II.

Il Medio Evo è un'epoca tragica: un'antitesi di tenebre desolate e di sfolgoranti splendori. L'umanità malata che non ha pane per satollarsi, si nutrisce delle rose del cielo, e sogna giardini di luce e ghirlande di stelle. Gli occhi quasi consunti dal lungo piangere, si fissano estatici in visioni angeliche.... Ma fa spavento il pensare a ciò che l'umanità ha patito in quei secoli. Le candide e cristalline guglie delle cattedrali si direbbero composte colle lacrime congelate di dieci generazioni. I dolori secolari guastarono radicalmente l'umano organismo. In tre secoli successivi, infieriscono tre orribili malattie, tre catastrofi: la lebbra — l'epilessia — la peste nera — che in due settimane, fa d'una città popolosa un cimitero deserto!... Pensate alle agonie dei poveri contadini in quei secoli di ferro! Servo della gleba o agricoltore, la intensità della sua miseria non cessa mai. Ma nella campagna desolata, passa un fantasma solitario, sospettoso, che cerca e svelle in fretta delle erbe sinistre dagli steli vellosi, dalle foglie rigate di nero e di rosso come lingue di fiamma. È la pallida strega che coglie il giusquiamo e la belladonna, i possenti narcotici che addormentano lo spasimo della carne e l'agonia del pensiero. È l'unico amico, l'unico medico, di quei derelitti. Paracelso, che bruciò tutti i libri di medicina del Medio Evo, confessa che i soli medici che sapesser qualcosa erano quelle infelici che il braccio ecclesiastico e il secolare torturavano e bruciavano a rara.

La intensità dei dolori faceva, per contrasto e reazione, contemplare, vagheggiare, all'uomo del Medio Evo, le delizie della pace eterna: guardare dall'inferno della Terra, il paradiso del Cielo. Il Medio Evo è la grande antitesi storica. E Dante, che ne è la sintesi e la voce trascendentale, ne ha espresso i termini contradditorii. Egli immagina torture raccapriccianti, crea versi spaventosi per rappresentarle, e ci abbaglia e ci inebria con torrenti di luce e di musica paradisiaca: Ugolino e Beatrice, Vanni Fucci e Piccarda, Mastr'Adamo e la Pia, Bertramo dal Bornio e Matelda. L'antitesi che è in Dante si trova espressa in tutta la letteratura mistica del secolo XIII e XIV. Accanto alle quiete, semplici, auree leggende del Cavalca, alle sante Eugenie ed Eufrasie, ecco le terribili cavalcate notturne di dannate del Passavanti, le adultere ignude sui fiammanti cavalli, inseguite, raggiunte e pugnalate (e il pio carbonaio vede e si fa il segno della croce....). Ecco le apparizioni dei morti, e le cappe di bragia e la goccia di fuoco che scossa sulla mano del tremante scolaro traversa mano e pavimento! Le facciate delle chiese hanno l'ala del drago accanto alle ali dell'angelo — e sotto il piede luminoso della Mater gloriosa, Lucifero. Le migliaia di visioni in versi e in prosa, dei secoli XII, XIII e XIV, sono eteree, estatiche, ineffabili — o raccapriccianti. Chi può dimenticare, una volta letta, la Leggenda dei Tre Monaci alla scoperta del Paradiso Terrestre? Dopo quaranta giorni di cammino, invece di trovarsi nell'Eden si trovano nell'Inferno.... (cosa che non accade solamente ai Tre Monaci della leggenda).... “Et videro uno laco grandissimo pieno di serpenti che tutti pareano che gettassero fuoco et odono voci uscire di quel lago, e stridere come di popoli miserabili che piagnessero!... Et vennono in uno loco molto profondo e orribile, aspro e scoglioso, nel quale viddero una femmina nuda e laidissima et iscapigliata — e quando ella apriva la bocca per gridare, un dragono le mettea il capo in bocca, e mordeale crudelmente la lingua; e i capelli di quella femmina erano lunghi infino a terra....„

La descrizione poi dei singoli tormenti si lascia di molto addietro le stesse bolge di Dante. Laghi di zolfo, valli di fuoco, botti d'acqua bollente, seghe e martelli infocati, dannati inchiodati al suolo con tanti chiodi che non pare la carne, o turbinati in giro vorticoso da ruote di fuoco, o infilzati in giganteschi spiedi che i demoni da abili cuochi ungono e rosolano di piombo liquefatto e di olio bollente.

