LA LOMBARDIA ALLA CADUTA DEL REGNO ITALICO
CONFERENZA
DI
GEROLAMO ROVETTA.
Signore e Signori,
Il secolo non è finito ancora, e già se noi ci volgiamo indietro a considerare gli avvenimenti che ne agitarono il principio, essi ci appaiono lontani lontani, estranei affatto alla vita nostra, quasi che tra essi e noi intercedesse l'ombra di un intero evo storico, non lo spazio di una vita d'uomo.
A mano a mano che la ricerca erudita, fatta oramai positiva e serena, studia quei casi snebbiandoli dalle leggende che già vi si formarono intorno, e corregge gli errori, ripara alle ingiustizie, assolve i calunniati e condanna gli usurpatori di gloria; mentre la critica si affatica sui documenti e la verità torna in luce; in noi, strano a dirsi, nell'impressione comune di chi oggi ripensa a quegli anni fortunosi, nella coscienza della gente anche istruita, la distanza tra la fine e il principio del secolo cresce di continuo; e gli uomini e i fatti del tempo che segnò la giovinezza dei nostri nonni par che si ritraggano sempre più rapidamente nel buio del passato, vi si avvolgano di una nebbia sempre più densa, impiccioliscano, scompaiano dalla memoria delle moltitudini.
Napoleone, la sua sanguinosa e trista epopea, le catastrofi di Russia e di Germania, quell'avvicendarsi di avvenimenti che soltanto sette od otto decine d'anni fa mettevano a soqquadro l'Europa.... e le nostre famiglie, che insidiavano gli averi di cui ora noi stessi godiamo e turbavano e scompigliavano gli amori dai quali i nostri padri sono nati, tutto non sembra — se ci pensiamo — appartenere ad un'altra epoca ben più remota?
La critica moderna «vergine di codardi oltraggi» ma implacabile nelle sue deduzioni positive, ha relegato «l'uomo fatale» tra i malinconici nefasti della storia, fra gli antichi maniaci per la guerra, violenti ed infelici: ed il feticismo che per lui nutrivano i suoi soldati, a noi almeno, appare come un caso diffuso di allucinazione morbosa delle moltitudini.
— Come mai? Donde tanta disparità del vivere e del sentire? — Io credo che tale enorme allontanamento dalla coscienza nostra di uomini e di cose storicamente vicine, non provenga tanto dai molti e varî casi intervenuti tra loro e noi, quanto dal velocissimo, anzi precipitoso cammino compiuto dalle idee in questo intervallo di tempo, che, se per sè medesimo è breve, relativamente alla importanza storica contiene la materia non di uno, ma di più secoli!
Ciò che non è d'oggi o di ieri è già per noi antico: tanto s'è slargato innanzi a noi il mondo, tanto volo abbiamo spiccato incontro all'avvenire! Le idee han soverchiato i fatti, han dato una nuova anima battagliera, feconda, a questo vecchio secolo pieno di esuberanze giovanili, hanno oramai tolto di mezzo quanto del passato poteva esser loro d'impaccio, e abbandonato negli avelli della storia tutto ciò che non era vivo e germogliante.... come la calce sparsa sulle rovine di un disastro cela agli sguardi le macerie e i cadaveri insieme.
Ed è per ciò che debbono avere la acuta e perspicace pazienza degli archeologi, coloro che vanno frugando in un mondo pur così vicino a noi, e come gli archeologi debbono saper dar vita alle pietre e parole alle tombe e leggere tra le righe dei non ancora ingialliti documenti, e scrutare il senso riposto delle satire, delle caricature, delle canzoni, delle arguzie, delle tradizioni popolari: debbono svestirsi d'ogni propria passione politica, debbono cercare la luce vera che illuminava quei tempi e giudicare gli odii, e gli amori d'allora come gli odii e gli amori d'adesso, cioè come passioni umane, fallaci quindi ed ingiuste il più delle volte, torbide dispensatrici di fama.... e d'infamia, non sempre meritata.
Questo non è cómpito per le mie forze, nè per i miei gusti. Io penso, invece, con intimo compiacimento d'artista che, mentre tutte quelle cose e quella gente ci appaiono così come se le guardassimo col canocchiale a rovescio, l'arte e gli artisti sono rimasti così vicini a noi, così nostri e del nostro tempo da indurre noi pure — imbevuti di tanto scetticismo! — in quella fede classica che vate chiamava il poeta, cioè veggente nell'avvenire, ed eterna proclamava l'arte, cioè immortale nei secoli.
Non è forse così? Mentre la logistica delle battaglie napoleoniche non interessa più che gli studiosi delle Accademie militari, al pari di quella delle campagne di Alessandro o di Giulio Cesare, e le bricconate di certi ministri del vicerè Eugenio, gli spionaggi ed il gabinetto nero, si confondono colle altre iniquità di palazzo del cardinale di Richelieu e il dominio dell'Austria rinnova le gesta di tutte le più antiche e sinistre tirannidi: ecco qui vive e parlanti, colle nostre idee, colle nostre ribellioni, le nostre speranze, gli stessi nostri sarcasmi, ecco qui le figure del Foscolo e di Carlo Porta, e col nostro stesso culto del vero, le tele dell'Appiani e del Canonica: ecco ripetersi, con esempi nuovi, l'amabile storia della giovinezza di Gioacchino Rossini, a cui la fortuna e le belle donne aprono le braccia e spianano la via; ecco rinnovarsi oggi tra idealisti e veristi, tra naturalisti e spiritualisti, quella vivace e multiforme polemica d'allora tra classici e romantici che, in fondo, preparava i germi a tutte le battaglie intellettuali dell'avvenire. I critici dicevano ottant'anni sono molta parte di quel che dicono adesso; e i gazzettieri — anche allora — insegnavano l'armonia al «signor Rossini», la chiarezza al capitano Foscolo, e al giovane autore del Carmagnola un po' di lingua italiana; e di questi, i più accaniti — erano forse i francesi! —
Ancora gl'impeti del Foscolo, noi li abbiamo nel cuore; e quante, quante volte la musa lepida, ed anche salace del Porta, non ci soccorre per irridere alle ipocrisie che oggigiorno tocchiamo con mano!
Il Foscolo ed il Porta — meno di tutti gli artisti di quell'epoca — sono invecchiati, perchè, in modo diverso, la loro poesia rispecchia ciò che in apparenza soltanto è mutevole, e rimane invece tal quale: «l'anima del popolo»; — l'uno ruggendo nelle prose concitate le sue imprecazioni contro gli autori d'ogni servaggio, o cantando nei versi grecamente armoniosi le illusioni e le delusioni dello spirito moderno; l'altro sintetizzando nella rima epigrammatica e tagliente l'umorismo formidabile che del popolo è un'arma, un conforto, ed uno sfogo ad un tempo.
Così l'arte del Foscolo e quella del Porta, come i tipi umani dei due poeti, ci appaiono unite con vincoli di fratellanza alla grande arte e ai grandi tipi delle epoche più remote; ed è perciò ch'essi sono tuttora modernissimi. Un soldato poeta, prode, ardito, cavalleresco, con qualche spacconata, pieno di debiti, di duelli, di amori, di gelosie turbolenti; ed un altro — un poeta cassiere — tutto arguzia, tutto malizia nella rima gioconda e così bonario nella vita semplice e prudente d'impiegato, sempre amico della giustizia, ma benanche del quieto vivere; — un ribelle, che dà al popolo la satira demolitrice di poteri e di tirannidi, ma che si tapperebbe in casa — gottoso e pieno d'acciacchi — ove nelle vie scoppiasse la sommossa.... sono due tipi umani — sono due estri, per così dire, che in tutti i tempi le vicende hanno destato ed ispirato.
