IV.

Ma, non avvertiti dalla gente leggiera, in mezzo a queste mondanità e galanterie, di cui tentai abbozzarvi un quadro fuggevole, vivevano in Firenze uomini seri e gravi, compresi dell'assunto che spettava all'Italia dopo la ruina napoleonica, e che con gli scritti, con l'opera, nei crocchi fidati, tendendo l'orecchio ad ogni bisbiglio di libertà, preparavano i tempi nuovi e le libere istituzioni. Costoro, non sdegnavano mescolarsi alla turba de' gaudenti, e dei giramondo; anzi, a sommo studio, nascondevano i segreti pensieri sotto le più spensierate apparenze. Firenze, in cotesto periodo, ebbe la fortuna di aver nel suo seno, fra gli altri, tre uomini: Gino Capponi, Cosimo Ridolfi e Pier Francesco Rinuccini.

Com'è virtù dei minerali di cristallizzare in una forma determinata, così è di certe figure ideali. Gino Capponi, a tutti noi che lo ammirammo vecchio, cieco e venerando, apparve quasi cristallizzato in quelle gravi ed austere sembianze. Il candido Gino della Palinodia leopardiana, lo fece a molti ingenui creder canuto anzi tempo. Ma tale non fu sempre; e a noi piace rievocare la giovanile immagine del gentiluomo dotto, operoso, intelligente, che fin dall'uscir dell'adolescenza, avea dato saggio di dottrina non frequente nei marchesi d'allora e di poi, possedendo il latino, il greco, il francese, l'inglese e il tedesco, studiando le matematiche con passione. Rimasto vedovo a ventidue anni, con due bambine di cui prese cura la marchesa Maddalena, piissima donna, potè dedicarsi interamente alle lettere, viaggiar l'Italia, osservandone i monumenti e i capolavori dell'arte, e nella vita di Corte, cui fu chiamato a partecipare per la benevolenza di Ferdinando III, non affatturare il carattere. Un viaggio in Francia e in Inghilterra, donde ritornò per il Belgio, l'Olanda, la Germania e la Svizzera, fu veramente il principio della sua virilità morale. Ne tornò con idee che in un paese dove, come diceva il Fossombroni, si facevan le cose da vinai, potevan sembrare sospette di soverchio liberalismo. L'Inghilterra, la Svezia, l'Irlanda, con le loro istituzioni nazionali, gli parvero paesi ammirabili. Conobbe personaggi illustri, avvicinò gli esuli italiani, fra i quali Ugo Foscolo, vagheggiando di stringer con essi relazioni frequenti per la pubblicazione d'un giornale; fu presentato in nobili ed ospitali famiglie, attinse informazioni preziose sulle scuole, l'educazione e l'insegnamento, ammirò le corse e i cavalli, rovistò nelle botteghe de' librai e ne' magazzini dei sarti, collazionò per l'abate Masini vari codici del Decamerone, eseguì le commissioni degli amici che volevano acquistare tabacchiere e tela batista, s'empì la testa di cognizioni di politica, di letteratura, di storia e i bauli di robe — come e' diceva fashionabilissime — e dopo una lunga peregrinazione tornò a casa rattristato dall'idea di ricader sotto l'unghie dei tedeschi e dei preti, e di una massa di volgo degno degli uni e degli altri.

Effetti di quel viaggio furon le cure ch'egli pose alle scuole lancasteriane di mutuo insegnamento, insieme col Ridolfi, e l'istituzione di un Collegio per le fanciulle del patriziato, che sorse di poi col patrocinio dell'Arciduchessa sposa, e fu quello della SS. Annunziata. Le bianche e morbidissime mani delle ragazze inglesi, da lui ammirate, gli fecer pensare alle gialle e povere mani delle ragazze italiane, condannate dall'educazione codina agl'inutili ricami, ai fiori di carta, alle frutta di lana e all'ornamento delle pantofole e delle berrette paterne.

