SUI MOTI DI NAPOLI DEL 1820

CONFERENZA
DI
FRANCESCO S. NITTI.

I moti di Napoli del 1820 non presentano, a chi li studii con serenità, alcuno dei lati che, pur nei suoi errori, pur nelle sue esagerazioni resero sì bella e sì interessante e, sotto alcuni aspetti, sì grande la rivoluzione avvenuta ventun anno prima, nel 1799. Questa ebbe i suoi rètori, ma ebbe pure i suoi martiri: la rivoluzione del 1820 quasi non ebbe che rètori. Nata per paura di una Corte, che non volle e non seppe resistere, morì per ignavia di una setta, anzi di una classe, che resistere non volle e non seppe. Sorta per tradimento di pochi ufficiali settari, fu soffocata per tradimento di un re, cui furon meriti supremi la menzogna e la viltà.

Sicchè parlarne è assai difficile e assai penoso cómpito: tanto più penoso quando chi discorre di un periodo storico del suo paese che altri esaltò, non riesce a trovare in esso cosa che sia bella o grande.

La rivoluzione del 1799 di cui ebbi l'anno scorso l'onore di parlarvi, studiata nelle sue intime cause ci apparve come un movimento quasi di reazione alle tendenze riformatrici dei principi. Tutta l'opera di Carlo III e gran parte di quella di Ferdinando I di Borbone, almeno fino al 1799, sembrano dirette a niente altro che a diminuire la enorme potenza della feudalità e del clero. Sorgeva allora ed era già venuta in potenza una classe intermedia, destinata a sostituirsi all'aristocrazia e sorgeva non come altrove dalle manifatture o dai traffici, ma dall'intermediarismo agrario, dalle professioni liberali, la curia soprattutto, e dal commercio del danaro. La rivoluzione del 1799 riunì quindi tutti i malcontenti che la politica dello Stato avea offesi: principi e nobili, che vedevano sminuita la loro classe, preti e sacerdoti, che si credevano privati dei loro diritti, curiali che il rinsaldamento e la sicurezza della proprietà temevano come esiziale al loro ceto. E fra questi vi erano idealisti sinceri, imbevuti delle dottrine degli enciclopedisti; giovinetti desiderosi di novità; uomini insofferenti di servitù. I 97 giustiziati del 1799 furono quanto di meglio Napoli avea: vi erano fra essi uomini d'arme nobilissimi come Manthonè, Federici, Caracciolo; studiosi e pensatori come Pagano e Cirillo; e giovani ardenti come Vincenzo Russo, Filippo Marini, Ettore Carafa, Riario, Pignatelli.

Che cosa fu la rivoluzione del 1820?

Caduta la repubblica napoletana del 1799 e ritornato Ferdinando I era succeduto un periodo di repressione e di violenza. Ma quando, travolto anch'egli dal turbine napoleonico, Ferdinando era dovuto riparare in Sicilia e il regno era rimasto ai francesi, Giuseppe Buonaparte da prima e Gioacchino Murat dipoi, aveano introdotte gran parte delle leggi di Francia. Per legge del re Giuseppe nel 1806 la feudalità abolita, abolite le istituzioni fidecommissarie, sciolti i legami alla proprietà, modificato il regime dotale, sfasciata la proprietà ecclesiastica, introdotti col codice Napoleone tutti i provvedimenti che più alla classe intermedia giovavano, questa era divenuta potente a tal punto da soverchiare tutte le altre.

E anche quando i Borboni rientrarono a Napoli e riconquistarono, non per virtù d'arme, ma per violenza legittimista il reame, non osarono quasi nulla mutare. Le leggi abolitive della feudalità furono mantenute; mantenute tutte le disposizioni che i re Giuseppe e Gioacchino aveano introdotte.

Senonchè mentre la classe intermedia quasi dovunque era nata col traffico, a Napoli e nel reame si era formata, come ho detto innanzi, in modo diverso. Una massa enorme di curiali in città, e nelle province affittuari della terra e negoziatori di danaro, eran cresciuti in potenza. Tutte le leggi adottate in cinquant'anni e più ancora non avean fatto che favorirne lo sviluppo e la potenza.

Ma ad essi non bastava. Nei regimi assoluti l'esistenza di un'aristocrazia che circondi il trono o che abbia, sia pure nominalmente, il potere nelle mani, è invincibile necessità. Così avveniva nel reame di Napoli, ove le maggiori cariche dello Stato erano dal re concesse a coloro appunto che più egli e suo padre avean depressi.

I trionfi di Napoleone e a Napoli la dominazione francese avean determinata una modificazione profonda nello stato degli animi. Ancora pochi anni prima nessuno avrebbe osato attaccare istituzioni che parevano eterne; monarchie ritenute incrollabili. Più ancora: nessuno nella scala sociale pensava elevarsi al di sopra della sua classe. Ma i trionfi di Napoleone e dei suoi generali avean sconvolte tutte le menti e pur dopo la catastrofe napoleonica era in tutti gli animi una febbre di cose nuove; nulla si credeva dovesse essere durevole, nulla si ammetteva che uomini volenterosi potessero non avere.

Nel reame di Napoli, ancora turbato da tante e sì varie vicende, la monarchia di Ferdinando I era debole e sospettosa. Avea osato — facile audacia — di far fucilare Gioacchino Murat sulla desolata spiaggia di Pizzo: ma avea conservato i generali e gli alti ufiziali dello Stato, che Murat avea spesso levati in alto da umile condizione. E mentre li avea conservati era sospettosa di essi: timorosa di espellerli tutti, paurosa di tradimenti.

I commerci eran depressi da tante lotte, impoverite le banche; le guerre numerose aveano trascinato a Napoli stuoli di persone desiderose di occupazioni civili.

L'indole meridionale, la quale attribuisce la fortuna più al caso che alla persistenza, la naturale vivacità delle genti del Sud, l'amore e la tradizione dell'otium cum dignitate, il posto o l'ufizio poco penoso, facean sperare rivolgimenti che tanti bisogni appagassero, tante ambizioni accontentassero.

La setta dei carbonari, introdotta nel regno pochi anni innanzi, si era venuta allargando. Che cosa era essa? Colletta la chiama società vasta di possidenti, vaga di meglio e di quiete, e questa definizione ne dice tutto il carattere. Appartenevano ad essa gran numero di benestanti delle classi medie; ma il fondo era composto di militari desiderosi di avanzamenti, di provinciali e di curiali bisognosi di impieghi, di persone le cui aderenze, la cui posizione al tempo dei francesi rendevano avverse o dubbiose del regime borbonico. Setta piena di misteri massonici, anzi diramazione massonica, che allettava le calde fantasie dei giovani appunto per il suo mistero. I soci e gli aderenti si chiamavan fra loro cugini e anche buoni cugini, e fra le altre cose giuravano — il generale Guglielmo Pepe dice per rettorica — l'esterminio di tutti i re. La setta si era estesa e vi appartenevano anche persone messe ai sommi gradi dell'esercito. V'erano i risoluti che volevano una costituzione o sognavano il rovescio della monarchia borbonica; erano idealisti sinceri o nature avventurose; v'erano coloro che nelle vendite — così si chiamavano le singole società carbonare — cercavano come una tutela in tempi difficili, un appoggio in possibili mutamenti politici; nel maggior numero erano infine coloro che desideravano pubblici ufizi, o aspiravano a promozioni e a carriere. Si trovavano spesso insieme generali e ufiziali inferiori; — e questi eran qualche volta nella setta di grado superiore ai primi. Le vendite più attive erano a Napoli, ad Avellino e a Salerno; in quest'ultime città soprattutto.