Ma il Foscolo, nella gravezza che incombeva sulla vita milanese in quel procelloso finire del Regno Italico, rappresenta anche l'irrequietudine dei presagî.
Dalle nebbie di Milano, fra le bieche congiure degli austriacanti, le paure dei napoleonici e i tentennamenti degli italici, egli anelava al bel sole di Toscana, alla luminosa villa di Bellosguardo ove gli erano fioriti sotto la penna i versi delle Grazie, nitidi e flessuosi come le forme divine scolpite dal Canova; anelava a questa Firenze dell'anima sua, sacra a lui per le memorie dei Grandi cantate nei Sepolcri, da Dante all'Alfieri, e insieme per indimenticabili dolcezze d'amore:
Per me cara, felice, inclita riva!...
Ove sovente i piè leggiadri mosse
Colei che, vera al portamento Diva,
In me volgeva sue luci beate,
Mentr'io sentìa dai crin d'oro commosse
Spirar ambrosia l'aure innamorate....
***
Era una specie di nostalgia pei tepori e i profumi che gli assaliva l'anima, una sete di parole italiane pronunciate dalle labbra delle donne fiorentine che tanta grazia aggiungono all'efficacia del perfetto dire.... e non Voi, che di azzurro e di fragranze avete in ogni tempo dovizia, ma noi, di lassù, poveri inglesi d'Italia, possiamo comprendere le smanie del Foscolo per la vostra bella città. — Marmi e fiori, le memorie e l'eloquio, il serto delle colline, l'aria stessa che qui si respira, tutto ci attrae sino al dolore, e noi ricordiamo sino al rimpianto.
Qui da voi sorrideva, come sempre, amica fida, l'arte; da noi, in Lombardia, non si respirava che l'intrigo. Dico l'intrigo, non la politica. La politica vera era maneggiata dai sovrani, dai ministri, dagli ambasciatori; il resto, i sudditi, anche quelli delle classi sociali più elevate, non conoscevano altro che il pettegolezzo di società, le trame personali, ordite per interesse privato, per vizio senile, per passatempo.
Nell'esercito, e più nell'aristocrazia, si congiurava come si intavola un giuoco: erano ancora i cicisbei dell'arcadia belante che divenivano a un tratto cospiratori tra le gonne della dama servita.
Rancori, invidie, gelosie di corte o d'alcova; e ognuno aveva pronto il suo re, per diventarne il vicerè.
Trista politica di corridoio e d'anticamera, sospettosa, cupida, procacciante, che pur preparava la ruina della patria prima ancora che nei fatti, negli animi, dove la grande idealità dell'Italia unita, libera, indipendente non s'era accesa ancora a illuminare, come avvenne più tardi, anche i giorni squallidi della schiavitù, a confortare i migliori, a compensarli d'ogni sacrificio, a irradiare per essi anche le segrete delle prigioni e le forche drizzate ad attenderli.
Che poteva mai l'arte in tanta miseria spirituale? Non l'arte del pensiero, ma quella dei sensi e della furberia era in onore presso il volgo patrizio e plebeo! Gli scherni, si dispensavano in egual misura al Foscolo «matto infido» e al Monti «cortigiano pagato».
Giorni egualmente tristi s'annunziavano ai due grandi poeti, che erano da amici divenuti irreconciliabili; e veramente quanto diversi nell'arte e nella vita! E per ciò, come già tra il Foscolo e il Porta, così tra il Foscolo e il Monti dovrebbe riuscire il raffronto attraente e curioso allo spirito indagatore.
Il Foscolo, non sempre buono e probo nella vita privata, aveva pur sempre espresso ne' suoi scritti la grande anima italiana, sdegnosa di padroni vecchi e nuovi, assorta in una virile idea di libertà classica insieme e moderna; ed ora, al cadere della fortuna napoleonica, passava non curato in mezzo agli armeggioni e agli opportunisti, dai quali al ritorno dell'Austria doveva separarsi per sempre, esulando lontano con l'anima ferita, ma altera e sicura. — Il Monti buono, troppo buono, e nella sua mutabilità intimamente onesto, aveva cantato prima il trono e l'altare, poi il fanatismo giacobino, poi la libertà italica, poi l'onnipotenza di Napoleone — il Giove Massimo — il Dio Terreno; e con la gloria di Napoleone vedeva cadere la sua, sentiva fors'anco l'amarezza di essere considerato dagli intriganti e dai faccendieri come un adulatore venale che, per opportunità o per interesse, avrebbe seguitato a cantare per i vincitori d'oggi.... i dominatori del domani.
***
A Milano, nella capitale del Regno agonizzante, non si congiurava che per mutar di padrone. Pareva ad alcuni — ai migliori forse — che una parte di ciò che allora si diceva «la gloria di Napoleone» toccasse di riverbero ai Lombardi: e ci tenevano, e non si ribellavano ancora all'orgoglio e all'egoismo feroce di lui: invece, tentavano ridestare intorno al suo nome gli entusiasmi svaniti. E tra questi il duca Melzi — l'ex presidente della Repubblica Italiana, e allora, del Regno Italico, presidente del Consiglio dei Ministri — e col duca Melzi, il conte Giuseppe Prina.
E il Melzi e il Prina erano fautori di Napoleone e dei Napoleonidi.... chi sa?... anche per un primo barlume di quell'Italia, ch'era forse ancora più nella mente che nel cuore dei due uomini di Stato; che, ancora, era forse.... un concetto politico, un regno, più che una nazione; quell'Italia, a cui già mirava, cupidamente, l'orgoglio sfrenato del Murat, e alla quale occhieggiava, come con una ballerina della Scala, la bramosia senile, la vanità eroicomica del divisionario Pino. Ma se qualche magnanimo illuso, o qualche insoddisfatto avventuriero poteva unirsi al Murat, disertore di Napoleone; se nelle chiassose e allegre adunanze dell'Albergo del Gallo, le vecchie mercantesse e gli strozzini inneggiavano col barbèra e col barolo «al generale Pino re d'Italia», chi mai poteva seguire il Melzi e il Prina, i due bigotti dell'Impero, i due compari del Vicerè?
Chi poteva seguirli?... Chi del popolo, specialmente?
Non vi era quasi famiglia nella quale le ecatombe di Russia e di Germania non avessero lasciato un lutto o rimandato un infermo; le donne più ancora, madri, spose, sorelle, non si rassegnavano a tanta.... seminagione di dolori, di cui non vedevano lo scopo, mentre fra gli uomini, essa poteva trovar pretesto nello spirito militare ritemprato e fatto consuetudine e nella smania politicante.
Nei ceti più umili delle città e fra le plebi delle campagne, sbollita l'ubbriacatura dei grandi avvenimenti, dell'imprevisto, delle teatrali partenze delle truppe e l'ansia dell'attendere e del commentare le notizie della guerra, era subentrato lo sconforto amaro, profondo, del danno patito, delle braccia mancanti, dei cari morti e perduti nei gorghi dei fiumi gelati e sotto le nevi delle steppe.... La fantasia popolare rievocava quei quadri di battaglie sfrondandoli d'ogni epica attrattiva, ne aumentava, se pure era possibile, l'orrore, e un grande sentimento d'odio dilagava nelle anime contro coloro che si erano gravata la coscienza di tanto lutto, di tanta desolazione, di tanta miseria.
Oh, la miseria!... Si faceva di giorno in giorno più cruda, più feroce.
I signori, i ricchi, ammaestrati dai casi, non pensavano che a difendere i redditi; a nessuno veniva in mente di arrischiare un po' di danaro per dar lavoro ai poveri, in qualunque industria, che un disperato tentativo di Napoleone e delle potenze avrebbe buttato all'aria.
Mancava il lavoro, mancava il pane; turbe di poveri, di pezzenti, di oziosi, mendicavano alle porte dei presbiterî, delle scarse locande, dei palazzi, degli uffici pubblici; e in quegli stomachi vuoti si preparava l'urlo della rivolta.
