XI.

Un uomo adulto di anni e sempre giovane di cuore, ha chiuso nell'anima e custodito come un sacro e geloso segreto, l'amore profondo che sente per una giovinetta di sedici anni. Ma la bella Evelyn Hope è morta; ed egli siede e veglia un'ora presso il letto ov'essa giace cadavere.... Quella è la sua piccola libreria, questo il suo letto: essa avea colto con le sue mani quel ramicello di geranio che comincia a morire anche lui nel calice di cristallo, sul tavolino. Poco o nulla è mutato nella cameretta: le imposte son chiuse, nè passa altra luce fuorchè quella di due lunghi raggi gialli, dagli spiragli della finestra....

Egli medita, triste ma rassegnato: — Morta a sedici anni! Forse essa aveva appena sentito parlare di lui: non era ancora venuto per lei il tempo di amare: e poi, la sua vita aveva altre speranze, altre occupazioni, e piccole cure e doveri — ed ora era quieta, ora attiva — finchè, d'improvviso, la mano di Dio le ha fatto un cenno — e quella soave fronte bianca è tutto ciò che resta di lei.

“Ah! (egli dice sottovoce alla morta, nel crepuscolo della verginale cameretta) è dunque troppo tardi, o Evelyn Hope? E che? la tua anima era pura e vera; i benefici astri avean versato su te le più divine influenze, eri fatta di anima e di fuoco, di rugiada e di luce; e perchè io avevo tre volte i tuoi anni, e i nostri sentieri divergevano così staccati nel mondo, mi si dirà che non eravamo nulla l'uno per l'altro, che eravamo compagni mortali e niente di più?... No, in verità! Poichè Dio ha creato l'amore per ricompensare l'amore, io ti reclamo, o Evelyn Hope, io reclamo il tuo amore in nome dell'amor mio. Potrà essermi ritardato ancora per altre vite, tra vari altri mondi che io dovrò traversare.... Molto avrò da imparare, molto da dimenticare, prima che arrivi il tempo di possederti. Ma quel tempo verrà, — alla fine verrà — quando io saprò che cosa voleva dire, nel basso pianeta della Terra, in anni tanto remoti, quel tuo corpo ed anima così puri e lieti.... indovinerò perchè i tuoi capelli avevano il colore dell'ambra, e la tua bocca era rossa come i tuoi gerani; e: ho vissuto (ti dirò) ho vissuto tanto da quel tempo, o Evelyn Hope, ho conquistato i guadagni di varie esistenze, ho profittato di tanti secoli, ho provato ogni ora e ogni clima: ma una cosa sola sentivo sempre, in fondo all'anima, che mi mancava, e che io le mancavo: e sempre ti ho sospirata, e ti ritrovo, e sei mia!

“Intanto, per ora, silenzio.... Io ti dò a serbare questa foglia: vedi, io la chiudo dentro la tua soave gelida mano — così!... Questo è il nostro segreto: dormi ora in pace — più tardi, ti sveglierai, e ti ricorderai, e intenderai.„

················

Questo mistico concetto, intravisto dai vecchi savi d'Oriente — vagheggiato da Platone — cantato da alcuni poeti del secolo XIII e XIV — illustrato da Pico della Mirandola e altri Platonici del secolo XV — e ripreso ed espresso ripetutamente da Gœthe e da Schelling, da Gian Paolo e da Novalis, e recentemente da Roberto Browning — se non è cristianamente ortodosso, non contradice nemmeno al concetto fondamentale del Cristianesimo; ed è un'idea altamente poetica e consolante. Ed a momenti, ci par più che possibile questa scala di vite, queste ascensioni dell'anima in altri mondi. I mondi di cui Dio ha popolato lo spazio son tanti! Settant'anni di prova parrebbero troppo pochi per l'anima umana che ha aspirazioni infinite. Se fosse vero!... Passata la gioventù, ci rimarrebbe tra le ceneri del fuoco della passione, l'oro della esperienza — e la vecchiaia sarebbe un prepararsi, ammaestrati dal passato, al futuro: a mettere in atto quel che qua s'era a mala pena imparato; a leggere ciò che a fatica si compitava; a dire ciò che a stento si balbettava quaggiù.... Tutto quello che non potemmo essere sulla Terra — ed a cui pur ci sentivamo nati — tutto quello che era in noi e che il mondo ignorò — la poesia muta, l'amore soffogato, il momento fatale perduto, tutto avrebbe un giorno, altrove, azione e sviluppo, compimento e successo. Sarà un sogno del misticismo, ma convenite che è un sogno sublime.

L'anima umana, o signori, è una e identica in tutti i tempi. La rêverie religiosa della “ascosa vergine„ d'oggi, è simile a quella di santa Matilde — e la suora di carità del secolo XIX prova nel suo tranquillo ed eroico apostolato, quel che provava santa Elisabetta d'Ungheria. Il giovine appassionato che oggi per possedere l'amata donna affronta e vince i più ardui e lunghi ostacoli, è fratello di quel Giacobbe che per amore soffriva in silenzio e volontariamente serviva. La Fede e l'Amore, nei loro entusiasmi e nelle loro aspirazioni, nelle loro lacrime desolate e negli estatici sorrisi, vivono eterni: e il misticismo, inteso nella sua più larga e comprensiva espressione, cesserà solo con l'ultimo palpito dell'ultima creatura umana.

IL PETRARCA

DI
ADOLFO BARTOLI

Accorrevano festanti gli esuli Bianchi a Pisa, incontro al biondo Arrigo; ed era tra quegli esuli un uomo, che traevasi dietro la moglie e due figli ancora in tenera età. Uno di quei fanciulli vide un giorno, forse nella casa paterna, un altro esule, non vecchio ancora, ma sul cui volto dovevano le lunghe speculazioni, i pensieri profondi, gli acuti dolori, avere impresso segni indelebili.

Furono così per un momento in cospetto l'uno dell'altro Dante Alighieri e Francesco Petrarca: il passato e l'avvenire della letteratura italiana, il ferreo uomo che percorse la vita, avvolto tutto ne' suoi disdegni, nelle sue ire, nelle sublimi fantasie dell'anima eccelsa, il poeta terribile che scolpì il medioevo e lo chiuse; e l'uomo irrequieto, lo spirito ondeggiante e soave, il dotto evocatore dell'antichità pagana, il poeta delle grazie e dell'amore, che sorgeva nunzio di nuovi tempi. Il nume spariva e gli succedeva l'uomo. Con Francesco Petrarca noi entriamo in un periodo nuovo del pensiero e dell'arte. Con lui e per lui tramonta un'età, e si affaccia all'orizzonte della storia il primo uomo moderno. Guardiamolo per un momento, spingiamo il nostro sguardo nei ripostigli della sua vita. L'irrequietezza è uno dei caratteri più spiccati di lui. Egli stesso confessa che in nessun luogo può trovare riposo, che sente sempre in sè qualche cosa d'insoddisfatto. Nessuno più di lui ha sospirato la quiete, nessuno l'ha mai trovata meno di lui. Se sta fermo in un luogo vorrebbe viaggiare; se viaggia vorrebbe riposarsi; se è solo desidera di aver compagnia; se ha compagnia invoca la solitudine; se è chiamato ad alti uffici, li ricusa sdegnoso; se gli pare di essere dimenticato, ne muove lamenti infiniti. Ogni più lieve pericolo lo sgomenta, ogni minaccia di sventura lo atterrisce. Dice che sa adattarsi facilmente ad ogni luogo, e poi non c'è luogo in tutto il mondo che gli piaccia. Disprezza le ricchezze e le desidera, invoca la morte e ha paura dei fulmini; oggi è umile, domani orgoglioso; un giorno scrive da asceta, un altro da pagano: insomma è una natura instabile, irrequieta, innamorata della virtù e cupida dei piaceri, intenta sempre a raggiungere le più alte cime dell'idealità e sempre estenuantesi di forze nell'arduo viaggio; un precursore, come ha detto il Quinet, di Renato o di Werther, un lontano antenato di tutti noi moderni ammalati d'isterismo e di nevrosi.

Qualche cosa del vecchio mondo resta ancora nel suo spirito; a quando a quando il misticismo lo invade, e in quei tetri momenti scrive libri che paiono usciti dalla penna d'un santo, tutto invasato dell'amor divino. Ma sono intermittenze, non altro; sono contradizioni anche queste; certe notti, egli narra, piangente nel suo letto, terrificato dal pensiero della morte, madido di sudore, chiede a Dio misericordia, recita i salmi penitenziali; si batte il petto; e poi, al primo raggio di sole che batte alla sua finestra, dimentico dei suoi terrori notturni, saluta i bei capelli d'oro all'aura sparsi. E questi due momenti della sua vita sono in antitesi tra loro, ma sono naturali ambedue. Nella storia interiore del suo pensiero, nei suoi affetti, nelle sue opere, egli si mostra sempre diviso tra desiderii diversi, tra diverse speranze, tra diversi bisogni, costante solo nella propria incostanza, fermo solo nella propria mobilità.

Ma intanto i più fervidi amori scaldano il suo petto. E primo di tutti l'amore alla patria. L'italianità è nel Petrarca profonda. Io, egli dice, fino dagli anni giovanili amai tanto l'Italia, quanto nessuno l'amò dei miei coetanei. Essa pare a lui la parte più felice del mondo, la più famosa, la più bella. I laghi, i fiumi, i monti, i campi, le valli, tutto di lei lo innamora; un giorno dalle cime del monte Gebenna egli, rivedendola, la saluta commosso con uno dei suoi carmi più ispirati, la saluta cara e santissima terra, patria delle muse, maestra del mondo. Finalmente, esclama, io faccio ritorno a te, finalmente ti riveggo, un'aura serena mi batte in viso, l'aere tuo mi accoglie; sento la patria ed esultante la saluto: salve, bellissima madre, salve, gloria del mondo. Al cuore del Petrarca è tormento continuo vedere quante divisioni, quante guerre fratricide affliggono la patria. Ai Genovesi e ai Veneziani, combattendo tra loro, ricorda che gli uni e gli altri sono Italiani, e grida che cessino dalla guerra fratricida, e che congiunte le armi ultrici le rivolgano contro gli stranieri e perfidi istigatori delle loro discordie. Se alcun rispetto serbate al nome latino, egli scrive, ricordatevi che sono fratelli vostri coloro alla cui rovina movete. Vorremo noi dunque opprimerci sempre da noi medesimi, vorremo sempre dare spettacolo al mondo delle nostre miserie? Non vorremo mai ristarci dal chiedere aiuto a chi ci sgozza? Oh, lo dirò pure a voce alta, tra gli infiniti errori degli uomini, non c'è errore più pazzo del nostro, che essendo Italiani spendiamo tant'oro per procacciarci i distruttori d'Italia! La parola del poeta tuona terribile contro le milizie mercenarie, contro la scaduta arte militare. Egli piange che tutto si corrompa e si guasti tra noi, che fatti degeneri nella lingua, nei costumi, nelle vesti, nel tenor della vita, ci adoperiamo noi medesimi in pace e in guerra a fare dell'Italia una terra selvaggia di crudeltà e di barbarie. Ogni sventura italiana, ogni dolore della patria trova eco in quel nobile petto. Il suo entusiasmo di poeta, la sua eloquenza di oratore invocano sempre un'Italia grande, libera, potente, un'Italia degli Italiani, unita, concorde, maestra un'altra volta al mondo di virtù e di sapienza.

E coll'Italia egli ama Roma. Quando per la prima volta nel 1336 il Petrarca pose piede entro quelle auguste mura, tale fu il grido che gli uscì dalle labbra: — Non più ora mi meraviglio, che da tale città fosse il mondo intero domato, ma mi meraviglio anzi che fosse domato così tardi. Roma appariva al Petrarca sotto un duplice aspetto, come la città regina ove nacque e trionfò Scipione, e come la città insieme che tiene in terra le voci del cielo, piena delle ossa dei martiri, bagnata del sangue dei testimoni del vero. Così le due Rome si confondevano nel suo affetto: ora egli passeggia estatico per la via Sacra e pel Campo Marzio, ora s'inchina al luogo ove crede che san Pietro fosse crocifisso. Qui contempla l'arco e il portico di Pompeo, qui ripensa che Cesare trionfò, che Augusto vide a sè prostrati i re del mondo; più in là si ricorda che fu troncato il capo a san Paolo, che furono bruciate le carni a san Lorenzo.

L'Italia e Roma furono per il Petrarca due ideali, non disgiunti nè disgiungibili, i due ideali a cui forse si mantenne più affezionato e fedele, quelli, che tra le fortunose vicende della sua vita non ebbero mai tramonto nel suo cuore.

Con tutto questo però guardiamoci bene dal chiedere a lui qualche cosa al di là del sentimento. Appena dalla regione degli affetti discendiamo alla pratica, noi lo vediamo come travolto in un turbine di contraddizioni.

Egli esalta Roberto d'Angiò, egli sente per lui amore ed entusiasmo, senza ricordarsi che era stato codesto capo de' Guelfi, che aveva indotto il papa Clemente V a trasportare la sede del Papato in Avignone: onde, mentre scrive che re Roberto è illustre, è divino, è magnanimo, è sapiente, è il Re dei Re, con la stessa penna getta giù le più roventi parole contro la cattività avignonese.

Egli vagheggia con Cola di Rienzo la restaurazione della Repubblica Romana; e poi si fa caldeggiatore della restaurazione dell'Impero con Carlo IV, mentre non aveva avuto una parola sola di simpatia per l'impresa di Giovanni di Boemia.

Egli, entusiasta del tribuno, è amico dei Colonna, suoi fieri avversari; e sebbene amico dei Colonna, grida che bisogna strappare dalle mani dei nobili la tirannide di Roma. Egli prende parte pei signori di Correggio traditori degli Scaligeri, e quando Jacopo Bussolari tenta di rivendicare i diritti del Comune di Pavia contro i Visconti, si fa riprenditore severo di lui per difendere quei Visconti, che erano stati i più ostinati nemici del suo Roberto e del suo Carlo di Lussemburgo. Egli vagheggia il più sublime ideale di principe, lo vuol giusto, amorevole, paterno, clemente, e poi vive alla Corte Viscontea e loda e chiama magnanimo il Galeazzo della feroce quaresima. E tutto questo deriva dal fatto che il Petrarca non sapeva mai distinguere il mondo reale dal mondo dei suoi affetti e delle sue idee. Egli vedeva tutto a traverso le proprie subitanee impressioni, e da queste impressioni si lasciava sempre come docile fanciullo condurre. Non fu mai un uomo di Stato, non fu mai un politico, non professò teorie, non escogitò mai sistemi. Amò l'Italia e Roma di amore grande, ma sempre platonico.

E l'amor all'Italia ed a Roma si ricongiunse in lui a quello per la classica antichità.

Lo spirito umano, che agonizzò nei tempi di mezzo, ebbe bisogno per riacquistar nuove forze di andarle ad attingere al mondo antico; e questo ritorno all'antichità determinò lo sviluppo di un nuovo periodo storico, che dura in parte anche oggi. Il Rinascimento ebbe anch'esso i suoi precursori, ma il primo uomo nel quale apparisca già trionfante è il Petrarca.

In lui per la prima volta sentiamo destarsi l'odio contro la vecchia scolastica, e chiamare coloro che la professano una nuova razza di mostri armata d'entimema a due tagli. Egli aborre e disprezza tutto il fardello scientifico del medio evo. Per lui non esiste altro amore che quello dell'eloquenza e della poesia. La bellezza della forma antica lo affascina e fa ogni sforzo per riprodurla nelle sue opere. Il suo ideale è Cicerone, ch'egli cominciò ad amare e a studiare fin da fanciullo.

E quest'amore crebbe cogli anni, e durò fino all'estrema vecchiezza. Egli dice di sentire il proprio ingegno conforme a quello dell'amato scrittore, che a tutti gli altri antepone, ne esalta la eloquenza, ne copia di sua mano alcune opere, se ne fa un compagno indivisibile della vita. La passione per gli scrittori dell'antichità diventa in lui sempre più intensa col progredire degli anni. Ne' suoi viaggi egli è ognora alla ricerca di vecchi manoscritti, e agli amici raccomanda che frughino dappertutto per trovargliene; e così mette insieme una raccolta di opere pei suoi tempi meravigliosa. Per lui nessuna vergogna pareggia quella di non amare l'antichità. E da questo amore agli scrittori classici deriva quell'alta idea che egli ha della perfezione letteraria, quella incontentabilità che gl'impedisce sempre d'esser pago di ciò che ha scritto. Alla mente del Petrarca si affaccia continuo il pensiero della gloria, ed è per lui, dice il Voigt, inebriante l'idea d'esser ricordato dopo secoli, e di trovarsi a lato dei grandi scrittori antichi.

L'uomo medievale alla gloria non pensò; unica gloria per lui desiderabile era quella del cielo. Sentirne dunque nuovamente il desiderio è uno dei caratteri de' tempi nei quali lo spirito umano rinasce alla vita, ed anche da questo lato per conseguenza il Petrarca ci appare uomo moderno.

Certo quel desiderio fu in lui spesso circondato da mille vanità puerili. Questo rientra nei difetti che egli ebbe e che non furono pochi. Ma intanto il pensiero della gloria gli è eccitamento continuo a nuovi studi, a nuove fatiche, a una sempre maggior perfezione. Egli è il primo ad abbandonare lo stile donnesco e snervato de' vecchi, e lo sa e se ne vanta. Egli è il primo che torni allo studio del greco, che riesca a possedere un Omero. Egli pensa a far raccolta di gemme e di monete, sente l'importanza della correzione dei codici, sceglie e ordina i suoi scritti, si dirige ai posteri narrando loro la propria vita. Tutto ciò è nuovo, è inaspettato, è moderno.

Come nuovo e moderno è il fatto delle relazioni nelle quali si mette il Petrarca col mondo esteriore. Egli viaggia per vedere cose nuove e per divertirsi; viaggia per mille luoghi, nel Belgio e nella Svizzera, in Francia, in Ispagna, fino sulle coste del mare Britannico, ma interrogando sempre la storia, e portando dovunque vada la serietà del suo spirito investigatore. A Napoli visita i luoghi descritti da Virgilio; ad Aquisgrana si fa narrare una leggenda di Carlomagno, e dice di non crederci; a Colonia si compiace nello spettacolo delle donne che si lavano nel Reno; sulle coste inglesi cerca il luogo dell'antica Tule. Il Petrarca vive oramai nella realtà delle cose. Poco rimane in lui del sonnambulismo medievale, in lui già sono le serene aspirazioni ad un concepimento più umano della vita e in qualunque cosa egli scriva sa trasfondere una particella di sè, dei suoi sentimenti, delle sue impressioni, dei suoi pensieri. Lo scrittore medievale colla sua fredda e monotona impersonalità par già lontano di secoli.

Vedete: egli scrive un lungo poema latino dove celebra Scipione Africano, un poema che, malgrado i molti difetti, è pure un miracolo di lingua e di stile, ma che ci lascia freddi per il suo contenuto, non essendo in gran parte che una versificazione delle storie di Livio. Ebbene, quando noi leggiamo in quel poema descritte le bellezze di Sofonisba, sentiamo subito che il poeta scrivendo ha pensato più che a Sofonisba ad un'altra donna, alla donna amata da lui; quando leggiamo i lamenti di Massinissa, Massinissa ci sparisce dagli occhi, e abbiamo innanzi il Petrarca che piange sull'amor suo. Quando il nostro sguardo corre sui versi dell'episodio di Magone, vicino a morte, quando sentiamo quel Cartaginese invidiare agli animali la loro sorte, preferibile a quella degli uomini, e proclamare che la vita non approda a nulla, che l'ottima delle cose è la morte: Mors optima rerum; allora noi siamo certi che qui è l'anima del Petrarca che parla, mandando il primo grido di quel dolore universale, che ha reso poi il cuore a tanti grandi moderni, e che ha trovato la sua più alta e profonda espressione in Giacomo Leopardi.

Vedete ancora: egli scrive un infinito numero di lettere, dove pare che l'erudizione affoghi spesso il sentimento. È ucciso, per esempio, a Paolo Annibaldeschi un figliuolo, e il povero padre cade, morto di dolore, sull'adorato cadavere. Che credete voi che del miserando caso scriva il Petrarca? Udite le sue stesse parole. “Il nostro Paolo perdette un figlio. Nulla è in ciò di singolare: Paolo il Macedone ne perdette due; Priamo che a tanti figli fu padre rimase solo. Ma questi a Paolo fu ucciso di ferro. Ebbene, che importa se di ferro, di fuoco, di naufragio, di febbre o di veleno si muoia? La morte è sempre la morte. Ma il figlio di Paolo morì giovanissimo. — E non è ciò naturale poichè giovane era anche il padre? Era questa forse una buona ragione perchè tanto ei dovesse dolersi?„ E qui seguita facendo al morto una lunga apostrofe e domandandogli come mai nell'atto ch'ei moriva di crepacuore non si è ricordato di Anassagora, di Pericle, di Catone, di Marzio, di Pulvillo e di non so quanti altri, che sostennero in pace la morte dei loro figliuoli. — Muore un altro suo carissimo, Franceschino degli Albizzi, e poichè egli è morto a Savona, il Petrarca fa una lunga e fiera invettiva contro quella città, tutta ridondante di citazioni e di reminiscenze classiche. — Per rallegrarsi colla moglie di Carlo IV, della figlia che le è nata, parla di Iside, di Carmenta, di Saffo, delle Sibille, di Pentesilea, di Tomiri, di Cleopatra, di Zenobia, di Lucrezia, di Clelia, di Cornelia, di Marzia. Per lodare lo scrivere elegante di un amico, lo paragona alle chiome di Cleopatra, e allo sguardo di Fedra. Per congratularsi con uno che si è ritirato a vivere in campagna gli dice che ove lo annoiasse il gracidar delle oche, pensi a quelle che salvarono il Campidoglio.

Sono queste, senza dubbio, puerilità; ma puerilità che hanno il loro alto significato. Quello sfoggio di erudizione, infatti, seminata così largamente, e, così spesso, fuor di proposito ci apparirà come una vittoria dello scrittore, che ha faticosamente riconquistata una parte della sapienza antica, e che, colla intemperanza, col fasto del nuovo ricco, ne imbandisce il banchetto agli amici, ai lontani, ai posteri. Così ogni più lunga filza di citazioni acquisterà il suo valore. E noi quindi non ci meraviglieremo più ch'egli studi, limi, corregga le sue lettere; che ne faccia altrettanti lavori letterari, altrettante mostre pompose della sua cultura. È questo un segno del rivolgimento che si sta operando nel pensiero umano. Ognuna di quelle piccole scritture è un passo di più mosso sulla via sacra del Rinascimento. Quella rettorica, che per noi oggi è cosa morta, era invece viva nel Petrarca, faceva parte del suo sentimento. Ognuna di quelle citazioni faceva battere il suo cuore di umanista. Ognuno di quei periodi accarezzati, studiati, elaborati, era come un saluto all'antichità, che stava sollevandosi dal sepolcro. Quelle sue ampollosità, quelle sue interminabili ciancie somigliano, come ha detto il Voigt, all'ingenua loquacità del fanciullo, che gode sentendo di acquistare l'uso della favella e parla per il gusto di parlare. Ma intanto sotto la sua penna la lingua latina riacquistava qualche cosa dell'antica eleganza, ed egli si educava all'arte, creava l'estetica del Rinascimento, e fondava, come ha detto il Villemain, una nuova potenza fuor della Chiesa e dello Stato, tutta morale, tutta moderna, la repubblica delle lettere. Anche un altro sentimento, che il medioevo completamente ignorò, comincia ad apparir nel Petrarca: l'amore alla natura, il desiderio di chiedere ad essa riposo dalle miserie della vita. Il suo pensiero corre con voluttà ai verdi prati, alle erbose rive dei fiumi, alla densa vôlta dei boschi: egli invidia coloro che possono non ascoltare altro che il muggito dei buoi, il canto degli uccelli, il mormorare dei rivi; che possono aggirarsi per le selve, pei colli, pei prati, benedice il soggiorno della campagna, si asside pensoso sulle rive deserte di un fiume, e sta là a contemplare il tremolio delle foglie de' pioppi, e si commuove del cicalio degli uccelli, e gode dei solenni silenzi delle foreste. L'amore della natura lo fa inerpicare sulle ardue cime del monte Ventoso, come gli fa scegliere per suo rifugio la solitudine di Valchiusa, donde non si scorgono che il cielo, le montagne e il sonante fiume della Sorga, e dove egli è felice di viver solo aggirandosi per gli aridi monti e per le roride valli, piantando alberi, coltivando fiori, tessendo ghirlande.

Pur troppo anche l'amore alla solitudine campestre ebbe nel Petrarca molte intermittenze. Tutto fu intermittente in lui. Ma intanto l'aver provato quel sentimento, l'essersi a quando a quando tuffato nel puro lavacro della natura, fu cosa tutta propria di lui, e fu una delle sorgenti delle sue ispirazioni poetiche.

Diceva Voltaire che se il Petrarca non fosse stato innamorato, sarebbe molto meno famoso di quel che non sia, ed aveva ragione. Delle molte passioni onde il suo spirito fu agitato, una sola è quella che ha fatto al suo nome traversare i secoli vittoriosamente, una sola quella che anche oggi rende quel nome caro a tutti gli animi nei quali vibra la corda della gentilezza e dell'amore.

Chi fu la donna che il Petrarca amò? Neppure oggi possiamo dirlo con piena sicurezza. Dopo tante indagini, dopo tante dispute, dopo tanto inchiostro sciupato, siamo sempre a fare delle supposizioni. Ma fra queste la più fondata è senza dubbio quella, che la donna amata dal nostro Poeta fosse la moglie di un nobile avignonese, Ugo De Sade, ch'ebbe da lei undici figli.

Sulla natura dell'amore del Petrarca molto si è scritto; chi ha voluto che fosse la più angelica delle passioni, chi la più bassa; esagerazioni ambedue. Il Petrarca era sicuramente uomo, nella più larga significazione della parola. Giovane bello, elegante, in una città come Avignone, dove la purità dei costumi lasciava molto a desiderare, ch'egli si mantenesse incontaminato non potremmo supporlo nemmeno, se non avessimo, come abbiamo, le prove del contrario. E che un tale uomo nel bollore di una passione amorosa vivesse sempre in un'aerea serenità di desideri sarebbe stolto il supporlo. No. Il Petrarca amò intensamente ed umanamente. Ma la donna amata da lui, gli apparve come donna e come angelo insieme; il cupido sospiro dell'amante si confuse spesso colla preghiera del devoto, le braccia che anelavano ai dolci amplessi, chi sa quante volte si ripiegarono contrite sul petto! L'amore del Petrarca, quale ci apparisce nelle sue poesie, è un fatto che si compone di elementi diversi e che sono non di rado in contradizione fra loro. Ora sembra che vaghi incerto e nebuloso nelle generalità insipide dell'arte trovadorica, ora invece si addentra nella più concreta realtà della poesia popolare; si compiace nelle più fini e profonde analisi psicologiche, o, trasvola alle idealità più aeree; è una realtà e un simbolo, è cosa umana e cosa divina, è gioia e tormento, è insomma una lotta e una contradizione continua. In una lettera scritta solo otto anni dopo l'incontro con Laura, il Petrarca dice che sentiva vergogna e tristezza dell'amor suo, e chiama questo amore tristo e perverso. E quando Laura morì, ringrazia Dio di aver fatto sparire dalla terra l'oggetto di un amore mortifero, e attribuisce all'aiuto di Cristo, l'avere spento l'incendio che lo bruciava. Incendio vero, badate, incendio che dovè qualche volta esser terribile, e per il quale egli stesso, il Poeta, nel libro più sincero che abbia scritto, dice di esser tutto converso in gemiti, di pascersi con voluttà di sospiri e di lacrime, di passar le notti vegliando e chiamando il nome della donna amata, di avere in odio la vita, di esser divenuto simile all'omerico Bellerofonte, che va divorandosi il proprio cuore. Queste parole del Secretum, del libro, nel quale il Petrarca fece a sè di sè stesso la confessione della propria vita, basta a renderne certi della realtà del suo amore. E non sono queste le sole. Altrove egli si lamenta che Laura, a malgrado di mille cose che avrebbero piegato ogni altra donna, sia rimasta inespugnabile. E dice di tutti i tentativi che ha fatto per guarire dell'amore suo. Come guarire però? Fuggendo forse? Ma non sono io fuggito, egli esclama, non ho forse girato l'Occidente a il Settentrione, non mi sono spinto fino ai confini estremi dell'Oceano? come guarire? Amando forse un'altra donna? Questo pensiero par che vada come cupamente agitandosi nelle profondità del suo spirito, ma ad un tratto gli esce dal cuore questo grido che ci commuove: ah no, ah no, io non posso amare che lei, lei sola; l'anima mia oramai si è abituata ad amarla, i miei occhi a guardarla fissamente, a ricevere vita da lei. Non amarla e morire sarebbe lo stesso. E pure tenta ancora di reagire contro sè medesimo e va crudelmente ricordandosi quanto sia cosa vergognosa esser divenuto la favola del volgo, quanto quella donna fatale abbia nociuto al suo animo e alla sua fortuna, quante volte sia stato da lei deluso, disprezzato, negletto; e la chiama la donna dall'ingrato sopracciglio, che se qualche cosa ebbe d'umano, ciò fu più breve e più mobile che aura di vento in estate, e si rimprovera che ella lo abbia allontanato da Dio, che gli abbia tolto ogni bene della vita, che non siasi mai curata del suo nome.

E così il suo dolce fantasma si tramuta dentro il suo spirito in fantasma odiato e pauroso, e così ciò che era ieri l'essere che lo inebriava, oggi diventa quasi un oggetto di terrore per lui.

Avvertiamo bene però. Neppure questo sentimento di amore e di odio, di fede e di dubbio è costante nel Petrarca. Alla sua passione manca delle grandi passioni il carattere vero, l'esclusività, l'idea fissa e terribile. Il pensiero amoroso del Petrarca non è, come quello del Leopardi, il possenteDominator di sua profonda mente. Il Petrarca si divora bensì il cuore, ma se lo divora non per Laura sola. Tutti i suoi ideali, tutti i suoi amori combattono in lui: egli corre dietro a tutti e sembra che non possa mai raggiungerne alcuno, e in quello appagarsi. Gli studi, i viaggi, gli amici, Roma, l'Italia, l'arte, la gloria, la religione, la natura sono altrettanti rivali di Laura, e riescono spesso a vincerla, il suo amore è reale, ma è intermittente, ed è, come fu tutta la sua vita, un combatter continuo tra desideri e paure, tra speranze e disinganni, tra i sogni della notte e le brame del giorno, tra quell'eterno sì e no che gli martellava in tutte le cose il cervello.

Di questo stato permanente dello spirito del Poeta si risente, e non poteva essere a meno, il suo canzoniere. Che anche qui, come nel Secretum, apparisca la verità della sua passione, chi potrebbe mai mettere in dubbio? Basterebbe a provarlo quel verso che contiene in sè tante cose, che è come, da solo, un intero poema d'amore, quel verso dov'egli chiama Laura: Colei che sola a me par donna; quel verso che il poeta stesso commenta dicendo come per quante cose egli guardi non ne veda mai che una sola:

. . . . . . . . . per ch'io miri

Mille cose diverse attento e fiso

Sol una donna veggio......

come l'abbia negli occhi, come l'oda dovunque:

Parmi d'udirla, udendo i rami e l'ore

E le fronde e gli augei lagnarsi e l'acque

Mormorando fuggir per l'erba verde.

Questo sentimento esclusivo, questa unicità d'immagine, questo pensiero affascinatore fu senza dubbio qualche volta proprio del Petrarca, ma solamente qualche volta, potrei forse dire qualche rara volta. Il più spesso erano ondeggiamenti, erano titubanze e incertezze. E la prima incertezza quella della natura dell'amor suo, come l'amava egli questa donna di cui andava cantando? L'amava come una donna o si contentava di adorarla come cosa celeste? Per quanto egli gridi che l'amor suo è puro, che lo guida a Dio, che gli mostra la via della salute eterna, noi possiamo esser certi che nel suo petto bollirono anche cupidi desideri e che invidiò Pigmalione perchè potè ottenere mille volte quello ch'egli si contenterebbe di avere una volta sola:

Pigmalion, quanto lodar ti dei

Dell'immagine tua, se mille volte

N'avesti quel ch'io sol una vorrei.

E fu questa, del resto, una fortuna per l'arte; poichè a questo amore reale per la donna, noi dobbiamo quello che c'è di più bello, di più schietto, di più profondo nella poesia Petrarchesca. A questo sentimento dobbiamo, come ha detto un moderno, se il Petrarca “cominciò a svolgere gentilmente l'umano dalle fasce teologiche nelle quali lo aveva stretto il medioevo, e lo sollevò e lo ricreò da quelli annegamenti divini a cui la mistica lo abbandonava„.

Ma l'amore reale per la donna si confondeva troppo spesso in lui ad altri sentimenti. Ora era il pensiero del cielo che lo assaliva, e allora chiamava perduti i giorni che aveva consacrati a Laura, chiamava dispietato il suo giogo:

Padre del ciel, dopo i perduti giorni,

Dopo le notti vaneggiando spese,

Con quel fero desìo che al cor s'accese

Mirando gli atti per mio mal si adorni,

Piacciati omai, col tuo lume, ch'io torni

Ad altra vita ed a più belle imprese;

Sì ch'avendo le reti indarno tese,

Il mio duro avversario se ne scorni.

Or volge, Signor mio, l'undecim anno

Ch'io fui sommesso al dispietato giogo

Che sopra i più soggetti è più feroce.

Miserere del mio non degno affanno,

Riduci i pensier vaghi a miglior luogo,

Rammenta lor com'oggi fosti in croce.

Altre volte si sente stanco e vorrebbe riposarsi e invoca Gesù e cerca consolazione nelle parole evangeliche:

O voi che travagliate, ecco il cammino,

Venite a me, se 'l passo altri non serra.

Altre volte, ancora, piange la libertà perduta e paragona l'amore per Laura agli scogli, al porto l'amore di Dio. Tetri pensieri gli invadono l'anima, anche quello del suicidio pur di potersi liberare dalla pena amorosa che l'ange.

S'io credessi per morte essere scarco

Del pensiero amoroso che m'atterra,

Con le mie mani avrei già posto in terra

Queste membra noiose e quello incarco.

Vorrebbe tornare indietro dal viaggio periglioso, l'assalto di quei begli occhi lo spaventa, grida che non vuol più amare. Ma poi risospira alle dolci catene:

Oimè! il giogo e le catene e i ceppi

Eran più dolci che l'andare sciolto;

ed è sicuro che non potrà mai guarire dell'amor suo, e divinizza i luoghi dove ha visto Laura, e lei vede dappertutto, la segue, ne disegna il bel viso sui sassi, dice che la sua vita è una guerra,

E sol di lei pensando ho qualche pace.

Il Petrarca era nel 1337 a Roma, e là scriveva questo sonetto:

L'aspetto sacro della terra vostra

Mi fa del mal passato tragger guai,

Gridando: sta su, misero! che fai?

E la via di salire al ciel mi mostra.

Ma con questo pensiero un altro giostra,

E dice a me: perchè fuggendo vai?

Se ti rimembra, il tempo passa omai

Di tornare a veder la Donna nostra.

Io, ch'el suo ragionar intendo allora,

M'agghiaccio dentro in guisa d'uom ch'ascolta

Novella che di subito l'accora.

Poi torna il primo, e questo dà la volta:

Qual vincerà non so; ma infino ad ora

Combattut'hanno, e non pur una volta.