Ritornando a Napoli, Ferdinando I in un goffo e magniloquente proclama datato da Salerno, il 1º maggio del 1815 avea detto ai Napoletani con assai poca precisione storica che i loro antenati avean conquistato fino al Nilo e che le loro trombe guerresche avean fatto piegare le fronti orgogliose ai Tolomei, a Filippo il Macedone, a Mitridate, a Massinissa e ad altri ancora. Dimenticando poi tanti pregi guerreschi e chiamandoli, con una metafora ardita, docili figli del Sebeto, avea promesso loro amore e perdono e, quasi queste cose non bastassero, pace, calma e abbondanza. Non avea dato costituzioni; non avea però voluto persecuzioni numerose. In cinque anni, dal maggio 1815 al giugno del 1820 la monarchia borbonica era o pareva assodata. Non avea contro di sè che una setta; avea per sè i sovrani e le corti legittimiste di tutta Europa. L'esercito regolare era forte di 34 mila uomini; inoltre le milizie civili contavano 51 mila uomini in terraferma e 29 mila in Sicilia. E poichè la pace in Europa non era da nulla turbata e i ministri, sì come accade in regime assoluto, esageravano dinanzi al vecchio re il disprezzo della massoneria carbonara ritenuta debole o inattiva, la solidità del trono pareva al sovrano e ai suoi fedeli granitica. I carbonari eran perseguitati come setta dannosa di gente ribalda; ma pericolo da essi non v'era, o si credea non vi fosse.

Fu così che scoppiò la rivoluzione del 1820; la più strana, la più incruenta, la più inverosimile di tutte le rivoluzioni che abbia avuto Napoli e forse l'Italia; rivoluzione che rimarrebbe a dirittura inesplicabile a chi si limitasse a considerarla nelle sue manifestazioni esteriori.

All'alba del 2 luglio due sottotenenti, Morelli e Silvati, e 127 tra sergenti e soldati del reggimento Borbone cavalleria disertarono dai quartieri di Nola, secondati da un prete Menichini e da venti settari. Si diressero verso Avellino, ove dovean ricongiungersi ad altri carbonari di Salerno. Da Nola ad Avellino sono non più che quindici o sedici chilometri. Il drappello disertore li percorse al grido di viva Dio! viva il Re! viva la costituzione! E poichè quel grido di costituzione non era bene inteso e ognuno, dice il Colletta, vi scorgeva il suo meglio, chi la libertà, chi il potere, chi la minorazione dei tributi, il popolo seguiva con simpatia e con entusiasmo. Così il drappello giunse a Mercogliano, ove Morelli pose il campo e mandò messaggio a un altro carbonaro, il colonnello De Concili, che stava in Avellino, invitandolo ad unirsi a coloro che chiedevano governo più libero.

In fondo non si trattava che di piccolo pronunciamento settario e soldatesco, al quale partecipavano meno di 150 persone, fra cui una ventina di borghesi e un prete. A soffocarlo bastava assai poco: anzi nella vita di un regno era episodio insignificante.

Quando la notizia giunse a Napoli, il re sopra ricca nave andava incontro al figliuolo ed erede Francesco, duca di Calabria, che allora entrava nel golfo, venendo di Sicilia. La notizia lo costernò, e la diserzione di pochi uomini cui potea contrapporre diecine di migliaia di soldati lo scorò: volea fuggire in Sicilia, volea trattenersi sul mare e non fu poca difficoltà farlo scendere a terra.

A Napoli la setta carbonara, all'annunzio dei fatti di Nola cominciava ad agitarsi. I ministri erano incerti; il re cercava invano di esser sereno; non si volea affidare il comando delle truppe che dovean combattere gli insorti a generali di cui si sospettava la fede.

E mentre a Napoli si era in tante dubbiezze e si perdeva ciò che nel periglio è più prezioso, il tempo, la piccola schiera di Nola mandava dovunque messaggi, entrava trionfante in Avellino, si univa alle truppe di quella città, accampava poderosa sulle alture di Monteforte. E intanto al 3 luglio, ovunque erano settari si tentavano sollevamenti. Dopo molto esitare, tre generali mossero per diverse vie per espugnar Monteforte e snidarne i ribelli; uno scontrò il nemico il giorno 4; potea vincere e si ritirò. Un altro non giunse il giorno 5 nemmeno a vederlo, poichè i soldati fuggirono. Il terzo non si mosse e preferì trattar di lontano. I soldati non combattevano, poichè non avean fiducia nei capi, i capi non l'avean nei soldati; il re diffidava di tutti.

Il generale carbonaro Guglielmo Pepe, che il giorno 3 accettava per speranza di grande premio di andare a combattere i ribelli, sapendosi sospettato e temendo di essere arrestato fuggì da Napoli insieme al generale Napoletani, provocò diserzioni, andò a mettersi a capo degli insorti. Così un regno tranquillissimo il giorno 1º luglio, il giorno 5 era tutto in fiamme.

Il re, riuniti a consiglio i suoi timidi ministri non trovò appoggio: non si pensò ad altro che a cedere, e il movimento non parve possibile frenare se non seguendolo.

Fuggito il general Pepe da Napoli, disertate molte delle milizie, le altre incerte, l'audacia di qualche settario non ebbe limite.

La notte del 5, sul tardi, cinque carbonari si presentarono alla reggia e chiesero audacemente di parlare col Re, come ambasciatori di causa pubblica. Uscì sollecito il duca d'Ascoli. L'uno dei cinque disse lo scopo dell'ambascerìa; il popolo era in arme, la setta carbonara e i cittadini tutti volevano la costituzione. Si attendevano le decisioni del sovrano. Il duca d'Ascoli entrò dal Re, riferì tutto e, quando uscì, annunziò che il sovrano aveva concessa la costituzione.

E il capo dei settari: — Quando? — Subito. — Ossia?.... — Fra due ore.

Con aria risoluta uno dei cinque cavò l'orologio dalla tasca del duca d'Ascoli, mostrò il quadrante ai compagni e disse: — È un'ora dopo mezzanotte: alle tre la costituzione sarà pubblicata. — E andarono via tutti.

All'alba del giorno 6 uscì un editto del Re che annunziava la nuova costituzione. Così in quattro giorni furono mutate dalle fondamenta le basi politiche di tutto un reame.

Altro editto nominò il principe ereditario Francesco duca di Calabria, vicario generale del regno: il Re aveva o disse di avere bisogno di riposo. La costituzione, provvisoriamente concessa, fu quella di Spagna del 1812.

A ottenere una così profonda trasformazione non si era versata stilla di sangue: che anzi era bastato a pochi minacciare, a molti fuggire.

La costituzione fu causa di gioia quasi generale. Molti vedevano la fine di ogni abuso, la riduzione dei tributi e tutti erano lieti che un così notevole mutamento fosse avvenuto quasi senza contrasto.

Così Napoli divenne paese costituzionale.

E di un tratto, mutato il regime, mutarono anche le opinioni. La carboneria, temuta fino allora e odiata, divenne oggetto d'ogni lode; i pochi rivoltosi di Nola, trattati fino a qualche giorno prima come banditi, considerati eroi e degni di somma lode.

Il regime costituzionale, introdotto il 6 luglio del 1820, durò fino al 23 di marzo del 1821; nacque perchè l'esercito del Re assoluto si sbandò, mandato a combattere contro i ribelli; morì, perchè i soldati del governo costituzionale, mandati a combattere contro lo straniero si sbandarono prima di combattere.

