui si ottiene lo Champagne, ed il Moscato di Riversaltes, nel Roussillon (Pirenei orientali) da cui si ottiene uno dei vini più squisiti che si conoscano. In Germania, il Resling bianco detto dai francesi Gentil aromatique è la varietà che produce il celebre Joannisberg e gli altri vini del Reno; ed in Ungheria il Tokai produce il vino dello stesso nome. Ma io però non intendo d'internarmi in siffatto argomento, onde qui mi arresto, rinviando coloro che volessero più estese notizie ai trattati speciali[[VI-1]], fra i quali merita di essere specialmente ricordato il saggio di Ampelografia testè pubblicato dal signor Conte di Rovasenda, ch'è da considerarsi come uno dei migliori lavori sopra questo soggetto.
Sulla origine della vite non si hanno notizie più positive ed attendibili di quelle che ci vengono trasmesse dai miti e dalle leggende.
Taluni vorrebbero che Osiride, il Bacco dei Greci, scoprisse la vite nei dintorni di Nisa, città dell'Arabia Felice, e di là la trasportasse nell'India. Altri attribuiscono a Noè la scoperta della coltivazione della vite e della fabbricazione del vino, facendo di questo Patriarca il Bacco dei Greci ed il Giano dei Latini. Molti ritengono che la vite sia originaria della Persia, fondandosi sul fatto che il Michoux trovò questa pianta selvatica in Persia, e l'Olivier la riscontrò in simile condizione nelle montagne del Kurdistan, e che da quella contrada poi sia stata introdotta in Grecia, in Italia, nelle Gallie ed in Ispagna. Altri invece, secondo l'Endlicher, ripongono la patria della vite nella Georgia e nella Mingrelia, fra le montagne del Caucaso, dell'Ararat e del Tauro, ed altri col De Candolle la credono nativa della regione inferiore del Caucaso, principalmente al mezzodì della catena e al mezzodì del Caspio.
Nessuna però di tutte queste opinioni può essere accolta come conforme alla verità.
Prima di tutto, giova osservare che i nomi sanscritti, di Draksha, Amritaphalà, Amritarasà[[VI-2]], con cui s'indicava la vite, e quelli di Rasa e Rasala, con cui se ne designava il frutto, dimostrano che la sua cultura nell'India rimonta ad un'antichità molto remota, e probabilmente anteriore a quella di Osiride e di Bacco. Questa cultura si limitava alle sole regioni più settentrionali dell'India, cioè al Kambaya, al Pangiab ed al Kaçmir, e si praticava, a quanto pare, al solo scopo di coglierne il frutto.
Noi troviamo inoltre che antichi autori, come Virgilio, Plinio e Columella, parlano di viti selvatiche nelle foreste, i cui grossi tronchi attestavano un'esistenza antichissima; e gli antichi autori greci e romani, che sì spesso parlano della vite, mostrano sempre di considerare questa pianta come propria del paese in cui si coltivava.
Se poi ricorriamo alla paleontologia, troviamo che il genere Vitis era comparso nella nostra Europa sino dal periodo miocenico, al momento in cui i Cissus, che già vi prosperavano fino dal cretaceo, incominciavano a declinare. Fra le undici specie fossili del genere, enumerate dagli autori, se ne citano della Germania, della Francia, dell'Inghilterra, dell'Italia e persino della remota Islanda. La Vitis teutonica, tanto frequente nelle ligniti di Wettarau in Germania, molto somiglia alla nostra Vitis vinifera. Lo stesso Schimper[[VI-3]] asserisce che la vite quaternaria potrebbe ben essere l'avola della nostra vite; e relativamente alla Vitis Ausoniae scoperta nei travertini di S. Vivaldo in Toscana, i signori Gaudin e Saporta ritengono ch'essa potrebbe esser riunita alla Vitis vinifera. Non può dunque recar meraviglia che la Vitis vinifera abbia esistito in Europa prima della comparsa dell'uomo; che anzi sorprende non poco che si sia negata tale esistenza. In ogni caso, quand'anche si volesse ammettere che l'Asia sia stata la patria della vite, non si comprende perchè precisamente l'uomo debba pel primo averla trasportata in Europa, e non gli animali carpofagi che lo hanno preceduto, e che debbono avere efficacemente contribuito a diffondere una pianta dotata di frutti così dolci e gustosi, trasportandone i semi a grandi distanze.