E tanta e così grande miseria era poi esacerbata, invelenita, giorno per giorno, dalle rapacità del fisco. I balzelli e le tasse più odiose crescevano di numero e di gravezza.
Anche il poco che non rappresentava il diritto di non languire per l'inedia, destava le ingordigie del fisco, veniva insidiato, carpito, portato via con atti esecutivi, che costituivano un succedersi di ignobili rapine, larvate di legalità e compiute colla forza del governo.
Naturalmente, dalle furfanterie dei soldati e dei finanzieri, prendevano audacia i birbanti, per così dire, spiccioli: il malandrinaggio era ancora.... una professione! In mancanza del guadagno offriva almeno la promessa, in quella scarsità di pane, di un pane in galera; e mai come allora, gli stradali di Lombardia furono infestati da tanta e così feroce canaglia.
Eugenio Beauharnais, il figlio dell'imperatrice Giuseppina, era il Vicerè di questo povero paese. Strana e melanconica figura!
Un altro cittadino, creato sovrano da Napoleone e che da principe non ha saputo fare nè il bene nè il male, per cui i principi, talvolta, affrettano le soluzioni della storia.
Il Romagnosi parla del vicerè Eugenio come di un uomo mal conosciuto, di retti sentimenti, ma non così saldo, da non lasciarsi sviare fra gli intrighi del tempo, ed abbagliare da quell'altra peste, pure del tempo, la vanità militare.
Dopo la campagna del 1813, i principi confederati gli avevano promesso il Regno d'Italia, purchè avesse vôlte le armi contro l'Imperatore; ma egli fedele e riconoscente, aveva respinto le blandizie: e di ciò chi mai vorrebbe biasimarlo?
Poi, Napoleone gli aveva ingiunto di abbandonare l'Italia e di ridursi in Francia, colle sue truppe. Eugenio gli dimostrò che queste lo avrebbero abbandonato, ma — come sottilmente nota il De Castro — non seppe nè riaffermarsi virilmente per lui, nè separarsene per unirsi alle potenze alleate, nè prendere il partito più giudizioso e più generoso ad un tempo, quello, cioè, di sposare francamente, lui del popolo, la causa dei popoli e farsi ad un tempo loro capo e difensore.
Il 22 novembre 1813, al principe La Tour e Taxis che nel villaggio di San Michele, fra Vicenza e Verona, gli rinnuovava l'offerta del trono purchè si unisse alla Santa Alleanza, Eugenio rispondeva collo stesso rifiuto dato pochi dì innanzi ad una deputazione del Senato che gli proponeva di organizzare un moto in Milano per proclamarlo re.
«Non si può negare — esclamava colle lacrime nella voce, per il ricordo dei propri figli — non si può negare che la stella dell'Imperatore non cominci a impallidire.... Ma per coloro che furono da lui beneficati, è una ragione di più per serbarsi fedeli».
Questa è storia, una pagina di storia umana più che politica. Apprezzò Napoleone la devozione di quella resistenza, devozione tanto più grande, dopo che egli aveva ferito nel Beauharnais il cuore del figlio e gli interessi del principe, ripudiandone la madre?... Chi lo sa?
Certo il Beauharnais fu compreso da una donna, dalla moglie: la viceregina Amalia Augusta di Baviera, che merita un posto a parte nella storia di quell'epoca, e fra la gente di quel tempo un posto d'onore.
Nella storia, perchè certo essa ha molto contribuito col suo consiglio, colla modesta prudenza e colla semplicità affettuosa, alla condotta leale del Beauharnais, risparmiando guerre, non di popoli, ma di interessi dinastici.
Il posto d'onore fra le genti di quel tempo le spetta, perchè si conservò virtuosa moglie e buona madre, in mezzo al dilagare di una corruzione e di una licenza, più ipocrita forse, ma più profonda di quella del Direttorio.
Qual era, in fatti, questa società?...
La moda era impudica nelle sue fogge scollate, aderenti, accarezzanti le forme: curioso il battesimo ai colori del momento: o nomi feroci come: il color «dei cosacchi spaventati», oppure erotici, come: il color «sospiro di vergine», il color «grido di sposa», il color «baciami in bocca» ed altri ed altri che non è decente ricordare, ma che si possono leggere sfogliando la raccolta del Corriere delle Dame.
Taceremo i nomi e le gesta: solo ricorderemo che le gentildonne più eccelse.... e più belle, si travestivano da ussaro o da dragone nelle scappate coi loro amanti, ufficiali, tenori.... ed anche mimi, e al teatro della Scala, durante lo spettacolo, molte volte, a metà della conversazione fra dama e cavaliere, venivano calate le tendine del palchetto.
Nei varî partiti politici, erano pur implicate anche le donne e congiuravano insieme contro tutti i poteri.... e tradivano insieme tutte le fedeltà.... politiche e coniugali.
E le vecchie dame, bigotte del partito austriaco? Esse, immemori delle sregolatezze di Leopoldo II, si scandalizzavano per il libertinaggio del principe Eugenio e di tutti gli esecrati Franciosi, com'esse li chiamavano a denti stretti; ma ricordavano forse col confessore, l'abatino profumato e galante del settecento.
Oh voi leggiadra e virtuosa Viceregina, dal cuore nobile e dall'intelligenza onesta, come risplendete di luce soave, di una giovinezza intatta in mezzo a questa vecchia società intrigante e venale, corrotta e corruttrice, che pareva dissolversi nel vizio.
Il principe Eugenio non ebbe certo immeritata la taccia di donnaiuolo; certo non mancavano per colpa sua i mariti offesi.... e non abbastanza ricompensati con adeguate cariche a corte — nei varî partiti che più lo combattevano; pure si direbbe che.... modernamente conciliasse i teneri e facili errori, con un affetto vero e sentito per la sua dolce compagna.
Le scriveva dal Tirolo, rimandando a Milano uno de' suoi scudieri che stava per prender moglie: «.... pensa, mia buona Augusta, che il tuo fedele sposo non potrebbe amarti di più. Rinvio il Battaglia, che morrebbe se qui lo tenessi; è così smanioso d'ammogliarsi, che non dorme più. Gli auguro la felicità anelata: ma il matrimonio è una lotteria, nella quale non tutti, al pari di me, estraggono un numero alto.»
Come però egli fosse amato, profondamente, santamente amato da lei, che il Foscolo disse:
. . . . . . . . . bella fra tutte
Figlie di regi e agli immortali amica:
lo prova, fra le molte, una lettera scritta dalla Viceregina al principe Eugenio, in un giorno fra i più infelici della loro vita.
«...... La notizia del divorzio mi addolora — sempre il divorzio di Napoleone da Giuseppina — e tanto più soffro prevedendo la triste tua posizione e la gioia di coloro che ci fanno tanto male. Ma non arriveranno mai a ciò che agognano, non potendo toglierti una riputazione senza macchia, ed una coscienza senza rimorsi. Tu non hai meritata cotesta sventura, e lo dico nel supposto che altre ne sovrastino. Io vi sono preparata, e nulla rimpiangerò purchè mi resti l'amor tuo, felice di provarti che t'amo per te solo. Cancellati dalla lista dei grandi, c'inscriveranno su quella dei felici: non val meglio? Non scrivo alla tua povera madre; che potrei dirle? Assicurala del mio rispetto e della mia tenerezza. L'avviso del tuo sollecito ritorno mi allevia e impaziente l'aspetto. Eugenio! il mio coraggio eguaglia il tuo, e voglio provarti che sono degna d'esserti moglie. Addio, caro amico; credi alla tenerezza che ti serberò fino all'ultima ora della mia vita.»