Tutto quanto fu fatto in quei nove mesi rivestì sempre carattere di spettacolosa teatralità: tutto era teatrale: l'esercito, i generali, la carboneria, il Parlamento.

Non si amano molto se non le cose le quali si conquistano con difficoltà: e un partito è tanto più forte quanto maggiori sono le difficoltà e le sofferenze che ha dovuto incontrare prima della vittoria.

La costituzione di Napoli, ottenuta quasi senza lotta, dovea perire senza resistenza.

A capo dell'esercito costituzionale si era messo in Avellino il generale Guglielmo Pepe, la più complessa natura meridionale che io possa immaginare: uomo che avea dell'eroe e del ciarlatano, vero generale spagnuolo, che a una vanità morbosa e a una leggerezza ancor più grande, univa uno straordinario ardimento. Fra tante cose buone e cattive, una cosa era sopra tutto: ardentissimo di libertà e insofferente di vincoli. L'eroica difesa di Venezia, nel 1848, coronò in lui nobilmente una vita, in cui vi erano troppi pronunciamientos e troppe leggerezze.

Ora il generale Pepe, seguendo la sua natura, amante dei grandi spettacoli e della teatralità, volle, bandita la costituzione, entrare a Napoli con pompa solenne a capo dell'esercito costituzionale, un esercito che, diventato settario, si era anche più abbassato nella disciplina e ove i gradi della setta, si confondevano con quelli delle armi.

Il 9 di luglio, a una sola settimana di distanza dalla rivolta di Nola, fu decisa la solenne entrata.

Il re era in letto, malato di reumatismi e forse più ancora di paura. Il vicario, in abito da cerimonia, nella stanza del trono, circondato dai principi, dai generali e dai gentiluomini di Corte, attendeva i rappresentanti delle schiere.

L'esercito entrò in Napoli con gran pompa.

Precedeva tutti il drappello dei disertori di Nola, chiamato, dopo il successo, squadrone sacro. Seguivano poi le bande nazionali e quindi il generale Pepe, che aveva a fianco il generale Napoletani e il colonnello De Concili. Pietro Colletta, fine osservatore, nota che il generale Pepe «sconciamente imitava le fogge e i gesti di re Gioacchino.» Venivano poi tutte le altre milizie soldate e civili. E chiudeva il corteo uno spettacolo dei più strani. L'abate Menichini, vestito da prete, armato da guerriero, guarnito di tutti i colori della setta carbonara, precedeva a cavallo settemila settari, fra cui v'erano uomini d'ogni condizione: molti preti, straordinario il numero degli avvocati. Il vicario si affacciò a un balcone della reggia e comandò che ognuno si attaccasse al petto i colori della setta carbonara, il rosso, il nero e il turchino e le coccarde, fatte dalle stesse mani delle principesse, vennero distribuite largamente.

Tanto poteva il timore sopra anime deboli.

Vi fu solenne ricevimento a Corte, pomposi discorsi del re, del vicario e del generale Pepe e questi non trascurò di baciare la mano a tutti, al re, al vicario, ai principi, alle principesse, e assunse l'alto ufficio di capitano generale dell'esercito, che era o parea dovuto a chi ritenevasi la vera anima del carbonarismo.

Il resto non va raccontato.

La storia di Napoli dalla metà di luglio del 1820 al marzo dell'anno seguente è nota: a che ripeterla? Pure le cause di sì facile trionfo della idea liberale, le cause per cui il regime costituzionale sì facilmente introdotto non trovò quasi difensori nell'ora del periglio, son cose che io vorrei approfondire se la breve ora che mi avete accordata concedesse.

La rivoluzione del '20 fu opera essenzialmente dei carbonari, e i carbonari noi abbiamo visto chi fossero. Carbonari divennero, dopo il luglio, tutte o quasi le classi medie, principalmente le curiali.

Una effemeride, che allora avea molta autorità, la Minerva, diceva: «Esiste nel regno di Napoli la libertà? Si può francamente rispondere che essa esiste di nome, ma non di fatto. Esiste una setta dei carbonari? Ella esisteva prima del 6 luglio; da quell'epoca memorabile in poi la setta è divenuta la nazione.»

Nell'Italia continentale del Mezzogiorno, ove l'aristocrazia era fiaccata anche prima del 1806, l'opposizione al movimento carbonaro non fu viva.

Ma la Sicilia avea ben diverse condizioni. La feudalità in quel paese, non distrutta, era anzi potente; vive forse sotto mutate forme in alcune province tutt'ora. La classe intermedia, formatasi con difficoltà, non era ancora sì forte da aspirare al governo. Gli avvenimenti di Napoli non potevano dunque essere seguìti in Sicilia. L'isola volle una costituzione anch'essa, ma una costituzione autonoma e di carattere feudale: l'aristocrazia si agitò, pensò perfino di restaurare il Parlamento del 1812, in cui sedevano 61 pari spirituali, rappresentanti la grande proprietà ecclesiastica e 124 pari temporali, rappresentanti la grande proprietà feudale. La rivolta di Sicilia sciupò parecchi generali napoletani, ma fu soffocata. Il Parlamento napoletano e la setta carbonara sentivano che non era possibile affermare la costituzione di luglio senza vincere le resistenze della Sicilia. Le resistenze furono infatti vinte; ma la vittoria, facile del resto e non contrastata a lungo, sciupò molta parte delle non grandi energie di cui disponeva il nuovo governo costituzionale.

Se v'è cosa che caratterizzi la carboneria e i fautori del regime costituzionale nel 1820 è l'avversione che dimostrarono in tutti i loro atti per l'aristocrazia fondiaria. Quando si dovettero fare le elezioni per i membri del Parlamento, nei comizi ogni forma di violenza fu usata contro i nobili, cui fu spesso impedito per forza e con male arti di votare.

Dei 72 rappresentanti delle province meridionali 2 soli eran nobili; gli altri quasi tutti avvocati, preti, magistrati e proprietari, inscritti alla carboneria. La Sicilia mandò invece più tardi, in gran maggioranza, nobili e preti.

I giornali e le effemeridi annunziavano l'apertura del Parlamento con frasi solenni. Uno di essi diceva: «I giorni del primo entusiasmo sono ora al loro termine: la stagione dell'intelletto si avvicina con l'apertura del Parlamento; la crisalide, è già per rompere l'involucro, che nasconde l'angelica farfalla....»

L'angelica farfalla venne fuori, e la stagione dell'intelletto si aprì con una cerimonia solenne. Il Re, il Duca di Calabria, i principi intervennero con gran pompa, pronunziarono discorsi e giurarono sugli evangeli, fra le grida di popolo festante, il rispetto della costituzione.

Profferì lungo discorso il presidente Matteo Galdi, avvocato, e quindi amante della parola e della iperbole.

L'arte rettorica non possiede tanti traslati e tante figure quanti ne usò il presidente Galdi.

Dei Borboni di Napoli si può dare qualunque giudizio; una cosa però non può essere messa in dubbio: la loro incapacità alle armi e la mancanza di ogni attitudine guerresca. In fondo a tutte le loro colpe e a tutti i loro torti, non è che un sentimento solo: la paura. Fu essa che li rese spesso crudeli, sempre sospettosi.