Anche nei Misteri e Rappresentazioni si alterna il terribile col semplice e col patetico. E il patetico è spesso toccantissimo nella sua ingenuità. Isacco che già si vede alla gola il coltello paterno dice: “Ah se fosse qui Sara, mia madre, non morirei! anche se Dio l'avesse ordinato!„

Come il lato sofistico del Paganesimo era di consacrare la natura umana anche nel suo lato cattivo; il lato sofistico del Cattolicismo medievale è di gettare un anatema troppo assoluto sulla Natura, di gustare l'abietto e l'ignobile, di vivere come lo Stilita sospesi tra il cielo e la terra, guardando a quello con estasi, a questa con un sacro terrore. Il centro della idealità è spostato, e nella vita e nell'arte. Il cadavere crocifisso di un Dio morto, l'Addolorata trafitta in seno da sette spade, diventano la vera e adorata bellezza: le magre, desolate, sanguinanti figure appaion più belle delle floride sane e raggianti. All'entusiasmo della bellezza plastica, è succeduta l'apoteosi del dolore, del patimento. E noi pure, o signori, discendenti in linea retta da quelle generazioni, non sappiamo più concepire la vita senza tristezze. L'antica e serena Euritmia aveva visto troppo poco dell'immenso Universo — poco amato e poco sofferto. Il riposo, la gioia precaria e limitata del Finito, più non ci basta. Abbiamo la torturante aspirazione all'infinito — TUTTI — anche quelli che meno credono d'averla, anche quelli che sorridono di questa parola. Secolari dolori hanno umanizzato il nostro cuore — e nella stessa Natura noi guardiamo con una simpatia più penetrante, quasi ignota all'antichità. Dante e Shakespeare, Goethe e Shelley, Rembrandt e Beethoven, hanno visto nella Natura più intensamente d'ogni antico — e nelle voci delle cose, hanno ascoltato la solenne e malinconica musica dell'Umanità.

Il Soprannaturale contemplato fino all'allucinazione, inebria quelle medievali generazioni! l'esaltazione è la nota predominante. Leggete in prova le Poesie di Jacopone da Todi. — Contempla la morte? La visione fisica del dissolvimento, lo stato del cadavere sepolto, lo attira magneticamente. Si compiace nel descriverlo, come un elegiaco latino nel descrivere una bella donna, o un estetico moderno nel riprodurre una squisita decorazione. — Si augura di patire in sconto dei suoi peccati? — Fa un catalogo spaventoso di tutte le malattie che affliggono l'umanità: “A me la febre quartana — La continua e la terzana — E la doppia quotidiana — Con la grande idropisìa! — A me venga mal de dente — Mal de capo e mal de ventre — Con gran tossa e parlasìa! — Mal de doglia e mal de fianco — La postema al lato manco — E omne tempo la frenesìa!„ — (E in quest'ultima preghiera pare che fosse davvero esaudito....).

Leggete i Pianti della Madonna, e le Sacre Rappresentazioni della Passione! Ogni particolare più minuto è descritto; ogni goccia di sangue è contata; e con un efficace realismo si tien conto di tutto il processo materiale e meccanico della grande tragedia. Si odono i colpi di martello sui chiodi che traversano le mani divine, i colpi di canna sulla corona di spine che trafigge il cranio del Salvatore. — Poeti e pittori hanno sete di sanguinose visioni, di terrori, di lacrime. Guardate nel camposanto di Pisa il Trionfo della morte; l'Inferno in S. M. Novella; le Matres dolorosæ delle Scuole Umbra e Senese. E questa intensità di ascetiche visioni, quest'odio alla terra caduca e alla carne colpevole, diventa talvolta un vero contagio.

Dopo la gran catastrofe europea della peste nera, un furore di penitenze sanguinose spinge popolazioni intere a frenetiche corse. Armati di flagelli, segnati di una crocellina rossa, scalzi, seminudi, vanno senza saper dove, come spinti dal vento della collera divina; cantano canzoni strane, non mai prima udite; e via via, nella corsa vertiginosa, aumenta il gran coro delle voci e dei gemiti. Si flagellavano a sangue due volte il giorno. Mezza Europa fu invasa da questo esercito di deliranti: e in Germania ed in Francia si univano al popolo signori e dame. Nella sola Francia, nel 1349, il numero dei flagellanti fu di 800000.

Nelle chiese, i canti del dolore spasimante come lo Stabat, o del tragico terrore come il Dies iræ, echeggiavano sotto le vôlte delle nuove cattedrali — e alla luce mistica calante dai vetri istoriati, i devoti genuflessi fremevano e singhiozzavano. Allora, le giovani e deboli donne, le povere Margherite, a quei terribili canti, sentivano dietro a sè l'ombra del demonio, e nell'orecchio il disperante suo ghigno — e cadeano svenute.