V.

Venivano la mattina del 7 ottobre 1751 per le placide acque di Lepanto a mischiarsi e urtarsi duegentotredici navi cristiane, da un lato, duegentottanta navi turche dall'altro: v'eran sopra ottantamila cristiani, ottantottomila turchi. “Venendo ad incontrarsi (scrive il Diedo) amendue l'armate sì spaventevoli, gli elmi lucidi e i corsaletti dei nostri, gli scudi d'acciaio come specchi, e l'altre arme lucenti, percosse da' raggi solari, che insieme con le spade nude forbite, allora tratte ad arte, e a studio vibrate, ripercotevano assai lontano nel viso di questo e di quello; non meno minacciavano i nimici, nè arrecavano loro minor paura, che arrecasse a' nostri maraviglia e diletto l'oro di tanti fanò e bandiere, molto risplendenti e riguardevoli assai per la varietà di mille vaghi e bei colori.„ Ed ecco un colpo di cannone dalla capitana de' Turchi; è il segno della sfida a Don Giovanni d'Austria e alla Lega; la capitana nostra risponde. E allora dagli alberi delle galee cristiane scendono le bandiere dei principi, e si alza, unico vessillo, su quella di Don Giovanni, il grande stendardo benedetto dal Papa pel giorno della battaglia; in campo di seta cremisina Cristo crocifisso: e comincia sulle galee, inginocchiandosi tutti, la confessione generale fatta da' cappuccini che assolvono sommariamente schiera per schiera, e taluno di que' padri arrampicarsi ne' cordami e cominciare di là conforti e incoramenti che proseguirono nel folto della mischia bociati di tra le palle fischianti a quelli che, sul ponte invaso dal nemico e più volte sbrattato a colpi di archibugio e di picche, combattevano ferocemente. Perchè ormai, arrancando di tutta lena sotto le sferzate continue degli aguzzini, gli schiavi han sospinte le navi innanzi innanzi, senza saper dove, aspettandosi di secondo in secondo l'urto orrendo nell'avversario, e forse l'ondata che irrompe dal fianco squarciato sottocoperta, e soffoca in bocca l'urlo della disperazione, e travolge giù nell'abisso.

Don Giovanni, quando ha visto che la battaglia non si può più evitare come le istruzioni secrete di Filippo I gli raccomandavano, dà libero sfogo all'impeto giovenile: si poteva finalmente menar le mani! e sulla piazza d'arme della sua galea balla sfrenatamente con due cavalieri una gagliarda. Le galeazze piantate innanzi all'armata cristiana come antemurali cannoneggiano lo sciame mussulmano che le avvolge e le oltrepassa: ormai il cozzo è di tutti contro tutti: i legni si aggrappano l'uno all'altro, e se ne forma come una spianata su cui passano e ripassano confusamente vincitori e inseguiti; e i ridotti barricati vomitan fuoco, piove fuoco dagli alberi. Fu attorno alla reale sì folta la mischia che i tanti alti turbanti, narra qui il Diedo, parevano un turbante solo. Agostino Barbarigo, che per farsi meglio sentire aveva gittata la rotella con cui si copriva il volto, e a chi ne lo rimproverava, rispose: “Meglio esser ferito che non esser udito!„, colto da una freccia in un occhio, cade; ma si rialza, dà comandi ancora; e poi scende nella cabina, da sè stesso si strappa il ferro dall'occhio, ringrazia Dio e muore. Un cappuccino, a veder que' be' colpi non regge; si arma di un roncone, e spaventando i nemici non men con quello che con l'aspetto feroce (tra il cappuccio e la barba lunga dovean luccicargli gli occhi come carboni) sette ne sconcia e fa che altri si buttino in mare. A tanto furore si giunse e così cieco, che in una galea turchesca, mancando ormai ogni munizione di guerra, diedero di piglio perfino a' cedri e agli aranci de' quali avevano gran copia, e cercavano con quelli offendere i nostri; “alcuni de' quali per beffa e per ischerno, rimandavano contro loro detti cedri e aranci: ed era venuto a tanto in molti luoghi verso il fin del conflitto quella zuffa, che il vederla era anzi cosa da ridere che no.„

In sei ore la potenza del Sultano sul mare fu distrutta; ventimila de' suoi periti, cinquemila fatti prigioni; dodicimila cristiani liberati; morti de' nostri tremila, e perdute diciassette galere, ma centosette del nemico. Ed ecco salire sulla capitana di Don Giovanni l'ammiraglio di Venezia, il vecchio Sebastiano Venier, che era con lui da più tempo in aspra contesa, e il giovane precipitarglisi fra le braccia; ecco presentarsi il grave Marc'Antonio Colonna, e tutti e tre baciarsi in fronte. Non vo' togliervi il piacere che ha dato a me una frase del Guglielmotti, storico eloquente di quella giornata: “Il viril romano, il giovanetto spagnuolo, e il vecchio veneziano, espressero con quel bacio la letizia di tutte le età.„ Insieme si recarono il giorno dopo a rivedere il campo della battaglia che pur da lontano si scorgeva per l'acqua stranamente colorata, dove ardevano due galere abbandonate, e le onde trabalzavano rottami e cadaveri, sospingendoli alla spiaggia. Quivi per lungo tratto non si vedevano che teste rase di Turchi.