Ma certo l'uomo del momento non era il Beauharnais, non era il principe, il marito.... che nel consenso della dolce compagna trovava il premio migliore alla rinuncia del trono.
Ben altrimenti del Beauharnais, pensava e operava di lontano Gioachino Murat, che si sottraeva al duro giogo del cognato, pur di giungere alle audaci sue mire: fare un'Italia per farla sua.
L'aura popolare, il favore dei poeti, le speranze dei Carbonari erano per lui che parlava del «riscatto d'Italia,» ed aderenti ne aveva anche in Milano; fra gli altri il capo della Polizia conte Luini, il generale Giuseppe Lechi, e quell'altro generale di Napoleone, il Pino, che per sè solo vorrebbe, nonchè un discorso, una monografia, un volume, tanto appare stoffa bizzarra di soldato, di avventuriero.... e di affarista.
Il Vicerè, gramo conoscitore d'uomini, se n'era fatto un nemico implacato e subdolo, relegando il suo orgoglio in un meschino presidio della Romagna.
Riuscito il Pino a tornare a Milano, si diede, per vendicarsi, anima e corpo al re di Napoli; e benchè provvisto, in mezzo alla generale miseria, di uno stipendio di 145 mila franchi all'anno, si attaccava come un polipo alle casse dello Stato, e pur brigando e congiurando contro il Vicerè, lo tempestava di richieste di fondi, di sussidi, di anticipazioni, di gratificazioni, e prostituiva la sua bella fama di soldato valoroso alla più ignobile avidità di danaro, ch'egli poi malamente profondeva al giuoco e colle donne.
Tuttavia, e forse, anche per ciò, era popolare: la moltitudine non vedeva in lui che l'eroe vincitore della Pomerania, della Spagna, della Russia; pareva alla gente che quel bell'uomo che sfoggiava teatralmente la divisa e le decorazioni, potesse essere anche un buon sovrano e «Viva Pino re d'Italia!» si ripeteva nelle conventicole dei mestatori, nelle osterie, per le piazze.
E il Pino, ringalluzzito, cominciava a ingannare anche il Murat dopo il Beauharnais, e lasciava gridare, e lasciava fare.... Perchè no? «Viva Pino re d'Italia» ripeteva in cuor suo. — Perchè no? — e così, prima blandito e adescato, poi, spiato e raggirato, cascava nelle trappole di quella parte dell'aristocrazia che aspettava coi desiderî, coi brogli e cogli imbrogli, l'avvento dell'Austria, e vedeva nel generale Pino, non già un re, neppure da palcoscenico, ma uno strumento per le sue stesse debolezze prezioso.
Solo il popolo, il popolino malaccorto, poteva credere ancora a quella pazza fortuna dei generali napoleonici, che dalle più umili origini erano saliti, per la via dell'armi, ai troni. A quei generali, a quei marescialli, venuti su dal nulla, tutto era stato possibile. Ma questo appunto non voleva la vecchia nobiltà, piena di sprezzo e di astio contro tutti quegli avventurieri, che le avevano tolto la sua vecchia supremazia — non solo non voleva ch'essi fossero gli eredi del loro autore, ma con la caduta di lui voleva sparissero anche gli strumenti della sua potenza, quei chiassosi affascinatori del popolo, che già troppo lungamente avevano sconvolte le cose d'Italia.
Frattanto, Austriaci e Inglesi s'inoltravano nel Veneto, nella Romagna, in Toscana; si avanzavano i Napoletani con non ben definite intenzioni. Il Vicerè dirigeva ai sudditi vibrati proclami, scongiurandoli a stringersi intorno alla sua insegna: «Onore e fedeltà» e il dì 8 febbraio 1814, avanzando da Mantova e da Peschiera, batteva gli Austriaci.
Il piccolo esercito italiano, mentre tutto rovinava intorno al colosso napoleonico, impavido ed incorruttibile, gli dava l'illusione di saper vincere ancora d'oltralpe.
***
Firmato l'armistizio del 16 aprile 1814, rimpatriate le truppe francesi, il Beauharnais si trovò in Milano, in mezzo ai politicanti che lo odiavano, come sopra un terreno minato.
I varî partiti, quello degli italici, degli austriacanti, dei murattiani, si univano non solo nelle congiure per rovesciare il Vicerè, ma nelle calunnie per diffamarlo, per renderlo inviso, odiato.
Dice un cronista che «le genti pie o di austere massime non entravano nel palazzo del Vicerè senza provare un segreto raccapriccio; chè di bocca in bocca correvano novelle di donne sedotte, di mariti di padri maltrattati ed anche uccisi.» E si narrava che, per ordine del Vicerè, fosse stata fucilata una guardia d'onore per aver pensato alla diserzione; che fossero stati torturati con cinquanta colpi di bastone al giorno, per un mese di seguito, i condannati ai lavori forzati nelle prigioni di Mantova.
I nobili soffiavano nel fuoco, e aizzavano l'odio del popolo anche contro i ministri, tre dei quali specialmente invisi, perchè non milanesi: il Prina di Novara, il Paradisi di Modena e il Vaccari di Bologna.
Altro uomo odiatissimo era il segretario del Vicerè, conte Méjean, naturalizzato italiano, un napoleonista cieco e oggetto del livore universale: più ancora di lui quel Darnay, che dal gabinetto del Principe era passato alla direzione generale delle Poste, e, ignobilmente, aveva ridotto il pubblico servizio ad un'insidia quotidiana di polizia, violando, sopprimendo, disperdendo le lettere.
Le gesta di questo osceno — è proprio la parola — di questo osceno gabinetto nero, oltrechè d'orrore a tutti i cittadini onesti e pacifici, tornavano di grave danno ai commercianti, già esasperati per le difficoltà create dal blocco continentale e stremati di forze dai balzelli; sicchè, tutt'insieme, non si respirava che fiele e vendetta.
I fallimenti erano incessanti e disastrosi e.... scandalosi, quasi come adesso; e ciò, mentre le campagne, come ho già detto, erano infestate dai malandrini e dai mendicanti, e le città divise fra chi osava imprecare apertamente all'Imperatore e i più furbi che, pensando potesse egli tornare alla strapotenza di prima, si rammaricavano che gli alleati avessero passato il Reno.
Le caricature e i giuochi di parole esprimevano gli umori del tempo. Il citato De Castro ricorda una stampa che rappresentava il padrone del mondo con quattro enormi gozzi, sopra ognuno dei quali erano le lettere componenti la parola Sire; le iniziali delle quattro nazioni: Spagna, Italia, Russia, Egitto, ch'egli aveva voluto ingoiare, e che gli erano rimaste in gola.
Così la parola di moda era quella che doveva tornare in voga, colla tragica desinenza in ismo, presso i rivoluzionari della Russia contemporanea: la parola Nihil, e questo solo perchè le sue cinque lettere erano le iniziali dei nomi latini di cinque re detronizzati o che stavano per esserlo, cioè: Napoleone, Joseph, Hieronimus, Joachim, Ludovicus.
Le colpe della Francia, gli eccessi del liberticida, dello sterminatore, favorivano la riscossa della vecchia Europa, preparavano la ristorazione del vecchio regime, davano un colore di novità preziosa e desiderabile a tutto ciò che, sotto le parvenze di un ordine riparatore, pur celava le cupidigie grette e crudeli della reazione secolare.
In quei giorni, cogli alleati alle porte e mentre il Senato convocavasi pel 17 aprile, per offrire la corona al Beauharnais, aumentavano le irrequietudini di un partito che si era dato un bel nome: quello degli Italici puri, ma che mancava di un vero e buon programma.... forse perchè italici, a quei tempi, non voleva ancor dire italiani.
Di questa fazione facevano parte uomini di non comune levatura, che si radunavano presso un noto avvocato, oriundo valtellinese, il Traversi, la cui moglie avida, intrigante, stizzosa contro la corte, a lei preclusa, aiutava il marito, vecchio ed astuto mestatore d'affari, volgare d'animo come d'ingegno.