Tutto considerato adunque, mi sembra che si abbiano buone ragioni per ammettere che la vite esistesse in Europa in epoche anteriori a quelle in cui se ne incominciò la coltura, e che se pure si hanno argomenti per sostenere che la sua cultura abbia avuto principio in Asia, nessuno ve n'ha certamente per dimostrare ch'essa pianta abbia avuto la sua origine in quella regione, potendo esser comparsa per la prima volta tanto nella Georgia e nella Mingrelia, come in Italia, in Spagna od in qualche altro paese dell'Europa temperata.
Relativamente alla cultura della vite, argomento troppo vasto perch'io non possa convenientemente trattarne in poche parole, preferisco rinviarvi a quanto ne scrissero coloro che ne trattarono particolarmente, come i Ridolfi, i Cuppari, i Guyot ed altri distinti agronomi e viticultori. Non posso però tralasciare di richiamare alla vostra mente come in Italia, ove sopra una superficie di 296,322 chil. quadrati si hanno 1,870,109 ettari coltivati a viti, cioè circa 1/16 del totale, possa tuttora estendersi con vantaggio questa cultura ch'è certamente una delle più rimuneratrici, e come interessi fra di noi di promuoverne con tutti i più efficaci mezzi il miglioramento.
La vite ha bisogno di una certa quantità di calore per compiere le varie fasi della sua vegetazione. Essa incomincia a svolgere le sue gemme quando la temperatura media dell'aria tocca i 10° od 11°, e fiorisce quando quella temperatura giunge ai 18° e 19°. Nel tempo che decorre dallo svolgimento delle gemme alla fioritura, essa riceve una somma di 1800° a 2000° di calore. Affinchè però possa portare il suo frutto a piena maturità le abbisognano altri 2600°, che deve ricevere prima che la temperatura media discenda sotto i 12°. È quindi necessario, perchè essa possa ricevere una tale quantità di calore, che nei 4 mesi successivi alla fioritura (maggio, giugno, luglio, agosto), la temperatura media non sia inferiore a 19°. Si comprende da ciò che se la cultura della vite riesce proficua nei paesi della zona temperata, ove appunto si verificano le condizioni di temperatura sopraindicate, essa non può però oltrepassare certi limiti di latitudine.
Vediamo adesso quale sia l'estensione geografica della cultura economica della vite e quali ne siano i limiti[[VI-4]].
Quantunque si abbiano vini eccellenti nel Portogallo, la vite manca nelle provincie umide della Spagna volte a maestro, cioè nella Gallizia e nelle Asturie. Possiamo poi stabilire un limite al settentrione dei paesi dell'Europa centrale. Questo limite si parte dalle foci della Loira a 47° 20′ di lat., dal qual punto procede verso oriente, passando per Andelys, Compiègne e Laon, in modo da tagliare al di fuori una zona comprendente varii dipartimenti della Francia, ove la cultura della vite manca, cioè Finistère, Côtes du Nord, Manche, Orne, Calvados, Seine inférieure, Pas-de-Calais e Nord. Nel Belgio esso limite passa per Argenteau sulla Mosa fra Liegi e Maestricht, cioè a 50° 45′ di lat. In Germania lo troviamo lungo il Reno presso Dusseldorf, da dove poi si spinge fino a Postdam a 52° 27′, ed a Berlino 52° 31′, località cui corrisponde il punto più elevato della linea, il punto cioè della maggiore latitudine. In tutto il tratto descritto si può ritenere che il nostro limite abbia subìto un notevole regresso in tempi da noi non molto lontani: imperocchè si hanno prove ch'esistevano una volta estesi vigneti al di là di esso. In Normandia esiste la tradizione che numerosi vigneti fossero devastati nel secolo XIV dagli Inglesi, all'oggetto di favorire la loro cultura alla Giammaica, e molte carte del IX e XIII secolo fanno menzione di vigneti nella Brettagna e nella Piccardia. Nell'Inghilterra anticamente non esistevano vigneti, come ne fa fede Tacito[[VI-5]]; ma in tempi meno remoti da noi la vite si