Eccovi in questi versi mirabilmente ritratto lo stato dell'animo suo. Perchè fuggendo vai? Se anche fugge, appena si è allontanato da lei, a ciascun passo si rivolge indietro “ripensando al dolce ben ch'io lasso„ e cerca in altre la sua immagine, non vive che della speranza di rivederla, ogni luogo lo attrista, corre da Avignone a Valchiusa, ritorna da Valchiusa a Avignone, parte per l'Italia, per la Germania, per l'Inghilterra; ma sia egli nella foresta dell'Ardenna o navighi sul Rodano e sul Po, dappertutto sogna la “bella bocca angelica„ e anela al ritorno. Poi, quando è tornato, ricominciano per lui nuovi tormenti: ora è geloso di chi gli tiene nascosto il bel viso della sua donna, ora trema per Laura malata, ora gli pare ch'ella abbia il viso turbato, che chini gli occhi, che pieghi la testa, ora si duole ch'ella tenga il velo calato sugli occhi, e di tutto si lamenta e di tutto scrive.

Le lodi di Laura sono infinite nel Canzoniere; ma accanto alle lodi sono infiniti anche i biasimi, i rimproveri, direi quasi gli oltraggi. S'ella pare al Poeta “sovr'ogni altra gentileSanta, saggia, leggiadra, onesta e bella„ gli pare ancora più fredda che neve, alpestra e cruda, spietata e superba, gli pare un'accorta allettatrice che non apre e non serra, non lega e non scioglie:

Tal m'ha in prigion, che non apre nè serra,

Nè per suo mi ritien nè scioglie il laccio,

che sa a tempo adoperare le soavi parolette accorte, che cerca tenerlo sempre in sospeso. Ma come quelle lodi trascendono il vero, così anche i rimproveri sono certo esagerati. Ossia, Laura è sempre quale se la finge il Poeta, nei vari momenti e nelle varie condizioni dell'animo suo. Questo vedere le cose esteriori secondo le disposizioni del proprio spirito, se è in parte comune a tutti gli uomini, è nel Petrarca abituale, continuo e necessario. Egli non afferra mai la realtà obbiettiva, ma tutto, traversando il suo spirito, ne prende il colore. Ond'è che il Canzoniere, mentre prova da un lato la verità del suo amore, è dall'altro documento novello di quella agitazione e fluttuazione continua che è il carattere fondamentale di lui. Laura fu sicuramente una donna che il Petrarca amò; ma questo amore non ha una storia, rimane sempre allo stesso punto, è più cosa interiore che esteriore. Tanto è ciò vero che l'amore più appassionato nasce quando Laura è morta. Allora ella comincia a sospirare di lui, ha per lui i dolci sguardi e le parole soavi, ha pietà delle sue lacrime, diventa gelosa e pia; ella

. . . . . . al letto in ch'io languisco,

Vien tal, ch'appena a rimirar l'ardisco,

E pietosa s'asside in su la sponda.

Con quella man che tanto disiai

M'asciuga gli occhi, e col suo dir m'apporta

Dolcezza ch'uom mortal non sentì mai.

Fra il Petrarca e Laura, finch'ella visse, si frapponevano troppi altri sentimenti del Poeta, perchè egli potesse in quell'unico amore trovare riposo. In Laura viva il mistico travedeva il peccato e la dannazione; il restauratore de' classici studi, una distrazione perniciosa alla sua gloria; il patriotta, un ostacolo al suo ritorno stabile in Italia. Ma tutto questo cessa colla morte di lei, ed egli stesso lo confessa dicendo che non vorrebbe rivederla viva, perchè tornerebbe ad esser per lui un tormento:

Non vorrei rivederla in questo inferno.

Ogni dissidio ora vien meno, e tutto si muta in pace ed armonia. Quelle che prima gli parevano crudeltà, ora son diventate arti leggiadre. Egli la ringrazia ora di quello che un tempo fu il suo tormento:

Oh quant'era peggior farmi contento!

dice adesso; adesso che alle sue tentazioni ha posto fine la morte. Ormai egli può dire con sincerità:

Benedetta colei ch'a miglior vita

Volse il mio corso, e l'empia voglia ardente,

Lusingando affrenò...........

Oramai l'angiolo adorato a mani giunte, e la donna cupidamente desiderata, si confondono in un essere solo; in un essere che è la sorella, l'amica, la confidente de' suoi dolori. Insomma, mentre la prima parte del Canzoniere è piena di contradizioni, e in essa si sente l'uomo combattente tra la carne e lo spirito, tra Laura e Dio; la seconda è un mare tornato in calma, dove la donna fatta immortale chiama a sè il Poeta, il quale non aspira più che al cielo, dove si figura che Laura lo aspetti:

Ond'io voglie e pensier tutti al ciel ergo

Perch'io l'odo pregar pur ch'i' m'affretti.

Ed ora che abbiamo, sebben troppo rapidamente, studiato il Petrarca nelle multiformi manifestazioni del suo ingegno, resta che ci facciamo un'ultima domanda: qual'è il valore estetico del suo Canzoniere, di quest'opera per la quale egli è immortale, e che fa di lui il primo lirico della nostra antica letteratura?

Bisogna, come dicevano i vecchi scolastici, bisogna distinguere. Certo non tutto è perfetto: qualche cosa in lui rimane delle scuole antecedenti, qualche cosa ha aggiunto di suo che non è bello. Certe metafore, certi giuochi di parole, certi artifizi ci dispiacciono. Egli ha scritto anche quando gli mancava l'ispirazione, anche quando l'argomento non gli era che un pretesto poetico. Resta in lui qualche traccia della poesia trovadorica, ed in lui si annunzia quello che sarà più tardi petrarchismo e seicentismo. Quando per esempio egli esorta i suoi sospiri a passare il monte, suppone che si sieno smarriti, non sa se sieno arrivati a Laura, ma conchiude che devono esser giunti perchè non li vede tornare[5]; quando giuocherella sul nome di Loreta; quando trova modo di parlar del suo amore a proposito di alcune pernici e di alcuni tartufi, che mandava in dono a un amico, allora, oh allora, in verità, noi siamo tentati di rimpiangere che il Petrarca abbia scritto troppi versi. Ma sono minuzie in mezzo ad un tesoro di bellezze divine. Il Petrarca ha il culto della forma, e qualcheduno ben disse di lui, ch'egli è il precursore di Raffaello. I suoi quadri sono smaglianti di bellezza e di finezza: ricordatevi di quei versi dove dipinge Laura giovane e fiorente:

Erano i capei d'oro all'aura sparsi

Che in mille dolci nodi gli avvolgea,

E 'l vago lume oltra misura ardea

Di que' begli occhi, ch'or ne son sì scarsi....

E ricordatevi di quegli altri dov'è ritratta Laura morta:

Pallida no, ma più che neve bianca,

Che senza vento in un bel colle fiocchi,

Parea posar come persona stanca.

Quasi un dolce dormir ne' suoi begli occhi,

Sendo lo spirto già da lei diviso,

Era quel che morir chiaman gli sciocchi:

Morte bella parea nel suo bel viso.

Meravigliosa è la plasticità di questi versi; come splendida, solenne, palpitante di affetto è quella visione di Laura nel cielo:

Levommi il mio pensier in parte ov'era

Quella ch'io cerco e non ritrovo in terra;

Ivi, tra lor che il terzio cerchio serra,

La rividi più bella e meno altera.

Per man mi prese e disse: in questa spera

Sara' ancor meco, se 'l desir non erra;

I' son colei, che ti diè tanta guerra,

E compiei mia giornata innanzi sera.

Mio ben non cape in intelletto umano:

Te solo aspetto e quel che tanto amasti

E laggiuso è rimasto, il mio bel velo.

Deh perchè tacque ed allargò la mano?

Ch'al suon di detti sì pietosi e casti

Poco mancò ch'io non rimasi in cielo.

Dovrò io richiamare alla vostra memoria la canzone:

Chiare, fresche e dolci acque?

Per qual miracolo, dice a ragione il De Sanctis, la parola, mentre esprime dolore, ti rivela tanta grazia; mentre esprime contento, ti rivela tanta malinconia? È una fusione di tinte, che ti dà la vita nella sua pienezza, nel suo misto di luce e d'ombra.

L'originalità del Petrarca, ha scritto il Quinet, consiste nell'aver sentito per il primo che ogni momento della nostra esistenza può contenere un poema, che non v'è un'ora della vita che non possa racchiudere un'immortalità. E codesta ora, codesto momento il Petrarca li ha cantati colla parola più dolce che fosse mai sgorgata da labbro umano; egli ha convertito in arte ogni lacrima, ogni gioia, ogni desiderio, ogni anelito del suo cuore ammalato, ed ha con ciò aperta la via alla grande lirica di tutti i popoli d'Europa.

IL BOCCACCIO

DI
ADOLFO BARTOLI

Il sabato santo del 1334 una giovane e bella donna, d'alto lignaggio, pregava nella chiesa di San Lorenzo a Napoli; e vicino, tutto rapito nella contemplazione di lei, stava un uomo, dal volto gentile ed arguto, i cui occhi scintillanti pareva volessero a forza attrarre a sè quelli della genuflessa. Ed essa infatti o quel giorno stesso o i successivi vide quegli occhi che chiedevano amore, li vide e sentì penetrarsene nel cuore una fiamma, che per lungo tempo non doveva più spengersi.

Era dessa la figlia del conte d'Aquino e di Sibilla di Sabran, una bellissima provenzale, su cui sembra si fosse posato lo sguardo del re Roberto, che ne fece la sua favorita e ne ebbe Maria; e lui, il quadrilustre giovane, Giovanni Boccacci, il figliuolo d'un mercante di Certaldo, mandato a Napoli dal padre, perchè attendesse alla pratica della mercatura, ma che invece fino da quegli anni sognava di amore e di poesia, visitava con entusiasmo la tomba di Virgilio, s'estasiava agli incanti della natura, si sentiva rapire verso ignote speranze, verso luminosi ideali.

Il Boccaccio e l'avvenente Maria si amarono di un irresistibile amore, e l'umile figliuolo del mercante certaldese trovò nel cuore di questa figlia di re tutte le gioie d'un amore corrisposto. Non in lei le ritrosie di Laura, gli accorgimenti astuti, le sottili malizie, i superbi dinieghi, ma un abbandono intero di sè al giovinetto dell'amor suo, scelto tra i mille vagheggiatori che a lei certo si affollavano intorno. Si videro, si parlarono, s'intesero, e sia, forse, nelle più celate stanze del palazzo maritale, sia nelle chiese, e per le vie, e alle feste cittadinesche, i due amanti felici ebber convegni che più sempre li strinsero l'uno all'altro.

Felice, intessuta tutta di fantasiosi sogni, di gioie e d'amore, dovè essere le vita del Boccaccio ne' primi anni del suo soggiorno a Napoli, e Napoli colle rive incantevoli del suo golfo, colla sua aria tepida e voluttuosa, collo splendore del suo cielo, colla sua lussureggiante natura dovè potentemente influire su di lui, sullo svolgersi delle sue facoltà poetiche, sull'avviarlo per quelle nuove vie ch'egli scelse all'arte sua. Furono quelli i bei tempi nei quali vagava per il mare seguendo la donna sua:

Sulla poppa sedea d'una barchetta

Che il mar segando presto era tirata

La donna mia con altre accompagnata,

Cantando or una or altra canzonetta.

I bei tempi, ritratti in questi versi che dipingono una scena tutta napoletana, che colgono in atto la vita di Baia con le sue soavità e le sue licenze[6]:

Intorno ad una fonte in un pratello

Di verdi fronde pieno e di bei fiori

Sedeano tre angiolette, i loro amori

Forse narrando; ed a ciascuna il bello

Viso adombrava un verde ramoscello

Che i capei d'or cingea, al qual di fuori

E dentro insieme, due vaghi colori

Avvolgeva un soave venticello.

E dopo alquanto l'una alle due disse,

Com'io udii: Deh! se per avventura

Di ciascuna l'amante qui venisse

Fuggiremo noi quinci per paura?

A cui l'altre risposer: chi fuggisse,

Poco savia sarìa con tal ventura.

Alla donna sua messer Giovanni diede il poetico nome di Fiammetta, e per lei scrisse molti libri; primo il Filocolo, una specie di romanzo, tratto in parte da un vecchio libro francese, noioso veramente nel suo stile involuto e nella sua pesante erudizione; ma a quando a quando appassionato e rivelatore dell'affetto che già il Boccaccio sentiva vivissimo per gli studi classici. Curiosa è veramente quella parte del libro dov'è introdotta Fiammetta, quando egli finge che Filocolo andando in cerca dell'amante sia da una tempesta obbligato a fermarsi a Napoli; e quivi un giorno s'imbatta in una brigata che sta sollazzandosi e a capo della quale è appunto Fiammetta. Entra così in scena la società napoletana del tempo e noi assistiamo in qualche modo al riprodursi delle costumanze provenzali, quando sentiamo ripetersi alcune di quelle questioni che furono già argomento alle tenzoni degli Occitanici: come queste, ad esempio: quale è più infelice fra due donne, quella che ebbe un amante e lo perdè, o quella che non può sperarne di averne mai uno? Quale di tre amanti merita la preferenza, il più cortese, il più forte, o il più saggio? Quale è più verace amore il timido o l'ardito? È preferibile amare una fanciulla, una maritata o una vedova?

Un altro libro scritto per Fiammetta fu il Filostrato, poema in ottava rima, anch'esso derivante in parte da fonte francese, e che narra gli amori di Troilo e Griselda. Il suo merito letterario è smisuratamente superiore a quello del Filocolo; e ciò che in esso specialmente ci interessa è che il Troilo e la Griselda della vecchia storia troiana spariscono dagli occhi nostri, e non restano davanti a noi che un uomo e una donna dell'eterno dramma dell'amore. Codesto amore è preso proprio alle origini, è scrutato, analizzato, svolto nei suoi casi molteplici, nella felicità e nel dolore, nell'ebbrezza e nella disperazione. Bellissimo un soliloquio di Griselda, quando ella già cerca pretesti al fallo che sente nel cuor suo ormai fatale: e combattuta, vuole e disvuole, desidera e teme, sogna i nuovi gaudi, trema già dell'abbandono. Mirabilmente dipinta la gioia di Troilo, vittorioso nell'amor suo; arditamente scolpite le intime gioie degli amanti, e nunzie dello splendore delle tinte che il futuro pittore del Decamerone prepara sulla sua tavolozza. Quel domandarsi scambievole: ma è dunque vero ch'io sono con te? E quel raccontarsi le pene sofferte, quell'anelare al ritorno prima della separazione; quel non saziarsi mai della propria beatitudine, tutto questo è vero, è profondo, è sentito dal poeta, che è il vero Troilo narrante l'amor suo per Fiammetta, alla quale il Boccaccio nella invocazione si volge dicendo:

Tu, donna, sei la luce chiara e bella

Per cui nel mondo tenebroso accorto

Vivo: tu sei la tramontana stella

La qual io seguo per venire al porto;

Ancora di salute tu se' quella

Che se' tutto il mio bene e il mio conforto

. . . . . . . . . . . . . . . .

Nel Filostrato, il Boccaccio aveva trovata una materia adatta alla sua indole, e subitamente raggiunse una perfezione che appena doveva superare nel Decamerone. Codesta storia d'intrighi amorosi, di seduzione, di gelosia, era una vera novella, malgrado i nomi classici e si confaceva mirabilmente alle attitudini più spiccate del suo ingegno, che lo portava a rappresentare la realtà con finezza di osservazione, accompagnandola col suo riso beffardo[7].

Anche il lungo poema della Teseide fu scritto per Fiammetta e contiene molte allusioni al suo amore. Ma la sua prolissità, la mescolanza di elementi eterogenei, la studiata imitazione degli antichi ed altri difetti ne rendono faticosa la lettura. Ad ogni modo egli fu con quest'opera l'annunziatore del poema romanzesco del secolo XVI, e fu, se non l'inventore, certo il perfezionatore dell'ottava, che doveva poi servire alle immortali creazioni dell'Ariosto e del Tasso.

Un idillio, che nella sua maliziosa ingenuità può quasi (come alcuno ha detto) ricordare il Don Giovanni di Byron, è il Ninfale Fiesolano, in ottava rima anch'esso e anch'esso scritto durante gli amori del Boccaccio con Maria. Il pastore Africo s'innamora di Mensola, una delle ninfe di Diana, ne è riamato e la povera ninfa perde il fiore del suo pulzellaggio; ma poi, pentita, abbandona l'amante, che disperato si uccide. Essi sono trasformati nei due fiumicelli che scorrono presso la collina di Fiesole, e che mescolano insieme le loro acque.

Un caldo sentimento della natura, un profumo incantevole di gentilezza e un acre fremito di sensualità fanno del Ninfale un'opera d'arte già per sè stessa perfetta. Qui, come dice il Carducci[8], l'idillio d'amore persuaso dalla stessa natura s'intreccia coll'epopea delle origini, e la sensualità in mezzo a' campi e torrenti è selvatica e pura come nel Dafni e Cloe, e la verità di tutti i giorni, un'avventura d'amore forse dell'altro ieri, è carezzata dal canto delle ninfe mitologiche su le cime di Fiesole soavemente illuminate dagli splendori di maggio e della leggenda, nelle fiorenti convalli che saranno poi scena al Decamerone; e viene in fine Atalante il mitico incivilitore, e, a vendetta de' due amanti sacrificati ai voti crudeli di Diana, disperde le ninfe e le costringe ai matrimoni, e fonda la città e la civiltà. Non sembra la parabola del Rinascimento sulle rovine degli istituti ascetici?

Arrivò un giorno nel quale l'amore di Maria parve intiepidirsi. Era andata da Napoli a Baia, e forse la lontananza, o la stanchezza, o altro a noi sconosciuto motivo la resero diversa da quello che era prima. O forse la gelosia faceva credere a messer Giovanni quello che non era. Certo è che di quel tempo abbiamo alcune sue rime nelle quali sentiamo gemere dolorosamente l'anima sua:

C'è chi s'aspetta con piacere i fiori,

E di veder le piante rinverdire,

E per le selve gli uccelletti udire

Cantando forse i lor più caldi amori.

Io non son quel: ma come sento fuori

Zefiro, e veggio il bel tempo venire,

Così m'attristo e parmi allor sentire

Nel petto un duol, il qual par che m'accuori.

Ed è di questo Baia la cagione,

La quale invita sì col suo diletto

Colei che là sen porta la mia pace,

Che non mel fa alcun'altra stagione;

E che io vada là mi è interdetto

Da lei, che può di me quel che le piace.

Allora non sono più gemiti ma sdegni feroci, e propositi di fuga:

Dice con meco l'anima talvolta:

Come potevi tu giammai sperare

Che dove Bacco può quel che vuol fare

E Cerere v'abbonda in copia molta;

E dove fu Partenope sepolta,

Ov'ancor le Sirene usan cantare,

Amor, fede, onestà potesse stare,

O fosse alcuna sanità raccolta?

E se 'l vedevi, come t'occupare

I fals'occhi di quella che non t'ama

E la qual tu con tanta fede segui?

Destati omai e fuggi il lito avaro,

Fuggi colei che la tua morte brama

Che fai? che pensi? che non ti dilegui?

E arriva finalmente il grido dell'imprecazione:

Perir possa il tuo nome, Baia, e il loco,

Boschi selvaggi le tue piagge sieno!

E le tue fonti diventin veleno,

Nè vi si bagni alcun molto nè poco!

In pianto si converta ogni tuo gioco,

E sospetto diventi il tuo bel seno

Ai naviganti, e il nuvolo e il sereno,

In te riversin fumo, zolfo e fuoco!

Che hai corrotta la più casta mente

Che fosse in donna, con la tua licenza

. . . . . . . . . . . . . . .

Nè dell'imprecazione a Baia è contento; ma va più in là, e con parole quasi selvagge urla che sarà felice quando vedrà distrutte le bellezze della donna amata, quando la vedrà vecchia, macilente e vizza:

S'egli avvien mai che tanto gli anni miei

Lunghi si faccian, che le chiome d'oro

Vegga d'argento, onde io m'innamoro,

E crespo farsi il viso di costei,

E crespi gli occhi bei, che tanto rei

Son per me, lasso! ed il caro tesoro

Del sen ritrarsi, e il suo canto sonoro

Divenir roco sì, com'io vorrei.

Ogni mio spirto, ogni dolore e pianto

Si farà riso, e pur sarò sì pronto,

Ch'io dirò: Donna, Amor non t'ha più cara

. . . . . . . . . . . . . . . .

Non dirò, o Signori, che questi sian versi bellissimi; ma son versi che ci dicono quanto fosse vera, profonda, ardente la passione del Boccaccio. Paragonati a quelli del Petrarca, essi rimangono certo molto inferiori per l'eleganza; ma ci rivelano un amore pieno, quasi troppo pieno, di tutte le realtà più sensibili e più terrene. Il futuro novelliere mostra già qui le sue tendenze a ciò che è schiettamente umano, a ciò che si stacca da tutti i misticismi, da tutti i trascendentalismi dei tempi anteriori. Ci riaccostiamo alla natura e alla verità; ed è questo un gran fatto nella storia dell'umano pensiero.

Se Baia tolse per un momento al Boccaccio l'amor di Maria, questo dovè, pare, più tardi, riaccendersi. Era stato Giovanni richiamato imperiosamente dal padre a Firenze. Un giorno che Maria era andata a visitare forse le monache del convento di Bajano dove era stata educata, entrò là dentro un mercante fiorentino, che narrò aver visto pochi giorni prima che partisse entrare nella casa de' Boccacci una bellissima giovane, la quale gli avevano detto esser la sposa di Giovanni. La notizia non era vera. Una giovane sposa era entrata bensì nella casa de' Boccacci, ma sposa del padre; del “vecchio freddo, ruvido e avaro„, rimaritatosi con Bice de' Bostichi.

L'annunzio del mercante però trafisse il cuore a Maria. Lasciate che parli per un momento ella stessa, che ella stessa vi dica le angosce e i furori suoi: “Venuti i nostri ragionamenti, ciascuna si dipartì, ed io con animo pieno di angosciosa ira.... ora nel viso accesa ed ora pallida divenendo, quando con lento passo, e quando con più veloce che la donnesca onestà non richiede, tornai alla mia casa. E poi che lecito mi fu di poter fare di me a mio senno, entrata nella mia camera amaramente cominciai a piangere, e quando per lungo spazio le molte lacrime parte della gran doglia ebbero sfogata, essendomi alquanto più libero il parlare, con voce assai debole cominciai: ora, o misera Fiammetta, sai perchè il Panfilo non ritorna, ora sai quello che tu andavi cercando di trovare: che, misera, chiedi di più? che più addimandi? Panfilo non è più tuo. Gitta via omai i tuoi desideri di riaverlo, abbandona la mal ritenuta speranza, pon giù il fervente amore, lascia i pensieri matti: credi oramai agli auguri e alla tua divinante anima, e comincia a conoscere gli inganni de' giovani. Tu se' a quel punto venuta là dove l'altre sogliono venir che troppo si fidano. E con queste parole mi raccolsi nell'ira e rinforzai il pianto, e da capo con parole troppo più fiere ricominciai così a parlare: o Iddii ove siete? ove ora mirano gli occhi vostri, ov'è la vostra ira? perchè sopra lo schernitore della vostra potenza non cade?... O Iddii rivolgete in lui alcuno di quelli pericoli, o tutti, de' quali io già dubitai: uccidetelo di qualunque generazione di morte più vi piace, acciò che io ad un'ora tutta e l'ultima doglia senta che mai debbo sentire per lui, e me vendichiate ad un'ora.„

Queste parole si leggono in un libro scritto dal Boccaccio; una specie di romanzo d'amore, intitolato Fiammetta, dove i pericoli del primo incontro, la felicità dell'amor diviso, la irrefrenabile forza della passione, il combattimento contro tutti gli ostacoli, i lamenti per la separazione, il desiderio della persona lontana, il destarsi della gelosia, la disperazione dopo la certezza della perdita, tutto è rappresentato con profonda verità, con larga espansione, con tenerezza sincera.

Se non che anche nella Fiammetta certi difetti non mancano. Come già nel Filocolo, come nel Filostrato, nella Teseide e nell'Ameto e in tutte le opere giovanili del Boccaccio apparisce evidente la tendenza del suo spirito verso l'antichità classica. I lunghi e latineggianti periodi del Filocolo, le reminiscenze degli scrittori antichi, la predilezione per la mitologia, ce lo dicono chiaro; e anche la Fiammetta ci apparisce troppo erudita, troppo imbevuta di letture classiche, troppo smaniosa di citazioni, troppo diversa da quello che doveva essere una donna del tempo suo.

E questo è sicuramente un difetto. Ma un difetto che trova la sua ragione, e la sua scusa in uno dei caratteri più eminenti dell'ingegno del Boccaccio.

Il quale, mentre amava Maria, mentre scriveva i suoi romanzi amorosi, mentre si dava bel tempo nei lieti ritrovi di Napoli, aveva anche il pensiero ai suoi diletti studi umanistici, e si apparecchiava ad essere dell'umanismo uno dei più operosi fondatori. Il modo appunto col quale il Boccaccio cerca di giustificare e trasfigurare l'impetuosa passione di Fiammetta con modelli e confronti delle antiche leggende d'iddii e d'eroi, mostra che per le più intime disposizioni dell'animo suo, per il suo impulso, forse sfrenato ma profondamente ragionato verso lo svolgimento della piena e intera natura umana, egli non trovava riscontro e risposta se non nella libera e agitata umanità dell'antico mondo greco. E così quando egli nella seconda metà della sua vita si venne con sempre maggior fervore rivolgendo agli studi classici, potè fare il suo ingresso nel mondo antico come persona ad esso legata da intima affinità, e potè condurre quegli studi ad uno svolgimento e a una perfezione che hanno avuto un effetto decisivo per la cultura moderna[9].

Il Boccaccio fu il primo che si applicasse con profitto allo studio del greco, fu il primo che possedesse un manoscritto completo di Omero, che egli leggeva col calabrese Leonzio Pilato, a cui diede ospitalità nella sua povera casa, e per il quale ottenne che fosse nello studio fiorentino istituito un pubblico insegnamento di lingua greca. Potè così scrivere il suo trattato della Genealogia degli Dei, vasta compilazione nella quale è raccolta la sua erudizione mitologica e che per quei tempi è cosa prodigiosa.

Certo su questo indirizzo dell'operosità del Boccaccio dovè esercitare non piccola influenza il Petrarca. I due grandi uomini s'incontrarono la prima volta nel 1350, quando il Petrarca passò per Firenze, diretto a Roma. E nell'anno seguente, al Petrarca portò il Boccaccio a Padova la lettera del Priore delle Arti, del Popolo e del Comune di Firenze, colla quale gli si rendevano i beni già confiscati al padre suo e s'invitava a ritornare alla patria. — “Vieni, gli scrivevano, vieni, o aspettato. Abbastanza vagasti intorno; città e costumi di straniere nazioni ti furon conti abbastanza. Te ogni privato, te nobili e plebei, te i domestici lari, te i ricuperati poderi invocano e chiamano.„ — Forse questa lettera così abbondante d'affetti fu scritta dal Boccaccio stesso, e noi possiamo figurarci con che gioia egli si movesse per portarla al suo grande amico, in quali dolci colloqui si trattenesse con lui. Essi trascorsero insieme alcuni giorni deliziosi; mentre il Petrarca era allora tutto intento agli studi teologici, il Boccaccio si trascriveva avidamente una parte o l'altra delle opere di lui; verso sera scendevano nel giardinetto ridente nel lusso della vegetazione primaverile, e si ricreavano in isvariati colloqui[10]. Per il Boccaccio, il Petrarca era una specie di divinità; egli lo chiama sempre maestro suo, e lo proclama santissimo esempio di onestà, famosissimo poeta, arca di verità, splendore di virtù, gloria della facoltà poetica; egli, modesto e buono, spera di aver fama dopo la morte sol perchè fu in corrispondenza col Petrarca “Questo mi fa sicuro, egli dice, che così almeno il mio nome alla più tarda posterità giungerà venerabile, chè non potranno gli assennati creder dappoco e neghittoso un uomo cui tu frequenti e lunghe lettere scrivesti.„ E quelle lettere ordina amorosamente in volume, e si affatica a trascriver per lui opere antiche, e lo circonda di un amore, di un rispetto, di una venerazione, che ci svelano (se pur ce ne fosse bisogno) tutta la bontà di quell'anima. Si fa piccolo davanti a lui, gli scrive che ha bruciate le proprie poesie dopo aver letto le sue. Gli parla de' cari suoi, della figlia, della piccola nipote, del genero, con un affetto candido e vivo, e dal quale apparisce quanto fosse sensibile il suo cuore, quanto squisitamente nei suoi affetti gentile. Non vi dispiaccia sentir questa pagina; colui che scrive è quel Boccaccio che tante volte fu chiamato maestro di lascivie e corruttore del costume. Viveva a Venezia col marito e con una piccola bambina, Francesca figliuola del Petrarca; lei visitò il Boccaccio, e così all'amico ne scrive: “Riposatomi alquanto mi recai alla casa di lei per salutarla, la quale saputo appena ch'io v'era, non altrimenti che fatto avrebbe per il tuo ritorno, lietissima in volto mi corse incontro, e tinta alcun poco di rossore, poichè mi fu accanto, chinati a terra gli occhi in atto di modestia e di filiale affezione, mi fe' un gentile saluto e a braccia aperte mi ricevette. Dio buono! M'accorsi tosto che ella adempieva un tuo ordine, vedi la fiducia che in me voi tutti ponete, e di essere veramente tutto cosa tua io meco stesso mi rallegrai. E poichè d'alquante cose e delle recenti novelle si fu parlato alcun poco, scendemmo nel tuo orticello, ed ivi con più aperte e più tranquille parole, la casa, i libri, e tutto quanto è tuo e quanto è suo con matronale gravità, perchè il prendessi, m'offerse. Ed ecco, mentre noi parlavamo, a passo più posato che a quella età non si convenga, a noi venire la tua delizia, Eletta tua, che prima di parlarmi mi guardò sorridendo; ed io non lieto soltanto, ma avidamente, tra le braccia la strinsi. Al primo aspetto parvemi rivedere la mia bambina. Eguale a quello della mia figliuoletta è il viso della tua piccola Eletta; eguale il sorriso, eguale la vivezza dell'occhio, il gestire, l'andare, sebbene più grandicella e d'età un poco maggiore fosse la mia, che già toccava cinque anni e mezzo quando la vidi per l'ultima volta.... Ahimè infelice! quanto soventi volte abbracciandola teneramente e prendendomi diletto di favellare con lei, la memoria della mia bambina perduta mi fece prorompere in pianto.„

Se grande però era la venerazione del Boccaccio per il Petrarca, egli sapeva anche a tempo parlargli con quella franchezza ch'era propria di lui. Giunse un giorno all'orecchio del Boccaccio che il Petrarca aveva accettato l'ospitalità dei Visconti, e all'uomo povero e onesto parve ciò imperdonabil delitto, tanto più che egli si ricordava come già nel loro soggiorno a Padova avesse udito l'amico gridare contro le tirannide dei signori di Milano. E presa tosto la penna gli scrisse, ricordandogli prima com'egli a Padova parlasse dello stato infelice dell'Italia, e della tirannia dell'arcivescovo Giovanni Visconti; “ti dirò il vero, io sono rimasto di sasso, ed ho detto, è impossibile. Ma poi da una tua lettera stessa sentii la notizia accertata. Oh Dio! chi mai avrebbe potuto aspettarsi tanta mobilità di carattere? Chi avrebbe creduto che per avidità tu potessi così rinnegare la tua fede? Hai forse fatto ciò per vendicarti dei tuoi concittadini? Ma quale uomo di onore, se anche avesse ricevuto qualche torto dalla sua patria, si unirebbe coi nemici di lei? Oh quanto hai tu mortificato con questo atto i tuoi ammiratori ed amici, che non si stancavano mai di lodarti e di proporti ad esempio a ogni virtù?„

Queste parole franche e fiere, questo rivolgersi con tanto coraggio all'uomo ch'ei chiamava maestro, che circondava di tanto rispetto, ch'era per lui quasi un idolo, ci mostra quanto nobile fosse il carattere del Boccaccio, e come egli sentisse altamente gli obblighi dell'amicizia. Non egli certo, che era pure angustiato dalla povertà e che così infelice si trovava sotto il duro tetto paterno, non egli avrebbe sacrificata la propria dignità e il proprio onore, sino a divenire l'ospite dei più feroci tiranni d'Italia. Vero è che il Petrarca con uno di quei gridi d'orgoglio che gli uscivano di tratto in tratto dalle labbra si giustificava dicendo: non sono già io che vivo presso i principi, sono essi che vivono presso di me. Ma queste non erano che frasi. Il Boccaccio nella sua integrità sentiva che l'amico suo era colpevole, colpevole d'ambizione e di cupidigia, e a viso aperto dicevagli quel ch'era il vero, affrontando così lo sdegno dell'uomo che pur gli era supremamente caro.

Nè questo è tutto: a certi superbi disdegni del Petrarca sapeva il Boccaccio opporsi senza tergiversazioni e senza timori. Egli aveva un vero culto per Dante, e doveva sapere che l'amico suo poco l'amava e forse in cuor suo disprezzavalo. Onde un giorno gli mandò un esemplare della Divina Commedia, accompagnandolo con un carme latino, nel quale traspare tutto il suo entusiasmo per l'Alighieri, e nel quale, ancora, non manca un po' di maliziosa ironia per il disdegno Petrarchesco. Accogli, dice, accogli quest'opera gradita ai dotti, mirabile al volgo.... nè ti sia duro mirar versi che tengono la loro armonia sol dalla patria favella: sono d'un poeta esule, che, gran peccato della fortuna, non ebbe corone.... Accogli, ti prego, questo tuo concittadino e dotto insieme e poeta; accoglilo, leggilo, uniscilo a' tuoi, onoralo, lodalo....

Questa schiettezza, dice il Gaspary, colla quale il Boccaccio riconosce la grandezza degli altri, ce lo rende specialmente simpatico. E l'amor suo a Dante dimostra com'egli meglio del Petrarca intendesse per quale via oramai, dopo il grande poema dantesco, dovesse porsi la letteratura italiana.

E a porla su quella via contribuì egli potentemente. Il Petrarca spregiava il volgare, non si riprometteva fama che dalle opere latine, si vergognava, da vecchio, di avere scritto il Canzoniere. Che sarebbe accaduto della nascente letteratura, se questo concetto avesse prevalso? Ma il Boccaccio seppe tenere in pregio la lingua italiana, ed egli, così fervido amatore de' greci e de' latini, scrisse in volgare la maggior parte delle opere sue, apparecchiandosi così a quella tra esse, che fa di lui uno de' patriarchi della nostra letteratura.

Il Decamerone è, come ben sapete, una raccolta di cento novelle.

La novella era un genere letterario che piacque grandemente al medioevo: che gli piacque per quell'ardente desiderio dei racconti che era comune a tutti nell'età infantile dei popoli europei; che gli piacque ancora, perchè potè usarne largamente per i suoi istinti e pei suoi scopi di misticismo. Tutta una ricca serie di opere ci mostra questo speciale carattere della novella dell'età di mezzo: il carattere cioè di servire ad una data applicazione morale, o più spesso ad un precetto ascetico: ed è notabile il fatto, che, per servire a ciò, essa non rifugge dalla narrazione delle cose più stravaganti e si tuffa anzi ben spesso in tutto quello che può esserci di più ributtante e di più sconcio, di più sciocco e di più immorale. In quei libri è una mescolanza continua di turpe e di ridicolo. Ma cosiffatto è il misticismo dell'età di mezzo: un idiotismo delle menti, rimpiccolite e annebbiate dall'oltremondano, che non sanno uscir mai da quel ristretto giro d'idee, dove inesorabilmente le confina il falso concetto che si son fatto della vita e del mondo; dove le costringe quel deperimento morale della coscienza, quella mancanza del sentimento umano, tutto insomma quell'insieme di condizioni patologiche onde si compone il medioevo. La reazione contro un tale sonnambulismo dei cervelli non mancò: ben presto il giullare francese intuonò il suo fabliau gaio e mordace. Ma il fabliau è tutto quello che può immaginarsi di più ruvido, di più scopertamente basso e triviale. Esso non conosce nè eleganza, nè delicatezza di forma, nè elevatezza di sentimento. È quasi un grido brutale che si sprigiona dall'anima inconscientemente. Per quale ragione dunque, come scrive il Villari, quei personaggi incerti, fantastici, e astratti de' racconti francesi, che traversan come ombre tutto il medioevo, divengono a un tratto personaggi reali nel Decamerone? In esso troviamo, con la più pura ed elegante favella, descritta la intricata e molteplice vicenda delle cose umane. Il maraviglioso e l'impossibile spariscono e ci viene invece riprodotto quel contrasto di capricciosa fortuna e di umane passioni, che crea la mutabilità della nostra sorte. Il poeta ha una grande esperienza degli uomini, ed un continuo sogghigno sulle labbra, poichè egli vede, sotto la sua penna, un mondo di sogni e di fantasmi trasformarsi nel mondo reale di uomini schiavi delle loro passioni e dei pregiudizi che essi medesimi crearono. Quella tendenza che noi osserviamo continuamente nel Boccaccio di dar carattere storico ai suoi personaggi, di determinare la nascita, la patria, la vita, il nome di uomini che vissero solo nella fantasia del popolo, ci prova chiaro il bisogno di realtà e di verità, che è in lui come in tutti i nostri grandi scrittori.