Ora il presidente Galdi, nel suo iperbolico discorso, dopo essersi rivolto al Re, al Duca di Calabria e aver citato tutti i tropi che furono inventati, volle elogiare anche i figli del figlio del Re, futuri guerrieri della patria: «Uno ne crescerà certamente fra essi che, di unita alle arti di pace, saprà coltivare quelle della guerra. Egli accoppierà al brillante coraggio e all'alma intrepida di Francesco I e di Enrico IV il sapere militare del gran Condè; e se, tolga il cielo l'augurio, sarà chiamato a combattere, lo vedremo circondato dai bellicosi Marsi, dai Dauni, dai Sanniti, da tutti i popoli della Magna Grecia e della Trinacria alle frontiere del regno, come l'Angelo del Signore, con l'adamantina spada nel pugno, stare alla difesa del paradiso terrestre.» Quel fulmine di guerra si chiamò Ferdinando II!

La semplice esistenza del Parlamento, secondo il presidente Galdi, avrebbe fatto pullulare i grandi. Proseguiva infatti: «Le pagine del Codice di Astrea rimarranno immuni da qualunque macchia, e custodite da incorruttibili sacerdoti e il potente braccio e la volontà della Maestà Vostra e le vigili cure del Parlamento Nazionale, assicureranno sì bel retaggio fino alla nostra più remota posterità. Risorgeranno i Zeleuci e gli Architi, gli Archimedi e i Tullii, onore delle nostre regioni e del genere umano.»

Strano Parlamento, ove tutto era iperbolico. Le sedute si tenevano in una chiesa, e i deputati parlavano per farsi applaudire dalle tribune, che quasi partecipavano alla discussione e applaudivano sempre i più enfatici e i più violenti. Mentre la costituzione e la patria erano in pericolo, si discutevano gli argomenti più inutili: se il nome di Napoli mutar si dovesse in Partenope, se mutar si dovessero i nomi dei popoli delle province e chiamarli come nell'antichità classica, lucani, irpini, marsi, sanniti. Si facean citazioni classiche, e gli animi si accendevano per cose futili.

L'opera legislativa, quando fu efficace, non ebbe per scopo che di deprimere l'aristocrazia: i beni soggetti a maiorascato furono dichiarati liberi, molti provvedimenti furon proposti contro la feudalità in Sicilia.

Ma il Parlamento era schiavo della carboneria; e la carboneria, a sua volta, era agitata da una turba di spostati, desiderosi d'impieghi. Chi poteva si trasformava volentieri in impiegato. Perfino l'abate Menichini, che avea secondato gl'insorti di Nola, che era entrato a Napoli a capo dei ribelli carbonari, chiedeva e otteneva impiego non nella Chiesa, non in filantropiche istituzioni, ma nella pubblica sicurezza.

La carboneria avea spezzata, se pur ve n'era, ogni disciplina nell'esercito, trasformando i capi in settari e sottoponendoli spesso ai loro subalterni. Altri abusi compieva con ostentata prepotenza. Una notte alcuni carbonari si recarono in casa di un ex direttore di polizia, uomo onesto e sinceramente amico dei Borboni e, sotto gli occhi della moglie e dei figliuoli, lo trafissero con 42 pugnalate. Un carbonaro, arrestato per atroce crimine, passando per la via di Toledo, chiamò in aiuto i cugini della carboneria e fu sciolto. Altri abusi la carboneria commetteva impunemente, quasi sfacciatamente, per mostrare la propria potenza. Allora non vi fu più sicurezza per alcuno. I timidi fuggirono da Napoli, coloro che erano più in alto temettero, chi si salvò ricoverandosi all'estero, chi in campagna.

La situazione divenne gravissima. Il popolo, ignorantissimo e depresso, seguiva tutti i mutamenti senza coscienza, sperando sempre in qualunque mutazione per il re o contro il re; l'aristocrazia avversa; l'esercito demoralizzato; la carboneria, che rappresentava gl'interessi della classe media, preda delle concupiscenze di persone desiderose di lucrosi impieghi. E intanto il Re chiudeva nel cuore sensi di timore e di odio: avea per timidità, anzi per viltà, giurata la costituzione, sperava per tradimento abolirla.

Fu così che scrisse segretamente ai re congregati a Troppau, e nel novembre giunsero lettere dei tre sovrani che lo invitavano a Laybach, per discutere in un Congresso le questioni politiche dello Stato di Napoli.

Il Parlamento non volea farlo partire. Fu grande agitazione in tutta la città. Si protestava che il Re volesse adottare nuova costituzione. Si gridava d'ogni parte: La costituzione di Spagna o la morte. Nessuno più tardi volle morire per la costituzione di Spagna: ma quando il pericolo si crede lontano, i più timidi sono sempre per i mezzi estremi.

Il Re si rassegnò a fare ciò che gli si chiedeva e partì, fingendo sempre fedeltà a una costituzione che gli era stata imposta dalla paura, e che era destinata a non trovare chi la difendesse.

A Troppau parlò infatti contro la costituzione, a gente che quanto e più di lui temeva l'espandersi del movimento liberale: e fu deciso che un esercito austriaco fosse mandato a Napoli a rimettere l'ordine.

Il Parlamento napoletano non esitò a dichiarare la guerra. La voleva sopra tutto il generale Pepe, che riteneva le truppe napoletane invincibili; la voleano i migliori che, con pietoso infingimento, dicevano il Re prigioniero e forzato lo scritto; la chiedevano a gran voce i carbonari. Accondiscese il vicario perchè debole e incerto. E la guerra fu proclamata non per valore di popolo, nemmeno per vaghezza di somma lode come dice Colletta, ma per leggerezza.

La carboneria volle fare opera utile e riunire a banchetto anche i generali che sapeva a sè avversi, per cementare l'unione nel momento del pericolo. A quel banchetto Gabriele Rossetti improvvisò versi pieni di entusiasmo. A un tratto rivolgendosi a tutti i generali che gli erano intorno, chiese chi fra essi dovesse essere Milziade. Fu un momento di silenzio e di angoscia: poichè ognuno temeva che Milziade dovesse essere un collega, e ognuno credeva di poter essere. Allora il Rossetti, nell'angosciosa aspettativa di tutti, con straordinaria iperbole replicò: Tutti saran Milziadi! Fu un delirio di applausi: ma di Milziadi poco tempo dopo non ve ne fu un solo.

L'esercito napoletano contava allora quarantamila uomini, dei quali dodicimila in Sicilia. Fu deciso di mandare contro gli Austriaci trentaduemila soldati e quarantaduemila uomini di nuova leva. Gli Austriaci erano in tutto quarantatremila. La vittoria delle truppe costituzionali sembrava dunque probabile. Vi erano forse molte milizie nuove: ma altre avean già pratica di guerre. Le nuove, d'altronde, parea volesser gareggiar con le antiche.

Il generale Pepe credea le milizie napoletane saldissime.

Ma come l'esercito austriaco si avvicinava a Napoli, un mutamento strano avveniva. Il popolo che avea creduto che il mutato regime avesse dovuto portargli maggiore prosperità e che, per colpa degli avvenimenti, non avea avuto niente altro che nuove gravezze, si mostrava indifferente; tramavano i partigiani del regime assoluto; i capi della setta carbonara, che si sentivano in pericolo, avean perduta l'audacia.

Il generale Pepe fece annunziare solennemente nelle gazzette di Napoli che avrebbe il giorno 7 di marzo dato battaglia e vinto. Strano generale e strani uomini, che annunziavano le battaglie anzi le vittorie a giorno fisso!