coltivava in proporzioni assai vaste nel mezzodì di quel paese. La provincia di Glocester era non solo famosa pei suoi vigneti, ma produceva le uve le più squisite di tutta l'isola. La cronaca di Stow parla di vino che si faceva nel parco di Windsor, e si citano pure carte riguardanti le spese che si facevano per le piantate di viti all'epoca di Riccardo II. Però attualmente pochissimi vigneti si osservano in Inghilterra, e per quanto le uve che in questi si colgono non sieno sempre sgradevoli al gusto, ed il vino che se ne ottiene non sia sempre spregevole, sembra che i paesi vinicoli del continente non si sieno gran fatto allarmati per tale concorrenza. Da Postdam il limite di cui parliamo si continua per breve tratto conservandosi presso a poco alla medesima latitudine, e quindi gradatamente discende lungo le pendici meridionali dei Carpazi, includendo la Boemia e la Moravia che posseggono estesissimi vigneti; passa poi questi monti al 48° circa di latitudine per penetrare in Buchowina che attraversa, tocca Mohilew lungo il Dniester, sempre ai 48°, e risale un poco a Krementshug sul Dnieper ai 49°. Sembrerebbe poi che il nostro limite passasse fra Zarizyn e Serapta presso il Volga, se pure non riuscirono a buon fine le coltivazioni osservate dal Pallas più a settentrione di questa città, per prolungarsi attraverso la parte superiore del Caspio, verso lo interno dell'Asia.
Pel centro dell'Asia la scarsità delle notizie ci vieta di stabilire dei limiti abbastanza precisi. Solo sappiamo che vi si osservano dei vigneti sparsi qua e là, ove si sono formati dei centri di popolazione, come a Kamil a 43° di lat. e 92° di long. da Parigi, e quelle di H' lassa nel Thibet chinese a 29° 41′ di lat. Sappiamo poi, per quanto ne riferisce il Bunge, che la vite si coltiva presso Pechino su vaste proporzioni ed al mezzodì fino al Gouan-gou.
Scendendo verso l'equatore, troviamo pure che la cultura della vite incontra altro limite. Così troviamo vigneti alle Canarie e pure lungo la costa settentrionale dell'Affrica, però di rado al disotto dei 30° di lat. Nella Persia settentrionale e nella Bucharia si osservano estesi vigneti. Manca però la vite nelle parti meridionali della Persia ed in gran parte dell'India, ed in generale in tutte le regioni equatoriali, nelle quali la rigogliosa vegetazione, provocata dall'eccessivo calore e dall'umidità, di rado le consentono di fiorire, ed ove ordinariamente produce dei frutti ben poco succosi ed inutili.
Nell'America Settentrionale si può dire che la cultura della nostra vite ha completamente fallito in tutta la regione situata al di qua delle Montagne rocciose. Tutte le piantagioni fatte con viti francesi, spagnuole, portoghesi, maderesi, renane sono andate gradatamente deperendo ed in tempo più o meno breve distrutte[[VI-6]], onde convenne ricorrere alla varietà delle specie indigene, cioè al Catawba, all'Herbermond, allo Scuppernong ed al Concord. L'imperizia, il clima, la qualità del terreno, la natura della vite nostra si credettero da principio le cause di tali disastri; molti però attualmente ritengono che la Phylloxera, che appunto sarebbe a noi stata recata dall'America, debba considerarsi come la causa principale di questo fatto. Al di là delle Montagne rocciose la vite prospera nel Nuovo Messico e nella California.
Nell'America meridionale la cultura della vite ha dato buoni risultati lungo la pendice orientale delle Ande a Mendoza, a Saint-Jouan e a Roja, ove si preparano dei vini eccellenti. Si citano pure dei vigneti alla Concezione, circa al 37° di latitudine australe.
Si coltiva poi con ottimi resultati la vite al Capo di Buona Speranza, ove si ottengono dei vini molto pregiati, i cosidetti vini di Costanza, e pure nella Nuova Olanda, ove la cultura si effettua principalmente nella Nuova Galles del Sud.