Tutte infatti le figure del Boccaccio sono di rilievo, sono caratteri che egli ha studiato, e che ci mette sotto gli occhi vivi, parlanti. Le sue novelle sono azioni drammatiche ritratte dal vero. Noi possiamo scegliere là dentro quel che vogliamo da ser Ciappelletto a Belcore, da Calandrino a Griselda, da Masetto da Lamporecchio a frate Alberto: troveremo sempre una grandezza di rappresentazione, una pittura così oggettiva, dei tratti di pennello così franchi, decisi, presi dal vero; una grandiosità d'insieme e una cura minuta dei particolari che inutilmente si cercherebbero nelle produzioni dei tempi anteriori.

Il Decamerone è una grande opera d'arte, è la commedia umana in tutti i secoli, in tutti i paesi, in tutte le condizioni, disegnata sul fondo della natura al lume della ragione. Niuno dopo Dante e prima dello Shakespeare creò come il Boccaccio tante figure diverse, in tante diverse posizioni[11]. Se in un luogo egli rappresenta scene colte sul vivo nella più abietta vita napoletana, altrove si piace novellando dar prova che amore è fonte d'ogni virtù; e contro il medioevo che malediceva la donna egli se ne fa difensore, e contro il medioevo adoratore de' cherici, egli se ne fa flagellatore indomabile: non flagellatore colla satira terribile dell'Alighieri, ma col riso beffardo, ond'ha reso immortali le figure di frate Alberto, del prete di Varlungo, del proposto di Fiesole e d'altri mille.

Io non posso entrare, davanti a voi, o signore, in particolari minuti sulle novelle del Decamerone, o almeno su quelle che più meriterebbero studio. Ma per darvi un'idea della geniale malizia, della finezza comica di messer Giovanni vi citerò due esempi: quello di ser Ciappelletto e del giudeo Abraam. Ser Ciappelletto (che noi sappiamo oggi essere stata persona reale) è dipinto come un grande bestemmiatore, un falsario, un ladro, un usuraio, il quale persino sul letto di morte inganna il confessore. Eppure ser Ciappelletto quando è morto diventa un santo e tanto cresce la fama della sua santità che a lui tutti si votano: ed affermasi, dice il Boccaccio, “molti miracoli Iddio aver mostrati per lui e mostrare tutto giorno a chi divotamente a lui si raccomanda„: segno questo della infinita misericordia divina. Vedete voi spuntare un sorriso motteggiatore sulle argute labbra di messer Giovanni, mentre scrive quelle parole? Come meglio poteva egli deridere le facili credenze del volgo negli impostori e negli ipocriti, come meglio smascherare le arti dei bricconi che voglion passar per santi?

Più acuta e tagliente ancora la satira nella novella di Abraam, il quale è un giudeo che istigato a farsi cristiano vuol prima andare a Roma “e quivi vedere colui il quale tu di' che è Vicario di Dio in terra e considerare i suoi modi e i suoi costumi, e similmente de' suoi fratelli cardinali; e se essi parranno tali che io possa comprendere che la vostra fede sia migliore che la mia„ io mi farò cristiano. Ora cosa accade? Il Giudeo va infatti a Roma, osserva il papa e i cardinali, vede che essi sono golosi, bevitori, ubriachi, avari, simoniaci, coperti insomma d'ogni più ignominioso peccato; e allora si fa davvero cristiano, poichè, egli dice, se tanti prelati e lo stesso pastore supremo si affaticano instancabilmente a distrugger la Chiesa, e ciò nondimeno essa vive ancora, segno è che lo Spirito Santo ne è fondamento e sostegno.

Se Dante aveva dannati tragicamente papi e cardinali all'inferno, comicamente ora il Boccaccio li metteva alla gogna; più atroce pena, forse, di quella, perchè traentesi dietro uno scroscio di risa, non cessato ancora traverso i secoli.

E se delle risa che suscita il Decamerone sui preti, sui frati, sugli amanti, sui mariti, sulle donne cattive e sugli uomini gonzi, su tutta una turba infinita che ci passa davanti viva, vera, sublime nella sua comica realità, io potessi parlarvi, sentireste quanto sia vero quello che disse un moderno, essere stato il Boccaccio il più terribile vendicatore dei diritti umani contro le ascetiche malvagità. Ma il silenzio mi è imposto su questa che è certo la più bella e caratteristica parte del Decamerone. Permettetemi solo ch'io vi dica ancora come sapesse il Boccaccio mirabilmente infondere uno spirito nuovo nell'antica leggenda, e anche qui innestare la nota comica nel tragico racconto, creato dalle malate fantasie medioevali. Tutti i volghi d'Europa tremarono un giorno al racconto della caccia infernale. Un povero carbonaio, mentre vegliava nella sua capanna a guardia della fornace, sentì, a mezzanotte, alte grida di dolore. Uscì per vedere quello che fosse, e vide venir correndo e stridendo una femmina scapigliata e ignuda e dietro le veniva un cavaliere in su un cavallo nero correndo, con un coltello ignudo in mano, e dalla bocca e dagli occhi e dal naso del cavaliere e del cavallo uscia fiamma di fuoco ardente. Giunta alla fornace, la femmina corre intorno ad essa, ed ivi è raggiunta dal cavaliere, che l'afferra per i capelli svolazzanti, la trafigge col coltello nel petto e la getta nella fossa ardente, dalla quale poi la ritrae viva e fugge con essa. Quella donna e quel suo persecutore erano stati nella vita una dama e un cavaliere che si erano amati ardentemente, e per lui la donna aveva ucciso il marito, onde era stata condannata ad essere ogni notte uccisa ed abbruciata dall'amante, che provava egli stesso quei tormenti dei quali era esecutore.

Tale, in una delle sue svariate versioni, la leggenda della caccia infernale, narrata da Elinando, da Vincenzo di Beauvais, dal Passavanti e da altri, e procedente forse dal mito nordico del dio Wuotan cacciatore demoniaco inseguente la donna selvaggia.

Sentite ora il Boccaccio: Nastagio degli Onesti, da Ravenna, amava perdutamente una fanciulla de' Traversari, la quale sempre si era all'amor suo rifiutata, ponendo il giovane alla disperazione. Per tentare di dimenticarla o di mitigare almeno la sua cocente passione, partì egli da Ravenna per Chiassi, e, quasi inconsapevole di quel che faceva, s'inoltrò una sera nella pineta, sempre pensando a colei ch'era verso di lui tanto crudele. “Quando (son le parole stesse del novelliere) subitamente gli parve udire un grandissimo pianto e guai altissimi messi da una donna; perchè rotto il suo dolce pensiero, alzò il capo per vedere che fosse.... e vide venir correndo verso il luogo dov'egli era una bellissima giovane ignuda, scapigliata e tutta graffiata dalle frasche e da' pruni, piangendo e gridando forte mercè; ed oltre a questo le vide ai fianchi due grandissimi e fieri mastini, li quali duramente appresso correndole, spesse volte crudelmente dove la giungevano la mordevano; e dietro a lei vide venire, sopra un corsiero nero un cavalier bruno, forte nel viso crucciato, con uno stocco in mano, lei di morte con parole spaventevoli e villane minacciando.„ Il cavaliere, da Nastagio interrogato, gli disse esser stata quella donna ribelle all'amor suo, ond'ei si uccise: ed essere stati ambedue condannati all'inferno con questa pena: “a lei di fuggirmi davanti, ed a me, che già cotanto l'amai, di seguitarla come mortal nimica, non come amata donna; e quante volte io la giungo, tante con questo stocco col quale uccisi me uccido lei, ed aprola per ischiena, e quel cuor duro e freddo nel qual mai nè amor nè pietà poterono entrare, coll'altre interiora insieme le caccio di corpo e dòlle mangiare a questi cani. Nè sta poi grande spazio ch'ella, sì come la giustizia e la potenza di Dio vuole, come se morta non fosse, risorge, e da capo comincia la dolorosa fuga e i cani ed io a seguitarla; ed avviene che ogni venerdì in su quest'ora io la giungo qui, e qui ne fo lo strazio che vedrai.„ Nastagio degli Onesti, udendo queste parole, pensò di trar profitto per sè della strana avventura, fece in modo che la fanciulla de' Traversari assistesse il venerdì successivo all'orrendo spettacolo; e questa tanto spavento ne ebbe e tanto temè che un giorno potesse accadere a lei il simigliante, che all'amor suo arrendendosi divenne sua moglie. “E non fu, conclude il malizioso Certaldese, non fu questa paura cagione solamente di questo bene, anzi sì tutte le ravignane donne paurose ne divennero, che sempre poi troppo più arrendevoli a' piaceri degli uomini furono, che prima state non erano.„

Questa novella, osserva un moderno, par quasi la parodia della leggenda. Quella finisce col terrore degli ascoltatori, e coll'esortazione alla penitenza; la novella Boccacesca consiglia alle donne d'esser pieghevoli all'amore e si chiude con una risata. Il mondo leggendario tramonta; ciò che prima aveva atterrito i cuori diventa ora un sollazzo per la mente.

Il gran libro del Certaldese è insomma un documento del più alto valore per la storia del pensiero umano. In esso noi troviamo i più forti e caratteristici segni della reazione contro tutte le idee medievali, sia nelle novelle che ci mostrano il Boccaccio ardito propugnatore della libertà di coscienza, sia in quelle dove flagella gli ipocriti, i falsi spacciatori di miracoli, i preti attentatori all'onore delle famiglie, le monache nasconditrici delle loro debolezze nel segreto de' claustri profanati. Ci sono nel Decamerone certi tipi immortali, che a ricordarli solo, si sente come per essi fosse colpita a morte tutta un'età; ser Ciappelletto, fra Cipolla, Martellino, Masetto da Lamporecchio, Rustico Monaco, frate Alberto celebrano il gaio funerale del medioevo, cantano l'alba del mondo moderno. Oramai i nuovi tempi sono maturi. Si torna ad avere un concetto più giusto della vita e della natura: il mondo non è più nè disprezzato nè maledetto, non è più fatto antitesi del bene, della felicità, della virtù; dalle nebbie del paludoso misticismo, s'innalzano gli uomini a più serene e luminose regioni, dove la verità e la bellezza si abbracciano, immortali sorelle. L'uomo rinasce, e con lui riprende i suoi diritti l'umana ragione e più vasti orizzonti si aprono al suo emancipato pensiero. Le ricche forme del mondo greco-latino, le sue rosee immagini, i suoi caldi colori, riconciliano natura e spirito, idealità e materia; e al contatto di esso tutto si rinnovella, la politica, la religione, l'arte e la letteratura. Vedete: già sono sulla soglia della storia il magnifico Lorenzo, nel quale così mirabilmente si armonizzeranno la tradizione e l'attualità, e il dotto Poliziano che sarà come la sintesi vivente dell'elemento classico e popolare; il Masaccio che studierà gli effetti del rilievo, il chiaroscuro, lo scorcio, il colorito: il Pollaiuolo che scorticherà i cadaveri per cercare i muscoli. Questo ringiovanire delle forze umane, estenuate nell'affannosità dei sospiri ascetici e dei sillogismi scolastici, questo ricongiungersi del pensiero alla terra e all'umanità e staccarsi dal simbolismo e palpare con mano amorosa la natura ignuda, era ben necessario perchè potessero educarsi alla scuola della ragione e della esperienza i politici, i riformatori, i filosofi, tutti i grandi preparatori della moderna civiltà.

E a questo nuovo mondo, uscente dalla tetra necropoli del medioevo, diede alito vivificatore il Boccaccio; il buono e tranquillo messer Giovanni, che fu dispregiatore degli onori, sempre sereno nella sua grande coscienza di artista, innamorato sopra tutto della gloria e delle belle donne, e che scese nel sepolcro povero, egli che lasciava al mondo i tesori della sua prodigiosa ricchezza.

IL TRAMONTO DELLE LEGGENDE

DI
ARTURO GRAF

Signore e Signori,

Uno dei fatti più notabili della storia intellettuale e morale dei popoli cristiani nel medio evo si è la produzione di quello sterminato numero di leggende, varie d'indole, di significato e di forma, che furono allora tanta parte della credenza e della letteratura; e uno dei fatti più notabili della storia intellettuale e morale degl'Italiani in quella età si è che, meno di ogni altro popolo dell'Occidente, essi cooperarono a tal produzione. Non già che abbiano, generalmente parlando, ignorate o sgradite quelle pie od eroiche finzioni; ma il più delle volte si contentarono di riceverle dai vicini, già belle e formate: e se le ripeterono spesso con devozione ed amore, tradotte nella loro favella; se, non di rado, le rimaneggiarono e le ampliarono, acconciandole ai propri sentimenti e bisogni, non però si diedero gran fatto pensiero di accrescerne la vasta e prestigiosa congerie. Rubando i vocaboli al linguaggio delle industrie e dei traffici, si potrebbe dire che gl'Italiani consumarono molte leggende e ne produssero poche; ne importarono in copia e ne esportarono assai scarsamente.

Le maggiori leggende, così sacre come profane, le quali ebbero corso nel medio evo, e furono, per secoli, patrimonio comune della cristianità, nacquero, pressochè tutte, e crebbero fuori d'Italia. Delle ascetiche, molte, che più strettamente si legano alle Scritture, sono antichissime, e apparvero dapprima in Oriente, dov'era stata la culla della fede, e d'Oriente passarono a mano a mano in Occidente, seguendo alcuna volta assai da presso la predicazione e la diffusione dell'Evangelo. La leggenda della penitenza di Adamo ed Eva; quella, ben più famosa, del legno onde fu formata la croce; quelle ancora di Giuda e Pilato, della discesa di San Paolo all'Inferno, dei Sette Dormienti, della Vendetta del Salvatore, di San Silvestro che sanò e convertì Costantino imperatore, dell'Anticristo, che alla fine de' tempi verrà a porre in grande travaglio la Chiesa e il mondo, e altre parecchie, le quali sarebbe lungo ricordare, ebbero per lo appunto, in tutto o in parte, sì fatta origine e sì fatta vicenda, e alcune di esse non penetrarono, a quanto sembra, in Italia, se non dopo che si furono sparse per varie province d'Europa. Nella storia necessariamente oscura e confusa di queste finzioni, non è sempre possibile, gli è vero, rintracciare i primi cominciamenti, seguire le derivazioni e i trapassi; ma l'incertezza che non si scompagna da' singoli casi non muta però l'indole del fatto generale. Molte altre leggende ascetiche ebbero diffusione in Italia, le quali indubbiamente sorsero fuori dei nostri confini, qua e là per l'Europa, spesso tra genti assai remote da noi, e talvolta quasi ancora barbare. Tali quelle meravigliose e paurose Visioni del mondo di là, che precedono il poema di Dante, e, in un certo senso, il preparano. Parecchie, come la Visione di San Furseo, la Visione del cavaliere Tundalo, la leggenda del Pozzo di San Patrizio, ebbero divulgazione e celebrità grandissima, e furono note e ripetute anche in Italia; ma quando se ne tolgano alcune poche di minor conto, riferite da Gregorio Magno e da san Pier Damiano, e quella, assai tarda, del monaco Alberico, tutte l'altre, così, le maggiori come le minori, avemmo dagli stranieri. Altrettanto dicasi di quella singolare peregrinazione dell'irlandese san Brandano, che acconciamente fu chiamata una Odissea monastica, e di molte altre leggende ove si narrano viaggi miracolosi al Paradiso terrestre.

Se, lasciate da una banda le leggende ascetiche, ci volgiamo all'eroiche e romanzesche, vediamo che le condizioni dell'Italia, per rispetto alla produzione loro, non mutano. Tutta, o quasi, la poesia epica nostra è nudrita di tradizioni e di leggende non nostre. Le storie favolose di Alessandro Magno, i romanzi di Apollonio di Tiro e di Fiorio e Biancofiore sono orientali d'origine; e, come tutti sanno, le leggende epiche del ciclo carolingio e del ciclo brettone, o, secondochè usò dirsi nel medio evo, la materia di Francia e la materia di Brettagna, ci vennero appunto di Francia.

In tutto ciò, se v'è del notabile, non v'è però nulla di strano; ma bene vi parrà essere alcun che di strano nel fatto che sienci venute di fuori, e di gran lontananza talvolta, leggende nelle quali di proposito si parla di cose nostre, o che a cose nostre si legano strettamente. Concedete ch'io rechi di ciò alcuni esempi.

Tutti sanno a quale curiosa trasformazione sia andato soggetto Virgilio nel medio evo, e quale rigogliosa leggenda gli sia cresciuta d'attorno. Di poeta che fu, egli divenne a poco a poco maestro di tutte le scienze, e poi mago, operator di miracoli e dominator di demoni. Si mostravano in Roma e in Napoli gli edifizi meravigliosi da lui costruiti, i talismani e gli amuleti da lui congegnati, in benefizio e a tutela dell'una o dell'altra città. Una gran fabbrica, detta Salvatio Romæ, fatta per arte magica, e mercè la quale i Romani erano incontanente avvertiti di qualsiasi ribellione che avvenisse tra i popoli sottoposti al loro dominio, era opera sua; opera sua la strada che correva da Roma a Napoli; opera sua la Grotta di Posilipo, ecc., ecc. E molte meraviglie si raccontavano della sua conversione, della sua morte, della portentosa virtù che conservavano le sue ossa. Ora, sebbene sia più che probabile che molte di queste immaginazioni abbiano origine popolare, e siano primamente sorte in Napoli, dov'era e si venerava il sepolcro del poeta; e sebbene parecchie si annodino a una tradizione letteraria già cominciata anticamente in Italia, non è men vero che altre (non posso indugiarmi qui a fare le distinzioni opportune) nacquero fuori d'Italia; come, da altra banda, gli è certo che e quelle e queste si trovano ricordate la prima volta da stranieri, da Giovanni di Salisbury, da Giovanni di Alta Selva, da Corrado di Querfurt, da Gervasio da Tilbury, da Alessandro Neckam, tre inglesi, un francese, un tedesco.

Altro esempio. Sapete che cosa l'antica leggenda epica racconti del re Artù, che mortalmente ferito in battaglia, fu dalla sorella Morgana, la famosissima fata, portato nell'isola di Avalon, e quivi serbato miracolosamente in vita. Orbene, in sul principio del secolo XIII, e probabilmente anche assai prima, Artù, non mai guarito delle sue ferite, è in Sicilia, e abita sul monte Etna, o nell'interno di esso, in un palazzo di mirabile fattura, cinto di deliziosi giardini. Ma da chi sappiamo noi ciò? dal testè ricordato Gervasio da Tilbury, inglese, da un monaco tedesco, che aveva il capo pieno di diavolerie, Cesario di Heisterbach, morto verso il 1240; dall'innominato autore di un poema alquanto più tardo, il Florian et Florète dove si legge ciò che quegli altri due debbono sapere, ma non si curano di dire, cioè, che l'Etna è una specie di regno fatato, pieno di meraviglie e di delizie, consueta dimora di Artù e della sua corte. Gli è probabile che questa forma nuova data all'antica leggenda si debba alla fantasia dei Normanni: comunque sia, non se ne trova cenno in scritture italiane, salvo che in una bizzarra poesia, composta, come pare, nel secolo XIII, nella quale n'è uno assai fugace ed oscuro.

E poichè sono a parlar di vulcani, siami concesso di ricordare come i vulcani si credessero comunemente nel medio evo luoghi di pena per le anime dannate o purganti. Parecchie leggende s'inspirarono di quella credenza; e poichè l'Etna, il Vesuvio, l'Epomeo, lo Stromboli, sono in casa nostra, parrebbe che quelle leggende dovessero essere sempre, o quasi sempre, italiane, e riferite da autori italiani. Eppure non sono; o se, quanto all'origine, sono alcune di esse italiane, non però trovano, o di rado trovano luogo in libri italiani. Gregorio Magno, romano, narra di un solitario dell'isola di Lipari, che vide precipitare nella bocca di quel vulcano il re Teodorico, dannato; ma questa novella, ripetuta poi da innumerevoli stranieri, appena trova in Italia, durante tutto il medio evo, chi la voglia ripetere. Altre leggende simili si narrano del re Dagoberto di Francia, di Bertoldo V, duca di Zäringen, di Attone, vescovo di Magonza, di altri parecchi; ma sono sempre stranieri coloro che le narrano. L'Etna è l'Inferno, o un vestibolo dell'Inferno, al quale i diavoli portano quotidianamente a volo le anime dei dannati; ma è un cronista francese del secolo XIII colui che lo afferma, Alberico delle Tre Fontane. In fondo al lago d'Averno, presso Pozzuoli, si vedono le porte di bronzo dell'Inferno, divelte e infrante da Cristo quando penetrò nel limbo; ma se tutti le vedono, chi ne parla è il già ricordato Gervasio.

Se questa litania non v'annoia troppo, io seguito un altro po' perchè non mi par che sia inutile.

In un anno del secolo undecimo che, discordando gli storici, non si sa precisamente qual fosse, avvenne nell'aurea città di Roma un caso nuovo, strano e memorabile. Un giovane patrizio, avendo il giorno stesso delle sue nozze posto in dito a una statua di Venere, per poter più liberamente giocare alla palla, l'anello nuziale, fu poi, per lunghissimo tempo, perseguitato e tribolato dall'antica dea mutata in demonio, la quale, allegando il fatto dell'anello, pretendeva di essere sua legittima sposa e di togliere il luogo all'altra. Ci volle tutta l'arte di un solennissimo mago per strappare all'intrusa l'anello indebitamente ricevuto e restituire il giovane alla libertà e a più naturali amori.

Questa novella piacque oltre modo nei due secoli che seguirono, e fu narrata da molti cronisti; ma tra i molti inglesi la più parte e frati, voi cerchereste inutilmente un italiano; o dovrò dire che a me non riuscì di scovarlo. Solo molto più tardi, in pieno secolo XVI, se ne vede fatto ricordo in un libro del piemontese Simone Majolo.

Un altro bel caso ci si offre nella leggenda di Gerberto, il quale non fu italiano, ma molti anni visse in Italia, e da ultimo fu papa in Roma, dal 999 al 1003. Non v'è dubbio che la persona e gli atti di lui dovettero stare molto a cuore agl'Italiani di quel tempo, e più particolarmente ai Romani. La leggenda narra di lui cose singolari, spaventose ed incredibili: che, essendo in Ispagna per cagion di studio, rubò a un negromante saraceno un libro magico di mirabile virtù e pregio; che fece un patto col diavolo; che fu il drudo di una diavolessa, che si faceva chiamar Meridiana, ed era, al vedere, più bella di un angiolo; che con l'ajuto, non del Cielo, ma dell'Inferno, salì tutti i gradi della ecclesiastica gerarchia, finchè s'assise, con sacrilega tracotanza, sulla cattedra di San Pietro, e fu vicario di Cristo; che essendo in Roma, penetrò per sua avvedutezza in certi sotterranei meravigliosi, ov'erano raccolti, e custoditi gelosamente, gl'immensi tesori d'Ottaviano Augusto imperatore; che sentendo prossima la sua ultima ora, rientrò in sè, si pentì, e con atroce e non più udita penitenza riscattò l'anima dalle mani dei demoni, che già gli si affollavano intorno furiosi, facendosi, vivo ancora, tagliare a pezzi. Io non so dire, e nessuno, credo, saprebbe se qualche parte di tale storia sia prima germogliata in Italia; ma gli è certo che essa si trova da prima solo in libri stranieri. I cronisti italiani non cominciarono a riferirla se non nel secolo XIV, quando già da oltre due secoli essa correva l'Europa, e i racconti loro non sono se non ripetizioni, e più spesso abbreviature dei racconti d'oltr'alpe.

Come non ricordare, dopo la leggenda di un papa, quella di una papessa, della famosa papessa Giovanna? Se si dovesse dar fede a certi manoscritti, il primo a darle lo spaccio sarebbe stato quell'Anastasio Bibliotecario, che visse in Roma nella seconda metà del secolo IX, fu abate di Santa Maria in Trastevere e scrisse certe Vite dei pontefici assai cognite agli storici di professione; ma, prima di tutto, non si conosce con sicurezza s'egli fosse italiano o greco; poi quei manoscritti sono di genuinità peggio che sospetta, e si ha buona ragione di credere che l'intera novella sia una interpolazione o aggiunta di tempi posteriori. Nacque essa in Italia? Nessuno può dirlo, e non è gran fatto probabile perchè se si trova in iscorcio in alcuni dei nostri cronisti, e se in tempi già assai tardi la narra malignamente, per disteso, il Platina, sono assai più gli storici forastieri che la raccontano, l'adornano, la commentano.

Potrei continuare un pezzo a recare altri esempi; ma quelli che ho recati mi pare che bastino a mostrare come gl'Italiani lasciassero a Francesi, a Inglesi, a Tedeschi la briga di crear leggende anche di argomento italiano, o come nemmen poi s'affrettassero, in molti casi, a ripeterle. È questo un fatto da tener presente, e che dovrò ricordare quando parlerò del rapido svanire delle leggende nel nostro paese.

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Badiamo per altro di non esagerare. Non bisogna fare maggior che non fu questa incapacità, o svogliatezza, o come altramente volete chiamarla, degl'Italiani, di creare leggende. Lasciando stare ora le molte che essi accolsero e fecero proprie, parecchie ancor ne crearono, e ragion vuole che si dica qualche cosa di queste, dopo aver detto di quelle ch'e' lasciarono creare agli altri.

Tra le più importanti (intendo delle profane) sono le leggende concernenti le origini di molte città. Queste leggende erano promosse dall'orgoglio cittadinesco, e dalla rivalità dei Comuni, che con tutti i mezzi e per tutte le vie cercavano di soperchiarsi l'un l'altro. Una origine molto antica e molto gloriosa era già di per sè un titolo di preminenza, una ragion di maggiorità. A imitazione dei Romani quasi tutti i popoli d'Europa cercarono di far risalire le origini proprie sino ai Trojani. In Italia, Padova, Pisa, Verona, Piacenza, Aquileja, Mantova, Modena, Parma, e più altre città che non vi sto a ricordare, si vantavano fondate da fuggiaschi di Troja espugnata. Alcune, di maggiore orgoglio, volevano essere più antiche, o non meno antiche di Troja, madre di Roma. Luni aveva mandato navi e genti in soccorso de' Greci, contro ai Trojani. Fiesole si gloriava d'avere avuto a fondatore Atalante, o Attalo, pronipote in quinto grado di Jafet (altri dicevano pronipote di Cam, di Saturno e di Giove) e padre di quel Dardano che poi edificò Troja; e asseriva d'essere la prima città sorta in Europa, e perciò denominata Fia sola. Ma le contrastava Ravenna, fondata da Tubal, nipote di Noè, e più ancora Roma, che sdegnando oramai le troppo recenti origini trojane, fece risalire il suo primo cominciamento a Noè, approdato dopo il diluvio in Italia, e a Giano, figliuolo di Jafet, che, in compagnia di altri, costrusse sul Palatino una città, da lui detta Gianicolo. Genova si vantava ancor essa fondata da Giano; Brescia da Ercole. Milano pretendeva d'essere stata edificata 932 anni prima della Roma di Romolo, se non di quella di Noè. Firenze, meno ambiziosa, e più ragionevole, legava i suoi principii alla guerra combattuta contro Catilina, e la edificazion propria attribuiva a cinque signori di Roma, Giulio Cesare, Macrino, Albino, Gneo Pompeo, Marzio, da' quali fu cinta di buone mura, guernita di buone torri, lastricata pulitamente, provveduta di acquedotti che menavano acque pure e sanissime, insignita di un Campidoglio a somiglianza di quello di Roma: e il nome gentile derivava da un nobile cittadino romano (altri dirà re), detto Fiorino, il quale fu morto in quella guerra contro lo scellerato Catilina, e anche da' molti e vaghi fiori che nascono ne' campi e sui colli in mezzo ai quali è assisa. Questa nobile istoria è narrata da' più antichi cronisti della città, e si ritrova nel così detto Libro Fiesolano, ed è ripetuta da Giovanni Villani, e da Ricordano Malespini. Costui poi vi lega, non di suo capo, credo, una novella assai romanzesca di Bellisea e di Teverina, moglie l'una, figliuola di Fiorino l'altra, e degli amori di Catilina e d'un centurione. Cinquecent'anni dopo, Attila (molti dicono Totila, giacchè l'uno spesso si scambia con l'altro nella leggenda) Attila, figliuolo, salvo il vero, di un cane, volendo vendicare la morte di quel buon Catilina, riedificò Fiesole e distrusse Firenze, la quale poi, a marcio dispetto de' Fiesolani, fu rifabbricata da Carlo Magno imperatore. A tutte queste favole, senza dubbio antichissime, accenna Dante là, nel quindicesimo canto del Paradiso, quando fa che Cacciaguida suo avo descriva l'antica donna fiorentina, non guasta ancora dal lusso, tutta intenta al governo della casa, ad allevare i figliuoli, e che,

traendo alla rocca la chioma,

Favoleggiava con la sua famiglia

De' Trojani, di Fiesole e di Roma.

Per amor di brevità non dico nulla di certe leggende araldiche e genealogiche, le quali facevano risalire la nobiltà di certe famiglie a gran cittadini e patrizii di Roma antica, o a eroi famosi del ciclo carolingio.

In parecchie città d'Italia diedero argomento a leggende gli avanzi di antichi monumenti, che ancor sussistevano a far memoria e testimonianza della romana grandezza. Com'è naturale, le più numerose e notabili sorsero intorno a quel monumento di Roma che il tempo, i Barbari, e i propri suoi cittadini non erano giunti a distruggere. Di tali furono intessuti due libri, detto l'uno Mirabilia Romæ, e Graphia aureæ urbis Romæ l'altro, i quali, nel dodicesimo, decimoterzo e decimoquarto secolo, ebbero grandissima celebrità e incredibile divulgazione. In essi, miste a tradizioni e notizie di argomento e carattere affatto religioso, trovansi molte e curiose immaginazioni risguardanti le rovine ingenti del Palatino (le quali si credeva avessero formato un solo, smisurato e magnifico palazzo), il Colosseo, il Campidoglio, il Pantheon, il Mausoleo di Adriano, mutato in Castel Sant'Angelo, altri palazzi in gran numero, e templi, e terme, e acquedotti, e ponti, e statue. Ora, sebbene parecchie, e forse molte di tali immaginazioni, possano, esse pure, avere straniera origine, ed essere state messe in corso, come par più probabile, da quegli innumerevoli pellegrini che, senza intermissione, venivano sin dalle più lontane regioni d'Europa a visitare i limina apostolorum, ciò nondimeno gli è ragionevole credere che parecchie altre avessero ad autori gli stessi Romani, o i pellegrini, non d'oltremonti, ma d'Italia. Certo si è che in parte esse già trovansi in libri di Benedetto, canonico di San Pietro, di Albino, cardinale di Santa Croce in Gerusalemme, di Cencio Camerario, che poi fu papa col nome di Onorio III, tutti italiani, e vissuti nel XII secolo, morto l'ultimo nel 1227; e che i Mirabilia furono di latino voltati in volgare già nel secolo XIII. Se s'ha a dar fede, e non v'è ragione di non dargliela, all'anonimo narratore della sua vita, Cola di Rienzo tutta la die se speculava negl'intagli de marmo li quali iaccio intorno Roma.

Gl'Italiani ebbero dai Francesi le leggende epiche del ciclo carolingio e del ciclo brettone; ma quelle leggende essi non si contentarono di ripetere tali e quali erano loro trasmesse. Molte alterarono in vario modo, altre esplicarono più largamente, e non poche nuove inventarono di pianta, legandole a memorie locali, a città, ad avvenimenti delle storie nostre, a particolarità del nostro paese. Orlando, che si chiamò veramente Rolando, e a cui fu da noi mutato il nome in quella foggia, diventò quasi un eroe nazionale, e quasi una leggenda nazionale la sua leggenda interminabile. Nè di leggende epiche proprie mancò in tutta l'Italia, sebbene le vicende e il corso della sua storia, e le condizioni di vita del suo popolo, nei secoli di mezzo, spieghino abbastanza la scarsità e tenuità loro. Le guerre combattute fra Longobardi e Franchi, appiè delle Alpi e sui campi di Lombardia, suscitarono alcune tradizioni epiche, di cui forse una piccola parte soltanto pervenne sino a noi, e che avrebbero potuto, qualora fossero state favorite dagli eventi, prender vigore, e moltiplicarsi, e congiungersi in epico ciclo. E ad altre leggende epiche diedero argomento, in alcune nostre città, il nome esecrato di Attila, e il ricordo terribile de' suoi fatti, le quali, sebbene non fossero, nemmen esse, di tal condizione da poter produrre rigogliose e vivaci epopee, pure non si smarrirono così presto come quelle pur ora accennate dei Longobardi, anzi durarono a lungo e si legarono (caso, ahimè, non unico, nè raro) con la storia di casa d'Este, e trovarono ancora, in pieno secolo XVII, ripetitori, rimaneggiatori e, dobbiam credere, anche lettori.

Da Attila flagellum Dei a Ponzio Pilato proconsole romano la distanza è grande; ma li ravvicina in mio servigio il fatto che c'è una leggenda al tutto italiana in cui è fatto ricordo del tristo giudice. Nel medio evo si mostrava in Roma una casa, o torre, o palazzo di Pilato, e in un racconto certamente italiano, la Cura sanitatis Tiberii, si dice che il proconsole, chiamato dall'imperatore a dar conto de' fatti suoi e della ingiusta morte di Cristo, fu imprigionato in una città di Toscana, variamente nominata, e quivi, non dandogli pace la mala coscienza e il terror del castigo, di propria mano si uccise. Non ricorderò, nemmeno di volo, le mille favole che di Pilato si narrarono nel medio evo, per tutta Europa; ma solo farò cenno di una, secondo la quale il corpo del maledetto, gettato in fiumi, o in laghi, in pozzi profondi, o sulla sommità di monti quasi inaccessibili, e trascinato d'uno in altro luogo, seppellito sotto cumuli di pietre, per tutto suscitava, con la presenza sua, spaventose procelle, e morbi micidiali, od altre calamità. Parecchi furono, e sono in Europa i monti e i laghi di Pilato, e un monte e un lago di Pilato volle avere anche l'Italia. Fazio degli Uberti ne fa un cenno nel Dittamondo; altri ne parlano più distesamente. Il monte e il lago erano presso Norcia, luogo di diabolica nominanza. Al lago, ove nuotavano, come pesci, i diavoli, ed era sommerso il corpo di Pilato, traevano da tutti i paesi i negromanti per consacrare i libri loro di magia, tanto che ci si eran dovute porre le guardie per vietarne l'accesso. Ogni anno bisognava dare in pastura a quei diavoli un condannato, senza di che avrebbero con le procelle mandato a soqquadro tutto il paese.