E la battaglia fu data infatti il 6 marzo. Ma le milizie, o poco fiduciose, o nuove, o incerte, al primo urto non resistettero. I soldati, anche prima di aver contatto col nemico fuggirono, e la voce dei capi non potè rattenerli.

Il generale Pepe giunse a Napoli prima che le fuggenti schiere giungessero. Parlò, esortò, chiese nuovi soldati, propose nuovi piani. Ma, poi che vide tutto perduto, fuggì all'estero.

Allora non vi fu ritegno. Uscirono subito nuove coccarde, in onore del governo assoluto. Il Parlamento, congrega poco tempo prima altiera, desiderosa anzi di battaglia e di vittoria, fece indirizzo al Re umile, sottomesso.

Per una crudele ironia della sorte le truppe che prima eran fuggite dinanzi al nemico eran quelle di Avellino e di Foggia: paesi che primi nel luglio dell'anno precedente avean voluta la costituzione.

Di tanti che parean destinati a compiere grandi gesta, che volean morire per tante cose, al momento del periglio non si trovò quasi alcuno. La setta immensa taceva. I deputati, eloquenti in pace, dinanzi al pericolo muti, disertavano il Parlamento. All'ultima ora, quattro giorni prima che il nemico fosse entrato, solo un piccolo numero osò votare una protesta del deputato Poerio, protesta ove ancora si ricorreva alla solita pietosa finzione, e del Re e del vicario si parlava come di uomini la cui volontà fosse stata coartata. Ma almeno qualcuno osò protestare, sia pure timidamente, nell'ora solenne del pericolo.

Il 23 di marzo entrarono a Napoli le truppe austriache, e il regime costituzionale finì da quel giorno di fatto.

E fu iniziato un periodo di violenze, di persecuzioni e di crudeltà. Moriron tanti per esse, che se avessero voluto incontrar morte più bella di fronte al nemico, il regime costituzionale non sarebbe così malamente finito.

Oltre alle cause esteriori, che si soglion di solito allegare, vi furono altre cause e maggiori, che una trasformazione nata subitamente, subitamente dovean soffocare. E queste cause van trovate non come si fa d'ordinario nella pochezza dei capi, nelle colpe dei generali, nelle incertezze del Parlamento, nei tradimenti della famiglia regale. Perchè il popolo non lottò? perchè l'esercito si sbandò? Non mai forze prodigiose nell'arte della guerra, genti dell'istessa razza e delle istesse contrade avean pochi anni prima, anche fuori della patria, dato prova di grande coraggio.

I moti del '20 furon promossi da due giovani idealisti: seguìti da genti che non avevan gli stessi intenti, nè gli stessi scopi. Il sostrato della carboneria, come noi abbiam visto, era di spostati, desiderosi di occupazioni civili, di militari desiderosi di avanzamento, di forensi desiderosi di fortuna. Non era possibile contentar tutti: anzi il numero enorme non permise che di contentar pochi. Le promozioni militari, fatte in base alla volontà della setta, demoralizzarono un esercito già inglorioso e privo di tradizioni; gli scontenti di tutte le classi erano il lievito della putrefazione in un regime non stabile. L'aristocrazia fondiaria, potente in Sicilia, si oppose come potè: a Napoli e nelle province, ove se non la forza economica, possedeva almeno il prestigio, screditò con l'astensione e l'avversione. Rimasero sul teatro dell'azione sopra tutto gli avvocati, audacissimi in tempo di pace. La massa dei lavoratori delle campagne non avea coscienza del suo stato: ma per istinto era più dalla parte del Re, che da quella dei suoi avversari, da cui sentiva o credeva di non dover nulla sperare. Chi sapeva la costituzione di Spagna? e che valeva per essa lottare, per essa morire? I carbonari non erano più morali dei loro avversari: ricorrevano anzi, potendo, agli stessi mezzi.

La rivoluzione di Napoli dovea cadere: le fu colpa cader vilmente.

Ferdinando introdusse la frusta, riempì le carceri, esiliò moltissimi; ma nella persecuzione, già vecchio e stanco, non ebbe la crudeltà che avea avuta nel 1799. I suoi ministri Medici, Canosa eran peggiori di lui; avventurieri e ribaldi, che governavano con male arti, che mentivano con il loro sovrano e non avean fede se non nell'arte dello inganno.

E in tante cattive passioni le due figure che rimasero al di sopra e che anche adesso rimangono, furon quelle dei due sottotenenti Morelli e Silvati, che disertori da Nola, aveano più per viltà altrui, che per virtù propria, mutato le basi del reame. Il Re che fu indulgente con altri, temendo forse la riprovazione dei paesi civili, non fu nè volle essere con essi.

Nè l'uno, nè l'altro, durante l'imperversare della carboneria, benchè carbonari essi medesimi e rivestiti di alto grado vollero far cosa che suonasse violenza o abuso. All'avvicinarsi delle truppe austriache a Napoli, fugato l'esercito, fuggirono anch'essi, cercando scampo, dopo aver tentato invano sollevare di nuovo la provincia di Avellino. Imbarcati su piccola nave volean raggiungere la Grecia, ma una tempesta li spinse sulle coste di Abbruzzo, ove riconosciuti furon, dopo molte vicende, mandati a Napoli e processati.

E furon processati come molti altri in forma crudele e trista. Nel giorno del dibattimento quattro degli accusati erano infermi con febbre, uno soffriva di emottisi, un altro, per riaperte ferite di guerra, dava sangue dal collo e dalla gola. Furon messi tutti insieme: e mentre due eran quasi morenti e altri balbutivano dalla febbre, furono interrogati e condannati, non ostante le proteste dei difensori e del pubblico. A quasi tutti fu fatta grazia della vita: due soli, Morelli e Silvati, come i promotori e i responsabili dei fatti di luglio dell'anno precedente furono giustiziati. E, nel momento supremo, non smentirono sè stessi.

Morelli avea tentato di avvelenarsi per morire liberamente: Silvati, cristiano e cattolico convintissimo, non avea voluto. Salendo le scale della forca il 12 di settembre del 1822, Morelli vide silenziosa e avversa la stessa folla, che due anni prima lo avea acclamato insieme al suo compagno, mentre entravano a Napoli a capo delle ribelli truppe di Monteforte. Non però un solo grido in suo favore. Nel tragico momento egli non volle smentirsi. E a folla ostile parlò dei martiri del 99 e disse di esser lieto di morire per la libertà.

E accanto a Morelli e Silvati, che furon la poesia di una rivoluzione che poesia quasi non ebbe, mirabile fu la condotta di altri accusati, che imputavan sè per discolpare altri: nobile contrasto al maggior numero, che sè discolpava, altri accusando.

Lord Giorgio Byron, dopo la caduta della causa liberale a Napoli, imprecava spietatamente contro i Napoletani: «Vivere liberi o morire, essi gridavano: morire ripetea l'eco delle montagne. Vani trasporti! entusiasmo effimero e fallace! quale derisione sanguinosa cade ora sulle loro teste. Infelici! Eccoli inevitabilmente in preda ai fiotti amari del ridicolo e della infamia. Morire! No, voi non morrete più; la severa e terribile libertà, di cui avete compromessa l'augusta causa, il tradimento dei popoli di cui la vostra risolutezza avea usurpata la stima e di cui il vostro delitto ha tradito la speranza, vi rifiutano egualmente l'asilo della morte e dell'oblio.»

Parole crudeli e non eque: le quali trovan forse la loro giustificazione nel fatto che prorompean da un'anima assetata di libertà, che non sapea perdonare di vederne compromessa la causa.