Frattanto un altro disegno, quello del giornale, che ruminava anche in viaggio trottando sul cielo delle carrozze di diligenza, avea trovato occasione propizia ad esser effettuato. Nel luglio 1819 era venuto in Firenze un ginevrino, oriundo di Oneglia, che dopo aver percorso Europa ed Affrica per i commerci del padre e proprio, e dalla Finlandia alla Barberia visto e osservato di molto, aperse nel gennaio del 1820, a' primi due piani del palazzo Buondelmonti a Santa Trinita, quel Gabinetto letterario ove si raccolsero, in un intento concordi, i migliori ingegni italiani. Giampietro Vieusseux univa alla operosità del commerciante, l'ingegno del giornalista, l'istinto, la misura, le audacie d'un editore di genio. Il Capponi, conosciuto l'uomo, lasciò l'opera al signor Pietro, come gli piaceva chiamarlo con amorevole, e tra signorile e popolare familiarità. Così al Saggiatore, risorto per poco seguì l'Antologia, di cui il Capponi fu la mente regolatrice; perchè il nome del signor Gino, come gli scriveva il Cellini, conciliava molte amicizie. — Ma del genius loci del Gabinetto e dell'Antologia ch'ebbe l'onore di ravvivare il culto delle patrie lettere e dar ombra all'Austria e parecchi fastidi al Governo granducale, costretto più tardi a sopprimerla, non è qui luogo per discorrere con quell'ampiezza che il soggetto richiede. Basti ricordare le riunioni che il Vieusseux soleva tenere settimanalmente la sera, precedute da un modesto pranzo al quale invitava alcuni degli amici più assidui: il Niccolini, il Montani, il Colletta, il Pepe, il Tommasèo, il Giordani e quel feroce lodator di sè stesso che fu Mario Pieri, cronista di cotesti ritrovi in quel giornale manoscritto, per il quale è assai più noto che non sia per le operette in prosa e per quelle — Dio ce ne scampi — in versi! Il Gabinetto era un centro pericoloso di propaganda liberale. I giornali e i periodici che vi giungevan di fuori, i libri, le stampe, eran merce da tenersi d'occhio. La polizia vigilava: in un rapporto d'un confidente, del 30 luglio 1822, si racconta essere stato veduto nel Gabinetto Vieusseux un rame rappresentante tutti i principali sovrani d'Europa stretti insieme con un basamento sulla testa, sul quale posa la statua della Costituzione. Proprietario del rame era naturalmente il marchese Gino Capponi, «che più volte ha fatto capitare in quel Gabinetto articoli di simil genere, che gli vengono dall'estero per vie segrete.»

La società letteraria fiorentina e anche la politica liberale, faceva capo sempre al Capponi e al Gabinetto. Il Vieusseux era giudicato un liberale feroce, astuto e intraprendente: era sospettato di aver relazioni coi rivoluzionari più pericolosi; ma non poteron mai coglierlo in fallo, nè il governo ebbe mai l'audacia di «penetrare nei recessi del Gabinetto» o di molestare il Capponi. Ferdinando III, che nel suo esilio di Salisburgo, scriveva al padre del marchese Gino, «finchè avrò vita sarò italiano,» non volle mai piegare ai rigori e agli ammonimenti dell'Austria: e quando il Salvotti tempestava da Milano affinchè Gino Capponi fosse mandato a deporre de' carteggi passati fra lui e il Confalonieri, il Granduca fece rispondere ch'egli non obbligava a cotesti uffici i suoi gentiluomini. — Così, fra le distrazioni mondane e lo studio del greco, il Marchese preparavasi ad essere, per il suo paese, quel che il povero Confalonieri avrebbe bramato d'essere per il proprio.

Il Capponi portava il nome, la fama, la ricchezza e la stima di tutti con quella disinvoltura colla quale indossava il vestito più scelto, foggiato sul figurino di Londra. I pettegolezzi del bel mondo ascoltava pacato, ma non degnava ripeterli neppure ai più intimi. Nel 1821, quando il conte Giraud già sfogava la sua vena satirica nei salotti fiorentini, il Capponi scriveva al Velo: «V'è un suo epigramma recente, che forse voi potreste aver curiosità di conoscere, ma io non sarò mai quello che ve lo dirò, perchè l'argomento è di quelli che non vo' toccare.» Dagli ozii meditabondi di Varramista, tornava alla vita elegante in qualcuno di quelli accessi di dissipazione ond'era preso, ma che — com'e' sentiva — non erano vizio organico in lui. Al marchese Pucci, che se la spassava a Londra, soleva dare commissioni mondane, ordinando al sarto Stultz vestiti e sottoveste di picqué; e al sarto Williams pantaloni di panno bleu e di rusciadok. Desiderava camiciole di maglia della più fina, pezzole da collo bianche, fazzoletti di seta da naso, se vi erano fashionabilissimi e scatole da tabacco di Scozia, fra le quali alcune da donne. Poi macchinette per temperare le penne e riappuntarle, e rasoi; ma insieme i classici, le opere di Byron, e qualche bel libro di storia.