E legata ai monti di Norcia troviamo un'altra leggenda tutta italiana, la leggenda dell'antro della Sibilla, la quale non è improbabile che abbia suscitato la leggenda tedesca del Monte di Venere, di quel Monte di Venere entro a cui andò a perder l'anima il gentile cavaliere e poeta Tannhäuser. Andrea da Barberino, nel V libro di quel suo romanzo che, dopo cinque secoli, ha ancora in Italia innumerevoli lettori, e tutti gli anni si ristampa, e sembra, senza suo merito, destinato all'immortalità, voglio dire il Guerin Meschino, parla molto diffusamente delle meraviglie dell'antro, e molti altri ne parlano dopo di lui. Nell'interno del monte era un amoroso regno, pien di letizia, e d'ogni vaghezza di cose naturali o artifiziate: campi d'impareggiabile amenità, giardini che non avevano i simili in terra, palazzi d'inaudita ricchezza, sfolgoranti d'oro e di gemme. Regina del luogo era la Sibilla, che in ristampe più recenti si mutò nell'Alcina dell'Ariosto, adorna d'ogni bellezza e leggiadria, servita da schiere di avvenentissime donzelle, e da un popolo di cavalieri e valenti uomini, quivi trattenuti dall'amore di lei, e per sempre, o per alcun tempo soltanto, spogliati della libertà. I giorni e gli anni si consumavano giojosamente, banchettando, amoreggiando, fra musiche e danze e sollazzi d'ogni maniera; ma tutte le settimane, al sopravvenir del sabato, la regina e i soggetti suoi si trasformavano in draghi, in serpi, in basilischi e in altre specie di rettili.

Altre leggende potrei venire ricordando, nate in Italia, o nel formar le quali ebbero gl'Italiani non piccola parte. Italiana è la leggenda di quello stretto parente spirituale dell'Ebreo errante, chiamato, con nome tolto agli Evangeli, Malco, il quale avendo dato a Cristo uno schiaffo con un guanto di ferro, fu condannato a girar senza posa in un sotterraneo, intorno a una colonna, fino al giorno dell'Universale Giudizio. A forza di camminar tutto il dì e tutta la notte, per secoli e secoli, egli ha scavato un solco profondo nel pavimento di pietra. Talvolta, sopraffatto dalla disperazione e dal tedio, ei s'avventa col capo contro quella colonna, ma non riesce a tòrsi la vita, lasciatagli in punizione. L'Ebreo Errante, che, se non altro, può correre a suo talento il vasto mondo, è assai meno infelice di lui. E gl'Italiani collaborarono in modo notabile alla leggenda di Maometto, la quale, per ragioni facili a intendere, fu una delle maggiori del medio evo, e diffusissima per tutta Europa; e così ancora collaborarono alla leggenda di quel Prete Gianni, che governava nell'India remota, e poi nel cuore dell'Africa, un vastissimo impero cristiano, pieno di meraviglie, e aveva tanti tesori quanti gli storici e i viaggiatori non ne potevan descrivere, e di cui leggevansi in tutte le lingue d'Europa, l'epistole scritte a papi, a re, a imperatori. In sul principiare del secolo XVI, o poco innanzi, Giuliano Dati fiorentino scriveva ancora della magnificenza di lui un poemetto in ottava rima, e Lodovico Ariosto lo introduceva, sotto il nome di Senapo, nell'Orlando Furioso.

Durante tutto il secolo XIV vi furono in Italia scrittori e ripetitori di leggende. Crescono allora di numero, si variano di colore e di profumo, que' Fioretti di San Francesco, che, dopo avere innamorate di sè tante anime pie, innamorarono pure tanti studiosi di nostra lingua; e nasce la leggenda di Santa Caterina da Siena. Nel secolo precedente, un domenicano, che fu vescovo di Genova, Giacomo da Voragine, aveva raccolto in un libro latino, divenuto presto famoso, e intitolato Legenda aurea, una gran quantità di leggende di santi, attingendo con ingenua e dilettosa credulità a fonti disparatissime; nel secolo XIV molte di quelle, e altre assai, similmente latine, si recano in volgare, si mettono talvolta in versi; e recansi in volgare, non si può dire con sicurezza da chi, le antiche Vite dei Santi Padri nel Deserto. I predicatori, dal pulpito, confortano con esempi tratti da leggende gli ammaestramenti loro, sebbene non con la frequenza e copia che si veggono usate dai predicatori d'oltremonte. Gli scrittori ascetici spargono di leggende, intese a edificare o intimorire gli animi, i loro scritti. Parecchie, alcune delle quali assai notabili, se ne leggono nello Specchio di vera penitenza di Frate Jacopo Passavanti, e parecchie nelle opere di Fra Domenico Cavalca. Nel Fiore di Virtù, opera di uno sconosciuto, trovansi mescolate ad alcune, che più propriamente si direbber novelle, alquante leggende. Altri libri di quel tempo, come il Fiore de' filosofi, il Fiore della Bibbia, il Fioretto di cronache degl'imperadori, il Fiore d'Italia di Frate Guido da Pisa, la Fiorita di Armannino Giudice, il Libro imperiale, il Libro dei Sette Savii, son pieni di varie leggende; e qualcuna pur se ne trova in quel fastidioso romanzo ch'è l'Avventuroso Ciciliano attribuito a Busone da Gubbio, e molte ne riferisce succintamente, in quel suo fastidioso poema del Dittamondo, Fazio degli Uberti.

Il diavolo che tanta briga diede nel medio evo, ne diede agl'Italiani, parlando in generale, assai meno che ad altri popoli cristiani, e non ingombrò così fieramente gli animi qua come fece altrove, nè li empiè di tante immaginazioni e di tanti terrori; e noi non abbiamo, nella letteratura nostra, libri che possano fare degna accompagnatura ai molti stranieri, ove non d'altro quasi si parla che della sua tristizia, male arti e scellerate imprese, e dei modi che tiene in conciare chi gli capita finalmente tra l'ugne. Ma non mancano nemmeno da noi le leggende diaboliche, e un nostro monaco agostiniano, che visse gli anni suoi migliori nel secolo XIV e morì nel susseguente, Fra Filippo da Siena, ne raccolse parecchie, insieme con più altre di vario argomento, in certo suo libro cui pose titolo Gli assempri. Quivi si legge di mali cavalieri, e di pessimi religiosi, e di usurai, e di mercanti, e di giocatori, portati via dai diavoli, quando in anima soltanto, e quando in anima e in corpo, e talvolta strozzati; e di diavoli infelloniti, che invasero una chiesa dov'era stato seppellito un malvagio uomo, e la empierono di romore e di tempesta, “e quando parevano cavalieri che giostrassero, e quando parevano uomini che combattessero con le spade in mano, e quando parevano animagli ferocissimi che rabbiosamente con mughi dolorosi s'accapegliassero insieme„, tanto che fu forza disseppellire quel maledetto corpo, e trarlo di chiesa, e interrarlo nell'orto, dopo di che s'ebbe pace. E quivi ancora si legge la paurosa istoria di una nobil donna sanese, molto vaga di sua bellezza, e dello adornarsi, la quale lisciata e acconcia una volta dal diavolo, apparsole in sembianza di cameriera, diventò così scura nel volto che nessuno la poteva guardare senza tramortire dallo spavento, e colta da una febbre continua, senza più potersi riavere, in tre dì venne a morte: e la storia di due genitori mal consigliati, i quali, avendo un loro figliuolo ammalato, permisero, per farlo guarire, che una pessima incantatrice l'offrisse al diavolo: e la storia di un soldato tedesco in Lombardia, ch'ebbe in prestito dal diavolo tremila fiorini d'oro, e non potendoli rendere in capo di tre anni, com'era il patto, fu vivo vivo portato via dal suo creditore all'Inferno; e la storia d'un altro soldato tedesco, il quale, per avere dal diavolo certa quantità di denari, gli cedette una sua figliuola, bellissima e di ottimi costumi, che poi fu salva, e il padre similmente, mercè l'ajuto della Vergine Maria.

Moltiplicavano in pari tempo, a cura di altre anime devote, i Miracoli della Vergine, e moltiplicavano i contrasti fra Cristo e Satana, fra Satana e Maria; e il celebre giureconsulto Bartolo da Sassoferrato dettava in latino un Trattato della questione ventilata innanzi al Signor Gesù Cristo fra la Vergine Maria da una parte e il diavolo dall'altra.

Andarono ancora moltiplicando in quel secolo le storie e le novelle cavalleresche, quali in prosa e quali in verso. I così detti Cantari, fattura di poeti popolari, tennero viva fra il popolo la memoria degli eroi di Francia e di Brettagna e di Grecia e di Roma: divulgarono i casi d'innamorati celebri, e avventure romanzesche di più maniere. Antonio Pucci, fiorentino, che di fonditor di campane diventò banditor del Comune, ebbe a comporne parecchi. L'istoria di Apollonio di Tiro, L'istoria della Reina d'Oriente, Madonna Lionessa, il Gismirante, e fors'altri ancora. Il già ricordato Andrea da Barberino rinarrò nel volgar nostro più storie romanzesche francesi, e narrò, non sappiamo se traendola dal suo capo, o d'altronde, la storia, pur ora da me nominata, di quel Guerin Meschino, che distrusse in guerra tanti Turchi e Saracini, liberò tante città assediate, soccorse tante regine strette da' nemici, e viaggiò le più remote contrade della terra, popolate di mostri, e scese, oltrechè nell'antro della Sibilla, anche nel Pozzo di San Patrizio, e nel fondo dell'Inferno, e ritrovò dopo molt'anni e infiniti travagli, i genitori, da' quali era stato separato bambino.

Appare da quanto sono venuto dicendo che gl'Italiani ebbero, contrariamente alla opinione di molti, una letteratura leggendaria abbastanza copiosa e abbastanza variata; ma rimane pur sempre vero che quella letteratura può dirsi scarsa a paragone di altre, pur leggendarie e che per molta parte essa è formata di elementi non nostri. Ora le ragioni di tale scarsezza sono in sostanza quelle stesse le quali fan sì che le leggende, sieno sacre, sieno profane, dileguino dalla coscienza e dalla letteratura nostra un pezzo prima che dalla coscienza e dalla letteratura di altri popoli d'Europa. Le leggende già impallidiscono nel cielo d'Italia, e già tramontano, mentre in altri cieli sono ancora assai alte e brillano di tutto il loro prestigioso splendore. Nè poteva avvenire diversamente. Quelle medesime cause, alcune più prossime, altre più remote, le quali dovevano, in Italia, prima che altrove, condurre alla nuova coltura dell'umanesimo, iniziare il Rinascimento, mutare le condizioni del pensiero e della vita, dovevano pure contrastare a una produzione di leggende molto copiosa, e sollecitare la sparizione di quelle che s'erano venute via via producendo. L'umanesimo, contraddistinto, sino da' suoi principii, da un nuovo spirito di esame e di critica, avversa, insieme con molte altre cose della precedente età, anche le leggende, nate di credulità e di errore. E notisi che le leggende ascetiche, le quali sono tanta parte delle leggende medievali, in Italia malamente potevano allignare; non solo perchè la qualità del nostro cielo, e la natura delle nostre contrade, e l'indole del nostro popolo, non si accordano con ciò che in molte di esse è di tetro e di terribile; ma ancora perchè col carattere loro più consueto non si accorda, generalmente parlando, la qualità del nostro sentimento religioso, il quale non è, di sua natura, troppo contemplativo o fantastico, e piuttosto che perdersi dietro alle vane immaginazioni, tende alle utili riforme, e di rado si fa cupo e doloroso. Le Danze macabre, o Danze della Morte, una delle più fosche e terribili creazioni dell'ascetica fantasia, ebbero in Italia pochissimo favore. San Francesco, che raccomandava a' suoi seguaci la giocondità e la serenità dell'anima, e la piena affidanza in Dio Padre e in Cristo Salvatore, non poteva essere gran fatto amico delle paurose visioni e delle innumerevoli leggende infernali e diaboliche.

Se molte leggende sono ancor vive in Italia nel secolo XIV, sono pur molti i segni dell'affievolirsi loro e della prossima sparizione.

I cronisti nostri non furono in nessun tempo così vaghi di finzioni come quelli d'oltralpe, e nei libri loro i cercatori e gli studiosi di leggende poco trovano da raccogliere. Noi non abbiam nulla che possa, per questo rispetto, stare a paragone delle Cronache di Elinando, di Vincenzo Bellovacense, di Guglielmo di Malmesbury, e di molte altre, francesi, inglesi, tedesche. Nel secolo di cui discorriamo c'è ancora qualche cronista favoloso, come Bonamente Aliprando e Giacomo da Acqui; ma è nata oramai la storia vera; e sebbene il Machiavelli e il Guicciardini sieno lontani ancora, pure già si scorgono i segni di quello spirito pratico e indagatore che sarà il loro spirito. A poco a poco la storia distoglie l'occhio dal mondo di là, e lo fissa sul mondo di qua, e comincia a penetrare il segreto delle umane vicende, e a discernere le forze che le promuovono, e a intendere le leggi che le governano. Giovanni Villani non manca di religione, e crede ai segni e ai portenti che prenunziano l'avvenire; ma il suo spirito non corre, di solito, dietro ai fantasmi; anzi è tutto volto alla sua città, al suo popolo. Egli s'industria di mostrare altrui il modo e le ragioni del loro crescere e del loro scadere: studia il meccanismo di quel mutabile reggimento, rileva e descrive le congegnature della pubblica vita, specifica le entrate e le spese, forma il bilancio, accerta il debito pubblico, osserva il moto della popolazione, narra rovesci economici, enumera le arti e le industrie, ragionando di lor condizioni; pone, come giustamente fu detto, i fondamenti della statistica. Qua e là, nel corso della lunga e minuta sua narrazione, riferisce qualche rara leggenda, come quelle già ricordate delle origini di Fiesole e di Firenze, o quella di Gog e Magog, e alcuni miracoli accaduti a' suoi dì; ma le favole non trovano in lui facile credenza; e quando viene a discorrere, in principio del terzo libro, di quell'antico simulacro di Marte che i Fiorentini credevano essere presidio della loro città, e che dopo esser rimasto sommerso in Arno più secoli, fu posto, al tempo di Carlo Magno, su una pila, ove ora è Ponte Vecchio, egli dice risolutamente: “grande simplicità mi pare a credere, che una sì fatta pietra potesse ciò adoperare; ma vulgarmente si dicea per li antichi, che mutandola convenia che la città avesse mutazione„. E come avrebbe potuto avere l'animo inclinato alle favole quel Dino Compagni, cui lo spettacolo della città partita empieva di così vivo rammarico e di così generoso sdegno, e che in procacciar la concordia de' male avvisati cittadini spendeva tutto sè stesso? La turbolenza e il periglio continuo della vita reale nelle città nostre, le passioni prosciolte e gl'interessi molteplici in contrasto, dovevano distogliere di necessità le menti dalle finzioni e dai sogni. E già nella coscienza degli uomini meno colti certi temi tradizionali di visione o di leggenda venivano rimettendo alquanto del loro carattere pauroso, e si piegavano a interpretazioni e a propositi che dovevano a poco a poco alterarne profondamente lo spirito. Narra lo stesso Giovanni Villani che nel maggio del 1304, essendo in Firenze il Cardinal da Prato, con buona speranza di metter pace fra i cittadini, si fecero le compagnie e le brigate de' sollazzi, in più parti della città, a gara l'una contrada dell'altra, e quei di Borgo San Friano, i quali avevano per antica usanza di fare più nuovi e diversi giuochi, si mandarono un bando per la terra, che chi volesse sapere novelle dell'altro mondo dovesse essere il dì di calende di maggio in sul ponte alla Carraja e d'intorno all'Arno. E fecero di palchi, sopra barche, una immagine dell'Inferno, piena di diavoli, e di anime dannate, e di fuochi, e di varie qualità di tormenti, sicchè parea odiosa cosa e spaventevole a udire e vedere. Al quale nuovo giuoco trasse sì grande quantità di popolo, che, sfasciatosi il ponte, il quale era ancora di legname, molti annegarono, molti rimasero guasti della persona, di modo che, nota lo storico, il giuoco da beffe tornò a vero.

*

I gran moti religiosi dei due secoli precedenti, dei due secoli che avevano veduto Gioachino di Fiora, e le torme dei flagellanti, e gli apostoli dell'Evangelo eterno, s'erano andati a mano a mano chetando. Nasceva Caterina da Siena; ma l'opera di san Francesco isteriliva; e uno spirito laico, indocile ed irrequieto si diffondeva allo intorno e sormontava. Era nato in alcuni spiriti il concetto di una scienza autonoma, libera de' suoi movimenti; di una verità procacciata direttamente col mezzo della osservazione e della ragione, e tolta alla perigliosa comunanza delle credenze indiscusse, delle immaginazioni e delle favole. Già Federico II, grande avversario della Chiesa, cinto di dotti, avido di sapere era stato sperimentatore appassionato, e talvolta, feroce. Quel malavventurato di Cecco d'Ascoli, che qua in Firenze finì la vita sul rogo, e di cui la leggenda ebbe a narrare, indi a poco, un patto stretto col demonio e l'inganno sofferto, rimproverando a Dante le meraviglie e i miracoli della Commedia esclamava nell'Acerba:

Qui non se canta al modo del poeta

Che finge emmaginando cose vane

. . . . . . . . . . . . . . . .

Qui non si sogna per la selva obscura

. . . . . . . . . . . . . . . .

Lasso le ciance torno su nel vero:

Le favole me fo sempre inimiche.

Parole che molto dicono e più lasciano intendere.

Che alle leggende, più specialmente se ascetiche, dovessero poi essere avversi, in particolar modo, gl'increduli, dirò così, di professione, come Guido Cavalcanti (se di lui si sa il vero), e i seguaci di quella setta degli Epicurei, ricordata da Fra Salimbene e da Dante, alla quale aveva appartenuto Federico II, e, stando al giudizio di alcuno, anche Manfredi; setta che negava, in sua dottrina, la immortalità dell'anima; s'intende facilmente, come pure s'intende che non dovessero troppo curarsene i compagni di certe brigate sollazzevoli, sorte nelle città prosperose, arricchite dai commerci e dalle industrie, quali erano que' giovani della brigata spendereccia in Siena, che, messe in denaro tutte quasi le loro sostanze, e fattone un cumulo di dugentomila ducati, in termine di venti mesi li ebbero consumati, e rimasero poveri. I nostri viaggiatori esploravano intanto le più remote regioni dell'Asia, e vedevano dileguarsi dinanzi agli occhi le infinite meraviglie di cui già la fantasia degli antichi le avea popolate, sebbene non lasciassero di riferirne qualcuna. Marco Polo è un osservatore di prim'ordine, che studia i costumi delle genti da lui visitate, intende le ragioni della prosperità o dello scadimento degli Stati, descrive le merci ed i traffici e non bada, o di rado bada, a leggende e a portenti.

Francesco Petrarca fu detto il primo dei moderni, l'iniziatore dell'evo moderno, e non senza verità, sebbene non senza esagerazione. Meno che per la fede, e per l'indole del sentimento religioso, si può dire che per tutto il resto egli sia in contraddizione col medio evo, da cui esce, e che sembra chiudersi dietro di lui. Il suo è uno spirito di poeta e di critico al tempo stesso. Egli non serve nè all'autorità, nè alla tradizione, sebbene non manchi verso di esse del dovuto rispetto. Nessun uomo, in tutto il secolo, è più spregiudicato, più libero di mente di lui. La fede non uccide, nè comprime in lui la ragione, che si rafforza del sapere. Miracolo quasi unico, non pure in quel tempo, ma in tutti i tempi, egli è, quasi affatto, scevro di superstizioni. Deride l'astrologia, e ai sogni non crede, sebbene di due ch'egli ebbe narri i fatti esser seguiti poi come da quelli eragli stato mòstro. Quando il certosino Gioachino Ciani, in nome di un suo compagno di convento, poc'anzi morto in odore di santità, ammonì il Boccaccio che si ravvedesse, e facesse ammenda de' suoi trascorsi, se non voleva morire in breve, fu il Petrarca quegli che confortò l'autore del Decamerone, tutto sgomento di quella minaccia, e lo esortò a non darvi fede così alla leggiera, perchè poteva ben esserci inganno sotto.

Si capisce come il Petrarca, con tale indole e qualità d'ingegno, non dovesse essere troppo corrivo in accettare leggende; anzi dovesse averle piuttosto in dispregio, o cercare di trarne fuori, con l'ajuto della critica, quel tanto di verità che potessero contenere. E di ciò fanno prova gli scritti suoi. Nel libro secondo del trattato Della vita solitaria, egli riferisce parecchie leggende di santi; ma non senza esprimere alcuna volta un dubbio sulla loro veracità, o accennare a contraddizioni o ad errori. In una delle sue lettere familiari, scritta a Francesco, priore dei Santi Apostoli, egli narra come trovandosi un giorno nel convento di San Simpliciano, presso Milano, gli fu fatta vedere da que' monaci una Vita di esso santo, piena di cose alterate e di confusione, e va in collera contro lo scrittore di essa, e la vita del santo narra poi egli stesso sommariamente, in modo conforme a verità. In altra lettera sua, ch'è pure tra le familiari, scritta al cardinale Giovanni Colonna, abbiamo un altro esempio che merita d'essere ricordato. Nella città di Aquisgrana, dove capitò durante una delle molte sue peregrinazioni, egli udì narrare ai preti di quella cattedrale una strana novella. Carlo Magno s'era così perdutamente innamorato di una donna di bassa condizione, che non si scostava più un'ora da lei, e per lei trascurava i più gravi negozii dello Stato. Accadde che questa donna infermò e morì; ma non perciò mancò la passione dell'imperatore, il quale, come affascinato, continuò ad amare quel corpo senza vita, da cui più non voleva staccarsi. Una rivelazione del cielo fece avvisato di qualche frode un vescovo, il quale, approfittando di una breve assenza dell'imperatore, esaminò il corpo, e trovato sotto la lingua un anello magico, ch'era cagione del fascino, lo tolse. Incontanente Carlo cessò d'amare la morta, ma prese ad amare il buon vescovo, il quale non poteva più muover passo senz'averlo alle calcagna. Questi per liberare l'imperatore e sè stesso, e prevenire guai maggiori che avrebbero potuto succedere, gettò l'anello in un lago presso Aquisgrana; ma l'imperatore allora s'invaghì di quel lago, per modo che più non volle partirsene, e in Aquisgrana fermò la sua residenza, e quivi ordinò che i successori suoi fossero incoronati. Il Petrarca rinarra la novella, che dice d'aver poi anche letto in alcuno scrittore, ma non vi dà nessuna fede. La chiama una favoletta non ispiacevole; ricorda altre favole soggiunte da que' preti, le quali egli, nè può credere vere, nè stima che si debban ripetere; e da ultimo chiede scusa all'amico, se non potendo formar la sua lettera di cose serie, la formò di fanfaluche. Quella favoletta, che in più diversi modi trovasi riferita da scrittori del medio evo, vive ancora in Aquisgrana, nella tradizion popolare.

Che il Petrarca, primo degli umanisti e studiosissimo dell'antichità romana, non potesse credere le molte favole ch'erano corse, e ancora correvano, intorno a parecchi dei grandi scrittori latini, è cosa che non parrà strana a nessuno. Richiesto una volta da re Roberto di Napoli che cosa ei pensasse della magìa di Virgilio, rispose risolutamente avere il tutto in conto di favola inetta e di sogno.

Io non dirò col Settembrini che dal Boccaccio abbia principio un'era nuova, il terrore cessato, cominciato il riso e lo scetticismo; nè col De Sanctis che dal Boccaccio abbia principio a dirittura un nuovo mondo; ma bene dirò che l'autor del Decamerone fu uno spirito disinvolto e spregiudicato, amabilmente scettico e beffardo, niente devoto della tradizione, poco rispettoso dell'autorità, aperto assai più alle impressioni della vita reale, di cui fu dipintore insuperato, che non ai sogni della leggenda e alle ubbie del soprannaturale. In alcune parti egli vince, quanto a libertà di spirito, almeno negli anni suoi migliori, lo stesso Petrarca. Chiunque abbia letto il Decamerone può farne fede. L'inclinazione che il Petrarca ebbe naturalmente all'ascetismo egli non ebbe mai, nemmeno in vecchiezza, dopo che si fu ravveduto e pentito. Ebbe, gli è vero, alcune superstizioni, ma le più in sul tardi, quando già era molto mutato da quel di prima, e col vigor della mente gli si era scemata l'antica baldanza. Da giovane credette un po' ai sogni; ma quante più son le cose alle quali le sue novelle mostrano ch'ei non credette punto! Non credette alle virtù mirabili delle pietre preziose, di cui tanti, a cominciar dagli antichi, avevano scritto, e a cui non pochi dovevano credere ancora dopo di lui, tra gli altri Marsilio Ficino e Giambattista Porta; non credette alle malìe e agl'incanti; non ai fantasmi; perchè non si ride, così com'ei fa, delle cose cui si crede; e in materia d'amore, egli che ne fu intendentissimo, non ebbe fede alcuna nei filtri e nei brevi magici, ma solo nella gioventù, nella bellezza e nella grazia. E chi più di lui, e meglio di lui, derise i falsi santi, le false reliquie, i falsi miracoli, temi consueti di tante leggende? E chi lo agguagliò nel mettere in canzone le astinenze, le macerazioni e la santa vita di certi anacoreti? Veggasi l'uso che nella novella di Rinaldo d'Asti egli fa di una leggenda celebratissima, non meno divulgata in Italia che fuori, la leggenda di san Giuliano lo Spedaliere. E non è forse la novella di Ferondo, che vivo vivo fu messo in purgatorio, una satira delle visioni e dei viaggi nel mondo di là? e la novella di quel Tingoccio Mini, che si lasciò vedere, dopo morto, al compagno, una canzonatura delle apparizioni? e la novella di Maestro Simone che volle esser fatto della brigata che andava in corso, una salatissima parodia di tutti gli stregamenti, di tutti gl'incantesimi, di tutte le diavolerie? Ma dove forse il Boccaccio mostra più aperto il modo suo di sentire e di pensare rispetto alle leggende, si è nella novella di Nastagio degli Onesti, la quale essendo in origine, come tuttavia può vedersi nei racconti di Elinando e del Passavanti, una delle più fosche leggende ascetiche del medio evo, diventa sotto la penna dell'innamorato novellatore una storia molto profana, da cui si tragge questa curiosa e memorabile moralità, che chi si mostra duro e sconoscente in amore convien che paghi poi l'error suo, nel mondo di là, con atroci castighi.

E gli altri novellieri di quel secolo, venuti dopo il Boccaccio? Franco Sacchetti non ha neppure una leggenda mista alle sue novelle. Ser Giovanni Fiorentino ne reca alcune, perchè, pur di dar modo di cicalare a quella sua coppia scipita d'innamorati, e' toglie ciò che gli viene alle mani. Ser Giovanni Sercambi ne narra parecchie; alcune profane, quali son quelle degl'inganni fatti da donne a Virgilio e ad Aristotele; altre devote, come quelle del Re Superbo, e quella di un conte di Francia, che fece un patto col diavolo, e fu portato per aria all'Inferno. Ma non si capisce se egli, che è di tutti i novellieri italiani senza paragone il più laido, e ruba al Boccaccio la novella di Rinaldo d'Asti e l'altra di Ferondo, parli proprio sul serio, quando narra di un conte di Brustola, che, soccorso dalla Vergine, di cui era devoto, potè scampare dalle mani del diavolo, e riferisce un colloquio in versi che un ebreo di Roma, il quale poi si convertì, ebbe in una chiesa con una immagine della Madonna; giunti poi a certa novella ove racconta del modo tenuto da san Martino per punire un prete disonesto, e tutelare l'onor di un marito, ciò che sopratutto si capisce si è che il tempo delle pie leggende è passato per sempre.

E non delle pie soltanto è passato il tempo. L'umanesimo vien premendo e ributtando anche le profane, e più specialmente quelle che avevano argomento da persone, cose e fatti dell'antichità classica. L'antichità, che durante il medio evo era rimasta come velata agli occhi degli uomini, ora comincia a disvelarsi, a lasciarsi vedere qual fu veramente. Le favole nate da ammirativa ignoranza, o da terrore, a poco a poco dileguano. Gli eroi, i re, gl'imperatori, i poeti, i filosofi depongono le maschere e le bizzarre vesti della finzione, e racquistano a mano a mano l'antica figura. Le sacre mura di Roma scuoton da sè quella rigogliosa vegetazion di leggende ch'era loro cresciuta addosso. I Mirabilia non si perdono, ma si trasformano. La rinascente dottrina li penetra a grado a grado, e li purga di quelle favole secolari ond'eran pieni: ed ecco venir fuori a lungo andare certi Mirabilia nuovi, che con gli antichi non hanno quasi più nulla di comune. Verso il mezzo del secolo XIV (per quanto si può congetturare) uno scrittore della Curia Romana, e canonico di Santa Maria Rotonda, Giovanni Cavallino de' Cerroni, componeva in latino un libro intitolato Polyhistoria, il quale è, più che altro, un trattato d'antichità romane e, insieme, una descrizione di Roma. L'autore conosceva la Graphia, e senza dubbio anche i Mirabilia, ma di quelle favole non introduce nel suo libro se non pochissime, sebbene nol chiuda ad altre fantasticherie. Nasceva l'archeologia scientifica, e già non erano lontani Poggio Bracciolini e Flavio Biondo.

Tutto volto all'antichità, innamorato dell'arte antica e pieno ormai del suo spirito, l'umanesimo avversa ancora quell'epiche leggende, che, maturate nella oscurità e nella confusione dei tempi di mezzo, porgevano materia a indigesti romanzi in prosa e a popolareschi cantari, composti senz'arte e nudi d'ogni eleganza. Dante aveva giudicate bellissime le favole del ciclo di Artù; ma il Petrarca, che, quando volle fare un poema epico, andò a cercarne il soggetto nelle istorie di Roma antica, il Petrarca ne parla con manifesto disprezzo, non nato di sole ragioni morali, quando, descrivendo in uno de' suoi Trionfi la lunga processione de' prigionieri d'amore, fa che il misterioso amico che lo ammaestra prorompa in quelle parole:

Ecco quei che le carte empion di sogni,

Lancilotto, Tristano e gli altri erranti,

Onde convien che 'l vulgo errante agogni.

E con manifesto disprezzo accenna ai rozzi cantari Franco Sacchetti, quando, narrata quella novella del fabbro che cantando, come si canta uno cantare, alcun pezzo del poema di Dante, ne tramestava e sconciava i versi, onde il poeta, per castigarlo, gli buttò sulla via tutti i ferri e gli arnesi che aveva in bottega, soggiunge: “Il fabbro gonfiato, non sapendo rispondere, raccoglie le cose e torna al suo lavorio; e se volle cantare, cantò di Tristano e di Lancelotto, e lasciò stare il Dante.„ Ormai le vecchie leggende epiche avevano smarrito il vero e proprio carattere di leggende, e divenivano una materia tutta mobile e fantastica, senza radici nella credenza e nel sentimento, e preparata a trasformarsi in pura materia d'arte e, all'occorrenza, di beffa. Pochi anni ancora, e nascerà, qua in Firenze, Luigi Pulci.

Ecco principia nuovo secolo, appar nuovo dì, e le leggende tramontano. Tramontano le colorite leggende che avevano constellato il nostro cielo, e illuminate di fantastica luce, per lungo volger di tempi, le vie della vita, e penetrate le anime dei loro influssi, e scaldatele del loro calore. Tramontano, ma non si spengono. Come astri dilungatisi nelle profondità dello spazio, esse brillano ora in più recondite plaghe. Gli occhi delle moltitudini più non le scorgono; ma le scorgono i dotti; e figgendo in esse lo sguardo e la mente scrutano e intendono nel lume e nella natura loro non piccola parte della vita che fu, non piccola parte della grande e immortale anima della umanità.

GLI ARTISTI PISANI[12]

DI
DIEGO MARTELLI

Donne gentili, cavalieri cortesi,

Fra le grandi scoperte di questo secolo ne è stata fatta una che si attaglia meravigliosamente al caso mio. Questa scoperta consiste nel pensare, come dall'alto di una piramide, si vedono le cose in modo assolutamente diverso da quando, dalla base si guarda di sotto in su. Difatti, ora che io mi trovo appollaiato su questo pinnacolo, sento tutta la responsabilità dell'opera, alla quale mi sono accinto; opera che mi pareva possibile quando ero alla base della piramide summentovata. Ora mi accorgo della pochezza mia, specialmente riflettendo agli illustri uomini che mi hanno preceduto, ed agli illustri che dovranno venire dopo di me. Io mi paragono ad un povero cantastorie orecchiante, ad uno zufolatore qualunque, messo al confronto dei più egregi contrappuntisti, dei divini strumenti di Paganini e di Sivori; piaccia alla bontà vostra che questo zufolo rusticano, non debba far la fine delli zufoli di montagna.

Dovendo dire dei grandi artisti, che nei primordi del risorgimento italico illustrarono e Pisa patria loro, e l'Italia tutta, io credo che si debba tornare, per così dire, un passo addietro, e mettersi bene in mente la situazione artistica, nella quale si trovava la società quando essi sorsero, ed i fatti che li precedettero. Per questa ragione mi sono domandato, se quello che usiamo chiamare bizantinismo — parola che sta a rappresentare il disprezzo delle generazioni successive e più colte, per un'epoca di ignoranza e di barbarie — sia veramente un epiteto che torni a capello, e sia per conseguenza una storica verità.

Io francamente non lo credo. Quando un mondo intiero si rinnuova, è quasi una necessità psichica quella di dimenticare le vecchie pratiche, e le vecchie teorie. Mercè lo impulso di certe dottrine e di certi sentimenti dell'anima, nasce, fiorisce e si sviluppa una certa arte. Quando questa ha percorso il suo ciclo, quando, a tempi maturi e maturati, succedono albori e risorgimenti, generati da nuove idee, e più potenti di quelle antiche, necessariamente bisogna, per un certo tempo, dimenticare il vecchio, ricostruire una verginità dell'anima, e trovare forme inusitate che con le antiche non abbiano nulla che vedere. Se penso ai monumenti insigni della epoca bizantina, ai monumenti del quinto o sesto secolo, alla Santa Sofia di Costantinopoli, al San Vitale di Ravenna, al San Clemente di Roma, e cerco in quella età, così poco nota, così poco studiata, di raccorre tutti gli elementi che mi possono dare una idea della potenza intellettiva di quel tempo, io dalla meraviglia sono indotto a credere che il bizantinismo non significhi un'epoca di barbarie, ma piuttosto un'epoca di grandi e splendidi orizzonti, un'epoca eminentemente artistica.

Giorni sono io visitava la biblioteca Laurenziana, nella quale mi era guida amorosa l'amico e compagno Biagi, e trovavo là un codice, che porta la data del 586, ed è per giunta un codice siriaco. Ebbene, se voi vorrete fare, a comodo vostro, una passeggiata in quella insigne biblioteca, se voi vorrete gettare un occhio amoroso su codesto codice, vedrete in quelle miniature, nelle quali manca affatto la bella arte della linea pura pagana, che vi si trova una intensità di sentimento tale, da dovere assolutamente riconoscere che chi dipingeva quelle pagine era un artista, ed un artista potente.

Però non si può disconoscere il fatto storico che angosciava quell'epoca e che si sovrappone alle dispute ed alle sottigliezze dei bizantini, alle aspirazioni ed alla costituzione di tutto il mondo cristiano avvenire; e questo è il rovesciarsi che fecero i barbari incolti sulle nostre contrade, seminandovi la desolazione e la morte.