In quelle sale, ove si voleva ad ogni costo un re italiano, ma dove, in attesa di inventarne uno, inconsciamente forse, si faceva il giuoco dell'Austria, bazzicavano i Bossi, i Cicogna, i Durini, i Fagnani, i Balabio, i Silva, Carlo Castiglioni, Luigi Porro e più raramente, perchè si teneva in disparte, Carlo Verri. E capo e despota di questo partito, voleva farsi anche l'aristocratico, l'altiero e il liberale — liberale d'idee, non di abitudini — Federigo Confalonieri, del quale conte Confalonieri, si diceva altresì che odiasse il Vicerè, perchè questi aveva osato ammirare oltre il segno la sua bellissima e castissima sposa.
Ed altre e ben meschine gelosiucce, altri ancor più bassi risentimenti, come per gradi e cariche non ottenute a corte e concesse invece ad ufficiali, erano forse le più gravi cagioni d'inimicizia contro il Beauharnais, specie nei giovani patrizi, fautori di una nuova dinastia, colla quale, più proficuamente, venire a patti. Volevano un altro padrone: o il re del Piemonte, o il re di Napoli, o il general Pino, o un patrizio lombardo d'alto nome, o alla peggio anche un re straniero.
Non mancavano i candidati di fuori: si parlava, ad esempio — tanto è grottesca la politica, veduta da lontano — del duca di Chiarenza, uno dei dodici figli del re Giorgio III d'Inghilterra; con che gli Italiani si sarebbero assicurata la protezione di lord Castlereagh, che a quei giorni faceva la pioggia e il sereno nell'orizzonte diplomatico d'Europa. — Tale era il funesto effetto della dominazione napoleonica, sorta con la fortuna e con la violenza di un uomo, che, al suo declinare, tutte le ambizioni pazzamente si sfrenavano in un campo rimasto vuoto a un tratto, e quasi in balìa di un nuovo fortunato occupante.
È facile immaginare come in un ambiente simile, fra tante correnti diverse, con tanti interessi in giuoco, trovassero la loro cuccagna gli agenti segreti, i provocatori, gli imbroglioni politici, le spie, specialmente austriache e inglesi!
L'Austria, però, aveva per sè, in Milano, fautori assai più abili ed efficaci dei soliti arnesi di polizia. Un tristo miscuglio di odii e di vendette contro il Beauharnais, e in genere contro la Francia, di ambizioni e di cupidigie personali, di servile ed ostinata devozione all'Austria, moveva a congiurare in favor suo gente formidabile per astuzia e malvagità.
Il posto d'onore tocca al marchese Filippo Ghislieri di Bologna, già consigliere aulico di Francesco I, poi relegato a Mantova, come spia austriaca, poi liberato dal Beauharnais: uomo turbolento, il quale da anni covava nell'animo, e sapeva celarla a tempo, la smania di riafferrare colla restaurazione dell'Austria, le ricchezze e gli onori perduti; abile parlatore, elegante, sarcastico, capace di tutto pur di riuscire.
Dopo la parte trista avuta negli eventi a cui siamo arrivati, un'altra ancor più trista egli doveva avere di poi, nel processo politico per cui furono condannati il celebre medico Rasori, il generale De Maister, i colonnelli Gasparinetti, Moretti ed altri, prime vittime dell'Austria rifatta padrona; e in fine dai padroni stessi disprezzato e gittato in un canto, doveva vestire l'abito fratesco, per morire in pochi mesi, dilaniato dai rimorsi.
Il Ghislieri era di nascosto a Milano, a riannodare — vestito ora da frate, or da contadino, or da giocoliere.... persino da donna! — i vecchi intrighi col conte Gambarana, col Mellerio, con Alfonso Castiglioni, intrinseco suo, e cogli altri sfegatati austriacanti, o, come erano detti, materialoni; e in quegli stessi giorni giungevano da Mantova il Vaccari e il Méjean per indurre il Senato a proclamare re il Beauharnais. Ma il conte Dandolo, al Senato appunto, presentava un decreto, il quale, anzichè l'offerta della Corona, conteneva per Eugenio una specie di benservito, e invano tentavano di opporvisi il Vaccari e gli altri Eugenisti e lo stesso ministro Prina.
Durante il 17 e il 18 aprile tutti a Milano si chiedevano: Che farà il Vicerè? Che cosa farà l'esercito? E l'Austria? E gli alleati?
Agli angoli delle vie si leggeva: «Non re chi, vicerè d'Italia, sprezza e spoglia.»
Al Municipio, uomini di tutti i partiti, firmavano in odio ai francesi, una richiesta di convocazione dei collegi elettorali. V'erano i nomi del Pino e dei più noti fra gli italici puri, quelli di molti austriacanti, dell'anglomane Trecchi, dello stesso podestà Durini e altri già insigni nelle arti e nelle lettere: il Cagnola, il Monteggia, il Rosmini — Carlo Porta e Alessandro Manzoni.
Il Melzi — povero duca di Lodi! — era inchiodato in casa dalla gotta, e anche di ciò gli austriacanti gongolavano.
Grave e controversa è una circostanza di quei giorni, che verrebbe a cumulare sovra persone irradiate più tardi dalla luce del patriottismo, la grave, la dolorosa responsabilità della vergogna incombente.
Voglio dire gli accordi che sarebbero intervenuti prima in casa della letterata Bianca Mileti, poi in quella del consigliere Freganeschi, tra il Gambarana da una parte e il Confalonieri, il Porro, il Botti, il Ciani ed altri italici, dall'altra.
Se si pensa che cosa meditassero e affrettassero il Gambarana e il Ghislieri e il Traversi, la loro comunanza coi patrizi riesce profondamente amara, rattristante.
Due dei loro emissari, un tal Fontana e un sinistro figuro, il Tencino, stavano raccogliendo nel contado, specialmente nel Novarese e nella Lomellina, la feccia dei malfattori: l'assoldavano regolarmente, con mercede fissa — sei lire italiane al giorno per ogni collo da forca, e assicurazione di cibo e di vino. I patti?
Trovarsi tutti in Milano la notte del 19 aprile e la giornata seguente: — Ci sarebbe stato da fare! —
Gli italici avevano apparecchiato una delle solite «dimostrazioni» contro il Senato: or bene, quella feccia di malfattori, quella marmaglia, avida di stragi, d'anarchia e di rapine, doveva a mano a mano ingrossare il gruppo dei Signori; doveva a mano a mano mutare la chiassata in tumulto, il tumulto in rivoluzione.... rivoluzione che avrebbe costretto il generale Neipperg, comandante l'avanguardia dell'esercito austriaco, ad entrare in Milano, per ristabilirvi l'ordine.... e una volta entrato poi.... anche a rimanervi, per mantenerlo!
Che orribile giornata quella del 20 aprile 1814! II cielo buio, caliginoso, la pioggia diaccia e fitta.
Prima ancora del mezzogiorno, intorno al Palazzo del Senato, si formavano capannelli di persone, per lo più ben vestite, che discutevano in tono iracondo, sfidando il maltempo che infuriava, sotto la tettoia mobile e sgocciolante degli ombrelli aperti, sbattuti dal vento.
Si aggiravano tra i gruppi parecchi nobili: — il conte Federigo Confalonieri, il Serbelloni, il Durini, il Silva, il ciambellano e consigliere di Stato Fagnani, e non pochi ufficiali della guardia civica.
«A misura che giungono le carrozze dei Senatori» narra il Verri, «qualcuno del gruppo salendo su di una scala tenuta in mano da un uomo d'alta statura, s'affacciava allo sportello gridando il nome del Senatore, e scoppiavano urli plebei e fischi contro quelli che nella seduta del 17 avevano sostenuto il Vicerè.» Si seppe poi esser colui il domestico d'un patrizio di parte austriaca.