Similmente a quanto si verifica per molte altre piante dei climi temperati, la cultura della vite tanto più si estende in altezza sui fianchi delle montagne quanto è minore la latitudine. Ben si intende però che su ciò non poco influiscono le condizioni topografiche locali, la qualità dei vitigni ed altre circostanze, per cui ad egual latitudine si possono riscontrare altezze assai differenti e viceversa. Nelle colline del mezzodì dei Carpazi essa si eleva fino ai 290 metri. In Francia si trovano vigneti all'altezza di 509m in Alvernia, e si citano come limite estremo le colture di Valai ad 800m, per quanto se ne osservino nelle Alte Alpi a 1200m d'elevazione. Nelle buone esposizioni del cantone di Neuchâtel sulle pendici del Giura, la vite si eleva fino a 450 ed anche ai 550m. Nel cantone dei Grigioni essa giunge fino ai 740m circa, ed in generale si può ritenere che per la Svizzera il limite medio dell'elevazione è dai 480 ai 550m. Nelle pendici meridionali delle Alpi troviamo coltivazioni ordinariamente fino ai 600m d'elevazione, e talora pure ad un'altezza assai maggiore, come in Val d'Aosta, ove raggiungono gli 890 ed anche i 1180m, presso Chiavenna, ove si trovano viti sino a 948 metri, e presso il lago di Como, ove se ne osservano fino a 970m. Negli Appennini centrali il limite supera sovente gli 800m, e nell'Etna, secondo quanto asserisce il Gemmellaro, i vigneti salgono fino a 1299m dal lato di mezzodì e di levante. Secondo il Ramond, nell'Andalusia la cultura della vite giungerebbe fino a 1364m d'elevazione. Fuori d'Europa questi limiti sono poco conosciuti; si dice però che nell'Imalaia la vite possa coltivarsi fino a 2500m d'elevazione.
Fra i vegetali che vivono parassiticamente sopra alcune specie del genere Vitis, meriterebbero di esser qui ricordate le famose Rafflesie, quelle piante stranissime, il cui apparecchio di vegetazione serpeggia nelle radici di varie specie dei tropici, e che quindi si rende manifesto con la produzione di magnifici fiori, che sbocciano sulle radici stesse, raggiungendo il diametro di 3 piedi inglesi: ma io non intendo di trattenervi su tali piante che non si sviluppano sulla nostra vite, ma bensì sovr'altre che presso di noi talora gravemente la danneggiano.
L'elenco dei vegetali che vivono sopra gli organi della vite si è considerevolmente accresciuto in questi ultimi tempi. Nel 1854 infatti il Westendorp ne citava 22 per la vite ed 1 per la Vitis rotundifolia: nel 1876 il Thümen ne citava 31 per la Vitis vinifera, 2 per la Vitis labrusca ed 1 per la Vitis vulpina: mentre il Pirotta nel 1877 ne enumerava circa 120[[VI-7]] sopra le varie specie coltivate, ed il Thümen fa ultimamente ascendere questo numero fino a più di 150[[VI-8]]. Nè è a ritenersi che qui s'arresti il numero di tali vegetali, essendochè vi è tutta la probabilità che gli studi ulteriori ne facciano conoscere ancora dei nuovi. Fortunatamente però, di tutti quelli che vivono sulla nostra vite, pochi sono quelli che possono gravemente danneggiarla; poichè la maggior parte di essi si contenta di vivere sugli organi della pianta già morti od in via di deperimento, mentre pochi son quelli che si sviluppano sugli organi viventi e che si meritano il nome di parassiti.
Ho creduto opportuno di riportare nel quadro qui unito i nomi delle diverse specie che si sviluppano sugli organi della Vitis vinifera, contrassegnando con carattere corsivo i nomi di quelli che riuscirono dannosi o che possono esserlo. Io mi limiterò a dirvi poche parole di alcuni di questi.
Peronosporei.
Peronospora viticola, De Bary.
Murcorinei.
Mucor stolonifer, Hhrbg.
Ifomiceti.