Ho segnato qui (negli appunti) un brevissimo cenno delle condizioni d'Italia nel 566, e negli anni successivi. Ebbene, nel 566 una orribile pestilenza affligge e diserta quasi la Italia intiera. L'esterminio fu tanto che in alcune città non si vedevano più uomini; solo vagavano cani erranti, in cerca di qualche rimasuglio di cibo. Le messi non furon raccolte, le vendemmie non furono fatte, per mancanza di braccia, e perfino gli animali delle stalle rurali erravano pei campi, perchè non avevano più padrone. Nel 568, come se questa peste fosse stata poca, calarono i Longobardi, e capite che da una peste come quella descritta ad una invasione di Longobardi poca differenza poteva esserci. Nel 569 la carestia infuria, nel 570 una epizoozia orribile attacca gli armenti, cagionando anche negli uomini malattie tremende, fra queste il vaiolo; nel 589 spaventevoli inondazioni funestano l'Italia. Il Tevere straripa, fa guasti di ogni natura; a Verona l'Adige dà di fuori allagando mezza città, dissolve ed impaluda quelle che prima erano fertili contrade, impaludamento aiutato dalla gelosia de' nuovi venuti, e dalla necessità di difesa dei Veneti, rifugiati nelle isole della laguna; e per giunta alla derrata, stormi di cavallette, curiose invasioni di topi, portano dovunque la desolazione a tale, che gli abitanti della etrusca Roselle sono costretti ad abbandonarla, sopraffatti dalla loro molestia. Comprendete che in queste angustie se il sentimento artistico, che pure è forte in alcuni monumenti di quell'epoca, non fosse stato potentissimo, se quella fosse stata un'epoca di vera, di assoluta decadenza, se non ci fosse stato uno spirito nuovo che animava le menti di quegl'infelici, allora si sarebbe proprio potuto dire “Finis Italiæe„ come disgraziatamente è stato detto, in tempi più moderni “Finis Poloniæ„.

Orbene, appena dopo la invasione barbarica si comincia a riorganizzare una forma qualunque di società e di governo, appena si cominciano a raccogliere, per quanto non abbondanti, le messi, dall'ottavo all'undecimo secolo quest'arte si affina, si evolve, si educa, prende forma più gentile e più bella, e abbiamo nel mille una vera efflorescenza artistica. Nel 1071 nasce il San Marco di Venezia, nel 1013 si costruisce per opera del vescovo Ildebrando di Firenze il nostro bel San Miniato al Monte, preceduto dal Duomo di Fiesole e dalla Badia d'Arezzo. Cento e cento sono i monumenti che sorgono e nei quali voi, che siete certamente di buon gusto, non potete negare che una importanza immensa, una immensa potenza rivela il sentimento artistico che li creava; basti nominare fra tutti, da un capo all'altro d'Italia, e il San Marco di Venezia, vero splendore della civiltà cristiana, e l'abbazia di Monreale, monumento insigne, emulo e rivale di quello.

Leggendo di questa celebre abbazia, di questo grande monumento, trovai notato ch'esso è costruito su di una base perfettamente decimale, cioè in modo tale che tutte le proporzioni della basilica sono rappresentate da una funzione di numeri decimali. Vedete che in quell'epoca, che pare così trascurata, non solo la pianta, ma l'alzato eziandio, corrispondono a leggi non esclusive di architettura, ma di numero e di prospettiva. Si credeva e si riteneva, in que' tempi, quello che veramente si deve credere, cioè che l'architettura non è un aggruppamento di masse più o meno con gusto accomodate, come da un tappezziere si accomoda una sala qualunque, ma è veramente una sapiente armonia, una armonia che non ha nulla di differente, nella sua essenza, dalle armonie che si sprigionano dalle sapienti composizioni de' grandi maestri musicali; si può dire che una grande cattedrale, costruita su codesti principii, eguaglia una splendida sinfonia di Beethoven.

L'architettura, dice Victor Hugo, è il vero linguaggio dei tempi che precedono la stampa, ed è per questo che io principalmente di architettura ho voluto cominciare a parlare. Ma se un'arte è potente è egli mai possibile che le altre giacciano nella abiezione della ignoranza? Una cosa è conseguenziale dell'altra, lo scibile si svolge multiforme ma parallelo. In una certa raccolta cromolitografata di monumenti delle province meridionali che si conserva nella biblioteca Marucelliana, fra le altre cose ho trovato un dipinto che appartiene all'undecimo secolo, e rappresenta precisamente Cristo, il quale salva l'adultera dal supplizio. La figura dell'adultera è concepita in un modo, che si potrebbe oggi dire assolutamente moderno. Questa donna guarda il Salvatore, tranquillamente seduto e riguardante lei, con l'aria di chi non si rende ben conto della situazione nella quale si trova. Si comprende in quell'atteggiamento tutta la storia della nuova evoluzione del pensiero. Quella donna conosceva la legge del suo paese, essa era rea confessa, quindi sapeva la morte che l'attendeva; la parola che l'ha salvata non è un vecchio cavillo di giurista o di scriba, è una parola nuova che ha paralizzato tutti quanti. Ai lati si vedono i farisei andarsene guardando torvi il Cristo, come se dicessero “Oggi ci hai assolutamente sconfitti, ma ci rivedremo a suo tempo„; essa invece guarda Gesù e lo guarda in modo, come dire “O che affare è questo?„ C'è un sentimento intimo in quella espressione. Ora questo sentimento di intimità, che è potente nell'arte nostra moderna, e costituisce forse l'unica gloria dell'attuale nostro risorgimento artistico, i bizantini lo hanno posseduto e lo hanno posseduto molti secoli prima di noi. Da questo voi vedete che il bello dell'arte bizantina non va cercato nella esatta proporzione, nella ritmicità dell'arte greca, o greco-romana, che deriva dal solo ed esclusivo sentimento della forma, mentre in questa deriva da un sentimento dell'anima. Noi dobbiamo concedere che essa è un'arte grande, la dobbiamo studiare, e credo di potervi star garante, o signori, che quanto più osserverete le cose di quel tempo vi troverete un gran diletto ed una grande fonte di delizie artistiche.

Leggendo più qua e più là, mi avvenne di trovare questo modo di definire la bellezza, modo esposto da un frate, che ha avuto fama ed ingiustamente di essere nemico delle arti. Questi è frate Girolamo Savonarola che passa quasi per un iconoclasta per i suoi celebri auto-da-fè; se il monaco ferrarese non sentiva l'arte nuovamente pagana, non per questo era meno artista nel suo concetto, e ve lo dice egli stesso con la sua propria bocca in una predica della quale vuo' leggervi un brano.

“Dimmi (sono sue parole) vorrei sapere cosa è bellezza; la bellezza non consiste solo nella formosità di una parte del corpo, ma è una qualità che risulta dalla proporzione e corrispondenza delli membri e delle altre parti del corpo. Non dirai che la tal donna è bella per avere uno bello naso o belle mani, ma quando ci sono tutte le proporzioni. Donde viene questa bellezza? Se vai investigando, troverai che è dall'anima.„

Voi vedete dunque, o signori, che questo mio sentimento era diviso da un grande uomo e grande pensatore già qualche secolo fa!


Passiamo ora a Pisa, giacchè a Pisa dobbiamo venire.

Questa città, o che abbia come alcuni vogliono origine pelasgica o come altri credono ellenica, è sempre fondata da colonie che discesero dalle pendici dei monti dell'Ellade, da remiganti che partiti, in cerca di fortuna, dalle foci dell'Alfeo giunsero alla imboccatura dell'Arno. Quindi fino da' suoi primordi si può assicurare esser questa città di razza forte e gentile. A tempo degli Etruschi, Pisa tenne posto onorato e grande; certamente i suoi navigli quando i Tirreni toscani dominavano, non solo il nostro mare, ma si spingevano fino alle coste della Spagna e dell'Affrica, con alterne vicende furono o alleati o nemici dei Fenici di Cartagine, e tennero alto il nome loro e della loro città. Colonia Giulia ai tempi di Augusto, fu prediletta da Nerone, che la insignì di grandi e cospicui mutamenti, finchè nel 542 fu schiacciata dopo aspra difesa dalle orde dei Visigoti. Pur tuttavia Pisa resiste, e fino dall'epoche più tenebrose del medio evo italico, noi la vediamo costituita come città celebre ed illustre. Nell'ottavo secolo il diacono Paolo legge di grammatica in Pavia e diventa tutore di Carlomagno, che seco lo porta alla sua reggia di Francia, dove è riconosciuto, dal monaco Alcuino, l'altissimo merito di costui. Alle crociate i Pisani presero sempre nobilissima parte, e papa Eugenio III di casa Paganelli, benedettino ed amico di san Bernardo, fu pure pisano. Nel 1017 papa Benedetto mandava legati a Pisa per eccitare i Pisani a cacciare i Saraceni dalla Sardegna; ed i consoli, insieme al vescovo Lamberto de' Lanfranchi, col consenso del popolo, deliberarono di partecipare alla impresa purchè fosse loro consegnato il vessillo di san Pietro. Nel 1114 li vediamo partire per la conquista delle Baleari, ed al Duomo pisano poco dopo mettevano una porta trasportata da Maiorca, trofeo glorioso della loro vittoria. Questa loro campagna fu cantata in esametri, abbastanza degni di questo nome, da un monaco di nome Lorenzo da Verna, nel 1188. Avendo i Pisani in quell'epoca molti e frequenti contatti con Costantinopoli, incaricarono Burgundio, uno de' loro maggiorenti, che mentre andava a ratificare una pace con quello imperatore, verso il 1135, portasse seco il codice delle Pandette che fu il primo codice di leggi romane ritornato in Italia. Esso dal greco lo tradusse in latino, come tradusse in latino le opere di Galeno, tantochè a questo benemerito fu posta sul sepolcro, ancora esistente nella chiesa di San Paolo a Ripa d'Arno, una iscrizione enumerativa delle sue virtù nella quale, non a torto, è chiamato “Doctor doctorum„.

E nell'anno 1202 incipit liber Abbaci compositus a Leonardo filio Bonacci. Questo antico Abbaco, è nulla di meno che la introduzione del calcolo a cifre arabiche o indiche nelle matematiche, e nell'uso comune. Voi capite che, a quell'epoca, una scoperta di cotesto genere equivaleva senza forse alle future glorie del cittadino pisano Galileo Galilei. Finalmente, quando dalla bassa latinità dei tempi scaturisce il nuovo fiore della lingua nostra, nel 1295 troviamo in bellissimo italiano scritto un trattato di pace con Elmiro di Momino re di Tunisi, nel quale si assicurano franchigie e rispetto per terra e per mare ai cittadini della repubblica pisana. Ve ne leggo un piccolo brano perchè questo brano dà una esatta idea della vastità dei domini di Pisa. Ivi al capitolo,

De l'isule de' Pisani.

“Lo quale dominus Parenti disse e ricordone lo confine delle terre loro le quali messe sono in questa pace e le quali sono in terra ferma et grande, cio este dallo Corbo infine a Civitavecchia et l'isule le quali sono in mare, ciò este tutta l'isula de Sardinia et castello di Castro et isula di Corsica et l'isula di Pianosa, d'Elba, et l'isula di Capraja e l'isula di Gorgona e l'isula del Giglio e l'isula di Monte Cristo.„


Pure in buon volgare è scritto un diploma di Arrigo re di Gerusalemme e di Cipro, che concede consolato ed esenzioni ai Pisani nel 1291.

Queste erano le condizioni di Pisa dal decimo al tredicesimo secolo, nel quale resistè con diciotto anni di guerre maledette contro la lega guelfa toscana, sussidiata dalla rivale sua Genova. Voi vedete che è già molto che una città che, dopo tutto, conta un numero di abitanti assai limitato che la maggior parte del suo territorio possiede in terreni di conquista, possa in un solo momento raccogliere tanta virtù, potenza e civiltà. Difatti, quando l'impresa di Palermo contro i Saraceni fu condotta a termine, fortunatamente, sorge il gran Duomo, la grande primaziale di Pisa.

Prima di questa già esistevano varie altre chiese più antiche ed aveva Pisa la sua cattedrale nel San Paolo a Ripa d'Arno. In questo noi troviamo il germe, il principio della futura costruzione del Duomo, come in un'altra piccola ed elegante chiesa di Diotisalvi, nella chiesa del Santo Sepolcro, troviamo il germe e l'origine del bel San Giovanni.

Buschetto, che fu l'autore del Duomo, si crede da alcuni che possa non esser pisano; però è molto controversa la cosa, perchè da un certo verso nel quale accenna a Dulichio, ma nel quale si allude anche alla ingegnosità di Ulisse, non si capisce bene se si voglia dare questa isola greca come patria a Buschetto, o se si voglia fare allusione alla sagacia con la quale seppe trovare gli ingegni, difficilissimi per quei tempi, con i quali potè erigere una mole sì vasta.

Il Duomo di Pisa, come tutte le chiese di quel tempo, è per la maggior parte costruito con materiale raccolto dovunque, da edifizi preesistenti. La leggenda vuole che i Pisani dalle loro conquiste portassero quelli immensi blocchi di granito e di marmo. Io propendo a credere, e posso dire, secondo anche il parere di un pisano molto amante delle patrie antichità, l'eruditissimo Pelosini, che questa arte nuova, che non avea più nulla che fare col vecchio, si servisse dei ruderi degli antichi monumenti come di materiale pei nuovi; però, se voi guardate quanta grazia, quanta sveltezza esiste nel modo di combinare quelle arcate, su colonne di diversa grandezza, di accomodare a quelle capitelli di diverso tipo, troverete che se l'architettura non è più la classica, la vecchia architettura pagana, pur tuttavia è certamente una razza greca o derivante dall'Ellade, quella alla quale era dato inalzare, col sentimento rinnuovato e cristiano, un monumento di squisita eleganza come il Duomo di Pisa.

Accanto al Duomo sorse, pochi anni dopo, il San Giovanni, opera di Diotisalvi. A metà della costruzione mancarono i danari; i Pisani non vollero però che il lavoro rimanesse a mezzo, e si quotarono, con una quotazione volontaria, di un soldo d'oro a famiglia. Questo avvenimento ci giova per avere una idea della potenza della popolazione di Pisa, poichè ci resulta che trentaquattromila famiglie danno un minimum di centocinquantamila abitanti nella città. Voi vedete che per una città medioevale, centocinquantamila abitanti, raccolti in trentaquattromila famiglie che volontariamente potevano spendere un soldo d'oro, il numero non è piccolo, e vi dimostra che Pisa era uno dei più grandi empori del Mediterraneo d'allora.

Grande ammiraglio della flotta pisana, non solo, ma anche di tutta la flotta della terza crociata, era lo arcivescovo Ubaldo de' Lanfranchi; nè sembri strano che l'arcivescovo comandasse codesta spedizione, poichè siamo appunto nell'epoca la quale coincide con quel risveglio della latinità, che ebbe pei primi rappresentanti i vescovi, a quel momento della nostra storia che Giuseppe Ferrari chiama rivoluzione dei vescovi, la quale precede la rivoluzione dei consoli. Ebbene, questo fiero arcivescovo, giunto alle coste della Palestina e sbarcato, seguitò gli eserciti di terra comandati, come sapete, da Barbarossa, da Riccardo Cuor di Leone, e da Filippo Augusto re di Francia, e sul Calvario pose la sua tenda. In quel luogo santo per la memoria del Redentore, ebbe una artistica e religiosa idea, pensò che le sue navi eran da tanto che avrebbero potuto trasportare in patria quanta di questa santa terra fosse stata necessaria, perchè i Pisani potessero riposare in quella il sonno della morte custoditi come da una preziosa reliquia.

Alla idea tenne dietro e pronta l'esecuzione; furon caricati i navigli onerari della flotta pisana; nè poco potenti dovevano essere se si accinsero a tanta impresa; e la terra che fu bagnata dal sangue del Giusto fu trasportata nel Camposanto di Pisa.

Reliquia così grande e così singolare doveva essere per certo custodita con molta cura; ed infatti ad un grande artista capitò la fortuna di eseguire la bella commissione, e la santa reliquia ebbe pure la fortuna di trovare un artista degno di lei; per cui nacque l'occasione di uno dei più bei monumenti che mai si potessero immaginare. Infatti se, conosciutene le origini, pensate al Camposanto di Pisa, opera di Giovanni di Niccola Pisano, voi probabilmente sarete con me nel convenire che quel Camposanto ha veramente la forma di un cofano. Ricordatevi dei cofani preziosi lavorati nel tredicesimo secolo, rammentatevi la forma oblunga e semplice del Camposanto pisano, la intonazione di quelle mura rivestite di verrucano, simile all'avorio ingiallito, e troverete che veramente all'esterno esso è tutto semplicità, è come una cassetta nella quale è stato posto questo grande gioiello. All'interno invece il monumento si sviluppa in vaghissimi loggiati; la gemma che si voleva custodire, che si voleva onorare come santo ricordo, non doveva avere esteriorità, era cosa intima, era dell'anima; perchè il sacrato costituito dal rettangolo della terra portata dalla Palestina sta esposto al sole ed ivi fioriscono le primavere, nè ha tettoia come l'hanno i loggiati che lo inghirlandano. In codesto esempio di architettura, come nella loggia dell'Orsanmichele di Firenze, vediamo già gli archi tondi, combinati con parecchie curve che formano l'ogiva; caratteristica specialissima dell'architettura pisana, ed anche in parte dell'architettura fiorentina; la quale non ha mai il sesto acuto gotico schietto ma sempre addolcito e modificato.

Questi i principali architetti ed i più illustri; insieme ad essi Bonanno, autore del campanile, che lavora insieme con Guglielmo d'Innspruck, frate domenicano.

Io non ho tempo nè voglia di farvi dettagli minuti su ciò che vi ho descritto; si possono citare dei passi di uno scrittore, le opere d'arte bisogna vederle.

Accanto a questi artefici delle grandi masse e delle grandi linee, riesciti perfetti, ci sono gli artisti del pennello e dello scalpello e quindi i grandi nomi di Giunta da Pisa, di Niccola Pisano, di Giovanni suo figlio, di Andrea da Pontedera, di Nino di Tommaso figlio di Andrea. Questi sono, ed è naturale, i più conosciuti. Però per quanto si sappia e si creda che il Giunta, amico com'era di frate Elia edificatore del San Francesco di Assisi, certamente vi dipingesse, ciononostante per la gelosia de' Fiorentini, che volle a Pisa togliere ogni gloria in un certo tempo, si contestano a lui molte di quelle pitture attribuendole a Cimabue. Allora la cosa poteva andare, ma oggi che vivaddio ci sentiamo tutti Italiani, non ci importa se l'architettura o la pittura prime risorsero o a Pisa, o a Siena, o ad Arezzo, o a Firenze; rinacquero certamente e risorsero in Italia e ci basta.

Del resto il Giunta fu un grande pittore, e probabilmente iniziò Cimabue nell'arte sua. Nei pressi di Pisa abbiamo una antichissima chiesa forse del nono secolo, il San Piero in Grado. Essa fu costruita usando colonne e capitelli greci e romani, col materiale avventizio che probabilmente si trovava, come abbiamo detto, sparso nei dintorni di codesta località; certo che a quella chiesa i Pisani dovevano dare molta importanza, perchè la leggenda che a quella si collega che narra come san Pietro stesso, navigando per Roma, fosse da una tempesta gettato a codesto lido, e che quivi consacrasse la pietra dello altare, gli attribuisce un carattere molto nobile; di più, questa era la chiesa del porto, e le chiese dei porti in tutti i tempi ed in tutti i porti sono state inalzate con grande magnificenza e custodite con grande riverenza.

La chiesa del porto pisano è anteriore al San Paolo ed è la più grande e la più bella che i Pisani avessero prima del Duomo. Questo è un esempio singolarissimo — sul quale un nostro povero amico, Emilio Marcucci, grande indagatore delle cose di quell'epoca, si affaticava — della pittura murale, che costituisce parte integrante della architettura dello edifizio. Infatti la chiesa di San Piero in Grado, non è, come molte altre chiese posteriori, decorata di pitture murali, distese come arazzi simili a quelli che ornano le pareti di questa sala, delle grandi dipinture cioè che vanno da uno zoccolo poco rilevato dall'impiantito, del monumento che si vuole abbellire, fino alla vetta. La chiesa di San Piero in Grado ha gli archi policromi rossi e bianchi, ha fra gli archi delle decorazioni a colori, sopra la linea degli archi, dei piccoli tabernacoli disegnati con incipiente prospettiva, dentro i quali una sfilata con le immagini policrome di tutti i papi.

Sopra questa, un'altra piccola decorazione a rilievo (sempre dipinta), e, sopra, un'altra grande decorazione a scompartimenti, come generalmente si vedono ovunque, rappresentanti le storie del martirio di san Pietro; dopo queste, salendo, un ordine di finestre e di archi dipinti che non combinano nemmeno con le luci vere della chiesa; ed in queste finestre finte, che costituiscono un ordine di pilastri ed archi policromi vaghissimo, sono accuratamente dipinti gli impostoni di legno ora chiusi ora aperti ed ora socchiusi, e da questi ultimi fan capolino degli angeli, che dal di fuori al di dentro guardano nel Santuario; motivo graziosissimo quanto mai. Questo modo di decorazione è importante per questo, che senza le dipinture la chiesa mancherebbe della principale sua architettura. Questo è un principio generale, contrario a quello degli architetti moderni, che quando hanno costruito una mole qualunque chiamano il primo imbianchino che capita perchè ne faccia quello che li pare (e ciò sia detto fra parentesi).

Di Niccolò Pisano si è voluta impugnare la patria, inquantochè si è trovato un documento delli 11 maggio 1266 nel quale si dice che fra Melano, operaio del Duomo di Siena, Requisivit magistrum Nicholam Petri de Apulia, e siccome fu esso chiamato da re Carlo d'Angiò nel regno di Napoli, dove molte tracce del suo sapere lasciava, si è voluta rivendicare questa paternità alle provincie meridionali, e dalle parole de Apulia desumere che fosse pugliese anzichè pisano. Però il dotto cav. Fanfani Centofanti di Pisa, cercando ha trovato, che Pulia si chiama un sobborgo meridionale della città di Lucca e che esiste una Pulia, borgata Aretina, per cui è probabile che questo nome di Pulia venga da un luogo prossimo a Pisa o per lo meno toscano.

Che le opere principali di Niccolò siano fatte a Pisa, e che abbia vissuto in Pisa, risulta da molti documenti nei quali esso stesso si confessa pisano; esso dice, facendo delle ricevute all'operaio del Duomo di Siena: “Ricevuto pel pergamo io Niccolò Pisano della cappella di San Blasio„ determinando anche la parrocchia ove teneva domicilio. Del resto poi la dicitura Petri de Apulia potrebbe significare che non lui ma il padre suo Pietro fosse di Pulia. Lasciamo andare, è uno dei più grandi artisti che siano mai stati per la forza del sentimento. Le opere che fece sono moltissime.

Trovo qui negli appunti che nelle ricevute fatte da lui dal 26 luglio 1267 al 6 di novembre 1268 a fra Melano operaio del Duomo di Siena che per ben tre volte si sottoscrive: “Ego magister Nicolus olim Petri lapidum de Pissis popoli Sancti Blasii.

Egli oltre il pergamo del Duomo di Siena fece quello del San Giovanni di Pisa, l'Arca del San Domenico di Bologna, lavorò nel 1225 una Deposizione dalla Croce nel San Martino di Lucca, una Madonna con San Domenico per la Misericordia di Firenze e come architetto concepì e diresse i lavori del convento e della chiesa dei Domenicani di Bologna, del palazzo degli Anziani di Pisa, che era dove ora è la scuola normale, sulla piazza de' Cavalieri, fece in Pisa la chiesa e il campanile di San Niccola, la chiesa del Santo a Padova, il San Jacopo a Pistoia, la Santa Margherita a Cortona, la chiesa de' Frari a Venezia e la elegantissima nostra Santa Trinità. Ad Orvieto, coadiuvato da fra Guglielmo, scultore dell'ordine dei Domenicani, lavorò i bassorilievi del Duomo, circa i quali il padre Della Valle, scrittore dell'epoca barocca (e questo va tenuto a mente perchè i barocchi dispregiavano le sculture de' tempi primitivi), si esprime così: “E il marmo dei due bravi Pisani maneggiato con grande eccellenza mi parve parlante, imperioso.„

Questo imperioso io lo trovo bellissimo, inquantochè prova come questi artisti, ad onta della differenza del secolo nel quale lo scrittore parlava di loro, fossero così potenti da imporsi, tanto imperiosamente, che la differenza di scuola non influiva affatto perchè fosse giocoforza riconoscerne la eccellenza. Ora quest'arte che s'impone, che, attraverso i secoli ed i gusti, rimane sempre eccellente, bisogna convenire che è l'arte perfetta, grande per quella virtù dell'anima che il Savonarola ci dice.

Giovanni lavorò quanto il padre, e forse più; fu, come già vi ho detto, l'autore del celebre chiostro del Camposanto di Pisa, lavorò con Andrea e Nino a quel gioiello che è la chiesa di Santa Maria della Spina; e qui voglio affacciare alla mente vostra come le memorie della passione di Cristo e della redenzione del genere umano, si colleghino alla vecchia storia delle crociate pisane. In questa chiesa della Spina si conserva la reliquia di una spina della corona posta in capo a Gesù Nazareno portata anch'essa di Terra Santa, e da questa tradizione si inspirò la bella statua della Madonna che al bambino Gesù, che tiene in collo, porge una rosa. L'arca altare di San Donato in Arezzo è pure lavoro di Giovanni Pisano, e vorrei che voi poteste vedere il restauro e la interpretazione di codesto lavoro fatto dal già rammentato mio amico Marcucci, per capire a quale eleganza sarebbe arrivata quell'opera che rimase incompiuta nelle mani dell'artefice pisano. A quest'arca insigne con Giovanni Pisano lavorarono degli artefici tedeschi, che poi andarono al servizio di papa Bonifazio VIII, che se ne servì lungamente in varie opere, che ora è inutile stare a descrivere. Questo però vi faccia capire come l'arte avesse carattere universale e di una continua corrispondenza di idee da un capo all'altro di Europa. Quando avessi occasione di parlarvi dei primordi dell'arte in Germania, vi farei vedere come l'arte nostra è stata trasportata colà: ci sono alcuni monumenti, alcune sculture che dimostrano questa parentela, questa frammassoneria del genio che dilaga dalle nostre sponde in tutti i climi ed in tutti i paesi.

Nel 1283, Giovanni, chiamato da re Carlo a Napoli, edifica il Castel dell'Uovo; nel 1302 lo vediamo a Carrara per provvedere i marmi per il pulpito nuovo del Duomo di Pisa, assiste alla loro estrazione e ne cura lo imbarco alla spiaggia. Nel terzo pilastro del lato meridionale della Primaziale di Pisa si legge: In nomine Domini amen. Borgogno di Fado fece fare lo perbio nuovo lo quale è in Duomo cominciati corente ani Domini 1302 fu finito in ani Domini corente 1311 del mese di Diciembre.

Pur tuttavia per una scoperta fatta nel 1865 di una iscrizione nello zoccolo dell'ultimo pilastro a destra della facciata del Duomo dove si legge: † Sepoltura Guglielmi magistri qui fecit pergum Sancte Marie, si crede che non sia opera originale di Giovanni Pisano il pergamo di Pisa. Questa opinione però è contestata da dei fatti: primo il carattere della detta iscrizione che non è dell'epoca di Giovanni Pisano, e poi se è detto che Borgogno fece fare un pulpito nuovo pel Duomo, ciò indica che ce n'era uno vecchio; nè è possibile che una chiesa, finita già molti anni avanti, fosse priva del pergamo. Quindi, o che l'autore del vecchio pergamo fosse questo Guglielmo o che la parola pergum vada interpretata diversamente, certo si è che, guardando ai resti, si riconosce evidentissima la maniera scultoria assoluta e decisa di Giovanni Pisano. Questo pergamo fu disfatto e rovinato dopo che la cattedrale di Pisa ebbe a soffrire d'incendio nel 1596, incendio terribile al quale dobbiamo se si persero le belle porte antiche che decoravano la facciata. Le origini di questo incendio furono identiche a quelle che hanno incendiato il Duomo di Siena recentemente. Una padella di stagnino, destinata a servire per i restauri del tetto di piombo, attaccò il fuoco alle travi e fu cagione di questo grave disastro. Però, come il pulpito di Niccolò a Siena, così questo di Pisa ebbe la fortuna di rimanere illeso dai rottami che cadevano dal tetto. Quello che il fuoco non aveva fatto lo fece però la insipienza dei preposti dell'opera in tempi posteriori; il pulpito fu disfatto perchè incomodo, disperse molte sue parti e con alcune rabberciato come oggi si vede. Si deve ad un bravo uomo di Pisa, Giuseppe Fontana, intagliatore amantissimo delle glorie artistiche della città sua, se con una pazienza da benedettino è andato cercando più qua e più là nei giardini privati e nel Camposanto urbano tutte le parti del vecchio pulpito. Queste parti ci sono, esso le ha misurate, sono proprio quelle, le ha rimesse insieme e facendo la proporzione in diminutivo, costruì in legno di sana pianta il modellino del pulpito come esso dovrebbe essere; e se voi andando a Pisa visitate la interessantissima pinacoteca del comune che i Pisani tengono però abbastanza male, troverete il modello di codesto pulpito; vedrete che è una delle più belle concezioni dello spirito degli architetti e scultori pisani. Lì, come in tutte le altre opere loro, l'anima si eleva meravigliosamente, e crea delle linee d'insieme d'una eleganza superba.

Quando Niccola e Giovanni avevano già empito il mondo della loro fama, ser Ugolino, figlio di Nino tabellione di Pontedera, battezzando il figlio col nome di Andrea, segnò la nascita del capostipite di una famiglia di artisti poderosissimi. Esso lavorò, come ho già detto, alla chiesa della Spina, costruì il castello di Scarperia, andò a Venezia e lavorò a varie statue del San Marco e prese parte come ingegnere alla costruzione dell'Arsenale. Prima del 1316 modifica e munisce la cinta delle mura di Firenze e ne costruisce il pezzo che da Porta a San Gallo andava alla Porta al Prato, edifica il torrione della Porta San Frediano, da dove miseramente dovevano dopo, in tempi più funesti, transitare i prigionieri della patria sua. Fu amicissimo di Giotto, mandò per suo mezzo una croce di bronzo al papa ed ebbe quindi, e forse per l'eccellenza di codesto lavoro riconosciuto dai Fiorentini, l'incarico della costruzione della porta maggiore del Battistero fiorentino, alla quale lavorò per ventidue anni. Essa è quella che guarda ora il Bigallo, gareggiando per lo ingegno e per la bellezza, con quelle di Lorenzo Ghiberti. Nel 1317 lavorò a Pistoia, servì Gualtieri duca d'Atene in molte costruzioni e forse anche nel Palazzo Vecchio nostro, ma non per questo cadde in disistima dei Fiorentini, che anzi continuò ad essere, anche dopo la famosa cacciata, uno dei loro capimaestri; tantochè non solo gli dettero la cittadinanza, ma a settantacinque anni quando morì, lo seppellirono onorevolmente in Santa Maria del Fiore.

Fu ad Orvieto e vi scolpì una parte dei bassorilievi della facciata, lavorò alla facciata del Duomo di Siena ed alle formelle del campanile di Giotto; io vi suggerisco di non passare davanti al Duomo senza gettare uno sguardo su quelle formelle, quasi dimenticate, dove voi vedrete specialmente in certe figure rappresentanti l'Architettura e la Matematica, una tale intensità di sentimento, una tale giustezza di movenze dalla quale vi sarà dato arguire quale eccellente artista egli fosse specialmente per esprimere il senso intimo delle cose.

Da lui nacquero Nino e Tommaso, collaboratori nella chiesa della Spina, dove Nino scolpisce la Madonna col San Pietro a fianco, nel quale si dice che il figlio abbia ritratte le sembianze del padre. Più specialmente orafo fu Tommaso, che per commissione del doge dell'Agnello fece il sepolcro di Margherita sua moglie, sepolcro che fu distrutto nell'incendio del Duomo del quale vi ho parlato. Nel Camposanto di Pisa si vede una Madonna in bassorilievo, con quattro santi, con questa iscrizione: “Tommaso figliuolo di maestro Andrea fece questo lavoro et fu Pisano.„ Nino morì nel 1368 ed ebbe compagno di studio quel Giovanni Balducci che scolpiva l'arca di Sant'Eustorgio a Milano.

La scultura, come vi ho detto e avete capito, è largamente rappresentata dai Pisani, che lavorando in materia più duratura hanno potuto lasciare più larga traccia di sè, ma però molti furono anche i pittori, e, per non andar troppo per le lunghe, nominerò soltanto pochi ed uno fra questi principalmente.

Questo tale è l'autore di un ritratto di San Tommaso d'Aquino che si trova nella chiesa di Santa Caterina di Pisa. Codesta pittura è del 1345. Sopra un fondo di cielo stellato, le figure dei filosofi Aristotele e Platone, che stanno ai lati della gigantesca figura del Santo, sono di movenze così giuste, di espressione così esatta, che ci dimostrano che il Traini è certamente uno dei più grandi artisti della sua epoca. Di lui resta anche, nella galleria di Pisa, un San Domenico il quale è degno di stare a fianco del suo collega San Tommaso d'Aquino. Di Francesco Traini poche o punte, oltre questo, sono, che io sappia, le opere che si conoscono.

Jacopo di Niccola detto il Gara di Pisa pittore della scuola di Cimabue, è abbastanza insigne, ma quello che più importa è il Traini che si vuole compagno ed amico dell'Orcagna e che può stargli degnamente a livello.

Nel breviario pisano si fa menzione fino dal 1303 di un Upettino Pisano ottimo dipintore. “Nero Nellus me pinxit A. D. MCCIC„ stava scritto in basso di una Madonna in tavola ora irreperibile della chiesa di Tripalle. Bernardo Nello di Giovanni Falconi Pisano fu allievo dell'Orcagna, e dipinse nel Camposanto le storie di Giobbe, continuando Giotto; e Vicino Pisano fu maestro di pittura e musaico e lavorò nel Duomo, insieme al Gaddi e a Lorenzo Paladini.

Tutta questa grande epopea artistica si svolge in Pisa a' suoi tempi gloriosi, e termina colle sventure di questa illustre città. Noi troviamo, nei ricordi dell'epoca, che molti sono gli artisti che dal di fuori vengono a Pisa per lavorare, ma abbiamo già veduto che molti sono gli artisti pisani che vanno a lavorare in altre parti d'Italia. L'Orcagna lavora a Pisa, Giotto lavora a Pisa, fra Jacopo da Torrita, i Gaddi suoi scolari lavorano a Pisa, di più avete visto Niccola andare a Siena per il pergamo, là incontrarsi con altri e viceversa; cosa che ci dimostra che per quanto gravi fossero gli odii e le cupidigie che spingevano gli Italiani a dilaniarsi fra loro, la comunione del pensiero pure esisteva; in mezzo a queste grandi divisioni l'Italia intelligente lavorava collettivamente per un solo fine.

Difatti, accanto ai grandi artisti della squadra dello scalpello e della tavolozza, noi troviamo anche i grandi artisti della penna, esemplari insigni della lingua nostra, fra questi il Passavanti, il Cavalca ed il primo commentatore della Divina Commedia, Francesco da Buti. Questo è un fatto che deve grandemente consolare perchè fa rimontare l'origine della nostra fratellanza e della nostra comunione spirituale, come nazione, tempi molto antichi e diversi.

Oggi le catene, trofeo odioso che dai Genovesi furono involate al porto pisano, sono tornate nella quiete del sepolcro, segno di pace eterna e solenne, nel bello, nel santo Camposanto pisano, così sieno sepolte per sempre le discordie fra noi; imperocchè Pisa disgraziatamente si tacque quando fu vinta dal tradimento, quando fu vinta dalla sventura, quando Firenze le si sovrappose, la distrusse, la sperperò. Essa risorse a poco a poco al principio dell'età moderna e negli albori di una nuova filosofia, tutta umana, Pisa precorre le città toscane e ci dà Galileo. Così nel 1848 primavera sacra d'Italia (perdonate a me vecchio la quarantottata) manda la sua gioventù universitaria sui campi lombardi dove si affermava, con l'armi in pugno, con l'olocausto della vita, la liberazione della patria.