E il Verri continua a narrare di essere stato egli stesso assai «plaudito» mentre infilava il portone del palazzo e d'aver udito, insistente, la domanda di convocazione dei collegi elettorali.
Non v'era a custodia del Senato che un picchetto di dragoni: della truppa, comandata dal generale Pino, nè allora presso il Senato, nè dipoi, durante l'imperversare del tumulto, nessuna notizia!
La soggezione del Pino a quei medesimi cospiratori che avevano assoldato i sinistri eroi della giornata, non avrebbe potuto apparire, nè più patente, nè più vergognosa.
Mentre il capitano Benigno Bossi, ammesso nell'aula, si offriva colla propria guardia civica a custodia del Senato, e i Senatori, per quanto non tutti compresi della gravità del momento, acconsentivano, la folla, col pretesto di volersi riparare dalla pioggia sotto i portici del cortile, vi irrompe, disarmando i dragoni che invano tentano opporvisi; spezza loro le spade, strappa loro la lettera N dalle divise e dagli elmi e prorompe in grida minacciose: «Non più francesi! Non più Vicerè! Costituzione! Indipendenza!»
I Senatori, intimoriti, sospendono la seduta, e il Verri si affaccia alla soglia per arringare la folla. «Ma quale non fu la mia sorpresa» — lasciamogli la parola — «nello scorgere totalmente mutata la qualità delle persone ivi affollate: al mio arrivo erano tutti cittadini nobili o almeno civili, colle loro ombrelle; invece vi trovai una sessantina d'individui del basso popolo, tutti a me sconosciuti. Chiesi più volte chi mi conoscesse, e pregai che qualcuno si avanzasse esponendo cosa volevasi. Ma fu inutile: la folla rimase immobile e muta: vidi figure che nulla presagivano di bene, bensì saccheggio e rapina.»
Saccheggio, rapina e strage! E la vittima era già designata nel ministro Prina.
II conte Giuseppe Prina, nato a Novara il 19 luglio 1766, da nobile famiglia, aveva studiato a Monza, nel collegio dei Barnabiti, poi all'università di Pavia, ove s'era laureato. A 25 anni era ministro delle dissestate finanze di Carlo Emanuele II e nel 1798 rinunciava nobilmente al potere per non emanare un decreto fraudolento col quale si voleva far perdere alla carta monetata due terzi del suo valore nominale.
Quintino Sella, Giovanni Lanza, Marco Minghetti e Silvio Spaventa sembrano usciti dallo stesso ceppo dell'onesto ministro del primo regno italico.
Nominato podestà da' suoi concittadini, nei Comizi di Lione parla con molto senno e si offre con molta abilità: Napoleone col suo occhio d'aquila, vede in lui il ministro delle finanze che gli occorre, e lo addita, senz'altro, al duca Melzi.
Sebbene affranto dal faticosissimo riordinamento delle finanze della Repubblica italiana, il Prina accetta, e co' suoi metodi di esazione e di contabilità, colle imposte indirette e con altri spedienti della sua mente fiscale operosissima, dà al Regno Italico una forza finanziaria non prima conosciuta: triplica l'esportazione dei grani, diffonde l'insegnamento dell'agricoltura, crea a Milano la Manifattura dei tabacchi, fa della Zecca una delle migliori d'Europa, vi annette un museo numismatico ancora invidiato e riesce a gittare per anni e anni milioni e milioni nelle insaziabili fauci napoleoniche, senza arricchire d'un soldo sè stesso, ma stremando, taglieggiando spietatamente il popolo, accumulando un'infinità di dolori, di lacrime, di odii.
Se codest'uomo non si fosse dato anima e corpo, colla sua piena, cieca, cocciuta devozione di piemontese e di impiegato, a Napoleone; se avesse saputo por freno alla libidine di danaro del despota, non avrebbe avuto d'uopo d'incrudelire contro i poveri con una specie d'incoscienza che si può spiegare, ma non scusare; e l'opera sua di rinnovamento economico, gli avrebbe assicurata in Lombardia la celebrità che sfida il tempo: quella della gratitudine.
Semplice in mezzo agli onori, incorruttibile nella sua amministrazione, probo sino allo scrupolo, vivace e cortese a Corte, dolce e virtuoso nella vita privata, appariva gelido, spietato, quale ministro.
Non seppe far altro che spremere danaro per l'Imperatore; e l'Austria, inconsapevole, lo scelse a farne il primo martire — cronologicamente — del risorgimento italiano.
Ch'egli fosse vittima designata a prezzolati sicarî, lo prova anche la prima circostanza che ci si riaffaccia, riprendendo la lugubre cronaca del 20 di aprile.
La turba ingrossata, anzichè occuparsi dei Senatori, che votata in fretta e in furia la riunione dei collegi elettorali, fuggivano lividi e tremanti, cominciò a gridare, con voce minacciosa, il nome del Prina.
Carlo Verri invano rispondeva a quelle torve figure, che il Prina non era al Senato. Il popolaccio, e alcuni signori — dicono anche qualche ufficiale austriaco travestito — invadono le aule, circondano, minacciando, il presidente Veneri, rimasto imperterrito: uno dei nobili — il Verri, lo indica con le sole iniziali — «fu il primo a scagliarsi contro il ritratto di Napoleone dipinto dall'Appiani, lo forò coll'ombrello e gittollo dalla finestra.» Il Confalonieri cui l'atto venne specialmente imputato, smentì poi di averlo commesso, in una lettera a stampa. Intanto il maggior numero dei tumultuanti davasi a saccheggiare, a distruggere: strappava e disperdeva carte, documenti, registri, scagliava i mobili, i tappeti, le librerie nella strada, e ripeteva come un ruggito sempre più spaventoso il grido, imposto da alcuni, e che molti altri avevano certo nel cuore: Morte al Prina! Vogliamo il Prina! Morte al boia della carta bollata!
Le grida, le imprecazioni feroci, gli urli di morte si fanno tremendi, fra il rintronare di colpi incessanti per abbattere la porta del palazzo dell'odiato ministro, che un cocchiere era stato in tempo a chiudere. Già da mesi, cartelli satirici si trovavano affissi di nottetempo ai muri di quella casa: «Da affittarsi: recapito dal dottor Scappa.» E altrove: «Prina, Prina, il giorno s'avvicina!»
E il Prina sapeva che si era detto di voler far la festa ai tre P delle finanze; cioè a lui, e a' suoi due segretari Pavesi e Pioltini. Durante le sue passeggiate a cavallo per le vie della città — narra il Cusani — era stato insultato, minacciato, ed anche gli era stato consegnato un biglietto anonimo, nel quale si avvertiva di lasciar tosto Milano, se voleva aver salva la vita.
Convinto dell'opera sua, testardo, tempra in fondo di buon granatiere, Giuseppe Prina di tutto ciò non si era curato: ed anche la mattina del 20, a chi lo scongiurava di sottrarsi al furore popolare, rispondeva ostinatamente: «I saria nen piemonteis!»
La porta non resse a lungo: già coloro che capitanavano la masnada salivano le scale,... e il Prina, cui l'imminenza del pericolo aveva ridato l'istinto della conservazione, febbrilmente cominciò a travestirsi, poi si celò nel caminetto di una stanza appartata....
La turba irrompe: pone tutto a soqquadro: sfonda cassettoni e armadi, agguanta gli arredi e il poco danaro. No, no!... non ci sono i tesori che il volgo diceva da lui rubati e accumulati!
Anche molte carte e documenti sono sottratti, e questi — credesi con ragione — non dalla plebaglia acciecata, ma da chi fra essa aveva ordini e istruzioni speciali.