A lui, grande e liberale signore, ricorrevan gli amici per ogni impresa da tentarsi, per ogni opera buona: e lo trovavano sempre pronto a spendere il denaro e a pagar di persona. Guglielmo Libri, ingegno potente, sviato da una gioventù tempestosa, ebbe da lui ammonimenti, aiuti, consigli. Pietro Colletta, venuto a Firenze quasi infermo pel freddo sofferto in Moravia dov'era stato relegato, trovò quiete ed agio agli studi in una villetta cedutagli dal Capponi, vicino alla Pietra, e quivi scrisse gran parte della sua Storia. A correggere le pagine dell'amico, che diceva d'aver un cuore come la cupola del Duomo e di sminuzzarlo nel suo stile, si riunivano intorno al Colletta, il Capponi, Giuliano Frullani ingegnere e uomo di molta coltura, il Vieusseux, il Montani, Giacomo Leopardi, il Giordani, il Niccolini e Francesco Forti. Di quelle correzioni il Colletta era lieto, e una volta si sdegnò col Leopardi che in parecchi quinterni della Storia avea mutati soltanto un alla in nella e un cosicchè in sì che. Erano conversazioni caldissime, nelle quali spesso il Giordani arrabbiavasi, e il Niccolini si accendeva. Mario Pieri, il vero Pilade di cotesti letterati tanto di lui maggiori, era ogni settimana in lite con qualcuno: perfino col Niccolini, che credette geloso d'un premio datogli dalla Crusca, ma con il quale si rappattumò per tornare alle solite colazioni a cui l'amico lo invitava, e che d'estate e d'autunno consistevano soltanto in un piatto di fichi.

La società letteraria toscana aveva poi alcune Egerie, e prima di queste, la marchesa Carlotta de' Medici Lenzoni, nella cui casa il Giordani conobbe quella giovinetta quattordicenne bellissima, tutta occupata in una malinconia inconsolabile, ch'ei celebrò con una delle più sonanti sue prose: la Psiche di Pietro Tenerani. In casa della colta donna, che fregiò il sepolcro del Boccaccio a Certaldo, convenivano col Niccolini, col Pananti, col Pieri, col Giraud, col Montani e col Nota, la Rosellini, scrittrice di versi ormai dimenticati, e quanti artisti e musicisti fossero di passaggio a Firenze. E dalle sorelle Certellini, nella Vigna Nuova, in quella casa che è a fianco della Loggetta Rucellai, si raccoglievano in più intimi e più modesti colloqui gli ammiratori fidati del Niccolini, che vi fu ospite e quasi padrone fino agli ultimi suoi anni.

Ma di salotti letterari, chiuso quello della D'Albany, non ve n'ebbe allora propriamente alcuno a Firenze. Il fiore della società seria e colta raccoglievasi dal Vieusseux, e non mancava di fare una visita al marchese Capponi. Dal Vieusseux, ogni tanto capitava un dotto di grido; e allora i ricevimenti eran quasi solenni, come quando nell'agosto del 1827 giunse con la moglie e sei figliuoli Alessandro Manzoni, e vi comparvero ammirati e festeggiati il Fauriel, il Sismondi, Casimir Delavigne, il Savigny, Bartolommeo Borghesi, Champollion, il dantofilo Witte, il conte di Guilford e tanti altri illustri.

Perchè Firenze, anche allora, fu mèta desiderata d'ogni artistico pellegrinaggio, e rifugio quieto e sicuro alle grandi anime meditabonde. Lord Byron ci venne nel 1817, per visitare le gallerie, dalle quali — com'ei scrive — si esce «ubriacati di bellezza.» Lo Shelley, che vi stette alcuni mesi del 1819, e vi compose l'ultimo atto del Prometeo, nella Venere Medicea, nella Niobe e nelle tele riprese alla Francia e riportate trionfalmente fra noi, tre anni innanzi, dal senatore Alessandri e dal pittore Benvenuti, cercava lo spirito delle forme ideali. Ma non potè trattenercisi a lungo, a cagione del vento gelato e dell'acqua cattiva. Pure alle Cascine, dove gli piaceva passeggiar solitario, scrisse l'Ode al vento d'ovest, una delle sue liriche più perfette, e in Galleria immaginò il frammento sulla Medusa di Leonardo, dove ha tentato esprimere le impressioni che la poesia può attinger dall'arte.

Samuele Rogers passava le intere mattinate nella Tribuna, contemplando la Venere, non so se per animarla o per esserne animato alla poesia. Walter Savage Landor, giunto in Firenze nel 1821, ci rimase tutta la vita, dimorando prima nel palazzo Medici e poi in quella villetta fiesolana a cui traevano quanti inglesi capitavano in Toscana, ammirati dello scrittore che nelle Conversazioni immaginarie e nelle elegantissime prose, seppe congegnare l'arte e la erudizione, l'antico e il moderno, e l'un coll'altro animare. Brusco, stravagante, non tollerava soperchierie: dell'ordine di sfratto datogli da un birro di bassa sfera, messo su da un servo cacciato per ladro, appellossi al Granduca che gli dette ragione. Della società fiorentina era poco amico e non grande estimatore; e ne scriveva a periodici inglesi liberamente, narrandone le grettezze, e fra le altre quelle d'un certo signore che vendette gli spogli della moglie non appena fu morta. Col marchese Medici si guastò e gli scrisse, dolendosi che gli avesse preso un cocchiere. Il Medici, andato per iscusarsi forse, entrò nel salotto, dov'era la signora Landor, con il cappello in testa. Sopraggiunto il Landor, gli cavò di testa il cappello e presolo per un braccio lo mise fuori, e gli mandò lui poi la disdetta per mano d'un birro.