Entrati gli Austriaci a Napoli assai furon quelli però che non seppero rassegnarsi alla servitù. Migliaia fuggirono in lontane terre e andarono per il mondo, a lottare, a cospirare, a preparare le rivoluzioni future. E tra essi erano Rossaroll, che avea tentato, anche dopo la catastrofe, di ribellarsi in Messina; Pietro Colletta che nella sua grande storia forse molto s'illuse sul suo popolo, ma fece il più terribile atto di accusa della monarchia borbonica, sì che fu detto a ragione che nessun libro ebbe tanta efficacia sulle sorti del popolo napoletano; e Guglielmo Pepe, che dopo aver molto errato seppe almeno molto amare e molto lottare.

La rivoluzione del '20 non fu bella, sopra tutto perchè non ebbe il sacro battesimo del sangue; e perchè seguendo le rivolte di Spagna, n'ebbe tutto il carattere: non fu opera di popolo, ma di cospiratori e di forensi, battaglieri in pace, pacifici in guerra.

Ma ad onore delle genti meridionali bisogna dire che per settant'anni la causa della libertà trovò in esse i principali sostenitori. Mentre altre genti d'Italia, più tenaci forse nel pericolo, ma meno insofferenti, chinavano il capo alla servitù, dal lembo estremo della penisola venivan le voci e i tentativi della riscossa. E fu l'esercito napoletano che, nel 1813, tentò, per la prima volta forse l'unità d'Italia, che popolo più fortunato dovea compiere: unità che anche con i suoi svantaggi, è la nostra fortuna e la nostra salvezza, e che noi dobbiamo mantenere oggi sopra tutto che le vecchie e perfide tradizioni separatiste, causa di ogni nostra sventura, risorgono malefiche negli animi italici. E furono i Napoletani che diedero maggior numero di morti e di esuli per causa di pubblica libertà e di amore d'Italia. E se l'opera dei meridionali fu un po', come la loro natura, vivace, tumultuosa, disordinata, fu anche negli anni della servitù, la scintilla che mai non si spense e che determinò altrove più grande e più poderoso incendio.

POLITICA E BEL MONDO CRONACHE FIORENTINE DAL 1815 AL 1831

CONFERENZA
DI
GUIDO BIAGI.

Signore e Signori,

Il 17 settembre 1814 non fu a Firenze un sabato come tutti gli altri. Sin dall'aurora la gente era tutta in moto, e così dalle povere impannate delle casupole, come di dietro alle vetrate co' piombi delle case civili e dei palazzi, le fiorentine sempre curiose allungavano gli occhi per guardar giù nelle strade formicolanti di popolo: di contadini in calzon corti, di villane infioccate, di birri, di preti con gli abiti di tutti i colori consentiti dalla licenza francese, e di soldati delle milizie toscane e tedesche, i quali, al suono dei pifferi e dei tamburi, movevano dalla gran guardia di Palazzo Vecchio e dalle caserme verso il Duomo e Porta a S. Gallo. Molta la gente a cavallo, moltissime le carrozze padronali con i lacchè a cassetta e in piedi sul predellino di dietro; e procedevano a stento fra il pigia pigia della folla, gravi, pesanti, massiccie come cariaggi, portando quasi in pompa dame e cavalieri, sgargianti negli abiti di gala che alla Restaurazione aveva legato l'Impero.

Alle ore sette, le milizie erano già schierate lungo le vie e nell'interno del Duomo: la calca cresceva, e il mareggiare delle teste refluiva verso Porta a S. Gallo; e, più oltre, attraverso all'Arco trionfale e su per il Ponte Rosso, si stendeva a perdita d'occhio lungo la via Bolognese. In mezzo alle file dei soldati, passavano staffieri a cavallo, battistrada, carrozzoni di gala con cerimonieri, ciambellani, magistrati, ufficiali. Alle otto, col primo colpo di cannone sparato da Belvedere, le campane di tutte le chiese cominciarono a suonare, annunziando ai fedeli toscani che S. A. I. e R. l'Arciduca Granduca di Toscana Ferdinando III, movendo dalla villa Capponi alla Pietra, dove aveva fatto breve sosta per riposarsi e cambiarsi gli abiti da viaggio, stava per arrivare a Firenze. Ricevuto dal suo nuovo gran Ciambellano, cav. Amerigo Antinori, e dai due ciambellani di servizio di settimana, Tommaso Corsi e Silvestro Aldobrandini, il Granduca, il cui viaggio da Firenzuola in poi era stato un continuo trionfo, dopo aver vestito il suo grande uniforme, prese posto nella sua muta a sei cavalli infioccata a gala, in compagnia del maggiordomo maggiore don Giuseppe Rospigliosi e del gran Ciambellano cav. Amerigo Antinori.

A questa seguiva un'altra muta a sei cavalli, in cui erano i due ciambellani di servizio Corsi e Aldobrandini, insieme con i due ciambellani Bodech e Reinack, che il Granduca avea condotto seco da Wisbourg. Intorno all'equipaggio del sovrano galoppavano, superbi delle monture rosse e delle lucerne piumate, dodici uffiziali del nuovo corpo dei dragoni, e alla portiera il Maggiore che li comandava. Lungo la strada, tra il fragor delle campane e il rombo de' cannoni, tra il vocío e gli evviva della folla, udivi i comandi degli ufiziali che ordinavano di presentare le armi; e giù dalla scesa del Pellegrino si avanzava entro un nuvolo di polvere, scortata dai dragoni e tutta splendente e luccicante al sole, la carrozza del Principe. Gli evviva, i battimani, le grida scomposte ma fervide, aumentarono coll'ingrossar della folla.

Giunto il Sovrano alla Porta a S. Gallo, il già senatore Girolamo Bartolommei, gonfaloniere del Comune di Firenze, i Priori e il Magistrato civico, fattisi incontro al Granduca, gli presentarono le chiavi della città. Voleva il Gonfaloniere in quel punto pronunziare il discorso già preparato; ma la commozione che provò il valent'uomo come quella onde fu preso il Sovrano, troncò ad ambedue la voce, e le sole lacrime del Gonfaloniere e dei Priori furon l'omaggio ch'essi seppero rendere in nome della città all'amatissimo Principe.

La scena può parer comica, poichè risveglia il ricordo di tanti altri ingressi burleschi, di tanti discorsi di gonfalonieri e di sindaci che non furon troncati dalle lagrime, bensì dagli sbadigli e dalle risa. Ma possiamo esser certi che quelle lagrime de' magistrati fiorentini eran vere, sgorganti dal cuore, e che le accoglienze ch'ebbe Ferdinando III in Firenze e in tutta Toscana, quando vi rimise il piede dopo quindici anni di esilio, erano spontanee e sincere.

L'entrata del Granduca somigliò ad un trionfo, come il suo ritorno nei dominî toltigli dall'invasione francese parve opera di giustizia riparatrice. Il buon popolo fiorentino l'avea veduto lasciare la reggia e Firenze una triste mattina del marzo 1799, e con lacrime aveva accompagnato la sua dipartita. Ferdinando avea preso la via di Vienna, rassegnato e fidente, raccomandando a' sudditi di rimanersene in calma, e di confidare nella Provvidenza. Ora, dopo tanti rivolgimenti, dopo tante scosse e così rumorose cadute, egli tornava come un padre che rientri in casa sua, con la coscienza di non aver rimproveri da farsi, con la fiducia di poter essere ancora amato dai sudditi.