Fu notato un tale, che corse senz'altro allo scrittoio del ministro; ne forzò il cassetto, ghermì un plico di carte e disparve.
E mentre il turpe saccheggio infuriava nell'appartamento, altra gente sui terrazzi e sui tetti cominciava a demolire letteralmente la casa; e la demolizione «fu compiuta poi nella notte e il dì dopo, da persone che parevano del mestiere e che rivelarono più tardi di essere state pagate.»
Il conte Giovio, tra i pochi accorsi per salvare l'infelice ministro, fu minacciato e insultato da uomini «cui era sul volto l'indizio dell'ordinato delitto» e frattanto nè Giacomo Luini, capo della polizia, nè il generale Pino, comandante del presidio, si fecero vivi. Anzi, l'aiutante del generale, Luigi Cima, al capitano della guardia civica, Bosisio, che con pochi soldati moveva verso il luogo del saccheggio, intimava di ritirarsi in Castello.
La giornata doveva essere tutta dei sicarî chiamati a Milano per affrettare all'Austria il cómpito di ristabilire l'ordine sanguinosamente turbato.
Soltanto verso le 4 del pomeriggio, il Pino fece una delle sue teatrali comparse in grande uniforme.
Ad un invito perentorio del podestà, finiti appena di intascare altri 50,000 franchi di gratificazione estorti nella mattinata al Vicerè, il vecchio sciagurato si recò alla casa del Prina, si aprì il passo tra la folla furibonda, ne raccolse scherni e minacce, quantunque sfoggiasse la Corona ferrea e la coccarda italiana; e siccome un servo tremando e baciandogli le mani, gli ripetè che il Prina non era nella casa, se ne ritornò come era venuto, lasciando che la masnada sitibonda di sangue continuasse a frugare in ogni camera, fin nelle soffitte.
Corrono versioni disparate, intorno al modo preciso col quale il Prina cadde nelle mani de' suoi carnefici. Dicesi che un falegname lo scorse nel nascondiglio ov'era rannicchiato, ebbe la promessa d'un milione purchè tacesse, ma con un grido involontario tradì la vittima e sè stesso. Narrano altri che il ministro fu colto in camicia, fra il soppalco e i tetti. Altri ancora, che avendolo il dottor Bazzoni celato in una vasca nel solaio, fu colà rinvenuto da un garzone muratore che si diè a gridare: «È qui; è qui, il Prina!» attirando tosto contro di lui la turba inferocita.
Certo è che l'infelice, semivestito, livido, tremante, a mani giunte, ripetendo convulsamente: «Confessione! Confessione!...» fu tratto giù dai piani superiori nelle sue stanze, percosso coi pugni e cogli ombrelli. Ad ogni colpo gli si gridava: «Questo per il registro! Questo per il focatico! Questo per la carta bollata!» Ridotto quasi nudo, fu prima mostrato dal balcone della scuderia, alla folla imprecante, poi sospinto, legato e tramortito, calato giù, fra le braccia allungate, tese dai più furenti che con grandi urla lo volevano vivo, fra le mani!
Alcuni pietosi, fingendosi i più accaniti nell'ingiuriarlo, lo circondano, lo spingono traverso la piazza San Fedele poi nella casa Blondel, ove sorge ora il teatro Manzoni; ma il generoso tentativo fallisce: strappato loro di mano, riescono ancora a difendere l'infelice dalle ombrellate, a sottrarlo alla folla, a nasconderlo nel cortile di una vicina osteria.
Ma intanto si faceva notte: «Vogliamo il Prina! Vogliamo il Prina!» La turba furente vieppiù imbestialiva, assediava la casa, ammucchiava una catasta di fascine per incendiarla: «Fuoco e morte! Vogliamo il Prina!»
E il Prina, che nella tregua si era alquanto riavuto, pensando certo che attirava l'estrema rovina su chi lo voleva salvare, uscì da sè stesso dal nascondiglio, e si offrì agli assassini ripetendo: «Confessione! Confessione! Un prete!»
Quattro ribaldi — continua a narrare il Cusani — gli si precipitano addosso, ed uno, con un colpo di martello sulla testa, lo stende al suolo, e per le gambe lo getta nella via.
Il pensiero ne rifugge, raccapricciando! Al fioco chiarore delle lampade, sotto la pioggia fitta, scrosciante, sanguinolento, livido per le percosse, legato pei piedi sur un asse, il conte Prina, semivivo, fu trascinato per mezza la città da un'orda d'indemoniati.
«Le loro grida di patria, di libertà», scrive il Foscolo, «e le loro fiaccole che mi mostravano facce pallide, atroci, e labbra tremanti di rabbia e occhi pieni di stupidità e di delirio, e i loro corpi barcollanti d'ubbriachezza e di furore baccante, e alcuni con mani armate di coltella mezzo rotte o di corde da strozzare e di sacchi vuoti a rubare, m'insegnarono più teorie di libertà che non tutti i libri della filosofia e quanto lessi mai nelle storie!»
All'orrenda scena indietreggiavano i popolani atterriti, si chiudevano case e finestre, svenivano le donne....
Finchè ebbe voce, la povera vittima ripetè le parole «Confessione! Confessione! Un prete!» Morì, non per alcuna delle tante ferite — come provò poscia la perizia medica — ma di angoscia, di terrore, di dolore.... Il cadavere pesto, sformato, venne buttato da' suoi carnefici stanchi, affranti, nel cortile del Broletto e là giacque per parecchie ore sotto la pioggia gelida, nel sangue e nel fango, finchè la notte stessa, quasi di soppiatto, fu trafugato e sepolto nel camposanto di porta Comasina.
***
Un pezzo di gronda — creduto nel buio un cannone — valse a mettere in fuga la masnada che si accaniva a demolire la casa del Prina. Compiuto il delitto, uscirono le truppe e per tutta la giornata del 21, il Pino fu nelle vie, sempre a cavallo, a prodigarsi, a farsi acclamare ed anche a farsi minacciare, giacchè la piazza gli aveva preso la mano; e alle intimidazioni proterve, il vecchio soldato non trovò il coraggio di rispondere se non abbottonandosi il pastrano per celare le decorazioni invise, e facendo togliere il cannone posto dinanzi alla porta del palazzo reale, come una mano di facinorosi, con grida sconce, gli imponeva.
La cittadinanza, frattanto, sentiva orrore dell'accaduto, e nondimeno pareva consolarsi che una sola fosse stata la vittima.
Si riunì tosto il Consiglio comunale, ed elesse una reggenza provvisoria presieduta da Carlo Verri, l'uomo in quei dì più popolare, perchè l'unico veramente puro, tenutosi lontano da tutta la baraonda di bramosie venali e vanitose, dalle sètte, dalle congiure, dai tradimenti.
Il Verri, sin dal mattino, cominciò ad abolire le tasse che più gravavano sul popolo, e lo annunziò con manifesti «che scongiuravano i buoni milanesi di tornare in calma.»
E i buoni milanesi non domandavano di meglio; ma per le porte, disertate persino dalle guardie del dazio, continuava a piovere in Milano — chiamatavi ancora dall'odor del bottino — la feccia più turpe del contado. — E questa si univa agli eroi del giorno innanzi e stava per muovere verso il palazzo del duca Melzi e contro quello del Vicerè, allorchè — più efficace dei violenti manifesti del Pino — provvide a spazzarne le vie con qualche carica a baionetta in canna, il capitano della guardia civica, Bernardo Ottolini, arrestando molti dei più sinistri figuri, finchè alla sera del 21 una lugubre calma si stese sovra la città, contristata da tanta vergogna.... vergogna non tutta sua.