LA GRANDEZZA DI VENEZIA

DI
POMPEO MOLMENTI

Signore e Signori,

Io non posso oggi parlarvi, se non per incidenza, dell'arte veneziana. Nei tempi della grandezza veneta, lo storico non trova alla gloria dei fatti corrisponder quella delle arti di imitazione. Pure quei due secoli di gloria civile e guerriera hanno in sè tanta ideal luce di poesia da valer bene le opere del pennello e dello scalpello. Io vi discorrerò adunque le ragioni, per le quali a Venezia l'arte tardò ad apparire.

È noto che l'infanzia della singolare città fu piena di varî casi e di sanguinosi avvenimenti. Pure, allorchè la tirannide feudale fiaccava in altri paesi gli animi e gli ingegni, qui, con moti incomposti, se vuolsi, in lotte discordi, si rivendicavano col sangue la patria e l'esistenza, in questo remoto angolo d'Italia si tutelavano i diritti della libertà, prima ancora che sulle balze elvetiche balenassero i primi lampi d'indipendenza!

Alla torbida infanzia succede la gagliarda giovinezza di quella città, che ci ha dato, fra le rivolture italiane, il più alto esempio di libero reggimento, non contaminato per quattordici secoli da invasori stranieri.

È questo il periodo più glorioso della potenza veneziana. Le nebbiose congetture finiscono: incomincia la lucida certezza dei fatti. Cessa la triste notte delle ire e delle vendette, e già rosseggia dei crepuscoli mattutini la gloria del lavoro e della ricchezza. Questo fecondo lavoro, che smaglia le ire delle fazioni, fu veramente il blasone di famiglia del popolo veneziano.

Gli ultimi eredi del nome latino, spinti a salvamento fra le lagune dalla furia dei barbari, ignari di quella potenza morale, che portavano in sè e vigoreggiava nel cimento delle lotte, nell'attrito delle sventure aveano saputo, o validamente combattendo colle armi o destreggiandosi abilmente con arti sottili, allargare il dominio, rafforzare l'indipendenza, instaurare le leggi.

All'impero d'Oriente, a poco a poco si rivolgevano non più come soggetti, ma talvolta come salvatori, tal altra come fieri vendicatori di tradimenti e d'offese, sempre come eguali, ottenendone privilegi e franchigie. Debellarono i pirati e conquistarono l'Istria e la Dalmazia, facendo dell'Adriatico un mare italiano, mentre su tutti i lidi del Mediterraneo era rispettato e conosciuto il vessillo della Repubblica. Parteciparono alle crociate con fervore di credenti e con prudenza di mercadanti, ponendo un freno agli impeti dell'animo colle caute previdenze della ragione, e ottenendo in quelle imprese, generosamente irriflessive, vantaggi ai loro traffichi e quartieri proprî nelle vinte città, dove si reggevano con leggi veneziane. Nelle contese fra il Papa e il Barbarossa furono scelti a pacieri, e finalmente, nel 1204, essi, gli oscuri profughi della laguna, collegati ai più nobili signori d'Europa, piantarono il vessillo di San Marco sulle torri imperiali di Bisanzio.

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Venezia prorompeva a questo tempo in mirabile amplitudine di vita. Ma intanto che i suoi dominii allargavansi e diveniva il più temuto stato d'Europa, si andavano per converso man mano restringendo gl'interni liberi instituti, quasi la gloria delle conquiste e l'accresciuta potenza esteriore richiedessero più salda unità di governo. Quindi, a impedire i voleri superbi di un potente, o i capricci mutabili della folla, s'instituì, verso la fine del secolo XII, il Maggior Consiglio, destinato ad assumere in sè ogni autorità popolare. E in pari tempo si accrebbero i Consiglieri del Doge, i quali formarono il Minor Consiglio, e si tolse al popolo l'elezione del Capo dello Stato, commesso invece ad undici elettori, scelti dal Consiglio Grande.

Durante il ducato di Pietro Ziani, dal 1205 al 1229, Venezia si raccoglie in sè stessa per rafforzare le ottenute conquiste e godere dei passati trionfi.

L'immenso e ricco bottino fatto a Bisanzio, la più lauta preda, al dire del Villehardouin, eroe e storico di quell'impresa, la più lauta preda dalla creazione in poi, era stato per gran parte trasportato a Venezia. Quei tesori, preziosi per arte e per valore, adornavano i pubblici edifici, scintillavano sugli altari, ma brillavano eziandio, con evidente contrasto, nelle modeste case dei rudi e forti guerrieri dell'Adriatico. Imperocchè al lusso s'era fino allora preferito l'utile. Si erano bensì eretti templi, che servivano al fasto e alla pietà, e la dimora sontuosa dei governanti provava la prosperità della patria, ma le private fabbriche conservavano la primitiva umiltà. Qua e là qualche palazzo di pietra, come quelli del Memmi, dei Molin, dei Quirini, dei Dandolo, ma intorno, casupole coperte di paglia, ponti di legno, campi erbosi, canali tortuosi e, per fondo, la melanconica distesa delle paludi.

Strana la rassomiglianza nelle vicende e nei destini dei popoli grandi! Anche Atene, fino ai tempi di Temistocle, vide alzarsi superba solo l'Acropoli, fra le case umili e basse, dimora d'eroi. E la povera abitazione di Temistocle e quella modesta di Milziade, ricorda Demostene nell'orazione contro Aristocrate, rimproverando a' suoi contemporanei d'innalzare palazzi eguali o superiori in bellezza ai pubblici edifizi.

A poco a poco i veneti isolani, fieri delle vittorie, orgogliosi per le ricchezze acquistate, non furono più contenti di vivere con quella modestia, che alla vita civile si richiede. Come più dall'antica semplicità si allontanavano, doveano, insieme colla brama di goder nel presente il passato, sentire il fastidio della patria umile e angusta.

Ad altri lidi tendevano gli animi ambiziosi, e fra le visioni degli antichi trionfi, e nella tristezza del soggiorno fra le lagune, sfavillavano come un sogno incantato il Bosforo e Bisanzio. Fra lo squallore delle paludi adriache s'era fondata la nazionalità, fra la luce dell'Oriente, in regioni gioconde, essa si sarebbe ben svolta in tutta la sua potenza. Le bellezze e le armonie del mondo antico avrebbero potuto ridestarsi al palpito di una vergine e giovane vita.

Non s'era forse maturata al sole d'Oriente la civiltà veneziana? I veneti lari avrebbero ben trovato un luogo degno sulle sponde dell'Asia, fra le ampie palme e i boschi di mirto. Le vigorose audacie di un popolo nuovo avrebbero potuto infonder vita alle squisitezze raffinate di una civiltà moribonda, e la Sirena antica dell'Asia avrebbe potuto, sulle rive scintillanti del Bosforo, accogliere fra le sue braccia la Najade delle lagune. Sarebbe stato doloroso, è vero, lasciar la patria, santificata dai dolori, dalle sventure, dalle lotte, dai trionfi, doloroso abbandonare il tempio dorato del Santo Patrono, intorno al quale si collegava qualche cosa più che non fosse un semplice simbolo religioso, una effusione di anime credenti, il tempio, che non rappresentava solo la fede, ma la patria.

Ma l'Evangelista non avrebbe trovato forse onore di culto e devozione di preghiere anche sotto l'immensa cupola di Santa Sofia, nel tempio meraviglioso, che aveva fatto esclamare al suo fondatore Giustiniano: Salomone io ti ho vinto?

Di tal genere, se non tali appunto, doveano essere i pensieri di molti veneziani, non abbastanza veneziani, da formare il proposito di trasportare a Costantinopoli la sede della repubblica.

Narra uno storico, Daniele Barbaro, come il doge Pietro Ziani, considerando li grandi e mirabili progressi che se avevano fatto in Levante, ghe venne pensiero, che se dovesse andar ad abitar in Costantinopoli, e in quella città fermar e stabilir il dominio dei veneziani. Che proprio al solo doge sia venuta questa idea c'è da dubitare, come è da dubitare (e i migliori scrittori non ne fanno alcun cenno) che tale questione si sia dibattuta in Maggior Consiglio e per un solo voto si sia deciso di rimanere a Venezia. Ma non è da revocare in dubbio che molti vagheggiassero di trapiantarsi sul Bosforo, per ragioni d'ambizione e d'utilità. La leggenda attribuì al doge, a questo capo di uno Stato trafficante e positivo, la difesa delle ragioni di pratica utilità e di maturo senso civile.

Il Doge, dinanzi al Consiglio, fece una triste pittura delle condizioni materiali di Venezia. Essa ci prova quali ostacoli si siano vinti per edificare poi una città di così meravigliosa bellezza. Il Doge disse come Venezia fosse continuamente esposta ai pericoli d'inondazione, ricordò le città vicine scomparse. Quando invece il mare lascia scoperte le secche il fetore è insopportabile. Quel che si consuma in città è portato tutto dal di fuori; nelle paludi non frumento, nè uva, nè legna, non si raccolgono altro che cappe, granzi et altri pesseti malsani e di cattivo nutrimento. Invece a Costantinopoli si sarebbe stati in un paese comodo, fertile, abbondantissimo, dotado de tutte quasi quelle gratie et quei doni che da Dio et dalla natura se possono maggiori desiderar....

Alla prosa dell'utile, rispose la santa poesia della patria, che anche ai popoli più positivi ricorda come un paese non viva soltanto di dovizie e di commerci, ma sì anche di anima e di affetti. La tradizione incarna la religione della patria in un vecchio di molta autorità. Angelo Falier, procurator di San Marco, il quale rispondendo al doge rammentò come in quelle squallide paludi fossero morti e sepolti i padri, e vivessero i figli e le mogli e ogni cosa più caramente diletta.

Aggiunse la desolazione dei luoghi esser stata la causa della forza dei veneziani, spingendoli alla suprema principal industria: la navigazione. E molte altre nobili cose disse.

Rivoltosi poi — così un vecchio cronista, nella sua cara ingenuità — verso un'immagine di Gesù Cristo, con molto patetica preghiera invocò il suo patrocinio; e con le lagrime agli occhi smontò dalla bigoncia. Quinci ballottata la proposizione, di un solo voto venne deciso, e fu il voto della provvidenza, di non fare la proposta emigrazione.

Il voto della Provvidenza? E chi sa? Forse sarebbero nate altre sorti in Europa: forse la potenza musulmana, trovandosi dinanzi la gagliarda gente veneziana, invece che gli avanzi decrepiti dell'impero bizantino, si sarebbe infranta, nè lo stendardo di Maometto sarebbe sventolato sul Corno d'oro.

Ma, anche fra le lagune, Venezia si andava trasformando: un'altra società sorgeva e con essa nuove idee e nuovi sentimenti.

Mentre la luce dei Comuni andava in Italia estinguendosi e incominciavano le Signorie, e tra i papi, anelanti a fondare l'unità teocratica, e i cesari tedeschi, combattenti per la tirannide monarchica, ferveano contese, fra le venete paludi prosperava il più felice Stato della penisola.

Nè fra le prosperità il braccio svigoriva. Pel santo amore di libertà, che, oltre ad interessi commerciali, la stringeva di un vincolo morale ai Comuni italiani, ebbe Venezia gran parte nella prima lega lombarda; a distruggere l'oltracotanza feroce di Ezzelino da Romano, feudatario dell'impero, potè molto Venezia; a debellare i Genovesi, che per abbassare in Oriente la rivale, aveano patteggiato colla perfidia dei Paleologhi, ridivenuti imperatori di Costantinopoli, bastò Venezia; per conservare la supremazia dell'Adriatico contro le gelosie degli Stati confinanti, trovò forze Venezia, che allargò le sue conquiste in Dalmazia; alle scomuniche del papa francese Martino IV, che imponeva ai navigli di San Marco di allearsi coll'armata francese per combattere la guerra del Vespro Siciliano, non badò Venezia.

Nè tante imprese e tanti pericoli la distolsero dall'accorta serenità, con cui ella svolgeva l'elaborazione ultima de' suoi interni ordinamenti politici.

Alla fine del secolo XIII, nel governo veneziano succede una radicale riforma nelle instituzioni dello Stato: l'approvazione della legge proposta dal doge Pietro Gradenigo e comunemente conosciuta col nome di Serrata del Maggior Consiglio, giacchè chi non vi aveva appartenuto nei quattro ultimi anni non poteva più esservi ammesso.

Questa legge, che chiude il periodo democratico, portò anche nel vivere e nelle consuetudini un grande mutamento. I patrizî, che alla ricchezza avevano aggiunto ciò che ne è il compimento, la potenza, incominciarono a formare una casta a sè, lontana dal popolo.

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Ma la riforma del Gradenigo era di lunga mano preparata.

Lo abbiam veduto: fin dal giorno in cui Enrico Dandolo, dopo la conquista di Costantinopoli, prese il titolo di Doge di Venezia, della Dalmazia e della Croazia, Signore di un quarto e mezzo dell'impero di Romania, un grande cangiamento era avvenuto nell'animo dei veneti maggiorenti. È vero: essi curavano più l'utilità della dignità e lasciarono ai Fiamminghi e ai Francesi il titolo imperiale, paghi di accrescere i privilegi commerciali. Anche non chiesero vastità di possedimenti, ma sì, con pratica accortezza, una linea di terra, che dalle isole Jonie costeggiava e dominava tutto il mare fino alla Propontide. Pure, dopo tanta gloria d'imprese, gli animi si cullavano in un compiacimento a cui, come abbiamo detto, non erano estranei il desiderio delle sontuosità di una vita mondana e il sentimento del bello. Infatti Venezia si foggia novellamente.

I Veneziani aveano diviso i pericoli delle battaglie e le glorie del trionfo coi più celebrati cavalieri d'Europa. Pei rudi marinai dell'Adriatico, spiriti pratici che facevano traffichi e leggi, erano spettacolo nuovo certi riti di cortesia e certe gentili usanze, che tenevano in freno la violenza e associavano il culto della donna a quello del dovere militare e della religione. D'altra parte la vita errante e le sue avventure, la vista della natura d'Oriente, eternamente varia e fantastica, adornavano di nuove attrattive queste idee. Però Venezia accolse della cavalleria solo quei sentimenti, che possono anche convenire a popolo libero, ma le cortesie cavalleresche non ammollirono la gagliarda indole natìa. I Veneti rimasero estranei a quell'entusiasmo di galanteria cavalleresca, origine di una poesia di convenute raffinatezze.

E pure, parrebbe, niun aere più del veneziano adatto alla poesia romanzesca. Non ancora, è vero, dalle acque del Canal Grande sorgevano i suntuosi edifizi, sogni di poeta tradotti nel marmo, e nei quali il cesello ruba il mestiere allo scalpello. Ma sulla laguna i tramonti non doveano essere men dolcemente melanconici, nè le notti meno serenamente molli. E per questo i poeti moderni, malati di romanticismo, poterono sognare i dolci canti del trovatore, salienti, nel sereno armonioso delle notti veneziane, al verone della bionda patrizia, e via via tutti i ferravecchi della rettorica medievale al chiaro di luna. No, o signori, troppo fu mietuto dai pittori, dai poeti, dai romanzieri e ahimè! da certi storici nel campo di una Venezia scenografica, convenzionale, malata di scrofola romantica. A noi piace la città vigorosa e sana, ricca di quella gagliarda poesia, che rifugge dalle morbose fantasticherie, e s'inspira così alla sua storia singolare e gloriosa, come al silenzio raccolto delle sue strade e dei suoi canali, al colore meraviglioso, ai monumenti e alle memorie, alle lagrime e ai sorrisi delle cose. Pare, o signori, a Venezia i poeti sieno sempre stati considerati come perdigiorni, poichè nel lungo corso della civiltà veneziana e nel caldo sbocciare dell'arte, non troviamo molti poeti nè illustri. Questo Stato libero e possente, fra le cure di una politica vigilante e battagliera, avea ben altro a fare che incoraggiare il grazioso pispiglio dei poeti. L'anima non svapora in contemplazioni fantastiche. Alla poesia il cittadino veneziano guarda senza troppo amore; egli è affrettato, i suoi negozi lo chiamano, lo invitano gli affari del suo commercio. Perfino il dialetto, così dolce all'orecchio e al cuore nel linguaggio amoroso, meglio si presterà ai gravi movimenti dell'eloquenza politica, alle acute e profonde osservazioni della diplomazia. Nel secolo XIII il nome di un solo poeta giunge fino a noi, quello di Bartolomeo Zorzi, un patrizio mercante, che tra i barili di spezierie, faceva volare nella lingua occitanica il sirventese patriottico e la cobla d'amore. Sorpreso un dì sulla sua nave dai corsari genovesi, fu tratto prigione. Nelle carceri di Genova rispose coraggiosamente con un sirventese a Bonifazio Calvo, trovatore ligure il quale in versi provenzali avea insultato Venezia. E poi che la libertà si faceva attendere, lo Zorzi scrisse ancora contro i Genovesi feroci vituperi. Finalmente ei potè rivedere la patria, e la Repubblica, premiando più i suoi meriti patriottici che quelli poetici, mandò lo Zorzi a Corone in Morea comandante della fortezza.

Fra alcuni nomi di poeti oscuri troviamo più tardi, nel secolo XIV, un altro patrizio, Giovanni Quirini, il quale più che a' suoi versi deve nominanza alla sua amicizia con Dante.

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Ma che i Veneziani, distratti da guerre, da imprese, da traffichi, tributassero pochi omaggi alla gente letterata, è prova la lettera di Dante, la quale però dai più è ritenuta apocrifa. Riferendo a Guido da Polenta l'esito della sua ambasceria, l'esule divino racconta come innanzi a' governanti veneziani avesse incominciato a parlare latino. Fu esortato a cercare un interprete o a mutare favella. Allora, sdegnato, cominciò a parlare italiano, ma capivano poco anche questo.

Vero è che a purgare i Veneziani dalla taccia d'ignoranti bastano le memorie delle scuole fiorenti fra le lagune, e il trattato di fra Paolino minorita, una delle prime prose dialettali italiane, e le opere di scienze naturali dei Trevisan e la mirabile cronaca del doge Andrea Dandolo. A lavare i Veneziani dall'accusa di scortesi valgono le accoglienze liete fatte al Petrarca, il quale molto si compiaceva che nelle feste celebrate sulla piazza di San Marco, per la vittoria di Candia, il doge Lorenzo Celsi l'avesse fatto sedere alla sua destra, sulla loggia sovrastante la porta maggiore della basilica. Il Petrarca amava Venezia, si compiaceva, come scrivea al Boccaccio, delle soavi e dolci passeggiate sul mare, e lasciò gran parte dei suoi libri, alla città ricca d'oro, più ricca di fama; potente per facoltà, più potente per virtù; fondata sopra solidi marmi, più solidamente piantata sulle basi della civile concordia; cinta da salsi incorruttibili flutti, protetta da più incorruttibili consigli.

E il giudizio del Petrarca era giusto. Colla prudenza, i Veneti seppero ordinare i favori della fortuna e, come i Romani, essi congiunsero alle fine speculazioni del pensiero la pratica scienza di effettuarle. I nemici esteriori non si temevano, le cause di debolezza interna erano o parevano tolte, mercè i nuovi e rigidi ordinamenti aristocratici. Venezia poteva credere di esser secura.

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Ma dopo la legge del Gradenigo, che toglieva ogni azione popolare nel governo, s'ordirono congiure, scoppiarono rivolte. Però fra le armi dei cittadini, contendenti ad uccidersi, esciva più valida quella aristocrazia, che si tentava di abbattere.

Alla cospirazione di Marin Bocconio, impiccato, insieme coi principali suoi compagni, fra le due colonne, presso la porta del Palazzo Ducale, segue, dopo dieci anni, nel 1310, quella di Bajamonte Tiepolo. Il Tiepolo, con una forte mano di popolo, scende sulle vie gridando: — Morte al doge Gradenigo. — All'insolito romore si affaccia alla finestra una vecchierella, che inavvertitamente lascia cadere un mortaio di bronzo sul capo dell'alfiere, che a bandiera spiegata stava per entrare in piazza San Marco. Cade il vessillo dei ribelli, che perdono baldanza, mentre il doge coi suoi fidi si fa incontro a Bajamonte e lo mette in fuga. La Repubblica non andò lenta nel punire i ribelli. Inflessibile e fredda, Venezia sentiva nella severità delle leggi la salvezza dello Stato, e dopo le celebri congiure del Bocconio e del Tiepolo, s'instituì il Consiglio dei Dieci, destinato a mantenere e a salvaguardare gli ordini stabiliti. Tale Consiglio divenne ben presto il centro del Governo. I patrizi comprendevano quell'alta idea del dovere, che imprime negli animi il sentimento di una fatale necessità. Tutti gli ingegni, tutte le ricchezze, tutte le forze erano rivolte alla patria, alla patria tutto si sacrificava.

Fra le congiure, ordite dal popolo con fiero proposito di rivendicazione civile, o meglio tramate da qualche potente, che tentava volgere in suo favore le audacie popolane, la più famosa è quella di Marino Faliero. Intorno alla figura del vecchio doge s'è creata una leggenda, che la splendida musa del Byron, il pennello di Hayez e la facile vena musicale del Donizetti hanno resa popolare.

Il reggimento di ottimati salvò Venezia dal rapido e mutevole governo di tutti e dalla tirannide di un solo. Il buon governo si basa infatti su due negazioni principali: nè l'uno, nè i tutti.

Venezia, fiorente di commercio, forte di navilio, potente in terre lontane, potè svolgere tutte le sue forze complesse in questi tempi, che segnano l'apogeo della sua vera gloria. Anche il popolo andava adattandosi al nuovo ordine di cose, trovando modo di spiegare le sue energie nelle corporazioni delle arti. E i patrizi gli lasciavano alcune imagini non pericolose di governar sè stesso in tante piccole repubbliche, e non trascuravano occasione di ingrazionirsi i popolani, trattandoli con quella affabile famigliarità, che in fondo è il maggior segno di superiorità, ma che servì a poco a poco a far tacere ogni ribelle spirito d'orgoglio e a render temuti e amati i governanti. Per non citar, fra tanti, se non un solo esempio, gli arsenalotti, gli uomini destinati al servizio dell'Arzanà, celebrato da Dante, erano invitati in certi giorni solenni a un banchetto, a cui presiedeva la stessa famiglia ducale.

E fin dai primi tempi, i reggitori dello Stato s'accorsero come all'incremento dello spirito nazionale e alla quiete interna giovassero le solennità religiose congiunte alle feste, che segnavano le date gloriose dell'esistenza politica. Così la festa delle Marie perpetuava le memorie delle spose rapite dai corsari slavi, ricuperate dai Veneti; la solenne festa dell'Ascensione, in cui il doge saliva sul dorato naviglio e affermava il dominio del mare, richiamava alla memoria segnalate vittorie sull'Adriatico; la cerimonia del giovedì grasso ricordava la vittoria sul Patriarca di Aquileia, tutti, in una parola, i trionfi commemoranti vittorie guerresche e prosperi avvenimenti, s'univano alle cerimonie della religione.

Altri spettacoli invece promoveano lo sviluppo delle forze fisiche. Tali, le lotte colle canne d'India, le guerre dei pugni, sovra ponti senza parapetto, per cui molti pesti e malconci cadeano nell'acqua. Queste lotte si combattevano fra le due fazioni ond'era divisa Venezia: i Castellani (abitanti della parte denominata Castello) e i Nicolotti (abitanti della contrada di San Nicolò). Ultimi lampi, forse, degli antichi e fieri antagonismi, ma lampi a cui la folgore non seguiva, giacchè le gare fra Castellani e Nicolotti si limitavano alla supremazia incruenta delle caccie dei tori, delle forze d'Ercole, delle regate. Fra tutti questi spettacoli, che, notate bene, o signori, educavano il popolo a poco a poco al gusto del bello, al sentimento del colore, al bisogno dell'arte, fra tutti questi spettacoli, il più caratteristico era la regata, emulazione educatrice fra i più robusti rematori. Anche oggi, dopo tanto corso di tempo, di vicende, di sventure, il pensiero ritorna ai tempi andati, allora che il Canal Grande s'adorna per le regate di tappeti e d'arazzi antichi, e sulle barche, sulle fondamenta, sui traghetti s'agita un formicolaio di gente. Il tipo tizianesco delle popolane spicca, colla sua eleganza natìa, accanto alla bruna faccia del gondoliere. Qui le livree suntuose, più in là il farsetto sdruscito. A canto alla gondola, ov'è sdraiata l'altera patrizia, una povera barca dove cinguettano le poco linde popolane. Una luce diffusa si riflette sulle acque e sui vetri, illumina le tinte smaglianti delle vesti donnesche: una gaia festa di colore, non so che di magnifico e di elegante, che non ha perduto vaghezza e fa pensare al passato.

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Una mirabile floridezza davano alla città i traffichi, che si stendeano in tutti i porti del Mediterraneo e dell'Oceano europeo e nei principali dell'Asia e dell'Africa. Aveano squadre mercantili del Governo, o, come dicevano, del Comune, che trasportavano annualmente per mare merci per oltre 40 milioni delle nostre lire. Erano composte di otto o dieci navi ciascuna, e percorreano una linea fissa, come dinotava il nome di flotta di Romania, della Tana, di Siria, d'Egitto, di Fiandra. I capitani delle flotte prima di salpare giuravano ai santi Evangeli di Dio — proficuum et honorem Venetiarum eundo et reddeundo. Perdonate, o signori, questo abuso di citazioni, ma nella ingenua semplicità di questo grosso latino, pare aleggi sulla fronte l'aura di quei tempi, pare udir la voce di quei forti, che tenevano il giuramento ad evangelia sancta Dei, anche a prezzo del sangue.

Il flutto non ebbe mai terrori per essi; traevano in salvo la nave per mezzo ai gorghi mugghianti, spingevano la prora su mari inesplorati, toccavano terre sconosciute, e, reduci dai loro viaggi, affidavano allo scritto, a documento dei figli, le loro osservazioni, additavano ai posteri scoperte importantissime.

Marco Polo parve scrittore favoloso e fu verace nel raccontare le prodigiose avventure dei suoi viaggi, e i patrizi Zeno, precedendo Colombo di un secolo, mostravano ancora esistenti nell'America settentrionale gli avanzi di quei coloni scandinavi, che Abramo di Brema aveva ricordati nel secolo XI e Orderico Vitale nel successivo.

Venezia avea il monopolio del sale, e durante i secoli XIII e XIV, provvedeva di sale non pure molta parte delle provincie italiane, ma altresì i Saraceni e i Barbareschi. Altri traffichi: quelli delle spezierie, degli aromi, dei tessuti orientali, e nonostante i divieti e le scomuniche, degli schiavi.

I nobili facevano ancora il commercio direttamente e in persona, e si videro principi e duchi delle isole dell'Arcipelago, ambasciatori, legislatori, generali, capitani di flotte essere in pari tempo navigatori, mercanti di pepe, di zucchero e di scorze di noce moscata.

Quando il commercio condusse fra le lagune gente d'ogni parte del mondo, l'ospitalità veneziana fu larga e non pure per sentimento d'utilità, ma per gentilezza. Aveano dimora dal pubblico Armeni, Mori, Turchi, Greci, Siri ed erano accolti a festa i cittadini d'ogni parte d'Italia. Solo gli Ebrei, a volta a volta, si cacciavano e si richiamavano, secondo il richiedesse la pubblica utilità, e solo alla fine del secolo XIV, furono definitivamente accettati, non essendovi ancora in Venezia monti di pietà, nè pubblici banchi. Tanto vero che l'interesse è più forte dei più fieri pregiudizi. Qualche volta il pregiudizio e l'interesse s'uniscono in istrano connubio, come avvenne a san Luigi re di Francia, che per la salvazione della sua anima e di quella de' suoi antenati, rimetteva con decreto ai Cristiani una terza parte dei loro debiti cogli Ebrei. Così, se non con gli uomini, si saldavano i conti col cielo.

Nel secolo XIV, Venezia conteneva 190,000 abitanti, contava 38,000 marinai, quasi un terzo della popolazione maschile, 16,000 operai nell'Arsenale e 3300 navi sparse pei mari. La Zecca coniava un milione di ducati d'oro, 200,000 monete d'argento e 80,000 di rame all'anno. Più di mille patrizi possedevano una rendita di 200 a 500 mila lire all'anno. E non si dimentichi quale valore avesse allora il denaro. Le arti prosperavano, ma più che le belle, le utili, quelle disposate all'industria: l'orificeria, la vetraria, la tessitura di stoffe preziose, di damaschi, e tutte le arti più acconcie a una popolazione navigatrice. Per un esempio, i Fiorentini, questo quinto elemento del mondo, com'ebbe a chiamarli Bonifazio VIII, importavano a Venezia 16,000 pezze di stoffa, che si vendevan in Barberia, in Egitto, in Soria, in Cipro, in Rodi, in Romania, in Candia, in Morea, nell'Istria, e ogni mese recavano sul mercato veneziano 70,000 ducati in mercanzie, avendone in cambio dai Veneziani lane, sete, ori, argenti e gioielli.

Nè solo al mare e alle terre lontane d'Oriente la Repubblica volgeva il pensiero. Nel trecento i Veneziani erano signori di Padova, di Treviso, di tutto il Friuli, di Vicenza e di Verona.

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E al pari della potenza politica andavano crescendo la prosperità materiale e il viver lieto.

Mano mano succedevano generazioni più aristocraticamente foggiate e all'ombra della ricchezza il patrizio cominciava a riposare. Gli uomini adottavano le eleganti fogge di vestire di Francia, di Allemagna e di Spagna, già in voga in tutta Italia. Parimenti le donne abbandonarono il grave abito orientale. Anche il capo dello Stato, del quale si limitava ogni dì più la potestà, si volle circondato di sfoggiate apparenze, privilegi che dimostravano la magnificenza, non il potere della dignità. Al berretto di velluto rosso fu aggiunto nel 1253 un fregio d'oro, e nel 1361 una croce di diamanti. Le leggi dicono esplicitamente la maestà delle vesti dover accrescere quella del principe, e un decreto del 1320 ordina al doge di portare almeno dieci volte all'anno un bavero d'ermellino con bottoni d'oro. E che la magnificenza delle vesti conferisse alla dignità della persona, meglio d'ogni altro voleano provarlo le gentildonne. Ma pare i reggitori intendessero acqua e non tempesta, giacchè, fin dal 1299, s'iniziarono quelle leggi suntuarie, che vietavano i fastosi ornamenti, dannosi alle facoltà delli gentilhomeni, leggi che scendevano a particolarità da sarti e finivano col non ottener nulla.

A poco a poco tutto che brilla e sembra magnifico diviene oggetto di curiosità e di desiderio: a una maggior civiltà s'accompagna la decadenza del costume. Sempre così: quel che si acquista in cultura si perde in moralità, e le forti gare delle armi e del commercio lasciano il posto a usanze e fogge sempre più polite, e le età allegre succedono al tempo dei forti concepimenti e delle ardite azioni. Il patrizio diserta i negozi e si dedica agli studi eleganti, agli amori, ai piaceri, sorridenti di nuove attrattive. Anche la donna, che avea condotta una vita socchiusamente tranquilla, esce dalle pareti domestiche, splendendole in fronte gli albori di un nuovo dì, e si mescola tra la folla gioiosa. Belle imagini femminili, attraversanti la fervida vita veneziana, il cui ricordo giunge a noi come a traverso le nebbie del crepuscolo! Belle imagini di donne, incedenti gravi sugli altissimi zoccoli, dalle vesti conteste d'oro e a lunghissimo strascico, adorne di monili, di anelli e di armille d'oro e di perle e di gioie preziosissime! Le gale e il lusso degli adornamenti finiscono per trionfare dell'austerità antica.

Ma dinanzi al supremo pericolo della patria, i patrizi sapeano mostrare che le feste, il lusso, le ricchezze non aveano ancora svigorito il braccio e la mente. La guerra di Chioggia ha una grandezza veramente epica e mostra come in Venezia, fra i preludi del decadimento, vibrasse ancora il forte sentire della giovinezza. Perfino il meraviglioso della leggenda, conferisce a rendere più grande questo periodo e più austera e veneranda la figura del doge Contarini, che fra pericoli e rovine condusse la patria a salvezza. Si narra come ad Andrea Contarini, trovatosi per traffichi in Soria, un indovino profetasse che sarebbe divenuto principe di Venezia in un tempo di tremende sventure per la patria. Spaventato del vaticinio, si ritirò nella solitudine della campagna. Dopo alcuni anni fu eletto doge e l'accettazione gli fu imposta come un obbligo ineluttabile. Da quel dì, vinta ogni esitanza, diede tutto sè stesso alla patria.

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Nella lunga guerra tra Genova e Venezia, i Veneziani toccarono, nel 1379, una terribile sconfitta nelle acque di Pola. Comandava l'armata di San Marco Vettor Pisani, al quale le precedenti vittorie non fecero perdonare la recente disfatta. Fu condannato a sei mesi di carcere. I Genovesi, imbaldanziti, si accostarono a Venezia e minacciarono Chioggia. I Veneziani resistevano con indomato coraggio.

Qui permettete, o signori, un particolare, che traggo da un diario della guerra, scritto da un anonimo padovano contemporaneo. È uno splendido esempio di valore italiano, e in queste guerre fratricide, c'è per noi posteri l'orgoglio che il valore, da qualunque parte si affermi, è sempre italiano.

Sì i Veneti, sì i Genovesi disperatamente combattevano e per lungo tempo era alterno il cedere e l'avanzarsi, ma il ponte di Chioggia, difeso dai Veneziani, non si poteva prendere. “Allora„, cito le parole del cronista, “un zenoese di subito spogliato nudo, et entrato in una barchetta con canna, paglia, pegola et polvere de bombarda se cazò al ponte a vogare; dove di subito azonto cacciò fuoco nella barchetta, et gettatosi in acqua quella nodando cacciò sotto il ponte.„ In breve il ponte s'accese e i Veneziani dovettero fuggire. A parte l'intento, colpevole nell'uno, santo e patriottico nell'altro, ma quel zenoese, che si caccia nuotando sotto il ponte, non vi ricorda Canaris, che, con due brulotti, incendia la squadra turca nel porto di Chio?

Chioggia è presa, Venezia minacciata da presso. I vincitori non vogliono sentire proposizioni di accordi, se prima, com'essi dicevano, non avessero messo il freno ai cavalli, che stanno sulla basilica di San Marco. Ma Venezia ritrova ancora sè stessa: nobili e popolani si stringono in un volere comune: si allestisce un'armata, si riordina l'esercito. Il doge Andrea Contarini, ottantenne, monta sulle galere per combattere. Il popolo si ricorda di Vettor Pisani, corre al carcere e lo trae fuori in trionfo gridando: Viva Pisani! Ed egli, d'ogni offesa dimentico, risponde: No, zighè Viva San Marco! Esistono misteriosi affetti per qualche personaggio storico o leggendario. Fra questi amori retrospettivi, occupa, per me, uno dei primi posti, il puro e modesto eroe veneziano, che ha grandi rassomiglianze con una figura di eroe moderno, Garibaldi, figura che i posteri vedranno raggiar di una luce, non annebbiata da calcolati feticismi.

Questo ravvicinamento non è uno dei luoghi rettorici, di cui s'abbellano la torbida oratoria e l'arcadica volgarità di oggidì, ma scaturisce dagli eventi storici.