L'ingresso in città fu fatto in gran pompa. Sulla Piazza di S. Marco, trasformata in anfiteatro, sorgeva un gruppo trionfale rappresentante la Vittoria, la Concordia, la Giustizia e la Pace che conducevano il carro su cui sedeva Ferdinando III. I più illustri artisti dell'Accademia avevan lavorato a cotesto gruppo e a tutte quelle simboliche architetture: il Morrocchesi, Pietro Bagnoli, Francesco Benedetti, perfino i cherici del Collegio Eugeniano, avevano cantato il ritorno dell'ottimo, del desideratissimo Principe. Dalla Porta a S. Gallo al Duomo, dov'ebbe la benedizione, dal Duomo a Pitti, e poi la sera alle Cascine e per le vie di Firenze, e il giorno appresso e in quelli in che celebraronsi le feste date dalla Comunità col palio dei Cocchi in piazza S. Maria Novella, con illuminazioni e fuochi d'artifizio, gli evviva, gli applausi e le grida gioiose non ebbero freno. L'arciduca Leopoldo principe ereditario, le arciduchesse Maria Teresa e Luisa, che arrivaron dipoi, ebbero anch'esse accoglienze festose, e plausi e acclamazioni. Il canto de' poeti rispecchiava i sentimenti del popolo:

Regna e tramanda nell'augusta prole

Le tue virtù; basta che a te somigli.

Tu lei volesti, e te l'Etruria vuole.

Più numerosa gente altri si pigli,

Più fida no, nè più in amor sincera:

Maggior d'ogni altro è chi sui cori impera!

Il ritorno di Ferdinando III chiudeva per Firenze un periodo sciagurato pieno di rivoluzioni, di rimescolii e di paure. In quei quindici anni quante scosse e quante commozioni, quanti ingressi trionfali e quante fughe paurose e precipitose! Nel 1799 il generale Gaultier dà lo sfratto al Granduca, pianta gli alberi della libertà sulle piazze di S. Maria Novella e S. Croce, arresta alla Certosa quel povero vecchio cadente del pontefice Pio VI e lo spedisce prigioniero in Francia a morirvi d'angoscia, spoglia la galleria e la reggia de' Pitti de' suoi capolavori, e pochi mesi dopo, il 5 luglio 1799, sgombra con le sue milizie Firenze. Tornano gli Austriaci e restaurano il governo di Ferdinando III, mentre le frotte dei contadini insultavano e rubavano quanti aveano al governo francese aderito. Ma seguono le vittorie sfolgoranti del Bonaparte e, dopo Marengo, gli Austriaci sloggiano alla lor volta; e Firenze vede, il 15 ottobre 1800, l'entrata del generale Dupont, e poi quella del Miollis, l'amico di Corilla Olimpica; e il 27 marzo 1801, Giovacchino Murat, che in nome del cognato Bonaparte prende il comando della Toscana.

Il 12 agosto altro ingresso trionfale! Ricordate? la Toscana, col trattato di Madrid, era stata trasformata in regno d'Etruria, e Lodovico di Borbone, già duca di Parma, veniva a prenderne possesso. Regno breve e inglorioso: il 29 maggio 1803, morto Lodovico, gli succedè l'infante Carlo Lodovico suo figlio col titolo di secondo Re d'Etruria, e questi, il 10 dicembre 1807, parte da Firenze con Maria Luisa sua madre per occupare un altro regno, quello di Lusitania, largitogli dall'imperatore Napoleone, nel cui nome il generale Reille occupava Firenze. Il 24 maggio 1808, la Toscana, divisa in tre dipartimenti dell'Arno, del Mediterraneo e dell'Ombrone, fu riunita all'Impero e governata da una Giunta di governo, preseduta dal barone Menou, generale delle truppe francesi. Neppure un anno dopo, il 3 marzo 1809, i tre dipartimenti furon trasformati in granducato, e ne fu investita Elisa, sorella dell'Imperatore, sposa a Felice Baciocchi, principessa di Piombino e duchessa di Lucca. Il 1º aprile, Elisa faceva il suo ingresso in Firenze, che di lei e del suo governo ricordava più tardi con piacere due cose: le riviste militari ch'ella passava a cavallo, seguìta dal marito Felice, — e i lampioni a olio messi a spese del Comune per le vie della città dopo il 1809. Ma scorsi appena cinque anni dalla sua venuta, il 1º febbraio 1814, alle nove e mezzo della mattina essa fuggiva alla volta di Lucca, dove aveva già spedito la principessina sua figlia e di nottetempo parecchi carri pieni d'argenterie e di cose preziose.

Quell'anno 1814 fu veramente pieno d'eventi, e per Firenze di curiose sorprese. I Francesi eran quasi tutti partiti, assai prima di Madama Elisa, ed entravano le truppe napoletane col Maresciallo di campo Minutolo, che in nome del Murat, anzi di Gioacchino Napoleone Re delle Due Sicilie, prendeva possesso della città. Al Minutolo succedeva il Lechi, luogotenente generale comandante superiore della Toscana, che dopo un blocco di 20 giorni e più, faceva, il 23 febbraio, evacuare dalle fortezze da Basso e di Belvedere le guarnigioni francesi rimastevi. Poi, quando già la Toscana era tutta occupata da milizie napoletane, — in forza della convenzione di Schiarino-Rizzino onde il Murat dovette contentarsi del Reame di Napoli, — stabilita con l'atto di Parma la reintegrazione di Ferdinando III in Toscana (20 aprile 1814), giunse il 26 aprile in Firenze il duca di Rocca Romana, Commissario di S. M. il Re di Napoli, per la consegna della Toscana al Commissario generale del granduca Ferdinando III. E in nome di questo, il 1º maggio 1814, don Giuseppe Rospigliosi, come plenipotenziario, ne prendeva possesso.

In quindici anni, dieci cambiamenti di governo! di che nella stampa del tempo resta appena la traccia. L'unico foglio politico pubblicato allora in Firenze, soltanto in una settimana del febbraio 1814 muta tre volte il titolo, e da Giornale del dipartimento dell'Arno, come si chiamava il 3 febbraio, diventa il 5 febbraio Giornale politico di Firenze, e il 10 Gazzetta di Firenze. Ma se cambia di titolo non cambia di proprietario, e seguita a stamparsi da Giuseppe Fantosini da S. Maria in Campo. Cambino pure i governi, ma gli uomini di carattere, i tipografi d'allora, non lo cambian davvero!

La restaurazione voleva dire per i toscani il benessere, la pace, la tranquillità. Del governo francese e del napoleonico, piuttosto che certe benefiche riforme legislative, ricordavano le spoliazioni vandaliche de' musei, le leve forzate di tanta florida gioventù mandata a morir lungi da' suoi, le imposizioni continue, intollerabili, le persecuzioni ai religiosi ed ai preti, l'infrancesamento della pubblica cosa, l'obbligo di rinunziare alla lingua nativa, e la soggezione ad un padrone lontano.

I Toscani, per l'indole loro, per tradizioni antiche, per lingua, si sono sempre sentiti anzitutto toscani, e poco o punto disposti ad imbrancarsi con altra gente e a perdersi nella gran confusione di mescolanze diverse, tramezzo alle quali rischiavano di rimanere, nella loro, non so se timidità o selvatichezza, un po' sopraffatti. L'unità napoleonica o murattiana non poteva a loro gradire, massime scorgendone da presso piuttosto il danno che l'utile. Essi ricordavano, a proposito di riforme, quelle iniziate da Pietro Leopoldo e lasciate in retaggio da lui a Ferdinando: ricordavano gli anni prosperevoli, i raccolti abbondanti non disertati dalle milizie straniere, non occhieggiati dall'avido fisco: ricordavano il Principe che si mostrava a' sudditi semplice, buono, alla mano, come un padrone amorevole, e del paterno regime amavano la pacatezza e magari la severità, magari l'arbitrio, perchè le busse del babbo non sono offesa, ma meritato castigo.