Acrostalagmus cinnabarinus, Cda. — Arthrobotryum atrum, Berk. et Br. — Aspergillus glaucus, Lk. — Botrytis acinorum, Pers. — Botrytis cinerea, Pers. — Chaetostroma pedicellatum, Preuss. — Chalara fusidioides Cda. — Cicinnobolus Cesatii, De Bary. — Circinnotrichum maculaeforme, N. a E. — Cladosporium ampelinum, Pass. — Cl. fasciculatum, Cda. — Cl. Fumago, Lk. — Cl. herbarum, Lk. — Cl. Roesleri Pirotta — Dendryphium Passerinianum, Thüm. — Gonytrichum caesium, N. a E. — Gyrocerus Ammonis, Cda. — Haplotrichum epiphyllum, Rabh. — Helminthosporium decacuminatum, Thüm. et Pass. — Macrosporium uvarum, Thüm. — Oidium Tuckeri, Berk. — Phymatostroma fusarioides, Cda. — Pyrenotrichum Vitis, Schulzer — Septocylindrium dissiliens, Sacc. — Spt. virens, Sacc. — Septosporium Fuckelii, Thüm. — Spicularia Icterus, Fuch. — Sporodum conopleoides, Cda. — Sporotrichum ampelinum, Th. et Pass. — Sp. aureum, Fr. — Trichothecium candidum, Wallr. — Tr. roseum, Lk.
Gimnomiceti.
Coryneum microstictum, Berk. et Br. — Epicoccum neglectum, Desm. — Exosporium Badhamii, Awd. — Fusarium Cesatii, Thüm. — F. pampini, Th. et Pass. — F. Roeslerianum, Th. — F. tortuosum, Th. — F. viticolum, Th. — Fusisporium Biasolettianum, Sacc. — F. Zavianum, Sacc. — Fusoma vitis, Schulzer. — Glocosporium ampelophagum, Sacc. — Gl. sarmentitium, Montg. — Graphium cinerellum, Speg. — Periconia chlorocephala, Fres. — Tubercularia ampelophila, Sacc. — T. sarmentorum, Fr.
Uredinei.
Uredo Vitis, Thüm.
Imenomiceti.
Agaricus hyemalis, Osb. — Ag. melleus, Vahl. — Ag. proteus, Kalchb. — Auricularia mesenterica, Pers. — Corticium lactescens, Berk. — Cyphella albo-violascens, Karst. — Cy. villosa, Karst. — Lenzites atropurpurea, Sacc. — Marasmius calopus, Fr. — M. candidus, Fr. — M. epiphyllus, Fr. var. sarmentorum, Thüm.
Discomiceti.
Cenangium viticolum, Fuck. — Helotium hyalopes, Fuck. — H. sarmentorum, De Not. — H. vitigenum, De Not. — Hysterographium viticolum, Rehm. — Lachnella macrochaeta, Speg. — Peziza tumida, Pers. — P. viticola, Pers. — Pyrenopeziza Vitis, Rehm. — Roesleria hypogaea, Thüm. et Pass. — Sclerotinia Fuckeliana, Fuck. — Stictis Saccardoi, Rehm. — St. uberrima, Montg.
Pirenomiceti.
Amphisphaeria sylvana, Sacc. et Spag. — Anthostomella limitata, Sacc. — Bertia Vitis, Schlzr. — Botryospheria cyanogena, Niessl. — Calosphaeria minima, Tul. — Ceratostoma Schulzeri, Pirotta. — C. Vitis, Fuck. — Cryptovalsa ampelina, Fuck. — C. Rabenhorstii, Sacc. — Cucurbitaria Vitis, Schulzer. Diaporthe viticola, Nke. — Didymosphaeria bacchans, Pass. — Dothidea myriococca, Mntg. — Eurotium herbariorum, Lk. — Eutypa ludibunda, Thüm. — Gibbera Vitis, Schulzer. — Leptosphaeria appendiculata, Pirotta. — L. Cookei, Pirotta. — L. Gibelliana, Pir. — L. vinealis, Pass. — L. Vitis, Pir. — Lophiostoma angustatum, Fuck. — L. Hederae, Fuck. — L. Thümenianum, Speg. — Nectria cinnabarina, Fr. — N. viticola, Berk. et Curtis. — Pleospora coronata, Niessel. — P. phaeocomes, Ces. et De Not. — Rebentischia appendiculosa, Sacc. — Rhaphidospora sarmenti, Pass. — Rosellinia horrida, Haszl. — Spherella fumaginia, Catt. — Sph. pampini, Thüm. — Sph. sarmentorum. Pir. — Sph. Vitis, Fuck. — Teichospora Mesascium, Sacc. — Valsa vitigena, Cooke — V. Vitis, Berk et Curtis — Valsaria insitiva, Ces. et De Not.