In ambedue la santa efficacia del dovere: ambedue semplici ed animosi, pazienti fra gli oltraggi, umili nella gloria. L'eroe moderno, più grande pe' suoi fatti, che per gli altrui detti, che dalle balze del Trentino espugnate, risponde al comando di ritirarsi: Obbedisco, mi par grande quanto l'eroe antico, che, tratto dal carcere fra le grida di Viva Pisani, non d'altro sollecito, se non della cara terra materna, risponde: — No, zighè Viva San Marco! — Quella voce formidabile che avea suonato ira e strage, quando il forte guerriero palpitante, bagnato di sangue nemico imperversava nella pugna, si fa mite e dolce. Tutto per la patria, niente per sè. È questo sublime annientamento dell'uomo nella patria e per la patria, che rendeva compiuta e potente l'antica energia. Zighè Viva San Marco, si direbbe che in queste parole svanissero, insieme a tutti gli orgogli, tutte le passate amarezze e l'eroismo e l'umiltà si unissero in un mirabile connubio. Viva San Marco! Al grido fatidico, che avea accompagnato il prodigioso sorgere della patria, si ripigliano, con santità di ardimenti e tenacia di propositi, le armi, e alternando l'audacia alla prudenza, si riesce a chiudere i Genovesi in Chioggia, con un assedio, reso più efficace da Carlo Zeno, d'animo non minore della perizia, reduce dall'Oriente con diciotto galee. Fierissimo assedio. Cito il mio cronista: “Havevano li cavalli, li cani, le gatte et tutto mangiato, riputandosi beato colui, che potea pigliar un sorzo per mangiarlo.„

Finalmente Chioggia fu riconquistata, e dopo dieci mesi di guerra il vecchio doge ritornò a Venezia, sul dorato Bucintoro. Fu un'apoteosi. Si alzavano grida di gioia, clamori di esultanza, inni di trionfo, laudi di ringraziamento, suoni di festa. Tra la folta di barche e di galee, assiepanti la laguna, erano trascinate diciassette galere, rotte, lacere, sanguinose, avanzo della formidabile armata genovese; 4370 prigioni rendevano più glorioso il trionfo. E il sole scintillava sulle acque, corruscava sulle corazze e sulle armi, tripudiava sulle rosse bandiere dal leone dorato, splendeva sui rasi e sui broccati, sfolgorava sull'oro, mandava bagliori come di gloria.

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Vedete, o signori, come, fra questo popolo, il senso del pittoresco e il gusto del colore, svoltisi gradatamente, imperino oramai su ogni azione: come, dopo i pericoli superati, nelle supreme esultanze della patria, le alte consolazioni si manifestino con le bandiere spiegate al vento, colle vesti sfoggiate, coi rossi broccati, colle sete variopinte, in una parola, colle pompose rappresentazioni, che soddisfacevano gli occhi e la vanità. La nazione è fatta civilmente: non le mancano se non le ultime raffinatezze della civiltà, fra le quali, l'arte d'imitazione. Il popolo è già inconsapevolmente artista: la sua percezione ottica è perfetta: egli sa accordare i colori, conosce per istinto l'effetto dei toni e delle gradazioni, ha il senso della decorazione, sa trovare nelle sagre e nelle regate la disposizione di un quadro, unisce atteggiamenti eleganti agli eleganti costumi. A tanta arte in azione non mancano se non gl'interpreti, i cronisti del pennello, ma è vicino il momento in cui le feste e le processioni si trasformeranno in quadri dipinti.

Da questo tempo, Venezia, orgogliosamente sicura della sua potenza e della sua forza, attirata nel vortice delle ambizioni, prese parte coll'autorevolezza de' suoi instituti e colla fama delle sue armi agli intrighi della politica e delle lotte italiane. Non era passato peranco il tempo degli alti concetti e delle ardite azioni, ma latente, nascosto, sotto apparenze fastose, v'era il germe del prossimo decadimento; la civiltà a poco a poco si facea corruzione e al sentimento della grandezza sottentrava la ostentazione della grandiosità.

E in fatti, i Veneziani aggiungono alle arti utili l'amore di più larghi studi, le compiacenze di un sapere più raffinato e il conoscimento delle arti belle, le quali sono un onesto modo per fiaccare il vigore degli animi. Quella Repubblica, da sì piccolo nido uscita a formare il più gagliardo Stato d'Italia, divenuta ricca di gloria e di quattrini, volle anche il lusso delle arti e tutti i godimenti della vita. Fatta eccezione per l'architettura, essenzialmente pratica, e, fra le arti, la sola congiunta agli ordinamenti civili e politici di un paese, le altre arti chiamate belle rado o mai sorgono nelle età e fra le genti, dove più vigoreggiano le virtù civili e militari. Non vi paia un paradosso, o signori, questa che, bene considerata, è una verità indiscutibile. Il dire che le arti sbocciano al caldo raggio delle virtù civili e del valore guerresco, è ripetere uno di quei luoghi rettorici, così frequenti nei giudizi della critica odierna. Di tai giudizi leggieri, tutti, e primo chi vi parla, o signori, siamo colpevoli. Ma chi ripensi con mente tranquilla si farà convinto che quando finisce la grandezza, incominciano le arti, le quali ornano i riposi dei popoli, accompagnano e confortano la decadenza delle nazioni.

Quando ci seduce il giocondo respiro del popolo allietato dall'arte, l'astro di Venezia impallidisce. Finchè fervea in ogni canto della città l'agitazione della gente affaccendata in negozi, che ci aveano a fare, tra quella vita rumorosamente operosa, le gentilezze della fantasia, le eleganze della cultura? Invece la luce del Bellini e del Carpaccio, di Giorgione e di Tiziano sfavilla quando le ricchezze, che prima servivano alle armi difenditrici del dritto o a provvidi instituti, scemavano a far prosperare le bellezze giocondatrici della vista. Del pari i più bei giorni della libertà milanese furono quelli della maggior decadenza dell'arte, la quale fiorì invece nel secolo XV, quasi conforto della perduta indipendenza.

E pure a voi, cittadini dell'Atene italiana, insieme ai bei tempi dell'antica libertà, appariranno, visioni luminose, i gran nomi dei vostri artisti e dei vostri poeti. Un po' di cronologia, o signori. Firenze difende gagliardamente la propria indipendenza fin dal 1115, nè i tumulti suscitati dall'aristocrazia feudale, introdotta in città, fiaccano la sua energia o la distolgono dall'instituire i suoi ordinamenti, guarentigia di libertà. Il Podestà, succeduto nel 1207, poteva sembrare una concessione fatta ai nobili feudatari, ma nella sua essenza era un magistrato repubblicano. Firenze non cede e non traligna. Continuano le discordie fierissime, ma esse anzichè rimpicciolir l'animo dei popolani, portano alla riforma della constituzione, compiuta sotto il nome di primo popolo. Seguono dieci anni di prodigiosa attività, in cui tutto vive in mirabile rigoglio, forse i dieci anni più gloriosi della storia italiana dell'età di mezzo. La gloria di Venezia durò più a lungo, quella di Firenze fu rapida, ma più intensa e più varia. La battaglia del 1260 che fece l'Arbia colorata in rosso, diè il primo crollo alla fortuna fiorentina. Sempre più fiere discordie, invano per un istante ritardate dalla generosa riforma di Giano della Bella, conducono a Firenze prima Carlo di Valois e poi Nicolò da Prato. Papa e imperatore si mescono nei viluppi della travagliata città. Nel 1313, un re straniero, Roberto di Angiò, la protegge, nel 1342 un signore straniero la opprime. Ben è vero che ai superbi e ai prepotenti, sapeva all'uopo, far abbassare le corna, e dalla cacciata del duca d'Atene alla morte di Ferruccio, la sua storia luminosamente il dimostra. Ma le sue forze si disperdevano, il valore era vano, la luce dell'ingegno tornava inutile a costituire quell'ordine equilibrato di forze, di valore, di ingegno, di virtù da cui sorgono gli Stati destinati a prosperare e a durare.

Ora, o signori, l'arte più meravigliosa d'Italia, splende appunto negli anni, in cui a poco a poco la libertà fiorentina va declinando. Giotto muore nel 1336, Filippo Brunelleschi nel 1346, Andrea Orcagna nel 1368. Lorenzo Ghiberti nasce nell'81, Donatello nell'83. Nicola Pisano, il Fidia italiano, nasce, è vero, nel secolo XIII, ma la meravigliosa opera sua fu fecondata assai più tardi.

Le sventure della patria si riflettono nella Divina Commedia. L'arte nasce dai contrasti, dai dolori, dalle difficoltà, dalle sventure! Se Dante fosse nato vent'anni prima, forse noi non avremmo il poema immortale. Allora, osserva il Carlyle, egli sarebbe stato priore o podestà di Firenze, amato e riverito da' suoi concittadini, ed al mondo sarebbe mancata una delle più grandi parole, che mai sieno state dette. Firenze avrebbe avuto un prospero magistrato di più e i secoli non avrebbero inteso la Divina Commedia.

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E pure a Venezia, l'arte splendeva anche nei primi tempi della forte giovinezza: anzi per chi bene osserva v'è uno strano contrasto, un profondo dissidio fra l'arte e la vita.

Parrebbe, a guardare i più antichi mosaici della basilica di San Marco, che nessun'arte sia stata nelle origini più della veneziana mistica e simbolica. In Toscana, la patria di chi imaginò il paradiso come un vasto deserto di luce teologica, ove come in fiamma favilla si vede, passano mistiche configurazioni di ruote, di aquile, di croci, di rose, nascono Giotto e Nicola Pisano, che sentono, studiano e ritraggono il vero. Nel gran tempio della Repubblica veneta, l'arte ha invece manifestazioni simili a quelle del paradiso dantesco; le navate sono piene d'oro, d'azzurro, di astri, di fiori. Sembra che il pensiero si lasci assorbire dalla fede, che il sentimento artistico si trasformi in delirio, che tutte le facoltà della mente sieno dirette alla contemplazione di Dio. Il simbolo si unisce alla visione, e quest'arte, agitata da sogni, non sembra l'arte di un popolo, ricco di salute e di energia, lieto di vivere, felice nella famiglia, orgoglioso della sua patria. Gli è, o signori, che negli albori della vita veneziana, l'arte, checchè ne dicano alcuni scrittori, sedotti dall'orgoglio paesano, non fu nazionale, ma importata da Bisanzio. Venezia sulle sponde del Bosforo portava armi e mercanzie, e Bisanzio mandava architetti e maestri di mosaico sulle rive della laguna. Erano bizantini, come quelli di San Marco, i mosaici della cattedrale di Torcello e di San Cipriano di Murano. L'arte bizantina, così malnota e calunniata, non deve essere considerata, come avviene di solito, quale un seguito del decadimento delle arti romane; essa apre, per converso, un'êra nuova, l'arte romana ringiovanita dallo spirito greco, un periodo grandioso nella vita artistica dell'età di mezzo.

Gli artefici bizantini, che ripararono in Italia, specie dopo la persecuzione degli iconoclasti, lasciarono monumenti insigni a Venezia, Ravenna, Parenzo, Grado, Milano e Roma. Fantastica arte, nella quale lo splendore non è scompagnato dalla grazia! Guardatela solo negli ornati. Una vivida fantasia lega e attorciglia, come in una creazione di sogno, fusarole, groppi, rosoni, caulicoli rampanti, croci, pesci, colombi, pavoni.

Quest'arte, trapiantata in Italia e assimilata dal genio nostrale, diede origine a quello stile, denominato appunto italo-bizantino, il primo frutto dell'arte dei magistri comacini.

L'arte bizantina splendette meglio che altrove a Venezia, nel maggior tempio della Repubblica.

Dopo le crociate, l'architettura s'adorna di nuovi incanti e di una graziosa diversità di forme. Venezia accoglie in sè le tradizioni dell'Oriente a quelle dell'Occidente; l'arte archiacuta, in leggiadra maniera, s'unisce allo stile orientale, e sull'arco bizantino della basilica marciana s'imposta l'arco a sesto acuto, colla sua ricca decorazione di sculture e di cesellature.

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Ma non ancora comparisce la personalità dell'artefice.

L'arte è di solito l'espressione di una potenza individuale, ma a Venezia, in questi tempi civilmente, commercialmente e militarmente gloriosi, e nei quali l'individuo sparisce di fronte alla società, l'arte è collettiva. Non un nome, un solo nome d'artista insigne ci arresta.

Chi fu l'autore di San Marco? Chi del Palazzo Ducale?

Il popolo, non il cittadino — l'associazione, non l'individuo.

Il pensiero individuale spariva, imperavano la fede e la patria, due concetti, che tutti gli altri assorbivano.

Così il Palazzo Ducale sorge a significare il concetto del governo, non l'idea di un artefice. L'edifizio sul quale, in pagine di marmo, è scritta la storia repubblicana, esprime l'aperta baldanza di quei guerrieri mercanti. La feudalità sospettosa, il comune ringhioso non lasciano la loro impronta sulla veneta architettura, la quale non inspira nulla di fiero e di severo. Il palazzo della Signoria di Firenze esprime un unico concetto, energico, determinato: si comprende che il disegno meravigliosamente severo scaturì dal cervello di Arnolfo, tutto di un pezzo, senza indecisioni, senza dubbi, senza incertezze. Quei merli doveano servire di schermo e di offesa; quella porta poderosa dovea serrarsi in faccia agli invasori della patria.

La residenza dei dogi si compone invece, contro tutte le regole statiche e architettoniche, di una ampia muraglia, che gravita su leggerissime logge a fori quadrilobati. Vi sorridono le stupende e diverse bizzarrie di molti architetti: l'eleganza maschia e fiera dell'arte del trecento e le meraviglie gentili del quattrocento: capitelli ingegnosamente svariati, modanature eleganti, cornici frastagliate, colonne attorcigliate, volute e viticci, fogliami e festoni, mostri e chimere, tutta una ricchezza di vegetazione marmorea, una decorazione stranamente fantastica.

Così, sul tempio di San Marco ogni generazione depone il suo strato: le arti bizantina, araba, gotica, romana, si fondono in una sublime armonia, come i palpiti dei cuori veneziani si univano nel puro, alto, sublime sentimento della patria. È un'opera sociale, non individuale, e l'architetto è il popolo, il quale ha nella basilica il suo libro e il suo poema. Gli artefici scendeano innominati nella gran calma del sepolcro e si succedevano lasciando le seste e lo scarpello, santa eredità, ad altri artefici, non curando se il loro nome andasse perduto nella gran luce collettiva, emanante dal tempio, ma fieri nel gaudio supremo di aver cooperato all'incremento dell'arca sacra della fede e della patria. Allora l'edifizio appariva come un'opera semplice e maestosa, da cui ogni seduzione artistica era bandita. Ma giunge il giorno, in cui l'arte sorride al primo incolorarsi delle tavole dipinte. E allora, sotto le vaste cupole, nella penombra dorata, fra simboli, animali fantastici, creazioni di sogno, fiammeggiamenti d'apoteosi, a canto ai santi e ai patriarchi lividi e stecchiti dei mosaici bizantini, alle vergini cadaveriche, appaiono dolci profili femminili, qualche bel San Giorgio, Apollo del Cristianesimo, recanti là entro, in quell'aura misteriosa, in quella pace solenne, come un soffio di gaia vita esteriore.

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Venezia non comparisce degnamente nel campo dell'arte, che all'aprirsi del secolo quintodecimo. Finchè Giotto compiva la divina opera del Santuario d'Assisi, Venezia era occupata in traffichi ed armi. Mentre Lorenzo Ghiberti rapiva al Paradiso le porte del vostro bel San Giovanni, e Masaccio scopriva il segreto della bellezza antica, l'arte veneziana bamboleggiava ancora.

Coi Vivarini, coi Bellini, col Carpaccio, con Cima da Conegliano, l'arte si eleva a maggior dignità di forma e di concetto; con essi veramente s'inizia la fulgida pittura veneziana. Ma essi nascono ed operano tutti nel quattrocento, nei tempi giocondi, in cui il fasto cela la decadenza.

Pure c'è ancora nella loro anima come l'eco del vecchio secolo, le amabili peritanze associate agli ardimenti giovanili del trecento. Quella poesia soave, che nasce nel cuore guardando le loro opere, esciva ancora dalla vita e ogni forma pare si espanda ad un sorriso mite, misurato. L'ideale era nelle cose. Nelle tavole di quei pittori c'è come l'ultimo sospiro di un'età moribonda, essi sono dominati da questa poesia, non la dominano come altri pittori veneziani, i quali si limitano a manifestare un sentimento individuale. Sono ingenui e veri, candidi e forti. Alla natura s'accostano come a donna desiderata, ma rispettata, e nelle cose intorno e nelle forme, nei colori, nelle linee, scorgono una significazione alta e nobile, come un'anima, che alla loro anima si accordi, accordo di bellezza, di soavità, di commozione, di meditazione.

Al loro sentimento sembra quasi sieno di impaccio gli artifizi del disegno; al loro ingegno, le lusinghe dell'arte.

Altri artefici manifesteranno tutta la pompa e il vigore della salute, ma nessun capolavoro di un'arte più avanzata e più raffinata lascia nell'anima una impressione più sincera e profonda di queste opere primitive, che hanno tutti i soavi candori dell'infanzia.

Rapido lo svolgersi, il maturare e il decadere dell'arte veneziana. Giovanni Bellini muore nel 1516 — l'ultima opera del Carpaccio è segnata dall'anno 1522 — Tiziano nasce nel 1477 — Paolo Veronese nel 1530. Bene, non sembra che i due primi sieno cresciuti nello stesso paese dei secondi, e nati a così poca distanza di tempo. Basta confrontare nelle tavole degli uni e degli altri il tipo della donna, d'ogni arte il più efficace termine di paragone. In Bellini e in Carpaccio un chiaro volto ovale, la fronte alta, candida, un po' convessa, la bocca piccola e sottili le labbra, il naso diritto e lo sguardo modesto e pensoso — tutta una casta eleganza, irradiata da uno spirito interiore, che molto ricorda il vostro Sandro divino. Le vergini e le sante di Tiziano e di Paolo — maghi del colore, fascinatori della vista — hanno la fronte superbamente levata e coronata da una gran massa di capelli d'oro filato, lo sguardo fiammeggiante d'ardente desio, nuda la giunonia abbondanza del seno, l'epidermide di latte e di rosa, sotto la quale fluisce il sangue ricco di vigoria e di salute — tutto il profumo della bellezza e della seduzione, reso con una meravigliosa abilità di mano, non sempre guidata dal pensiero. Così a poco a poco, svanito il giusto e placido sentimento della vita, le arti imitatrici sono dalla licenza dei tempi fortemente sospinte a una tendenza lasciva. I pittori, nell'acuta ricerca del piacere, si compiacciono delle baccanti ignude, delle Veneri procaci, delle donne bionde, esuberanti di gioventù e d'allegrezza. Quando tutte le poesie dell'animo finiscono nell'unica poesia della voluttà, e l'arte non cerca se non il fasto e manifesta le ardenti sensazioni con tutta la sovrabbondanza di una gioia possente, dite pure, o signori, che anche nella vita, ogni sentimento forte e gentile è perduto.

SANTA MARIA DEL FIORE E IL DUOMO DI MILANO (I GIUDIZII ARTISTICI NEL SECOLO XIV)

DI
CAMILLO BOITO

Io vi prego, signore e signori, di lasciarmi fare il contrario di quanto costumano i lettori o conferenzieri, i quali dal loro tema, per quanto sia grave, colgono solitamente i più gentili fiori, e di quelli fanno un mazzetto da offrire con bel garbo agli ascoltatori benevoli. Io voglio porgervi piuttosto le spine. Eppure il mio campo non sarebbe troppo arido, perchè i giudizii artistici possono allargarsi a tutta l'ampiezza dell'arte, e ricercando in qual modo i dotti, i poeti, i popolani del Trecento giudicavano le opere della pittura, della statuaria e dell'architettura, anche lasciando stare le altre discipline del bello, sarebbe facile cavar dalla storia curiosi esempi, distinguendo quel tanto che si riferiva allo spirito religioso o alla dignità cittadina, da ciò che risguardava la inclinazione estetica, l'amore dello sfarzo, il capriccio della moda.

Il Petrarca, quando si commuove innanzi alle meraviglie di Venezia, quando ammira la cattedrale di Colonia, quando discorre di una tavoletta di Giotto; Dante, quando dipinge o scolpisce figure e storie nel poema; il Boccaccio quando ride di artisti, quando si ferma a descrivere le belle donne innamorate (e il modo d'intendere la natura non è sempre analogo al modo di capire le opere d'arte); i cronisti, quando mostrano gli entusiasmi del popolo per un quadro o per un tempio; esprimono giudizii artistici nè più nè meno. Poi ne' giudizii sono compresi i precetti degli artefici stessi e dei trattatisti, come quel buon Cennino Cennini, il quale negli ultimi anni del Trecento così s'indirizza a chi vuol cominciare lo studio dell'arte: Adunque voi che con animo gentile sete amadori di questa virtù, adornatevi prima di questo vestimento: cioè amore, timore, ubbidienza e perseveranza.

Quante dolcezze, quante grandezze lascio in un canto, signori, per appigliarmi alla parte meno grata, più ristretta e noiosa del mio argomento: i modi di giudicare le opere o per pagarle o per farle eseguire, allorchè si tratti di disegni d'architettura. E dovrò fermarmi a questa del compasso, che si piega meno di ogni altra arte alla varietà delle immagini. Insomma, nelle supreme bellezze del Trecento io mi contento (Dio me lo perdoni) della pedanteria amministrativa, anzi, per dirlo con due parole abbominevoli, della controlleria burocratica.

Fortuna che mi trovo innanzi due monumenti, i quali possono servire da soli a mostrare i più diversi e ingegnosi metodi di giudizio: Santa Maria del Fiore, s'intende, e poi, giacchè io sono quasi Milanese e un Milanese non può non portare sempre nel cuore il suo Duomo, il Duomo di Milano. Quanto differenti l'uno dall'altro! In questo di Firenze la linea serenamente orizzontale predomina con la maestosa ghirlanda, che tutto lo ricinge e lo incorona; in quello di Milano, i pinnacoli aguzzi, le guglie puntute si spingono in cielo, e più di 4000 statue popolano i contrafforti e gli sguanci dei finestroni. Questo è rallegrato di vari colori ne' suoi diversi marmi incastonati a fascie, a fregi, a riquadrature; quello è dal basso all'alto di un solo colore, di un solo marmo. Per questo nessun principe ha sborsato, ne' bei tempi, un quattrino, o ha pronunciato una sentenza artistica; in quello, fin dal principio, innanzi al popolo apparisce spesso il tiranno, che ordina e che paga. E non di meno quante analogie! La vecchia Santa Reparata ricorda la vetusta Santa Maria Maggiore, questa e quella rimaste in piedi mentre s'alzavano i due immensi edifici nuovi; le stesse incertezze, le stesse ansie nella costruzione; gli stessi modi di raccogliere le oblazioni, le elemosine, i legati. E se il Duomo di Milano ebbe in dono le cave della Gandoglia, quello di Firenze ebbe le selve del Casentino; se nel primo lavorarono alquanti artefici toscani, nel secondo operarono alcuni lombardi, fra gli altri un Guglielmo da Campione; se per il primo i Milanesi andarono tante volte a cercare gli architetti fuori d'Italia, per il secondo (lo dice Marchionne di Coppo Stefani all'anno 1360 della Istoria fiorentina) gli cittadini mandarono in molte parti del mondo, acciocchè la loro magnifica opera fosse la più ricca e meglio ordinata che potessi essere. Marchionne disse una corbelleria. Non ci fu, in verità, bisogno di accattare in terre straniere e neanche lontano di Firenze nelle altre provincie italiane nessun artefice; e quel poco di organismo oltramontano, che si nota nel campanile ed in Santa Maria del Fiore, s'infiltrò per via di Arnolfo, di Giotto e degli altri inconsapevolmente, assumendo così nostrani lineamenti, così fiorentina espressione, che più italiana arte è impossibile immaginare.

Ho detto Arnolfo e Giotto. So bene che hanno voluto in questi ultimi tempi levare ogni merito ad Arnolfo per la chiesa e a Giotto per la torre, come ogni gloria o quasi a Filippo di ser Brunellesco per la cupola. So bene che Filippo non ha ideato il tamburo, che sta sotto la cupola enorme; ma la cupola l'ha proprio voltata lui. So bene che dopo i figliuoli di Cambio e di Bondone altri insigni artefici ampliarono, modificarono, mutarono anche in buona parte i principiati edifici, dando ad essi una novella grandezza di misura e d'arte; ma senza Arnolfo la chiesa non apparirebbe quel che è, perchè il primo concetto non venne abbandonato mai, e senza Giotto la torre sarebbe tutt'altra cosa.

Sentite il vero in terzine da Antonio Pucci, quasi contemporaneo di Giotto, banditore del Comune, autore del Centiloquio:

Nell'anno (il 1334) a' dì diciennove di luglio

Della chiesa maggiore il campanile

Fondato fu, rompendo ogni cespuglio,

Per mastro Giotto, dipintor sottile,

Il qual condusse tanto il lavorìo

Ch'e primi intagli fe' con bello stile.

Nel trentasei, sì come piacque a Dio,

Giotto morì d'età di settant'anni,

E 'n quella chiesa poi sì seppellio.

Poi lavorò, è vero, Andrea Pisano, che il Pucci chiama solenne maestro, poi Francesco Talenti; ma se è vero il proverbio: chi ben principia è alla metà dell'opra, a Giotto si deve lasciare almeno la metà dell'onore. Ed il caro amico mio Cesare Guasti, il quale fu il più sincero amatore della verità, si sdegnava quando l'orgoglio delle scoperte critiche recava ingiuste offese alla fama degli uomini grandi. Povero Guasti! Mi rammento quasi trent'anni fa quante sere si passarono insieme d'inverno, scaldandosi al veggio, e rischiarati pallidamente da una lucernina. Leggevamo le vecchie carte dell'opera di Santa Maria del Fiore, i membranacei, i bastardelli, i quaderni. Ci si fermava volentieri alle ricordanze del provveditore Filippo Marsili, le quali principiano con l'aprile del 1354 e terminano col marzo del 1357. Era un buon uomo, senza dubbio, ma ostinatello l'antico provveditore. Registrava per memoria gli argomenti da trattare e, a riscontro, le deliberazioni degli operai; nè doveva riescire un comodo ufficio il suo, tanto a cagione della delicata responsabilità, quanto per causa della varietà degli incarichi. Gli operai, che mutavano di tratto in tratto, tiravano a fare a scarica barile, rispondendo spesso: Fanne come ti pare, oppure: Vorrassi procacciare, oppure: A' nuovi, a' nuovi, che voleva dire di rimandar la faccenda agli operai del prossimo mese. Ma il Marsili teneva duro. Sembrava che gli premesse, per esempio, una certa cappella di Dolfo di Bugliaffa. Ne parla nel febbraio, e gli operai rispondono: Lascia stare. Nel marzo ripicchia, e gli operai: Non ci pare che si faccia per niuno modo, e non ciene ragionare più. Nel giugno da capo, e gli operai, asciutti: No. Passano due anni, e il provveditore ancora: La cappella di Dolfo; ma gli altri: Mena per lunga, che noi non vogliamo, e già son fiacchi e piegano, perchè chi la dura la vince. Pure il Marsili si stancò e rinunciò ad essere provveditore, pregando, come egli scrive, caramente gli operai, che se di lui trovassero cosa meno che buona, non gliela perdonassero.

Seguono per un anno i ricordi d'un altro provveditore, Cambino Signorini, contro il quale la gente mormorava, tanto che egli medesimo invoca dagli operai che ritrovino la verità e puliscano chi à la colpa. La buona sorte vuole che le ricordanze dei due provveditori abbraccino il periodo più importante della ripresa dei lavori e porgano, intorno al nostro poco ameno argomento, molte singolari notizie.

Insomma nel 1355 Francesco Talenti (io non dubito, signori, che la storia del vostro Duomo, tanto ammirato da voi tutti i giorni, la sappiate assai bene), Francesco Talenti nel maggio assume l'impegno di fare un disegnamento o modello di legname per le cappelle di dietro: e se il modello piacerà gli si pagheranno 20 fiorini, et quando che non, tutto ciò che costa paghi il detto Francesco de' suoi propri denari. Non passano due mesi e il modello è già pronto; sicchè il 15 del luglio vengono chiamati ad esaminarlo cinque maestri, fra i quali lo scultore lombardo Alberto Arnoldi, e Benci di Cione, che costruì poi la Loggia della Signoria; ed il giorno appresso si chiamano altri quattro maestri, compreso Taddeo Gaddi, pittore; ed il giorno seguente altri cinque. Le tre mute diedero in iscritto il consiglio loro, poi si riunirono insieme; ma il provveditore ha l'ordine di stendere la nota di cento cittadini e religiosi, e chiamarli tutti a giudicare mercoledì mattina per tempo. Giudicarono che il detto disegnamento istà bene et è bene corretto e sanza difetto; perciò il modello si paghi, la quale cosa doveva far piacere al Talenti, che aveva spesso bisogno di chiedere quattrini in prestito, trattenuti poi dall'opera un tanto per settimana.

Nel giugno 1357 si riparla di murare la chiesa, di fare la chiesa tutta di pietre; e il dì 9, presenti i consoli dell'Arte della lana, cui molti anni addietro il Comune aveva dato in guardia l'opera di Santa Reparata, presenti gli operai e più altri cittadini, fu registrata dal notaio l'opinione di sei frati e di sette maestri.

Si trattava delle colonne della chiesa, sulle quali gli operai vollero sentire ancora, insieme con due frati e tre maestri, il parere di Andrea Arcagnolo, l'Orcagna, il sommo architetto del tabernacolo d'Or San Michele; ma il voto doveva ponderarsi bene in quattro giorni di tempo. Un'altra adunanza, famosa nella storia del tempio, delibera il 19 dello stesso giugno intorno al fondamento delle colonne, ai valichi delle navi ed altri lavori: e delibera di concordia. E maestri, frati, cappellani, canonici, insieme con il proposto, cominciano in sul vespro dello stesso dì a cavare il primo fondamento della prima colonna, al nome di Dio e di Santa Reparata, benedetta vergine e martire, con molto trionfo di campane, d'organi e di canti. Ai maestri s'imbandì un desinare; i frati ebbero quattrini; i manovali bevettero un barile di vino, mangiando pane e melarance, malis ranciis. Maestri e frati s'erano riuniti a consiglio 38 volte, riconfortandosi, a spese dell'opera, con frutta e confetti e trebbiano.

Pochi giorni appresso il maestro Benci Cioni tenta di mettere bastoni fra le ruote, censurando il partito preso per le colonne; e non di meno il 5 di luglio, non più il proposto, ma il vescovo benedice e sagra, non solamente in nome di Dio e di Santa Reparata, ma anche in nome di san Zanobi e di tutti i santi e sante della corte celestiale, la prima pietra di marmo della prima colonna verso il campanile; e preti e chierici tenevano in mano torchietti di cera accesi, e al trionfo delle campane, degli organi e dei canti, s'unì il clangore delle trombe.

La prima pietra delle colonne era stata posta con la sua brava data scolpita sopra; ma il disegno di esse non era ideato ancora. Avevano bensì comprato per Francesco Talenti e Andrea Orcagna del gesso, acciocchè facessero ciascuno un asempro, esempio, di colonna con la base ed il capitello, e facinla per modo da poterla poi porre in luogo che ogni uomo la veggia. Il 17 luglio, sempre dell'anno 1357, otto maestri sono invitati a giudicare i due modelli di gesso. Frate Jacopo di San Marco sta per quello dell'Orcagna, benchè gli sembri peccare di soverchi aggetti e di lavori troppo miseri; e quasi tutti s'accostano a lui, sebbene a Francesco del Coro paia che la colonna abbia talune mende e sia da pensarci meglio, ed agli altri invece piaccia così come era, sanza darvi alcuna arrota o correctione, e la giudichino per più bello lavorìo e per più presto e di meno costo e più leggiadro. Solamente Giovanni di Lapo Ghini dichiara senza reticenze che non gli garba nè l'un modello nè l'altro, offerendo di farne uno egli più bello, secondo lui. Viva la schiettezza.

Gli operai ordinarono allora un consiglio di molti cittadini e canonici, ad alcuni dei quali parve che i predetti maestri avessero giudicato per animo.

Francesco e Andrea furono dunque richiesti di dare ciascuno in iscritto due nomi di maestri confidenti. I quattro, se non fossero andati d'accordo nell'arbitramento, avrebbero dovuto eleggere essi il quinto, confidente di tutti. Infatti non riescirono a intendersi, e chiamarono un orafo, Pietro del Migliore, promettendo di rimettersi nel parere di lui, il quale, con qualche modificazione, scelse la colonna di Andrea.

Malgrado ciò, si ricomincia, ordinando a Francesco Talenti ed a Giovanni di Lapo Ghini, capomaestri della fabbrica, di far dei nuovi disegnamenti, da confrontarsi poi con quello già preferito dell'Orcagna; ma il Ghini non presenta nulla. Non importa: viene da cinque maestri, in presenza degli operai, scelta all'unanimità la nuova colonna del Talenti, come più forte e bella e laudabile; e gli operai si dichiarano soddisfatti, e vogliono che codesta colonna di gesso si ponga sul primo fondamento già costrutto, e che iscritto vi sia a pie' con lettere grosse che qualunque persona volesse apporvi alcun difetto, debba fra otto dì venire agli operai o ad altri per loro a dirne l'animo suo, e sarà udito graziosamente. In oltre il provveditore Filippo Marsili inviò il messo dell'opera a tutti i maestri religiosi e secolari di Firenze, per far conoscere loro a bocca le risoluzioni intorno alla colonna, pregandoli di venire a vederla e di esprimere il proprio giudizio. Pochi giorni dopo levano l'asempro della colonna, poichè niuna cosa per niuno è stato detto sopra ciò; e danno le relative allogazioni; e il Talenti medesimo è incaricato di vigilare la esecuzione con questo severo patto, che per ogni pietra concia che si murerà alle colonne e Francesco Talenti non vi sia, egli cada in pena di soldi venti. Quando il camarlingo non trattenesse sul salario la multa, sia condannato esso camarlingo a pagare il doppio di tasca sua.

Saltiamo nove anni: al 1366.

La vecchia Santa Reparata era stata distrutta; erano state buttate giù le case dei canonici e dei cappellani, che stavano nel perimetro della chiesa nuova; bisognava pensare, dopo avere stabilito che le navi avessero quattro valichi, alla crociata, alle cappelle posteriori, che dovevano accordarsi con la novella grandiosità della parte dinanzi. Cinque orafi vennero chiamati a consiglio il 13 luglio; ma si offrono lo stesso giorno otto pittori e maestri, fra cui l'Orcagna e Taddeo Gaddi, di fare insieme entro un mese il disegno di tutta la parte posteriore del tempio. Il 13 d'agosto si convoca di fatto un consiglio, presenti otto cittadini scelti nei conventi dell'Arte, per confrontare il merito di tre modelli: il primo condotto da' maestri e dipintori in concordia, cioè i maestri Neri di Fieravante, Benci di Cione, Francesco Salvetti e l'Orcagna, ed i pittori Taddeo Gaddi, Andrea Bonaiuti, Niccolò di Tommaso e Neri di Mone; il secondo condotto da Simone figliuolo di Francesco Talenti, il terzo condotto da Giovanni di Lapo Ghini. Bisognava rispondere a questa domanda: Quale dei tre nuovi disegni pare più bello, più utile e più sicuro? Il curioso si è che vennero interrogati gli autori medesimi circa la propria opera e quelle degli emuli. Ora i maestri o dipintori rispondono, naturalmente, che il loro proprio modello è più bello, utile e forte per ogni ragione, che niun altro, mentre Giovanni di Lapo Ghini afferma, s'intende, che il modello fatto da lui gli piace di più. Ma Francesco Talenti, buon uomo, abbandona invece il lavoro del figliuolo, per appoggiare quello dei pittori e maestri, al quale si chiariscono favorevoli anche gli otto cittadini. Ed i consoli e gli operai deliberano concordi che secondo quel disegnamento la chiesa si edifichi ad onore di Dio e della sua Madre madonna Santa Maria e di Santo Zanobi e di Santa Reparata e di tutta la corte di paradiso, e a bellezza della città di Firenze. Amen.