La stessa scioltezza del vivere ch'era diventata soverchia e stomachevole, massime fra quelli che aveano buttato il saio o il collare alle ortiche, faceva desiderare il ritorno all'antico. E più dovevano augurarlo e pregarlo i nobili che del Codice Napoleone, in cambio del divorzio, di cui non avevano mai sentito il bisogno, videro distruggere le antiche prerogative, per giovare a' nuovi favoriti della fortuna. L'abolizione degli ordini religiosi e l'incameramento dei beni loro avea scosso la proprietà: la mancanza di braccia, tolte dalle leve ai lavori dei campi, nociuto all'agricoltura. Le guerre napoleoniche nelle quali si combatteva in terre remote per l'ambizione di un uomo, costavano troppo buon sangue toscano, e nelle famiglie lasciavano troppi vuoti che non era agevole colmare.

«Ferdinando III, ammaestrato dagli avvenimenti, era tornato dall'esilio in Toscana più desideroso di pace che di potenza, risoluto di obbedire alla mitezza della propria indole, anzi che agl'imprudenti rancori del Metternich»[3]. Toscano com'era d'indole e di rimembranza, e in Austria negletto, aveva in uggia i Tedeschi «ch'ei chiamava legnosi, e la Corte di Vienna, le cui alterigie, i sussieghi, la grulla rigidità delle cerimonie gli destavano insieme riso e pietà.» A Salisburgo, di cui gli dettero a gran stento la possessione, dolevasi del clima, della solitudine e del sito della città, — della mancanza di gelati e del non vedere italiani.

Nominò segretario di Stato il conte Vittorio Fossombroni e gli dette per compagni nel ministero, ma con minor grado, don Neri dei principi Corsini per l'interno e Leonardo Frullani per le finanze. Il Fossombroni, matematico e idraulico valentissimo, «fu quel che poteva essere, dopo il 1815, il ministro di un principe mite nella più mite provincia d'Italia.»

Principe e Ministro andavano pienamente d'accordo nel non voler compromettere la dignità del sovrano e l'indipendenza dello Stato. Ferdinando III era franco e non celava la sua ammirazione per Napoleone, al quale soltanto, e non al fratello, dovette il principato di Wurtzburgo, datogli in retaggio per il trattato di Luneville. A quelli che per aver titolo ad ottener da lui grazie od impieghi, vantavansi di non aver mai servito l'Usurpatore, rispondeva: «Faceste male: l'ho servito io, potevate servirlo anche voi.» Avverso alla politica di Metternich, che credeva nociva agl'interessi della sua Casa, e geloso della propria indipendenza, una volta che il conte di Fiquelmont, ministro d'Austria, cercava di mettergli in sospetto alcuni dei più segnalati cittadini, il Granduca rispose: «Ella faccia sapere al suo sovrano, come io farò sapere a mio fratello che de' miei sudditi io solo dispongo e rispondo.»

Con minor fierezza, anzi con una mellifluità quasi canzonatoria, il rappresentante di cotesto principe alla buona, ch'era un uomo di spirito oltre ad esser un dotto, e a cui la matematica aveva appreso l'equazione fra la politica e il buon senso, al Ministro d'Austria che pretendeva 300,000 scudi per non so quali crediti vantati dall'Imperator d'Austria, rispose:

— Eccellenza, si potrebbe disputare se S. M. debba avere questi quattrini; ma si perderebbe tempo, perchè tanto io i 300,000 scudi non li ho.

— Ma S. M. l'Imperatore li vuole....

— Eccellenza, e se a S. M. l'Imperatore saltasse in testa di volere da me 300,000 elefanti? Io non potrei che rispondere: Eccellenza, non li ho.

— Ma io debbo scrivere a Vienna....

— V. E. scriva che il ministro Fossombroni è sempre pronto a compiacere S. M. l'Imperatore, qualunque sia la cosa che si degni di chiedergli; ma che per il momento si trova a corto così di scudi come di elefanti. —

Un altro aneddoto che dipinge l'uomo. Il suo segretario particolare (allora si chiamavano più modestamente commessi fiduciari) gli portò un giorno molte carte da firmare; e poi — come successe più tardi a un ministro di Vittorio Emanuele famoso per le sue distrazioni — scambiando il calamaio col vaso del polverino, macchiò d'inchiostro tutti quei fogli. L'impiegato rimasto di sale, si lasciò scappare un:

— E ora?

— E ora, — rispose con l'usata bonarietà il ministro Fossombroni, — si va a desinare.

— Ma, e gli affari?

— Domani, mio caro, domani. Il desinare brucia e lo Stato no. —

E per quel giorno — scrive l'arguto figlio di quel segretario — le staffette non partirono e la Toscana si governò da sè e nessuno se ne risentì.

Il mondo va da sè, soleva affermare il Fossombroni, che cotesta massima considerava un assioma di profonda politica. Di che molti oggi, anche ministri, lo han censurato.

Ma, secondo me, è bene che così vada. Sarebbe peggio, se lo dovessero mandare i ministri!


Checchè altri opini, la Toscana sotto il governo restaurato di Ferdinando III visse anni felici di prosperità materiale, di liberale mitezza, con leggi, se non in tutto buone, certamente applicate con grande moderazione. Uno Stato compreso — come diceva il Niccolini — tra Orbetello e Scaricalasino, non era difficile a governare. Il popolo, de' trambusti passati si rifaceva nella tranquillità, un po' supina, se vuolsi, di quegli anni, ma onesta e sicura; contro le inframmettenze e le prepotenze dell'Austria, vegliavano il Sovrano e i Ministri. L'aristocrazia accarezzata a Corte era tenuta lontana da ogni ingerenza che potesse parere soverchia: favorita la piccola gente: gl'ingegni mezzani e pieghevoli lusingati con accorte blandizie: gli esuli e i liberali sorvegliati senza eccessivi rigori: si voleva, e si ottenne, che i Toscani d'ogni condizione, d'ogni classe, d'ogni età, riuniti nell'amore del Sovrano e del pubblico bene, formassero una sola famiglia. Al Granduca era grato il riposo e il vivere lieto: del principato amava più i comodi che le cure: gli piacevano gli ozi delle villeggiature medicee, nelle quali gradiva la compagnia degli uomini colti, come Gino Capponi, che fu suo ciambellano.

Racconta il Capponi che una volta al Poggio a Caiano andarono in gran fretta da Firenze i Ministri per tenere un consiglio straordinario. Partiti i Ministri, il Granduca chiamò il Capponi nella sala stessa dov'erasi adunato il Consiglio, parata d'un drappo di seta a fiorami, e mostrandogli certe rose che ricorrevano di tratto in tratto nel tessuto, gli domandò se gli pareva che avessero tutte un ugual numero di foglie; ed avendo il Capponi risposto affermativamente: «Lei sbaglia, riprese il Granduca, perchè in quell'angolo ce n'è una che ha una foglia di meno, forse per malefatta del tessitore.»

Ed era vero; ma il Granduca, per essersene accorto, doveva, durante il consiglio, aver badato più a quelle foglie che agli affari di Stato.