Nondimeno, nè tosto, nè poi, si vollero seriamente, di questa infamia conoscere gli autori, punire i veri colpevoli. Parve che un accordo pauroso si formasse nella cittadinanza, anche fra gli uomini più eletti di mente, il Pellico ed il Manzoni, ad esempio, perchè sulla tragedia del 20 aprile, si stendesse un pronto oblio. E così, gran parte degli arrestati furono messi in libertà, senza inizio di processo, altri, inquisiti fiaccamente, pro forma, pochi processati.... ed assolti.
Anche la musa popolare non si destò, da principio, se non per inferocire grossolanamente contro il ministro assassinato.
Solo due anni più tardi, un poeta, un tranquillo poeta, manzonianamente fluido nella forma e misurato nell'impeto, ma nondimeno vero poeta civile, Tommaso Grossi, rivendicava la probità e la buona fede del conte Prina, in quel piccolo capolavoro di poesia vernacola intitolata la Prineide, nel quale il verismo descrittivo e la fine arguzia politica fecero supporre, senz'altro, l'estro possente del Porta.
Ma il Porta si affrettò a respingere la gloria di quella coraggiosa opera d'arte che troppe noie.... gli avrebbe attirato dagli Austriaci, i nuovi e sospettosi padroni. E così, anche il verso dialettale ch'era sgorgato finalmente a deplorare l'eccidio del 20 aprile, parve pentito di sè, fu sconfessato quasi, non in nome dell'arte, ma della paura.
Quanta nostra fine di secolo, in quel principio di secolo! Come tra il fluttuare degli ordini sconvolti, degli elementi storici già disgregati, ma non ancora atti a comporsi in una novella armonia, gli uomini appaiono allora ed ora agitati da passioni che li traggono alla ruina o inspirati da idealità a cui solo i tempi futuri potranno spianare la via!
Partiti estremi che non s'intendono fra loro: uomini, che sopra l'ondeggiare di questi partiti rumorosi e vani s'intendono per dominare fin che possono; plebi travagliate e ignare che nei loro impeti insani fanno il giuoco dei loro oppressori medesimi; intelletti confusi e coscienze turbate dall'aspettazione di un avvenire incertissimo, che la volontà più poderosa non può nè allontanare nè affrettare; come tutto ciò che forma il quadro della vita pubblica nella prima grande rivoluzione, si rinnova nell'ultimo scorcio di questo secolo che fu ed è tutto una rivoluzione! Per tal rispetto, a leggere i giornali d'allora, si è colti, talvolta, da uno stupore profondo: se non fosse la carta ingiallita, la vecchia stampa, l'odor d'antico che esalano i volumi di quelle vecchie collezioni, si potrebbe credere di aver sott'occhio i giornali d'oggi, tanto è qua e là, la somiglianza del linguaggio, tanto si pareggiano gl'inni e le contumelie, le adulazioni e le calunnie gettate a piene mani contro questo o quell'uomo politico, destinato a trionfare, destinato a perire, destinato in ogni caso ad essere travolto nell'oblio, fino a che i nipoti curiosi non pensino un giorno a rievocarne la memoria. Possiamo — ahimè! — specchiarci tutti nelle immagini del passato, e impararvi che il mondo rinnova sempre i suoi errori, perchè dalla storia, che Cicerone chiamò maestra della vita, la vita non va mai a scuola....
Tornando a quelle giornate dell'aprile, la figura che novamente ci si riaffaccia, in una luce comicamente fosca, mentre gli austriacanti rimangono nella loro sinistra penombra, è ancora quella del Pino.
Quest'uomo, di cui al mondo non andrà mai estinta la razza, per la sua stessa sfacciata vanità, appariva in mezzo al gregge genuflesso, come un salvatore della patria.
Quanta analogia tipica in codesto parvenu del potere, con altri violenti, ed avidi e spudorati, saliti in alto molti anni dopo di lui! Si accusava, si vituperava, si calunniava forse e non di meno si temeva: anche allora si ripeteva, supinamente, che quel vecchio era necessario, che quel vecchio assicurava l'ordine, il benessere pubblico, sociale, l'avvenire dello Stato.
Uomini probi, disinteressati, che sarebbero morti di vergogna ove di loro si fosse detto ciò che la voce pubblica diceva del Pino; che sapevano de' suoi imbrogli, delle sue cambiali, delle sue malversazioni, delle somme enormi estorte al Vicerè ed allo stesso Napoleone, dell'assassinio del Lahoz sugli spaldi d'Ancona, delle brutture della sua vita intima, giudicavano, nondimeno, che al Pino fosse dovuta in quei frangenti la tutela degli istituti pubblici e delle casse dell'erario.
È sorte delle moltitudini questa, di subire periodici accecamenti; di credere che a volte occorra un briccone violento per governare migliaia e migliaia di galantuomini.
***
Il Beauharnais, caduto Napoleone, si trovava davanti un fiero dilemma: o dar guerra o ritrarsi; imporsi per forza, in Milano, ai molti che più non lo volevano, o cedere alle insistenze dei congiunti che lo chiamavano a Monaco.
«La condotta del Vicerè — giudica uno scrittore sereno, acuto e coscienzioso — la condotta del Vicerè fu in quel punto morale per ogni verso, semplice, schietta, recisa, ma — aggiunge — terribile per gli Italiani. Non voglio, disse Eugenio a' suoi generali, a' suoi soldati, ai congiunti, alla consorte, ai nemici, non voglio pormi per forza a capo d'un paese che non mi desidera.»
E infatti, il 23 aprile, Eugenio stipulava una seconda convenzione militare che sanciva l'abolizione del Regno Italico, e la consegna ormai fatale del suo territorio all'Austria.
Nell'esercito costernato, invano tentarono gli ufficiali superiori di opporsi a questa dedizione. Eugenio si accomiatò dal popolo e dalla milizia con proclami nei quali vibrava una nota gentile, cavalleresca, civilmente umana. Se per noi ricominciava l'antica servitù, non ne era già egli l'autore: egli pure cadeva vittima del tristo destino d'Italia.
Oh! come ripensando alla calma fierezza di quell'uomo in quei giorni, e rileggendo le sue parole spicca a lui vicina dinanzi alla nostra mente la figura nobile e buona della principessa Amalia!
Lei, che aveva voluto che il figlio suo nascesse a Mantova, tra le ansie e i pericoli della guerra, perchè dalla memoria stessa del luogo nativo, fosse indotto ad amare l'Italia, lei, non esitava ora a consigliare al marito la via del disinteresse e delle nobili rinuncie.
È anche questa una provvida ricorrenza della storia: quando in basso come in alto rugge la tempesta, e si addensano miasmi di disonestà e di depravazione, chi deve rispondere dei gravi doveri di una corona, trova spesso in una donna la buona consigliera, la purificatrice, la degna alleanza e la salvezza.
Ma questa donna non è, non può essere, una che abbia carpito i favori del principe, che ne abbia distratto anzichè temprato il pensiero, che ne abbia spento i begli entusiasmi tra i dolci peccati....
No! No! Il regno di Aspasia è tramontato con Pericle! La salvezza non può venire dalla «favorita», dalla «bella» pel cui capriccio sovrani e popoli, correvano in altri tempi i rischi della rovina e del ludibrio.... Chi tutto salva è ben altra donna, una sola: la moglie, la madre, la compagna del presente e dell'avvenire.
Indulgenti e pietose, nella purissima intimità, negli ignorati sacrifici, nella santità degli affetti, donne auguste come Amalia di Baviera, al pari della donna più umile, esercitano un benefico impero d'amore sopra l'uomo amato. La moglie del principe, salva talora un'epica fama e decide di un periodo storico, delle sorti di un popolo, per quella stessa virtù del cuore, che alla oscura moglie dell'uomo di lavoro, suggerisce spesso, nel silenzio e senza che alcun lo sospetti, il franco e generoso consiglio che salva dalla sciagura lui, i suoi figli, la sua casa!