Lo stesso giorno consoli ed operai se ne vanno al Palagio; e lì, innanzi ai Priori delle Arti e al vessillifero di giustizia, espongono ciò che hanno risoluto per le opere del tempio ottenendo promessa di aiuto e pienissima approvazione.

Pareva dunque che tutto fosse deciso. — Oibò: state a sentire.

I capomaestri contrastavano insieme. Già Neri di Fioravante e Francesco Talenti s'erano bisticciati, tanto che a rappattumarli occorse l'intromissione di due amici comuni; ma il peggio era tra Francesco e quell'inframmettente ed inquieto Giovanni di Lapo Ghini. I loro dissensi mettevano in iscompiglio le cose della fabbrica, così che il provveditore Cambino Signorini nota: O se potessono fare che Francesco e Giovanni fossono in accordo, sarebbe buono! Ma il Ghini, come vedremo, aveva chi gli faceva spalla.

Fatto sta che gli operai, temendo nuove idee e nuove ambizioni, ordinano la distruzione di tutti i modelli, eccetto del prescelto, per il quale pagano 32 fiorini d'oro agli autori. E avevano ragione di temere; bensì avrebbero dovuto cominciare dal temer di sè stessi. Ecco, che, alcuni mesi dopo, Giovanni di Lapo Ghini, il quale non s'era mai dato per vinto, ritorna alla carica con un nuovo disegno, e tanto fa che gli operai chiamano tredici maestri a giudicare il disegnamento in paragone con l'altro dei maestri e dipintori.

Gli esaminatori giurano sul messale. Cinque stanno per gli occhi, non per le finestre all'alto della nave di mezzo; otto stanno invece per le finestre: ma sul conto dell'edificio delle cupole ovvero croce, scartano il lavoro del Ghini, confermando le precedenti deliberazioni.

Questa sentenza non poteva garbare, nè crescere autorità a Giovanni. I colleghi non gli portavano rispetto, i subalterni non l'ubbidivano. Doveva essere un presuntuoso, e certo la sua indole aveva molta analogia con l'indole di un architetto francese, il Mignot, che conosceremo tra poco nei lavori del Duomo di Milano. Ad ogni modo i protettori del Ghini presentano ai consoli una petizione, la quale comincia con larghe lodi di lui, dichiarandolo di grande necessità al lavorio, e soggiunge come egli sia invidiato et oltraggiato in detti e in fatti da certi maestri e altra gente; e perchè questo non succeda più, i richiedenti domandano che l'oltraggiatore venga tosto punito con una grossa multa, della quale un quarto spetti all'ufficiale, che avrà pronunciato la condanna, un quarto all'opera di Santa Reparata, e due quarti all'Arte della lana.

Frattanto la sorda opposizione al modello dei maestri e dipintori va crescendo via via, sinchè messer Francesco Rinuccini, in nome di molti compagni suoi, proclama a viso aperto che il seguire quel disegnamento sarebbe di grandissimo pericolo, e invoca nuovi consigli di maestri e di cittadini. Il 31 di luglio gli operai chiamano tre frati e un cappellano, i quali, uditi i capomaestri e gli autori del solito modello, giudicano che questo non si possa affatto edificare; senonchè gli autori protestano che il rilievo in grande, eseguito per ordine degli operai, dal Ghini sul predetto disegnamento, non è punto conforme ad esso.

I consoli cominciano a perdere la pazienza. E gli operai tornano a convocare cittadini e religiosi, chiedendo ancora se il modello o disegnamento dei maestri e dipintori, cui già l'arcivescovo aveva apposto la sua firma, potesse venire, con qualche correzione, attuato; e frate Jacopo da San Marco risponde anche per gli altri, proponendo le modificazioni e concludendo che a questo modo l'edificio riescirà possibile e forte. Francesco Talenti e Giovanni Ghini (anche lui!) dichiarano di consentire.

Sia ringraziato il cielo! Si faccia dunque una chiesicciuola di mattoni a similitudine di detto modello, cioè un modello grande, che tutti possano intendere. Ma il Ghini (quant'è noioso!), il quale aveva pur dichiarato di piegarsi, e riceveva appunto in quei giorni dagli operai per le sue benemerenze e per maritar la figliuola il prestito di 100 fiorini d'oro, da restituire in dieci anni, stava facendo anche lui per suo proprio conto la sua brava chiesicciuola di mattoni. Bisognava risolvere una buona volta fra i due grandi modelli, perchè il Ghini era riuscito a tornar nella gara. Il 26 d'ottobre i savi e discreti operai fanno richiedere gran numero di cittadini per avere un giudizio, i quali tutti, niuno scordante, dissono e per consiglio renderono, che la chiesicciuola trovata pe' maestri e dipintori più piaceva a loro che quella trovata per Giovanni di Lapo Ghini, però ch'era più bella e più magnifica e onorevole per la città di Firenze, e che a quello esempio la chiesa si dovesse edificare e fare col nome d'Iddio.

Lo stesso giorno davanti agli operai un secondo gruppo di cittadini ripete la medesima sentenza, con un solo voto contrario di Jacopo degli Alberti, il quale giudicava la chiesicciuola del Ghini meno bella al di fuori ma più bella al di dentro; e ancora il medesimo giorno un terzo gruppo assai numeroso conferma unanime il verdetto degli altri due. Agli operai non basta: vogliono un plebiscito; e i banditori vanno per tutta la città gridando: Che ciascuna persona e ogni maniera di gente venga alla chiesa di Santa Reparata a dire quale dei disegni piace loro più e a similitudine del quale la chiesa si debba edificare.

Allora comincia una interminabile processione di visitatori, nobili, ecclesiastici, artefici, spadai, calderai, staderai, bottai, lanaiuoli, tintori, cimatori, albergatori, vinattieri, pizzicagnoli, fornai, rigattieri, ferravecchi, e che so io; e tutti quanti, senza eccezione, ripetono che la chiesicciuola dei maestri e dipintori piace loro più, e quella si debba edificare, per più bella e più onorevole e magnifica dell'altra. E il 27 continua la processione di centinaia e centinaia di cittadini, tutti concordi nel preferire la stessa chiesicciuola e nel volere che il tempio si alzi a somiglianza di quella.

E basta, alla fine. Ogni disegnamento, sì di mattoni come di legname o di carta, eccetto il prescelto, si disfaccia; anzi se un operaio volesse distogliersi dall'archetipo o lasciasse un capomaestro scostarsene venga condannato alla pena di libre dugento di piccioli, oltre alla perdita dell'ufficio; e se i consiglieri, i maestri, il camarlingo tentassero allontanarsene sieno cassati e paghino 50 libre, responsabili il notaio e gli ufficiali, considerando che all'Arte della lana potrebbe seguitare biasimo e reprensione ogni volta che il lavorio non seguitasse secondo le deliberazioni del Comune.

Altro che i tre concorsi per la facciata! Altro che le controversie o le contraddizioni sulle tre cuspidi, sul finimento monocuspidato, sul coronamento basilicale!

E avete visto, signori, la varietà dei metodi nel consigliare e nel giudicare. Dal plebiscito libero di tutti i cittadini all'arbitramento ristretto, dal voto di soli maestri al voto dei non artefici, dalle mute di esaminatori alle adunanze plenarie, tutto fu tentato per raggiungere ciò che è sempre difficilissimo ad afferrare in questo mondo di passioni, di egoismi e d'idee preconcette, la giustizia, segnatamente poi in una materia tanto delicata e tanto mutabile quale è quella dell'arte.

Pensavo a tutto ciò ieri a sera, appena giunto a Firenze. Non ci venivo da un poco di tempo. Desideravo e temevo di entrare fra le macerie di Mercato Vecchio. Cadeva il sole. Mi parve di assistere all'autopsia di un corpo di persona cara ancor viva; e intanto la luna cominciava a rischiarare dall'una parte i ruderi scuri e sanguinanti, dall'altra i monumenti freschi freschi del secolo decimonono. Curiosa! I vecchi parlavano, si lamentavano, si contorcevano; i nuovi sembravano impassibili, senza vita. Parevano stecchiti, ghiacciati e lustri, come figure di cera. Andavo pensando: certo i Priori non possono sbagliare, e le risoluzioni del comune meritano rispetto. Poi, se uomini, che amano tanto Firenze, hanno fatto così, vuol dire che hanno fatto bene. Eppure se avessero imitato gli avi, chiedendo plebisciti, mandando intorno banditori, esaurendo ogni mezzo, ogni forma anche pedantesca e bizzarra di giudizio, chi lo sa? i maestri e dipintori avrebbero finito per vincere, come vinsero nel 1366.

Insomma, signori, nè col sole nè con la luna, io giuro di non passare più dal luogo ove fu il quartiere di Mercato Vecchio.

Ma è tempo di allontanarci dai lieti colli fiorentini per condurci nel mezzo delle pingui pianure lombarde, ove sorge la guglia del Duomo, che ci deve portare nuovi esempi di giudizii artistici e di lotte.

Senonchè io non posso discorrere del monumento milanese come ho fatto del fiorentino, del quale so che voi tutti, signori, conoscete la storia. Del vostro Duomo si sanno bene tutte le vicende, si conoscono bene ad uno ad uno i nomi degli autori d'ogni sua parte, mentre dell'altro Duomo non si sa quale cervello d'artista n'abbia creato il primo disegno. Non si sa, anzi oggi ne disputano più che mai, se il germe di quel disegno fosse tutto italiano o lombardo, oppure in parte tedesco o francese. Non si è finito di battagliare su questo punto: quale merito nella fondazione spetti al popolo di Milano, quale a Gian Galeazzo Visconti. Non sono ancora tutti d'accordo sul giorno, anzi sul mese, anzi sull'anno in cui la cattedrale fu principiata.

In un mio grosso volume, che pochissimi hanno letto, chiedevo a me stesso: Quali erano le condizioni del popolo e del principe nell'anno in cui la fondazione ebbe luogo? E rispondevo con qualche pagina, in cui non ho rimorso di spigolare. Il principe era già passato dalle generose promesse e dalle misurate concessioni alle nuove imposte ed alle cautele di politica interna; il popolo dalla contenta fiducia passava già alle esigenze e ai sospetti, dimentico delle recenti e assai peggiori signorie di Galeazzo II, morto da otto anni, e di Barnabò, morto da pochi mesi. Gian Galeazzo, Dio volendo, non somigliava al padre ed allo zio. Pare un cinquecentista. Tanto era machiavellico ch'io duro fatica a pensare che non avesse potuto leggere il Principe; sebbene sempre seguisse nella vita il precetto del segretario fiorentino, al quale pareva meglio esser volpe soltanto che leone soltanto; ma la natura della volpe è necessario saperla ben colorire, ed essere gran simulatore e dissimulatore. Succeduto al padre, innanzi di pigliare in trappola quel lupo dello zio, faceva volentieri il santocchio ed il semplicione. Assisteva ogni giorno a due o tre messe. Parlava con reverenza del parente, benchè mostrasse di temerlo assai; e se cresceva il numero degli armigeri non era per altro che per guardarsi dalle insidie di lui: del che Bernabò rideva tenendo il nipote per una specie di babbeo.

Non credo che il conte abbia fatto avvelenare lo zio in una zuppa di fagiuoli, come vorrebbe il Corio, o altrimenti; ma, del resto, a sua scusa c'è questo, che se non l'avesse fatta lui a suo zio, suo zio, presto o tardi, od i suoi cugini l'avrebbero fatta a lui, poichè il proverbio, il quale dice: chi la fa l'aspetta, non so se nella politica sia sempre vero al dì d'oggi, ma certo era falso allora. Potevano piuttosto dire: Chi non la fa l'aspetta.

Gian Galeazzo protegge dotti ed artisti, pianta una specie di accademia di architettura e pittura, soccorre l'Università di Pavia, nel castello di Pavia forma una rara biblioteca e pensa già alla stupenda Certosa. I Fiorentini acuti indovinarono giusto, accusando il conte di aspirare alla corona di Re; ma il dolersi così vivamente come fanno alcuni illustri storici italiani, che Gian Galeazzo non abbia potuto conseguire l'audace intento, il credere che un regno d'Italia si sarebbe cominciato davvero a formare, mi sembra una rispettabile illusione storica. Non è sempre vero che gli uomini passano e le istituzioni restano.

Quel bieco e matto ragazzo, che fu Giovanni Maria Visconti, alla maniera che perdette quasi tutto il dominio, lasciato così grande, dal padre, avrebbe saputo bene perdere tutto il regno, assai più sospettato e pericolante del ducato. Non importa. Forse il regno avrebbe lasciato una traccia, che Francesco Sforza era uomo da ritrovare. E com'è dolce il leggere fino nel 1387 la parola Italia in quella canzone del veronese Vannozzo, scritta per la divisa del conte di Virtù, il nostro Gian Galeazzo, ove il poeta in otto sonetti, ne' quali parlano otto città italiane, spinge il Visconte ad unificare la patria, e, accommiatando le sue rime, annunzia ch'è giunto il Messia.

Com'è dolce il leggere in un codice dell'anno 1408, serbato nella biblioteca Ambrosiana, la canzone d'un poeta ignoto, in morte di Gian Galeazzo:

Cum pianto e pietade

Ciaschun dicea: o somma mayestade

Deh perchè privato ay questo emispero

De quel che col pensiero

Sanar volìa l'italico payese?

Intanto, intorno al 1386, il Comune andava perdendo le sue libertà. Già il Consiglio generale, composto di 900 cittadini, si riduceva a una lustra. C'erano anche allora — confortiamoci — oltre l'imposta fondiaria con i suoi bravi centesimi addizionali, anche l'imposta di ricchezza mobile, quella di esercizio e rivendite, e tutti gli altri carichi diretti e indiretti. Era cresciuta spropositatamente la tassa sul sale; il quale anzi ne pagava due, l'una al principe, l'altra alla città. Il vino ne pagava tre, compreso l'imbottato. Insomma, stiamo meglio noi. E ancora rimanevano tanti danari al popolo per la sua fabbrica del Duomo!

La basilica vetusta di Santa Maria Maggiore, metropolitana iemale (un'altra, santa Tecla, era la metropolitana estiva), non grande, mezzo diroccata, stretta fra chiese, oratorii, torri, caseggiati, non poteva più bastare ai bisogni del culto, alla devozione dei fedeli, alla onesta ambizione dei cittadini ed all'orgoglio del principe. Come i Fiorentini dalla umile Santa Reparata avevano fatto nascere il solenne tempio di Santa Maria del Fiore, così sentirono bisogno di fare i Milanesi, a' quali doveva parere vergognoso che le primarie città del dominio Visconteo, sebbene ancora ristretto, avessero cattedrali più nobili e più grandi della loro principale metropolitana. Sant'Ambrogio, Sant'Eustorgio, le altre severe basiliche, non corrispondevano più al nuovo sfarzo, ai nuovi gusti dell'arte.

Il principe non poteva rimanere indifferente innanzi alla iniziativa popolare: doveva aiutare l'impresa, proteggerla, dirigerla all'occasione, cavarne onore, come un signore assoluto usa in tutti quanti i lavori della propria città capitale, segnatamente in quelli che hanno attinenza con un sentimento, prepotente allora, potente adesso, il sentimento religioso. Il Visconte era troppo astuto per non pigliare la palla al balzo; ma era troppo ambizioso per non tirare a sè tutta la gloria dell'opera quando, come poi nella Certosa di Pavia, fosse stata sua la prima spinta e suo il merito della fondazione del monumento.

Il principio della costruzione sta, ad ogni modo, fra due date, il 12 maggio 1386 quando l'arcivescovo di Milano eccita alle elemosine per il tempio, che avevano idea di riedificare; ed il 12 ottobre dello stesso anno, quando Gian Galeazzo concede e disciplina le questue per l'edificio avviato.

E Gian Galeazzo dava privilegi alla fabbrica, le procurava ogni facilitazione, scriveva a Bonifazio IX per ottenere indulgenze e giubilei in pro di chi aiutasse i lavori, faceva rivedere le cose amministrative, inviava consigli, ordini, rimproveri, regalava, pare, le cave della Gandoglia, dalle quali uscì il marmo per tutto quanto il Duomo, trasmetteva palesi e segrete sovvenzioni in danaro.

Nel frattempo le offerte piovevano all'amministrazione da ogni parte e sotto ogni forma. Le Porte della città, le Arti, dette paratici, le parrocchie, le comunità religiose e il clero mandavano il loro grosso obolo; certe donne poco virtuose, che abitavano intorno a San Zeno in Pasquirolo, consegnavano il loro contributo a prete Ambrogio; nei luoghi più frequentati, al Broletto, all'ingresso degli alberghi, alle porte di tutte le chiese stavano esposte cassette per le oblazioni; intiere eredità erano lasciate alla fabbrica; chi non dava danaro porgeva pietre preziose, ori, argenti, drappi, vesti, che in parte si serbavano, in parte si rivendevano. Nel 1387 l'entusiasmo era tale che con le proprie mani lavorarono agli sterri i nobili e ricchi giovani milanesi, i magistrati, i giureconsulti, il podestà e, dicono, Gian Galeazzo. Nei soli primi cinque anni furono spese per la costruzione 141 mila lire imperiali, pari a quasi tre milioni, delle nostre lire d'oggi, secondo il mio computo molto taccagno, pari a quasi sette milioni, secondo Cesare Cantù, pari a quasi diciassette milioni, secondo il dotto signor Pagani, direttore dell'archivio di San Carpoforo in Milano.

Dicevo che della mole non si conosce l'architetto. Eppure gli archivisti non tralasciarono di rovistare nelle carte polverose, ed i critici di lambiccarsi il cervello, ingrossando anche i piccoli indizii. Lasciamo stare i vecchi scrittori, che attribuivano il disegno del Duomo a Giannantonio Omodeo, gentile architetto e scultore, morto nel 1522, 135 anni dopo fondato l'edificio; oppure ad Enrico di Gmünd, detto il Gamodia che sceso di Germania nel 1391, cinque anni dopo principiata la fabbrica; oppure a Nicola de' Bonaventuri, parigino, il quale capitò a Milano due anni e mezzo dopo i primi lavori. Gli scrittori d'oggi sono più sottili. Trovano un Anechino de Alamania, che nel 1387 riceve sedici soldi per un modellino in piombo del tiburio, della guglia maggiore. Oh non potrebbe Anechino essere lui l'architetto? Trovano che nel 1387 vengono pagati 24 soldi ad un valente ingegnere, Andrea degli Organi da Modena, per due libbre di morsecate. Che cosa era codesto morsecate? Poteva essere il massicotto, il protossido di piombo, il quale poteva servire alla composizione della cera plastica, la quale poteva essere stata impiegata nel fare un modello. Ora, se Andrea degli Organi faceva un modello, l'architetto del duomo era Andrea.

Abbiamo dal 1387 in poi, non solo una quantità di documenti sulla nostra fabbrica, ma i libri minutissimi dell'entrata e dell'uscita. Non un accenno, mai e poi mai, al primitivo architetto. Sappiamo i nomi dei maestri uno ad uno, che hanno atteso alla costruzione cominciando dalle prime settimane. Non una frase, non una parola, che lasci intendere sul serio di aver da fare con il creatore del tempio. Ci restano i verbali di vivacissime dispute sul concetto, oltre che sulla esecuzione dell'edificio. A chi loda non isfugge mai il nome da noi cercato, e non isfugge a chi biasima. Pare che l'ammirazione e il disprezzo in una sola cosa si accordino, nel tenerci nascosto quel che vorremmo sapere.

Ho pensato molte volte, o signore, che il diavolo ci avesse messo la coda: e rammentavo la leggenda tedesca, quella del Duomo di Colonia, il quale volere o non volere, ha con il nostro Duomo di Milano una qualche rassomiglianza.

Nei primi 29 mesi della fabbrica non troviamo altro che ingegneri italiani, la maggior parte di Campione, un bel paesetto sul bel lago di Lugano, ora svizzero, ma allora sottoposto alla diocesi milanese: Simone da Orsenigo, Marco Frisone, Giovanni di Fernach, detto anche Anni od Anne, sicchè qualcuno vuole che sia quel Anechino de Alamania, di cui abbiamo toccato, Giacomo, Zeno, campionesi, e via via.

Il primo architetto straniero, Nicola de' Bonaventuri, scende da Parigi a Milano il 7 maggio 1389. Lo eleggono ingegnere generale; gli danno, oltre il salario, casa, vino e legna. Provvedono la sua cucina di una caldaia pesante otto libbre e mezza, una padella di rame, una conca, quattro taglieri grandi e quattro piccoli, otto scodelle ed otto piatti di legno, quattro scodelle e quattro tondi di terra, sei cucchiai, tre mestole, due paia di treppiedi, una pepaiuola, una graticola di ferro, un boccale di vetro ed una tazza, una tovaglia, due tovaglioli ed un asciugamano. Principiare dalla pancia va bene, ma bisogna anche dormire. Si compera della paglia per il letto del maestro. Non se ne contenta: vuole un bel letto grande, assai comodamente fornito. Con 47 braccia di tela di lino gli fanno due lenzuola; per la coperta spendono in ragione di 128 lire delle nostre. Ottiene anche il suo bravo piumino. Si fa anticipare quattrini: evidentemente era un parigino sventato. Dà, fra gli altri disegni, quello dei magnifici finestroni dell'abside; ma dura poco. Il 31 luglio del 1390 il Consiglio della fabbrica delibera di mandarlo via, ed egli, che non doveva avere la coscienza netta, lo stesso giorno parte furtivamente: e buon viaggio.

Poco appresso, Giovanni di Firimburg, nuovo ingegnere, si sfoga nel censurare i lavori; ma le parole volano, e i deputati, che non soffrono equivoci, invitano il maestro a porre in iscritto i suoi dubbi e i suoi biasimi, affinchè si possa, occorrendo, provvedere. La relazione dovette essere o molto sconveniente o molto bestiale, perchè senz'altro si decreta che gli venga tolto il salario ed il titolo. E così Giovanni di Firimburg ripassò le Alpi.

Senonchè, gl'ingegneri italiani non bastavano più. Era stata seminata la zizzania. E poi la costruzione si avvicinava a quelle parti, che più apparivano lontane dalle consuetudini e dai criterii della nostra arte locale: i piloni si alzavano aspettando le volte ogivali, i contrafforti si alzavano aspettando i pinnacoli. Gli archi rampanti, i gugliotti, il tiburio o guglia centrale, la inclinazione dei tetti, dovevano presentarsi ai maestri, ai deputati, allo stesso arcivescovo, il quale aveva tanta ingerenza e tanta responsabilità nell'andamento dei lavori, allo stesso intelligente principe, quali tanti quesiti, che, risoluti nell'un modo o nell'altro, potevano decidere, non solo della bellezza, ma della stessa esistenza del Duomo.

Mandano un maestro teutonico a Colonia a pigliare unum maximum inzignerium; spediscono lettere ad Ulrico di Ensingen da Ulma. Intanto si contentano di sentire Gabriele Stornaloco, esperto geometra, Bernardo da Venezia, intagliatore del principe. Finalmente il 27 novembre del 1391 giunge Enrico Arler da Gmünd nella Svevia, detto a Milano il Gamodia.

Capita pieno di spirito ogivale, con le cattedrali di Praga, di Colonia e tutte le altre nel cuore e nella mente. Biasima, propone riforme, ed il primo maggio del 1392 ottiene che si discutano undici punti essenziali per l'organismo della costruzione; ma le faccende sue vanno male. Il Consiglio lo manda pro factis suis; e il povero uomo che, avendo bisogno dell'interprete, era servito in ciò dal suo connazionale, oste all'albergo della Spada, borbottando nel suo tedesco, partì. Due anni dopo cala da Ulma Ulrico di Ensingen, dianzi nominato, bisognoso anche lui dell'interprete, e mandato egli pure assai presto pro factis suis.

Segue un intervallo di maestri italiani, fra i quali brilla il nome di Giovannino de' Grassi, pittore, architetto, scultore, miniatore; confuso malamente con quel Giovanni da Milano, del quale parla il Vasari nella vita di Taddeo Gaddi. Ma i contrasti fra italiani e stranieri dovevano diventare acerbissimi dal 1399 al 1401 con la presenza di Giovanni Mignot francese, anzi, come il Bonaventuri, parigino. Principia, al solito, col censurare ogni cosa. Ripete a ogni tratto, intorno a questa o quella parte della fabbrica: magnus defectus.... nihil valent.... quod est male factum.... quod est peximum opus, ed altre simili garbatezze.

L'arte italiana e l'arte straniera cozzano insieme fieramente. Di qua questa affermazione: La scienza è una cosa e l'arte è un'altra. Di là questa sentenza: L'arte senza la scienza non val nulla. Ecco le formule trovate dal parigino di cinque secoli addietro per indicare le diverse nature delle due arti; nè sarebbe, io credo, possibile dare una definizione più rapida, più viva, più profonda della differenza del genio artistico italiano dal genio artistico oltramontano nel medio evo. I due genii si composero di mala voglia, ma intimamente, in codesto fenomeno architettonico, che è il Duomo di Milano. La sostanza come l'apparenza di esso non appartengono nè all'Italia, nè alla Francia, nè alla Germania. Sono italiane, per esempio, le fronti archiacute delle cattedrali di Siena e di Orvieto; ma il Duomo di Milano non ha patria. Nato e cresciuto nei contrasti e nelle lotte, risultò pieno di originalità e di forza: esempio insigne di quanto giovi l'incrociamento delle razze anche nel mondo dell'arte e dello spirito.

Il Mignot, pure volendo la logica in tutti i membri architettonici, pure cercando la razionalità d'ogni cosa, usciva di carreggiata, perchè tirava la teoria all'eccesso. I nostri, più pratici, più artisti, nel ragionare s'attaccavano agli specchi. Ecco, per esempio, i quattro campaniletti alzati intorno all'alta guglia centrale sui quattro piloni della crociata, tanto vantaggiosi alla stabilità, tanto profittevoli alla bellezza prospettica. Sapete perchè si volevano fare? Per dare a intendere che il nostro Signore Iddio siede in Paradiso nel mezzo al trono, circondato dai quattro Evangelisti, siccome narra l'Apocalisse.

Il Mignot scoppia, gridando che i suoi contraddittori non intendono al meglio dell'edificio, ma operano o per timore o per lucro. Perciò egli chiede che si deliberi di chiamare a consiglio quattro, sei o dodici dei migliori ingegneri dell'Allemagna, dell'Inghilterra, della Francia, altrimenti la fabbrica rovinerà; e per amore del vero e della propria riputazione egli correrà a dirlo al duca. I maestri, così furiosamente assaliti, s'impacciano, s'imbrogliano, tirano in ballo Aristotele, il quale insegnò che il moto dell'uomo verso un punto è o retto o circolare o misto; applicano questa sapienza alle misure della chiesa, terminando con una terza sentenza supremamente italiana: La scienza senza l'arte non val nulla. Il Duomo, come si vede, dopo cinquecent'anni è la migliore prova della verità di questo antico dettato: Vale più la pratica che la grammatica. Ma il Mignot, oltre che grammatico, era intollerante d'ogni arte e d'ogni opinione che non fossero le sue, prosuntuoso, impetuoso, e falso profeta di sventure per il Duomo, il quale procedeva innanzi tranquillamente, come se tanti contrasti e tante ire non lo risguardassero affatto.

Intanto i preposti alla fabbrica vivevano in grandi angustie, non sapendo a chi credere e come risolversi. Dall'una parte sentono gridare che la chiesa, pessimamente costrutta, è lì lì per cadere, dall'altra sentono giurare che la chiesa, costrutta arciperfettamente, sfida l'eternità. Gian Galeazzo pure, negli intervalli di riposo lasciati a lui dagli intrighi della politica e delle guerre, doveva sentirsi fastidito, pensando alle faccende del Duomo. Manda a Milano da Pavia due ingegneri ducali; ma senza costrutto.

Noi diciamo spesso che i nostri artisti d'oggi non vanno d'accordo, ch'è gente invidiosa e incontentabile. Ci lamentiamo che i conti preventivi delle fabbriche nuove sieno quasi sempre sbagliati. Buttiamo sulle spalle alle disgraziate Commissioni la responsabilità delle dispute, delle lungaggini, delle bestialità d'ogni specie nell'arte e nel resto. Io non esamino se abbiamo ragione e fin dove; ma voglio bene dimostrarvi che, come tutto il mondo è paese, così tutti i secoli si somigliano.

Siamo all'ultimo anno del Milletrecento, dal quale secolo non mi è lecito uscire. Si tratta della opera delle eccelse e stupende vôlte del Duomo, principiate a modificare dal Mignot, secondo il suo criterio parigino. Una Commissione di dieci maestri e dilettanti deve giudicare. La prima interrogazione risguarda la solidità del lavoro. Uno risponde che non è abbastanza solido; un altro addirittura che non è solido affatto; cinque che è solido; Giovanni Alcherio, un milanese dimorante in Francia, che non è soltanto solido, ma solidissimo; Guidolo della Croce, che è tanto solido che in nessun modo si potrebbe immaginare di più; e Simone de' Cavagnera, nel suo dialetto: che le croxere e volte archomenzate per magistro Johanne Mignoto sono fortissime, senza defeto nessuno a la forteza.

La terza domanda pone a confronto il disegno di prima con quello del Mignot per bellezza e fortezza. Sei giudicano il lavoro del francese più solido e più bello, quattro lo giudicano meno solido e meno bello, o solo meno solido, o ugualmente solido e bello.

La quarta interrogazione è relativa alla differenza di spesa fra il vecchio disegno e il nuovo. Quasi tutti ammettono che il nuovo lavoro sarà più costoso dell'altro; ma chi dice il doppio, chi il quadruplo, chi venti volte di più, chi invece solo un quarto, chi un poco, chi un pochino. E si trattava di calcolare lire, soldi e denari!

Si tratta solo di misure nella quinta domanda. Occorreranno pietre più grandi o più piccole per le crociere del Mignot? Bastava prendere le dimensioni di ciascun pezzo e moltiplicare e sommare per ottenere le cubature e il confronto. Qui almeno, volere o non volere, bisognerà che tutti vadano d'accordo. O sì! Tre rispondono più grandi; uno molto più grandi; due più piccole, e c'è chi dice la differenza sarà minima. Passano a discorrere delle nuove costruzioni del camposanto, dietro l'abside del Duomo. Gli animi s'infiammano. Guidolo della Croce, acceso in volto, senza dubbio, e con voce stentorea butta in faccia ai deputati questa formidabile accusa: “Non è da maravigliare se in queste opere del camposanto e della chiesa ricorrono molti errori, dacchè avete accolto quali ingegneri dei pittori, dei carpentieri, dei tagliapietre, e dei fabbricatori di guanti.„

Lo Scrosato, anche lui, raccomanda di valersi dei valentuomini “non delle persone idiote, che si fanno chiamare maestri senza sapere niente„. E il Galletto pure si lagna dei protettori di maestri ignoranti. E si ode una voce gridare: “Bisogna togliere questo sempiterno vituperio della città.„ Uno fa per parlare, ma l'Alcherio, mettendogli la mano sulla bocca: “Non lascierò rispondere a nessuno prima che abbia parlato il Mignoto, che è il più degno fra tutti.„

Nel frastuono di tante voci adirate, fa un curioso contrasto la parola placida di Simone de' Cavagnera, il quale, come tutta la gente quieta, inclinava a rimandar la questione: Dicho che s'ha da convocà le persone che se intendono in questo, e odire ogni homo, e pigliare la miglior parte. Non gli pareva che avessero ragionato abbastanza!

Gli odii contro il parigino si addensano. Gian Galeazzo, che lo aveva difeso, occupato in altre assai più gravi faccende, lo abbandona; allora addosso. Gli scaraventano un atto d'accusa, gl'intimano di pagare grossi risarcimenti, lo destituiscono il 20 ottobre 1401 sequestrandogli ogni cosa. Non di meno, il valente, ma imprudente, spavaldo, spensierato e indebitato ingegnere parigino lascia, partendo, molti amici e ammiratori focosi, i quali indirizzano un furibondo reclamo al duca. Principia così: “Oh grande dolore, oh immensa falsità e malignità senza confine, e ingiustizia dei malvagi! Non sembra esservi oramai persona in questa città così grande ed in tutta la patria, la quale alcunchè s'intenda dell'arte del disegno e della geometria, nè della virtù si curi in qualsivoglia modo, nè dell'onore.„ I due architetti italiani della fabbrica, Marco da Carona e Antonio da Paderno, sono chiamati ignoranti, rozzi, sozzi, del tutto idioti nell'arte loro, falsi testimoni, incettatori di quistioni; i loro protettori sono chiamati iniqui, malvagi, mentitori, ed eccoli nominati uno ad uno, deputati alla fabbrica, nobili, cittadini milanesi, ed officiali della fabbrica stessa “i quali già da molti anni, come se gli altri fossero tutti insufficienti, continuano a servire sempre nei medesimi incarichi contro gli ordini, che stabiliscono doversi gli officiali mutare d'anno in anno. E se uomini valorosi, il gran Conestabile e Facino Cane con tutto il loro esercito, volessero cavarli dal loro seggio, non vi riescirebbero, tanto sono infissi colà, e così bene ingannano l'Eccellenza Vostra, il vostro Comune di Milano, e la fabbrica, arricchendo sè medesimi„.

Questo documento, il quale continua un pezzo sul medesimo tono, è singolare per più rispetti. Innanzi tutto, la violenza sua contro uomini rivestiti di pubblici uffici, fra i quali il Tignosio, niente meno che luogotenente del Vicario di Provvisione, apparisce tale da far pensare che un simile reclamo, accolto pazientemente da Gian Galeazzo, principe assoluto e non mellifluo, verrebbe senz'altro respinto oggi dai principi e dai loro ministri. Curioso il cenno al gran Conestabile ed a Facino Cane, ove l'ira si trasforma in sarcasmo; curioso un cenno alla poca facondia del Mignot, raro difetto in un parigino anche allora; strano il disprezzo per i maestri italiani in un tempo sì ricco di ammirabili opere nostrane. Fatto sta che il duca trasmise al Consiglio della fabbrica il fierissimo documento, il quale venne letto in generale adunanza, mentre stavano in faccia gli uni agli altri accusatori e accusati.

Signori, conoscevate bene le perplessità, le contraddizioni, le battaglie seguite nella costruzione del vostro campanile e della vostra divina Santa Maria del Fiore, e avete udito ora quelle che accompagnarono la grande opera del Duomo di Milano. Eppure da questi tre monumenti, cui posero il genio e la mano tanti artefici diversi d'intelletto, di studii e d'animo, si sprigiona una grandiosa, una piena armonia, nella quale non c'è cosa che strida o che stoni. Come mai dalle opposizioni tenaci e dalle lotte accanite nasceva nel Trecento la concordia della bellezza? Come mai oggi non ci riesce di trovarla nemmeno nelle opere uscite da un solo cervello?

Vorrei, secondo le mie forze, rispondere a questi due ardui quesiti. Non abbiate paura, signore gentili: lo farò, chi lo sa? un'altra volta.

Fine.

[ INDICE.]

Pag.
Guido Biagi[Le letture fiorentine su la vita italiana nel trecento]v
Romualdo Bonfadini[Le fazioni italiane]1
Francesco Bertolini[Roma e il papato nel secolo XIV]27
Augusto Franchetti[I primordi delle signorie e delle compagnie di ventura]48
Marco Tabarrini[Le consorterie nella storia fiorentina del Medio Evo]98
Ernesto Masi[Svevi e Angioini]128
Pio Rajna[La genesi della Divina Commedia]153
Isidoro Del Lungo[Dante nel suo poema]183
Enrico Nencioni[La letteratura mistica]218
Adolfo Bartoli[Il Petrarca]249
Adolfo Bartoli[Il Boccaccio]271
Arturo Graf[Il tramonto delle leggende]293
Diego Martelli[Gli artisti pisani]322
Pompeo Molmenti[La grandezza di Venezia]344
Camillo Boito[Santa Maria del Fiore e il Duomo di Milano]374